Un incontro ad Harar, Etiopia - Dialogo immaginario con Arthur Rimbaud
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1891, la casa di Rimbaud ad Harar, Abissinia. Una costruzione bassa, bianca, affacciata sul deserto. Dentro fa un caldo infernale. Lui è seduto su una sedia di legno, la gamba gonfia fasciata - il tumore che lo sta divorando. Il volto bruciato dal sole, i capelli sporchi, gli occhi che un tempo furono azzurri ora sono color della polvere. Sembra un vecchio ma ha trentasette anni. Mi riceve perché sono europeo, perché forse ha voglia di parlare francese.
Monsieur Rimbaud, lei è una leggenda a Parigi. Verlaine parla ancora di lei come del più grande poeta francese. Eppure lei è qui, a vendere caffè e armi. Perché?
Sputa per terra, un gesto di disgusto profondo.
"Verlaine. Quel vecchio ubriacone parla ancora? Pensavo fosse morto in qualche bordello parigino. Una leggenda, dice. Che cazzata. Io non sono una leggenda, sono un commerciante fallito in un paese di merda dove fa troppo caldo per vivere. La poesia? L'ho scritta quando ero un ragazzino idiota che credeva che le parole potessero cambiare il mondo. Poi sono cresciuto."
Ma Una stagione all'inferno, Le illuminazioni - sono capolavori che hanno rivoluzionato la poesia europea...
"Capolavori! Le piace questa parola, eh? Erano delirii di un adolescente drogato che scopava con un poeta alcolizzato sposato. Verlaine mi ha quasi ammazzato a Bruxelles - due colpi di pistola perché volevo lasciarlo. Bel romanticismo, vero? Ho scritto quelle cose in preda alla febbre, all'assenzio, alla disperazione. Poi mi sono svegliato e ho capito che la poesia non riempie lo stomaco, non ti fa ricco, non cambia un cazzo di niente."
Eppure lei a diciannove anni aveva già distrutto e ricostruito il linguaggio poetico...
Si porta la mano alla gamba malata, fa una smorfia di dolore.
"Distrutto, ricostruito. Belle parole da critico. Io volevo essere veggente, diventare 'voyant' attraverso il 'dérèglement de tous les sens'. Volevo forzare le porte della percezione. E ci sono riuscito, sa? Ho visto cose - colori che non esistono, suoni che erano colori, parole che erano carne. Ma poi ti svegli e sei solo un pazzo affamato in una soffitta di Charleville che tua madre odia. A cosa serve vedere l'impossibile se poi devi mendicare pane?"
La lettera del veggente, scritta a Izambard - 'Io è un altro'. Cosa intendeva davvero?
"Intendevo che quando scrivi non sei tu a comandare. C'è qualcosa che passa attraverso di te, ti possiede, ti usa. Non scegli le parole - loro scelgono te. Per questo ho smesso. Non volevo più essere posseduto. Volevo essere me, maledizione. Arthur Rimbaud, un uomo libero che decide della propria vita. Non uno strumento per qualche forza oscura."
Ma ha abbandonato tutto - la letteratura, la Francia, Verlaine. È scappato.
Gli occhi lampeggiano di rabbia.
"Scappato? No. Sono andato via perché quella vita mi disgustava. Parigi - i salotti letterari, i poeti che si pavoneggiano, le discussioni infinite su metri e rime. Tutti bloccati nello stesso posto mentre il mondo cambiava. Io volevo muovermi, vedere l'Africa, Java, l'Egitto. Volevo essere altro - soldato, esploratore, mercante. Qualsiasi cosa tranne un poeta morto di fame che implora riconoscimento."
Quindi non rimpiange niente? Nemmeno un po'?
Silenzio lungo. Guarda fuori dalla finestra, verso il deserto.
"Rimpianti sono per chi ha tempo. Io sto morendo. Questa gamba è marcita, la porterò presto alla tomba. O meglio, la taglieranno a Marsiglia se arrivo vivo in Francia. E poi? Forse altri sei mesi, forse meno. No, non rimpiango la poesia. Rimpiango di non essere riuscito a fare fortuna qui. Rimpiango di avere sprecato anni dietro commerci che non hanno fruttato niente. Potrei essere ricco ora, invece morirò povero come sono nato."
La sua famiglia sa che lei qui si fa chiamare 'Abdoh Rinbo'? Che commercia armi con Menelik?
Ride, una risata amara, piena di catarro.
"Mia madre pensa che io sia un onesto commerciante di caffè. Non sa delle armi, delle carovane nel deserto, di come ho vissuto davvero. Le scrivo lettere prudenti dove racconto bugie. Lei mi ha sempre odiato, sa? Voleva che fossi un impiegato, un notaio, qualcuno di rispettabile. Invece le ho dato un poeta maledetto e poi un vagabondo in Africa. Povera donna, deve soffrire ancora un po' prima che io crepi."
