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Publié par Angelo Marcotti

Abstract

La figura di Giuseppe Garibaldi occupa un posto di rilievo assoluto nel pantheon del nazionalismo ottocentesco. Simbolo del Risorgimento, eroe dei due mondi, apostolo della libertà: la storiografia italiana lo ha consegnato alla posterità avvolto in un'aura quasi sacrale. Eppure questa tesi si propone di interrogare proprio quella luce — di esaminare cioè non l'immagine costruita, ma l'uomo in carne e ossa che percorse il Rio Grande do Sul e le pianure orientali dell'Uruguay tra il 1836 e il 1848.

La domanda guida è tanto semplice quanto scomoda: Garibaldi fu davvero un liberatore universale, o piuttosto un attore straniero inserito in conflitti locali di straordinaria complessità, mosso da un intreccio di ideali, opportunismo e necessità biografica? Per rispondere, la tesi adotta una prospettiva deliberatamente eccentrica rispetto alla tradizione italiana: accoglie le voci della storiografia sudamericana — brasiliana e uruguaiana — che da decenni propongono una lettura ben più sobria, e talvolta esplicitamente critica, dell'esperienza garibaldina in America Latina.

Il risultato non è né una demonizzazione né una riabilitazione, bensì una demitizzazione: un tentativo di restituire a Garibaldi la sua piena complessità storica, sottraendolo tanto all'oleografia patriottica quanto alla tentazione opposta di ridurlo a semplice avventuriero.

I. Introduzione

1.1 Obiettivo e impostazione metodologica

Scrivere di Garibaldi significa, prima ancora di aprire un archivio, fare i conti con un'eredità simbolica potente e in larga misura impermeabile alla revisione critica. La storiografia celebrativa italiana ha prodotto, nel corso di quasi due secoli, un corpus di opere che tende a leggere ogni episodio della vita garibaldina — inclusa l'esperienza sudamericana — come prologo necessario all'epopea risorgimentale. In questa prospettiva teleologica, il giovane marinaio fuggito dalla condanna a morte diventa per definizione un precursore, un eroe in formazione, e le guerre del Rio Grande do Sul e dell'Uruguay non sono che la fucina in cui si tempra la virtù del futuro liberatore d'Italia.

La presente tesi muove da una premessa metodologicamente diversa. Rifiuta, anzitutto, la lettura retrospettiva: le guerre sudamericane vengono analizzate per quel che erano, non per quel che sarebbero diventate nella memoria europea. In secondo luogo, privilegia le fonti e le interpretazioni prodotte nei contesti locali — Brasile meridionale e Uruguay — che hanno elaborato sulla figura di Garibaldi giudizi spesso assai distanti da quelli circolanti in Europa. Infine, prende sul serio la domanda sull'autonomia e la coerenza ideologica di Garibaldi: fino a che punto le sue scelte furono dettate da principi, e fino a che punto da calcolo e opportunità?

Demitizzare non significa demolire. Garibaldi rimane, in questa tesi, una figura storicamente rilevante — ma per ragioni più sfumate e meno consolatorie di quelle consegnate dalla tradizione.

1.2 La domanda guida

Garibaldi fu davvero un liberatore universale, o un attore straniero inserito in conflitti locali complessi? La domanda è intenzionalmente provocatoria, poiché costringe a sospendere il giudizio già scritto e a ricominciare dall'evidenza documentaria. Nelle sezioni che seguono si cercherà di risponderle analizzando sistematicamente: il contesto politico dei conflitti sudamericani, il profilo sociologico di Garibaldi come combattente straniero, le sue pratiche militari concrete, il trattamento delle popolazioni civili, e infine la costruzione postuma del mito.

II. Contesto storico: un labirinto di guerre locali

2.1 La Rivoluzione Farroupilha (1835–1845)

Quando Garibaldi sbarca a Rio Grande do Sul nel 1836, la provincia è da un anno teatro di una delle più lunghe rivoluzioni dell'America del Sud: la cosiddetta Guerra dei Farrapos, o Rivoluzione Farroupilha. La storiografia nazionalista brasiliana, e ancor più quella riograndense, ha a lungo letto questo conflitto come una guerra di liberazione, espressione dell'identità culturale e politica del Sul contro il centralismo imperiale di Rio de Janeiro. Questa interpretazione, tuttavia, è stata sottoposta a revisione critica negli ultimi decenni.

