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Nel saggio Il sole e l’acciaio (1968), Yukio Mishima elabora una riflessione radicale sull’antinomia tra parola e corpo, linguaggio e realtà, spirito e materia. Il presente articolo analizza il nucleo teorico e poetico di quest’opera, nella quale la scrittura si trasforma in un percorso iniziatico di autodistruzione e rigenerazione. Attraverso una prospettiva comparata che mette in dialogo Mishima con la tradizione classica occidentale (da Valéry a Mallarmé, da La Rochefoucauld a Wittgenstein), l’articolo indaga come la tensione tra estetica e etica, tra parola e carne, conduca l’autore giapponese verso la costruzione di una mistica del corpo e, infine, verso il gesto tragico del seppuku come atto estetico assoluto.
Parole chiave: Mishima; Il sole e l’acciaio; linguaggio e corpo; estetica della morte; classicismo e romanticismo.
1. Introduzione: il corpo come frontiera del linguaggio
In Il sole e l’acciaio, Yukio Mishima intreccia un’autobiografia spirituale e un manifesto estetico. Il libro si presenta come un testo inclassificabile — lirico, filosofico, confessionale — in cui la riflessione sul corpo assume un valore universale: esso diventa una fortezza contro la corrosione delle parole, un baluardo di bellezza classica innalzato di fronte alla decadenza del linguaggio.
La celebre massima di La Rochefoucauld, «Né il sole né la morte possono essere guardati fisso», sembra risuonare come una chiave interpretativa dell’intera opera. Il sole e la morte — simboli dell’assoluto e della distruzione — costituiscono i poli di attrazione della poetica mishimiana, dove l’energia vitale si fonde con la pulsione autodistruttiva. Il sole di Mishima non è un astro di chiarezza, ma una divinità tragica: mistica, imperiale e mortale.
2. La “critica confidenziale”: un’estetica del corpo contro le parole
Mishima definisce Il sole e l’acciaio una “critica confidenziale”, un genere ibrido collocato “a metà strada tra la notte delle confessioni e il grande giorno della critica”. L’autore vi sperimenta un linguaggio del corpo, una nuova forma di espressione capace di sfuggire alla funzione corrosiva delle parole.
Scrivere, per Mishima, significa resistere all’intellettualismo e alla dissoluzione semantica del linguaggio. Se l’infanzia aveva già segnato la separazione tra parole e mondo, la maturità cerca di riconciliarle attraverso la materia viva dei muscoli.
La parola, infatti, per Mishima è un agente di corruzione: «Le parole attaccano il corpo come formiche bianche che si nutrono di un pilastro di legno». Di qui nasce la scissione tra due tendenze opposte: la dedizione totale alla scrittura e il desiderio di confrontarsi con una realtà che sfugge a ogni mediazione linguistica. Il corpo diventa allora il campo di battaglia tra la carne e il verbo.
3. Oltre le parole: la conquista della realtà attraverso la carne
L’esperienza di Mishima si iscrive in un percorso di purificazione.
Come per Mallarmé, che aveva intuito il dramma del linguaggio separato dal mondo, anche per Mishima la parola è un’astrazione incapace di incarnarsi. Per “raggiungere la realtà” occorre oltrepassarla. Il corpo, però, è anch’esso compromesso: la sua presenza è segnata dall’ambiguità, dalla difficoltà di mostrarsi “come esistenza”.
L’unico modo per restituire al corpo la sua verità è sottrarlo all’influenza del linguaggio. Da qui nasce la ricerca di una bellezza taciturna e formale, una forma di ascesi estetica che mira alla “purificazione della carne dalle parole”.
Attraverso il culto del sole — simbolo di chiarezza e disciplina — Mishima costruisce un itinerario verso un corpo ideale, “assolutamente indenne da ogni interferenza delle parole”. Il sole diventa il compagno di una nuova alleanza: il corpo, modellato dall’acciaio, si fa tempio di una spiritualità laica, incarnata nella forma.
4. Il sole e l’acciaio: la lingua della carne
L’incontro con il sole segna per Mishima una riconciliazione cosmica. Dopo aver vissuto nell’ombra romantica di Yeats e Novalis, egli scopre la luminosità apollinea del corpo. Il sole ordina di “costruire una dimora nuova e robusta”, fatta di muscoli, pelle e acciaio.
Il corpo diviene così linguaggio: “Grazie al sole e all’acciaio, dovevo imparare il linguaggio della carne, come si impara una lingua straniera”.
L’acciaio — simbolo di disciplina, lucidità e rigore — rappresenta la fusione tra etica e forma, tra gesto e parola. Come la lingua greca classica, la muscolatura, plasmata dalla fatica e dal dolore, restituisce un senso di armonia perduto.
Il culturismo, pratica apparentemente marginale, diventa per Mishima un esercizio spirituale: l’allenamento del corpo corrisponde a un’ascesi letteraria. Il suo stile, dice, si adegua ai muscoli: diventa “flessibile e libero, spogliato di ogni ornamento untuoso”. Il legno verniciato dell’atrio samurai, immagine da lui evocata, sintetizza la sua idea di bellezza: sobria, severa, lucente.
5. Classicismo e impulso romantico di morte
Dietro la costruzione estetica e fisica del corpo, tuttavia, si nasconde un impulso distruttivo. Mishima riconosce nel proprio percorso una vena romantica che si manifesta come distruzione della perfezione classica.
La bellezza, nella sua forma più pura, è destinata a consumarsi: «Il mio impulso romantico verso la morte rimaneva insoddisfatto solo perché mi mancavano le qualità fisiche necessarie per una morte nobilmente romantica».
La tensione tra classicismo e romanticismo, tra forma e annientamento, culmina nel gesto estremo del 25 novembre 1970, quando lo scrittore, dopo aver pronunciato un discorso davanti al quartier generale delle Forze di autodifesa giapponesi, si suicida con il seppuku.
In quel momento, le parole cessano di avere potere: la carne si sostituisce al linguaggio, e il corpo diventa l’ultima, irriducibile forma di significazione. Tuttavia, la morte non riesce a distruggere la forma: se il corpo di Mishima è scomparso, il suo stile è rimasto intatto, immune dalla corruzione del tempo.
6. Conclusione: l’estetica del paradosso
In Il sole e l’acciaio, Mishima mette in scena il conflitto eterno tra parola e realtà, spirito e carne, vita e forma.
La sua opera rappresenta la ricerca impossibile di una lingua del corpo, capace di incarnare il pensiero senza mediazioni.
Il corpo, scolpito come una statua classica ma animato da un desiderio romantico di dissoluzione, diventa lo spazio in cui la scrittura si rovescia in gesto, e la parola si consuma nell’azione.
L’esito finale — il seppuku come sintesi di estetica, etica e politica — segna il compimento di un itinerario: il passaggio dalla parola alla carne, dall’intelletto alla forma, dal segno al sangue.
Mishima muore per salvare la purezza dello stile, perché solo attraverso la distruzione del corpo la parola può restare immortale.
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Mishima, Y., Taiyō to tetsu (Il sole e l’acciaio), Tokyo, Shinchosha, 1968; trad. it. Milano, Feltrinelli, 1982.
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Giocanti, S., Yukio Mishima et ses masques, Paris, Gallimard, 2001.
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Valéry, P., Variété, Paris, Gallimard, 1930.
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Mallarmé, S., Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1945.
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Wittgenstein, L., Philosophische Untersuchungen, Oxford, Blackwell, 1953.














