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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


IL CASO JEAN-EUDES GANNAT E LA NUOVA CENSURA DELL'OCCIDENTE

Publié par Angelo Marcotti sur 10 Novembre 2025, 19:07pm

Catégories : #Società

Quando raccontare diventa sospetto, e la libertà di parola è ridotta a privilegio concesso.

Non ha rubato, non ha ferito nessuno, non ha incendiato un commissariato. Jean-Eudes Gannat, attivista e giornalista francese, ha semplicemente girato un video di ventiquattro secondi davanti a un supermercato della campagna del Maine-et-Loire.
Nel filmato si vedono alcuni afghani seduti vicino all’ingresso. Sotto, una frase ironica:
«Stufi di vivere con i cugini dei talebani nel profondo delle nostre campagne».

Ventiquattro secondi sono bastati per trasformare un’osservazione polemica in un caso giudiziario. Accusa: istigazione all’odio razziale.
Da allora, Gannat è sotto controllo giudiziario, con limitazioni ai social e all’attività mediatica. L’Alvarium — il movimento identitario che aveva fondato — è stato sciolto. L’episodio è finito sui giornali, come emblema di un Paese in cui la libertà di parola e la giustizia si guardano con sospetto reciproco.

Dalla cronaca al simbolo

Al di là del personaggio, il caso Gannat ha assunto una valenza simbolica: chi racconta un fatto controverso, oggi, rischia di essere giudicato non per ciò che mostra, ma per ciò che il potere teme che susciti.
L’ironia o la provocazione, che un tempo appartenevano al repertorio legittimo della critica sociale, sono divenute elementi probatori.
Il video, pur rozzo e discutibile, apre una questione più profonda: esiste ancora uno spazio per il linguaggio non conforme, per la parola scomoda, in una democrazia che si proclama liberale?

Dietro la sentenza, più che la difesa delle minoranze, si intravede una crescente tendenza all’infantilizzazione del discorso pubblico. La giustizia si fa pedagoga morale, e lo Stato — in nome dell’uguaglianza — sorveglia la lingua dei cittadini con la meticolosità di un confessore.
Il paradosso è evidente: si tutela la “convivenza” riducendo il pluralismo, si combatte l’odio impedendo il dissenso.

Libertà o immunità?

La libertà d’espressione non è un privilegio dei giusti, ma il banco di prova delle democrazie mature.
Difenderla significa accettare che si dicano anche cose sgradevoli, che la parola talvolta urti, irriti, o esponga contraddizioni.
Nella Francia del XXI secolo — patria di Voltaire e dei diritti dell’uomo — questa consapevolezza sembra affievolirsi. Si parla di
“reati d’opinione” come di un male necessario, ma ogni volta che una voce viene zittita, la società perde un frammento della propria complessità.

Il caso Gannat, da questo punto di vista, non è un’anomalia, ma un sintomo: il riflesso di una cultura che preferisce il conformismo al conflitto, la gestione amministrativa del linguaggio alla libertà del pensiero.

La paura del reale

Dietro la repressione simbolica si cela la paura del reale.
Non del video in sé, ma di ciò che rappresenta: la frattura tra una Francia ufficiale — multiculturale, ottimista, astratta — e una Francia profonda che non si riconosce più nel proprio paesaggio umano.
Il gesto di Gannat diventa così l’alibi perfetto per punire la realtà invece di affrontarla.
Non si giudica un uomo, si mette sotto processo uno sguardo: quello che osa nominare ciò che non rientra nel racconto autorizzato.

Il silenzio come norma

La giustizia — quella vera — dovrebbe proteggere tanto chi è offeso quanto chi osa parlare.
Ma quando l’istituzione si trasforma in strumento di pedagogia ideologica, la libertà smette di essere diritto e diventa concessione revocabile.
È questo il punto più inquietante: non la condanna in sé, ma l’abitudine che essa crea.
Ogni volta che una voce viene messa a tacere in nome del “vivere insieme”, un’altra imparerà a tacere da sola.

Conclusione

Il caso Jean-Eudes Gannat è dunque meno politico di quanto sembri e più culturale: è la spia di una società che non tollera più il conflitto semantico, che teme la parola come un virus.
Quando descrivere diventa un reato, la libertà non è più un valore condiviso, ma un rischio da calcolare.
E forse è proprio allora, come scriveva Orwell, che dire la verità — anche solo per ventiquattro secondi — torna a essere un atto rivoluzionario.


 

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