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Publié par Angelo Marcotti

Corto Maltese come figura liminale

"Non ho mai appartenenuto a nessun luogo. Forse è per questo che mi sento a casa ovunque."

— Hugo Pratt

C'è una scena, in Una ballata del mare salato, che dice tutto ciò che è necessario sapere su Corto Maltese: un marinaio con un orecchino e un cappello da ufficiale, legato a una zattera, che galleggia alla deriva nell'Oceano Pacifico. Non è un naufragio — o almeno, non solo. È una scelta. Corto non aspetta il salvataggio con l'angoscia di chi ha perso la rotta; la attende con la pazienza di chi sa che la rotta non esiste, e che proprio per questo ogni direzione è ugualmente valida.

Hugo Pratt lo crea nel 1967 per la rivista Sgt. Kirk, e da subito il personaggio sfugge alle categorie. Non è l'eroe classico del fumetto d'avventura — non ha missione, non ha nemici chiaramente identificabili, non protegge nessun ordine costituito. Ma non è nemmeno l'anti-eroe nel senso moderno del termine, quel tipo umano che accumula mancanze come medaglie. Corto ha un codice, anche se non lo enuncia mai esplicitamente. Ha valori, anche se non li predica. Ha una direzione, anche se coincide con l'assenza di destinazione.

Il fumetto come forma narrativa è stato a lungo relegato ai margini della riflessione culturale seria. Pratt è uno dei pochi autori che ha contribuito a ridisegnare questo confine — non reclamando per il fumetto lo status della letteratura alta, ma mostrando che la sequenza di immagini e parole può fare cose che né il romanzo né il cinema riescono a fare da soli. Il tempo rallenta, nei suoi tavoli. Lo spazio si espande oltre la vignetta. Il silenzio occupa più spazio delle parole.

Questa dispensa si propone di leggere Corto Maltese non come personaggio di genere ma come figura filosofica: un archetipo dell'uomo libero che il Novecento ha prodotto senza riuscire del tutto a contenerlo. Non appartiene a nessun luogo, e proprio per questo li attraversa tutti.

2. Genesi e contesto storico

La nascita di un mondo

Corto Maltese compare per la prima volta nell'estate del 1967, in un'Italia che sta vivendo uno dei suoi momenti di più intensa trasformazione culturale. Il '68 è alle porte, le certezze ideologiche si stanno incrinando, e una generazione cerca nuove forme di immaginario in cui riconoscersi. Pratt arriva dall'Argentina, da anni trascorsi a Buenos Aires immerso in una cultura fumettistica raffinata e contaminata dalla letteratura, e porta con sé qualcosa che il fumetto italiano non ha ancora: la capacità di guardare al genere avventuroso senza nostalgia e senza ironia, ma con intelligenza.

L'ambientazione scelta — l'arco temporale che va dall'inizio del Novecento alla fine della Prima guerra mondiale — non è casuale. È un'epoca di fratture: il tramonto dei grandi Imperi, la nascita dei nazionalismi, la fine di un'idea di progresso lineare e rassicurante. I mari del Pacifico, dell'Oceano Indiano, dell'Atlantico sono ancora spazi relativamente non mappati nell'immaginario popolare, ancora carichi di possibilità narrative. E il colonialismo, con la sua violenza e la sua geometria di sfruttamento, è ancora presente come realtà vissuta — non come capitolo chiuso della storia.

Pratt ha letto Conrad, London, Stevenson. Ha assorbito la letteratura d'avventura anglosassone con una voracità che si sente in ogni tavola, ma l'ha digerita in modo da produrre qualcosa di diverso. I suoi personaggi non sono gli eroi bianchi che navigano verso la «civiltà». Sono invece figure che si muovono ai margini, che vedono le contraddizioni del sistema coloniale senza poterle — o volerle — risolvere. Corto incontra guerrieri maori, sciamani amazzonici, filosofi etiopici: non come curiosità etnografiche, ma come interlocutori.