Verlaine ha pubblicato le sue poesie senza il suo permesso. Non l'ha mai saputo?
"L'ho saputo. Mi ha scritto, anni fa. Chiedeva autorizzazioni, voleva soldi per pubblicare. Gli ho risposto che poteva fare quello che voleva, che non me ne fregava niente. Davvero pensava che mi importasse ancora? Quelle erano cose di un altro, di un ragazzo che non esiste più. Che le pubblichi, che le bruci - per me è uguale."
Ma lei conserva ancora qualcosa? Quaderni, appunti...
Fa un gesto vago verso una cassa in un angolo.
"Forse. Non lo so. Lettere commerciali, conti, qualche nota su percorsi carovanieri. La poesia? L'ho lasciata a Parigi con tutto il resto. Qui servono altre cose - resistenza, astuzia, capacità di sopravvivere al caldo e alla malaria. I versi non fermano le pallottole, non curano la dissenteria."
Dicono che lei conosca sei, sette lingue ora. Arabo, amarico...
"Otto. Le lingue servono per commerciare. Non per scrivere poesie ma per non farsi fregare al mercato. Ho imparato perché dovevo, non per amore della conoscenza. Tutto quello che faccio qui è per necessità. Non c'è bellezza, non c'è arte. C'è solo sopravvivenza."
La sua compagna, quella donna abissina con cui vive...
Il volto si chiude completamente.
"Non sono affari suoi. Sì, vivo con una donna. E allora? Qui nessuno si scandalizza per queste cose. Non è come Parigi dove tutti giudicano, spettegolano. Lei mi aiuta, io la pago. Fine della storia. Non cerchi romanticismo dove non c'è."
Se potesse tornare indietro, a quel ragazzo di sedici anni che scappava da Charleville verso Parigi, cosa gli direbbe?
Chiude gli occhi, sembra estenuato.
"Gli direi... gli direi di non credere a niente. Che la rivoluzione attraverso la poesia è una bugia. Che Verlaine è un debole e un vigliacco. Che la gloria letteraria non vale niente. Gli direi di studiare commercio, matematica, cose utili. Di dimenticare Baudelaire e Rimbaud e tutti quei maledetti veggenti. Ma non mi ascolterebbe. Io a sedici anni ero un pazzo visionario che non ascoltava nessuno. Forse doveva andare così."
Una stagione all'inferno termina con 'bisogna essere assolutamente moderni'. Ci crede ancora?
Apre gli occhi, mi fissa con un'intensità improvvisa.
"Moderni? Guardi dove sono. In una capanna ad Harar, con una gamba marcia, circondato da gente che parla lingue che lei non capirebbe mai. Questo è essere moderni - buttare via tutto, reinventarsi, non avere paura di distruggere quello che eri. Sì, ci credo ancora. Ecco perché ho smesso di scrivere. Scrivere sarebbe stato ripetermi, restare fermo. Io sono andato avanti, anche se avanti significava questo inferno."
Tornerà in Francia?
"Devo. Per la gamba. Forse la tagliano e sopravvivo. Forse no. Ma non torno a Parigi, questo è certo. Marsiglia, forse. O direttamente a Charleville a morire nel letto dove sono nato. Il cerchio che si chiude. Almeno mia madre sarà contenta - il figlio pazzo torna a casa a morire come un cristiano."
Un'ultima domanda. Ha mai scritto versi qui, in Africa? Anche solo per sé?
Silenzio lunghissimo. Poi, con voce quasi inudibile:
"No. Mai. Nemmeno un verso. Nemmeno una riga. La poesia è morta quel giorno del 1875 quando ho capito che le 'Illuminazioni' non avevano illuminato niente. Quel Rimbaud è morto prima di me. Io sono solo un commerciante fallito che aspetta la fine. Se cerca il poeta, è nella tomba sbagliata - quella è già chiusa da quindici anni."
Si alza a fatica, appoggiandosi a un bastone. Il colloquio è finito. Mi accompagna alla porta. Il sole del pomeriggio abissino è accecante.
"Se torna a Parigi, non dica a nessuno che mi ha visto così. Lasci che pensino quello che vogliono - il genio, il maledetto, il veggente. Tanto muoio presto e diventerò quello che loro vorranno. Ma la verità è questa: un uomo che ha cercato di scappare da sé stesso e ha scoperto che non si può. Buongiorno."
La porta si chiude. So che tra pochi mesi sarà morto - a Marsiglia, con la gamba amputata, delirante. L'ultimo dei veggenti che ha tradito la sua visione. O forse l'unico che ha avuto il coraggio di andare fino in fondo, anche oltre la poesia, anche oltre sé stesso.
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