Luiz Felipe de Alencastro ha mostrato come la Farroupilha fosse prima di tutto una guerra di élites rurali — gli estancieiros, proprietari di grandi fazendas — che difendevano i propri interessi economici: la libertà di commercio per il charque (carne secca), soggetta a dazi che la rendevano meno competitiva rispetto al prodotto rioplatense. L'ideologia repubblicana dei capi farroupilhas era reale, ma si intrecciava inestricabilmente con ragioni di classe e di profitto. La dimensione sociale della guerra era altrettanto contraddittoria: i farroupilhas combattevano in nome della libertà ma si servivano di schiavi e incorporavano battaglioni di affrancati — i lancieri neri — con promesse di emancipazione che sarebbero state sistematicamente disattese. L'accordo di pace del 1845, il cosiddetto Poncho Verde, sancì la reintegrazione nel Brasile imperiale senza liberazione degli schiavi.

In questo labirinto di interessi e contraddizioni fa il suo ingresso Garibaldi. È importante notare che egli non sceglie la causa farroupilha per una deliberata valutazione ideologica: la sua adesione è quasi accidentale, frutto di contatti con esuli mazziniani e di una condizione di sbando che lo rende disponibile a qualunque causa che gli offra un ruolo. Come ha osservato Juremir Machado da Silva, Garibaldi arriva in un conflitto che non capisce pienamente, di cui padroneggia con difficoltà la lingua e di cui ignora le profonde radici locali.

2.2 La Guerra Grande in Uruguay (1839–1851)

La seconda grande guerra in cui Garibaldi è coinvolto è il conflitto uruguaiano — noto come Guerra Grande — che oppone il Partido Colorado di Fructuoso Rivera al Partido Blanco di Manuel Oribe, sostenuto dall'Argentina di Juan Manuel de Rosas. Anche qui la complessità supera di gran lunga le semplificazioni europee che vollero leggere il conflitto come uno scontro tra libertà e dispotismo, tra civiltà e barbarie.

La Guerra Grande era anzitutto una guerra di fazioni — le facciones orientales — in cui interessi economici, rivalità personali e geopolitica regionale si intrecciavano con l'intervento di potenze straniere: non solo l'Argentina di Rosas, ma anche il Brasile imperiale, la Gran Bretagna e la Francia, che avevano forti interessi commerciali nel Rio della Plata. La difesa di Montevideo — la cosiddetta Nueva Troya, secondo la propaganda europea — era sostenuta materialmente da Londra e Parigi, che non volevano vedere il porto rioplatense sotto il controllo di Rosas. Come sottolinea Ana Ribeiro, storica uruguaiana, la lettura del conflitto come guerra di libertà fu in larga misura una costruzione ideologica funzionale agli interessi delle potenze europee e delle fazioni locali che cercavano legittimazione internazionale.

Carlos Demasi ha insistito in modo particolare su un punto spesso trascurato: Garibaldi e la sua Legione Italiana non erano un'espressione della volontà popolare uruguaiana, ma una truppa straniera assoldada dal governo di Montevideo in un momento di estrema difficoltà militare. La loro presenza era tollerata e utilizzata, non sentita come espressione di una solidarietà ideale condivisa.

In sintesi: Garibaldi entra in guerre che non nascono da ideali universali, ma da equilibri locali, interessi economici e dinamiche di potere regionali. La sua stessa partecipazione è il prodotto di una contingenza biografica, non di una scelta ideologica matura. Questa premessa è essenziale per comprendere correttamente tutto ciò che seguirà.

III. Garibaldi come "foreign fighter"

3.1 Il fenomeno dei volontari stranieri nell'Ottocento

Il concetto contemporaneo di foreign fighter — il combattente che si reca volontariamente a combattere in un conflitto straniero — ha una storia lunga che attraversa il XIX secolo. Le guerre di indipendenza latinoamericane furono un catalizzatore formidabile di mobilità militare transnazionale: veterani napoleonici, ufficiali britannici e irlandesi, fuoriusciti europei di ogni nazione presero parte ai conflitti del continente americano per ragioni che spaziavano dall'ideale alla necessità economica. Garibaldi si inscrive perfettamente in questa sociologia del combattente errante.