Il confine tra documento storico e invenzione narrativa in Pratt è deliberatamente poroso. Personaggi storici reali — Jack London, Rasputin, Hemingway — compaiono accanto a figure inventate con la stessa naturalezza. Luoghi esistenti vengono trasfigurati da una luce onirica. Date e cronologie vengono piegate alle esigenze della narrazione. Non è imprecisione: è una scelta di metodo. Pratt usa la storia come si usa il sogno — come materiale su cui lavorare, non come norma a cui conformarsi.

* * *

L'autore come viaggiatore

È impossibile separare Corto da Pratt senza impoverire entrambi. Hugo Eugenio Pratt nasce a Rimini nel 1927 da padre veneziano e madre ebrea veneziana, e trascorre l'infanzia in Abissinia, dove il padre lavora per l'amministrazione coloniale italiana. Quella precoce esperienza del «fuori» — del mondo che non è Europa, del paesaggio che non è familiare — plasma in modo permanente la sua visione. Cresce con addosso l'inquietudine di chi appartiene a più luoghi senza appartenere del tutto a nessuno. Esattamente come il personaggio che creerà quarant'anni dopo.

Venezia, la città della madre, diventerà uno dei luoghi centrali del mito di Corto — non come porto d'origine, ma come spazio liminale per eccellenza: una città sull'acqua, sospesa tra terra e mare, tra Oriente e Occidente, tra passato e moderno. Il labirinto dei suoi canali rispecchia il labirinto interiore del personaggio.

3. Identità e libertà

L'eroe senza patria

Corto Maltese è nato a La Valletta, Malta, nel 1887, figlio di un marinaio inglese e di una gitana andalusa che si autodefinisce «strega di Siviglia». È difficile immaginare un'ascendenza più radicalmente nomade, più deliberatamente costruita per escludere ogni possibilità di appartenenza stabile. L'identità di Corto è letteralmente plurale dall'origine: nessuna nazione può rivendicarlo interamente, nessuna tradizione lo contiene, nessuna bandiera lo copre del tutto.

Questa pluralità non è vissuta come lacerazione, ma come condizione naturale. Corto non soffre della propria mancanza di radici nel modo in cui ne soffre il personaggio romantico — non c'è nostalgia, non c'è ricerca di un'appartenenza perduta. C'è, al contrario, una forma di libertà che si esprime proprio nel rifiuto sistematico di ogni inquadramento ideologico. Corto combatte con i bolscevichi in Russia, frequenta anarchici a Zurigo, collabora con rivoluzionari in America Latina — ma non si identifica mai con nessuna di queste cause in modo esclusivo. Prende posizione per gli oppressi, non per le ideologie che pretendono di liberarli.

Il tema della libertà in Corto Maltese non è mai astratto né filosoficamente programmatico. È concreto, praticato, incarnato in scelte specifiche. Quando rifiuta di consegnare un prigioniero a chi lo pagherebbe per farlo, quando aiuta qualcuno senza aspettarsi ricompensa, quando abbandona un'impresa remunerativa perché lo annoierebbe: queste sono le forme concrete della sua libertà. Non la libertà come diritto rivendicato, ma come pratica quotidiana.

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La linea della fortuna

C'è un episodio, nella Ballata del mare salato, di rara densità simbolica: Corto, esaminando il palmo della propria mano, constata che non ha la linea della fortuna. E allora, con un coltello, se ne incide una lui stesso. Il gesto è folle e insieme perfetto: non accettare il destino come dato, non affidarsi alla fortuna come forza esterna, ma costruire il proprio destino con le proprie mani — letteralmente.

È la scena che meglio sintetizza la filosofia di fondo del personaggio. In una tradizione culturale che considera la mano come testo su cui è scritto il futuro, Corto riscrive il testo. Non nega la dimensione del destino — la prende sul serio abbastanza da volerla modificare. Ed è esattamente questo equilibrio tra fatalismo e volontà che rende il personaggio così difficile da incasellare: né determinista né nichilista, né ottimista né rassegnato.

Questa tensione tra destino e scelta percorre l'intera saga. Corto incontra maghi, indovini, oracoli — e li ascolta con serietà, senza prenderli alla lettera. Sa che il futuro ha una forma, ma crede che quella forma possa essere negoziata. È una posizione che assomiglia più a quella di un esploratore che a quella di un filosofo: non teorizza l'avventura, la vive.

4. Viaggio e spazio narrativo

Geografia dell'immaginario

Il viaggio in Corto Maltese non è una struttura narrativa tra le altre: è la struttura narrativa. Non c'è casa da cui partire e a cui tornare, non c'è centro rispetto a cui la periferia si definisca. C'è solo il movimento — e i luoghi che quel movimento attraversa.

Pratt costruisce una geografia del tutto peculiare, in cui lo spazio reale e lo spazio immaginato si sovrappongono senza soluzione di continuità. Venezia è una città reale, con i suoi palazzi e i suoi canali riconoscibili, ma in Pratt diventa anche una città onirica, sospesa fuori dal tempo. L'Oceano Pacifico è un dato geografico, ma nelle tavole della Ballata diventa uno spazio quasi metafisico, privo di orizzonti definiti. L'Africa, il Sud America, la Russia rivoluzionaria: ogni luogo che Corto visita viene trasfigurato dallo sguardo del personaggio — e dall'occhio del disegnatore.

C'è qualcosa di cartografico nell'approccio di Pratt ai luoghi, ma nel senso delle antiche carte nautiche: precise nei contorni, cariche di mostri e leggende negli spazi bianchi. I suoi paesaggi non sono sfondi decorativi — sono personaggi. Il mare, soprattutto, ha una presenza quasi fisica nelle tavole: non come semplice ambientazione, ma come condizione esistenziale. Essere sul mare significa essere in uno spazio che non appartiene a nessuno, che non porta il marchio di nessuna nazione, che è per definizione luogo di transito e non di residenza.

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Il mare come spazio simbolico

Il mare in Corto Maltese non è l'avversario da affrontare né il paradiso da raggiungere. È la condizione normale dell'esistenza — lo spazio in cui Corto si trova più a suo agio, non perché sia un luogo sicuro, ma perché è un luogo onesto. Il mare non mente: mostra esattamente ciò che è, mutevole e imprevedibile, capace di uccidere senza cattiveria e di salvare senza benevolenza.

Questa onestà del mare corrisponde a qualcosa nell'etica di Corto. Anche lui mostra ciò che è, senza nascondersi dietro ruoli o maschere sociali. Non si presenta come buono quando non lo è, non si finge cattivo per convenienza. Il mare, come Corto, chiede di essere affrontato per quello che è — non per quello che si vorrebbe che fosse.

Le tavole ambientate in mare aperto sono tra le più belle dell'intera saga: il segno di Pratt si fa più ampio, più libero, quasi calligrafico. Le navi sembrano sospese in uno spazio privo di gravità. Le nuvole e le onde si confondono. È come se il disegnatore si liberasse, in queste sequenze, di ogni vincolo narrativo per lasciare che l'immagine respiri da sola.

5. Mito e dimensione onirica

Corto e il mito

Una delle caratteristiche più singolari della saga è la compresenza costante di piani di realtà diversi: quello storico-documentario, quello narrativo-avventuroso e quello magico-onirico. Questi piani non si escludono né si spiegano reciprocamente — coesistono, lasciando al lettore la libertà di scegliere quale leggere come dominante.

Corto incontra donne che parlano con i morti, sciamani che controllano la pioggia, oggetti che sembrano avere potere autonomo. Pratt non risolve mai queste situazioni con una spiegazione razionale — ma nemmeno le presenta come soprannaturale puro. Lascia aperta la domanda. E questa apertura è parte essenziale della poetica del personaggio: un uomo che ha viaggiato abbastanza da sapere che il mondo contiene più cose di quante ne preveda qualsiasi sistema di spiegazione.

L'interesse di Pratt per le tradizioni esoteriche — la kabbalah, la massoneria, il pensiero alchemico, le religioni africane, lo sciamanesimo amazzonico — non è ornamentale. È parte di una visione del mondo in cui il confine tra visibile e invisibile è più poroso di quanto la modernità razionalista voglia ammettere. Corto si muove in questo territorio con naturalezza: non credendo in tutto, ma non scartando niente a priori.

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Figure storiche e leggendarie

Uno degli espedienti narrativi più riusciti di Pratt è l'inserimento di personaggi storici reali nel tessuto della saga. Jack London compare come scrittore già famoso e ancora avventuroso. Rasputin — il monaco pazzo dello zar — è un personaggio ricorrente, ritratto con una complessità che sfugge alla caricatura storica. Ernest Hemingway appare come giovane cronista durante la Prima guerra mondiale, prima di diventare il grande scrittore che sarà.

Questi inserimenti non sono semplici camei. Creano una zona di ambiguità in cui il lettore non sa mai con certezza dove finisce la storia e dove inizia l'invenzione. Questa incertezza è produttiva: tiene sveglio lo sguardo, impedisce la passività della lettura di genere, costringe a un'attenzione critica.

Corto stesso è, in un certo senso, una figura storica: appartiene a un'epoca precisa, parla di eventi reali, frequenta luoghi verificabili. Ma è anche, contemporaneamente, un mito — una figura che non potrebbe esistere nella storia ma che la storia sembra esigere. Come se la realtà del Novecento avesse bisogno di qualcuno come lui per essere capita.

 

6. Etica e morale

Un codice personale

Nella tradizione del racconto d'avventura, l'eroe ha di solito un codice morale chiaro: combatte il male, protegge i deboli, rispetta la legge — o almeno una versione superiore di essa. Corto Maltese sfugge a questo schema non perché sia privo di valori, ma perché i suoi valori non si lasciano ridurre a un sistema.

Non c'è in lui la dicotomia netta tra bene e male che struttura il racconto d'avventura classico. C'è invece qualcosa di più simile a una sensibilità morale che si esercita caso per caso, situazione per situazione, senza regole precostituite. Corto sa riconoscere la violenza ingiusta quando la vede — e interviene. Sa riconoscere l'arroganza del potere — e la sfida. Sa riconoscere la dignità degli esclusi — e la rispetta. Ma non lo fa in nome di un principio enunciabile: lo fa perché è fatto così.

L'empatia di Corto verso gli oppressi è una delle costanti più solide della saga. Non importa se si tratta di popoli colonizzati, di ribelli politici, di donne escluse dai giochi del potere, di bambini abbandonati dalla storia: Corto riconosce in loro qualcosa che merita rispetto, e agisce di conseguenza. Ma questa empatia non è sentimentale — non produce lacrime né discorsi. Si traduce in azioni concrete, spesso silenziose, spesso senza testimoni.

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L'ironia come strumento morale

Uno degli aspetti meno analizzati del personaggio è il ruolo dell'ironia nel suo arsenale morale. Corto è un uomo ironico — non cinico, non sarcastico, ma capace di guardare alle cose da un'angolazione leggermente obliqua che le ridimensiona senza negarle. Questa ironia non è distanza emotiva: è una forma di intelligenza che permette di stare nel mezzo delle cose senza esserne travolti.

Quando si trova di fronte a un'ideologia totalizzante — rivoluzionaria, imperialista, religiosa — Corto applica questa ironia come uno strumento di difesa. Non la smonta con argomenti, non la attacca frontalmente: la guarda con un mezzo sorriso che dice «capisco, ma non ci credo del tutto». È una posizione che richiede equilibrio e coraggio: più facile sarebbe abbracciare una causa o un'altra, farsi trascinare dall'entusiasmo collettivo.

L'amicizia, in questo contesto, è forse il solo valore che Corto non mette sotto ironia. I suoi legami con Rasputin — traditore recidivo, personaggio moralmente discutibile — con Bouche Dorée, con Tristan Bantam, con i personaggi che attraversano più volumi, sono trattati con una serietà che contrasta con il tono generale della saga. Come se Pratt stesse dicendo: si può ironizzare su tutto, tranne che su chi si sceglie di amare.

7. Lo stile narrativo

Il silenzio e la parola

Il segno grafico di Pratt è uno dei più immediatamente riconoscibili del fumetto mondiale, e non soltanto per ragioni estetiche. Il modo in cui disegna — con un tratto che alterna la sottigliezza del pennino alla densità dell'inchiostro pieno, con un uso del bianco e nero che crea profondità senza l'ausilio del colore — è anche un modo di pensare il racconto.

I dialoghi in Corto Maltese sono essenziali al punto da sembrare quasi telegrafici. Pratt non spiega, non commenta, non riempie i vuoti. Le sue battute hanno la densità degli aforismi — non perché siano pensate come tali, ma perché ogni parola in più sarebbe una parola in meno che l'immagine potrebbe fare. C'è una fiducia profonda, in Pratt, nel fatto che il disegno possa dire ciò che le parole non dicono. E spesso è così.

Il silenzio, in particolare, è un elemento compositivo consapevole. Ci sono vignette in cui non c'è testo — solo l'immagine, con tutta la sua ambiguità. Ci sono pause tra una sequenza e l'altra che non vengono spiegate. Ci sono sguardi tra personaggi il cui contenuto il lettore deve interpretare da sé. Questa lacunosità non è trascuratezza: è rispetto per l'intelligenza del lettore, e per la complessità dell'esperienza che il fumetto racconta.

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Disegno e parola come unico linguaggio

Una delle distinzioni più superficiali che si possono fare sul fumetto è quella tra la «parte scritta» e la «parte disegnata», come se fossero due linguaggi paralleli che collaborano. In Pratt questa distinzione non tiene. Il segno grafico e la parola scritta sono due aspetti di un unico gesto narrativo: non si può capire il testo senza le immagini, né le immagini senza il testo.

I balloon di Pratt non sono contenitori neutri: la loro forma, la loro posizione nella vignetta, il loro rapporto con le figure contribuiscono al significato. Una battuta scritta in cima a una tavola panoramica di mare aperto ha un peso diverso dalla stessa battuta inscritta in un interno claustrofobico. Pratt lo sa, e costruisce ogni pagina con attenzione architettonica.

Il ritmo della lettura in Corto Maltese è lento — deliberatamente più lento del fumetto d'azione convenzionale. Le tavole non chiamano l'occhio a procedere veloce da una vignetta all'altra: invitano alla sosta, alla riletttura, alla contemplazione. È un ritmo cinematografico nel senso del cinema d'autore, non nel senso del film d'azione.

8. Le figure femminili

Figure femminili e relazioni

Le donne nel mondo di Corto Maltese non sono personaggi di contorno. Sono figure autonome, cariche di storia propria, spesso più lucide degli uomini che le circondano. Pratt costruisce un universo femminile che, per l'epoca e per il genere, è notevolmente insolito: le donne di Corto non aspettano di essere salvate, non si definiscono in relazione ai protagonisti maschili, non incarnano la virtù né il vizio in modo schematico.

Pandora Groovesnore, con la sua intellettualità agitata e il suo desiderio di avventura; Bouche Dorée, la meticcia di origini creole che naviga tra mondi diversi con una disinvoltura che Corto stesso ammira; Morgana, la figura quasi mitologica che riappare in momenti cruciali con la sua sapienza oscura: queste donne non sono complementari a Corto, sono parallele a lui. Hanno i propri percorsi, le proprie ragioni, i propri silenzi.

Il rapporto di Corto con le donne è, in questo senso, specchio del suo rapporto con il mondo: fondato sull'incontro, non sul possesso. Corto non cerca di trattenere nessuno, non prende nulla che non gli venga offerto, non rivendica nulla come proprio. Le relazioni che costruisce — amorose, amicali, intellettuali — hanno la forma degli incontri: intense, significative, e poi finite, come i porti in cui si approda e da cui si riparte.

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L'eros come suggestione

La dimensione erotica in Corto Maltese è presente ma mai esplicita — e questa reticenza non è pudicizia, ma scelta stilistica. Pratt costruisce la tensione erotica attraverso lo sguardo, la postura, la gestualità: non ha bisogno di mostrare per far sentire. E questa economia del desiderio è coerente con la poetica generale del personaggio.

Corto è attraente non perché possegga i tratti convenzionali dell'eroe romantico, ma perché possiede qualcosa di più raro: una libertà autentica che gli altri riconoscono e a cui si sentono attratti. Le donne che incontra capiscono, quasi sempre, che lui non resterà — e lo accettano, perché questa è la condizione del suo essere. Non c'è inganno, non c'è promessa rotta: c'è solo la chiarezza di chi sa cosa può dare e cosa no.

9. Corto e la modernità

Corto Maltese e la modernità

Pubblicato tra il 1967 e il 1992 — anno della morte di Pratt — il ciclo di Corto Maltese copre un arco temporale che attraversa alcune delle trasformazioni culturali più significative del secondo Novecento: il '68, la crisi delle ideologie, la fine dei grandi movimenti collettivi, l'affermarsi di una sensibilità sempre più individualista e insieme sempre più disorientata.

Corto anticipa in modo sorprendente l'uomo postmoderno: diffida delle grandi narrazioni, rifiuta le certezze ideologiche, privilegia l'esperienza diretta sulla teoria, vive il presente senza nostalgia del passato né fiducia cieca nel futuro. Ma a differenza dell'uomo postmoderno nella sua versione più nichilista, Corto non è privo di valori: li ha, semplicemente non li ha ereditati da nessuna tradizione — se li è costruiti strada facendo.

La crisi delle ideologie che percorre il Novecento trova in Corto una risposta che non è rassegnazione né reazione: è una sorta di empirismo etico. Non «quali principi devo seguire?» ma «cosa è giusto fare in questa situazione specifica, con queste persone specifiche, in questo momento specifico?». È una morale situazionale, non relativista — perché Corto ha chiarissima la distinzione tra vittima e carnefice, tra arroganza e dignità — ma non universalista nel senso illuministico del termine.

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Un eroe per il disincanto

Il Novecento ha prodotto eroi impossibili — troppo puri, troppo ideologici, troppo legati a cause che la storia ha poi giudicato con durezza. Corto Maltese è, in questo senso, un eroe per il disincanto: un uomo che non chiede alla storia di dargli ragione, perché non ha mai smesso di essere in cammino.

Questa qualità — la capacità di restare in movimento senza perdere la bussola interiore — è forse ciò che spiega la persistenza del personaggio nell'immaginario collettivo. In un'epoca in cui le certezze si dissolvono e i punti di riferimento si moltiplicano fino a rendersi inefficaci, Corto offre non una risposta ma un metodo: stare nelle cose, osservare, scegliere, muoversi avanti.

Pratt ha detto in più occasioni che Corto è, tra i suoi personaggi, quello a cui somiglia di più — non nei dettagli biografici, ma nello sguardo. Quella strana combinazione di disincanto e meraviglia, di ironia e serietà, di distanza e partecipazione: è uno sguardo che appartiene a chi ha visto abbastanza del mondo da non illudersi su di esso, ma non così tanto da smettere di trovarlo interessante.

 

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