Quando lascia l'Italia nel 1834, dopo la condanna a morte in contumacia per attività cospirativa mazziniana, Garibaldi non ha un progetto strategico chiaro. Naviga nel Mediterraneo, poi nell'Atlantico, approda in Tunisia, fa scalo in varie città brasiliane. La sua partecipazione alla Farroupilha non è il frutto di una riflessione ideologica compiuta, ma il prodotto di un incontro — a Taganrog, poi a Marsiglia, poi a Rio — con la rete degli esuli mazziniani che lo convinsero della causa riograndense come palestra di rivoluzione universale. Il movimento mazziniano aveva effettivamente una dimensione internazionale genuina: la Giovine Europa predicava la solidarietà tra i popoli oppressi. Ma tradurre questo universalismo astratto nella concreta realtà di una guerra di estancieiros era un'operazione ideologicamente fragile.

3.2 Tra rivoluzione e opportunità

Il profilo di Garibaldi in questa fase della sua vita è quello di un uomo in cerca di una causa che gli permetta di sopravvivere, acquisire competenze militari e costruire una reputazione. Non si tratta di cinismo: Garibaldi credeva sinceramente negli ideali della libertà dei popoli. Ma credenza e opportunismo non si escludono a vicenda, e la sua traiettoria sudamericana mostra con chiarezza come le sue scelte fossero determinate da un intreccio inestricabile di ideali e necessità pratiche.

In Brasile, Garibaldi vive una condizione economica precaria: si mantiene con il commercio di bestiame e manifesta una mobilità che riflette tanto l'instabilità del teatro di guerra quanto la sua mancanza di radicamento locale. In Uruguay la situazione migliora: viene incaricato del comando della Legione Italiana e ottiene uno status militare riconoscibile. Ma anche qui le sue decisioni operative riflettono i vincoli imposti dalla situazione più che i dettami di una coerente visione strategica.

Ciò che emerge dal confronto tra le fonti europee e quelle sudamericane è un divario interpretativo significativo. La storiografia italiana tende a leggere le scelte di Garibaldi come sempre deliberate e ideologicamente motivate; la storiografia brasiliana e uruguaiana le legge come risposte pragmatiche a un contesto che lui non dominava pienamente. La verità è probabilmente nel mezzo: Garibaldi era un attore transnazionale capace di adattamento, che sapeva usare la retorica degli ideali per costruire un'identità pubblica coerente, ma le cui azioni concrete erano spesso determinate dalle contingenze.

IV. La dimensione militare: tra guerriglia e corsa

4.1 Le attività navali e corsare

Una delle pagine meno raccontate della biografia garibaldina riguarda le sue attività navali in Brasile. Garibaldi comanda una piccola flottiglia al servizio della Repubblica Rio-Grandense, il governo secessionist farroupilha. Queste operazioni navali mescolano obiettivi militari con pratiche che la storiografia critica ha definito di corso — ovvero attività di pirateria o depredazione autorizzata, in un'epoca in cui il confine tra le due cose era spesso labile.

La cattura del Luigina nel 1837, la battaglia navale di Imbituba, le operazioni lungo la costa brasiliana: Garibaldi agisce in un contesto in cui la guerra navale irregolare era strumento comune di pressione economica e militare. Juremir Machado da Silva ha dedicato un'analisi puntuale a queste operazioni, sottolineando come la loro logica fosse meno quella di combattere per un ideale che non quella di infliggere danni economici al nemico e procurarsi risorse materiali per la causa. Il saccheggio del borgo di Laguna nel 1839 è emblematico: Garibaldi prende il controllo della città con una forza armata, vi impone la sovranità farroupilha e provvede a procurarsi viveri e materiali per la flottiglia.

4.2 Tattiche irregolari e struttura disciplinare

Sul piano delle tattiche terrestri, Garibaldi si rivela un combattente esperto di guerra irregolare — guerriglia, imboscate, rapide incursioni — ma la struttura disciplinare delle sue truppe rimane debole. Le testimonianze dell'epoca, incluse le sue stesse memorie scritte con la collaborazione di Alexandre Dumas, descrivono un corpo combattente eterogeneo, composto da volontari di diverse nazionalità, di difficile coesione e talvolta di dubbia affidabilità.

In Uruguay, la Legione Italiana — che conta a vari momenti tra i cinquecento e i mille uomini — combatte bene in alcune operazioni (San Antonio nel 1846 è spesso citata come episodio di rilievo), ma soffre di defezioni, mancanza di paghe regolari e tensioni interne. Garibaldi esercita su di essa un'autorità più carismatica che formale, e questo carisma — indiscutibile — non risolve i problemi strutturali di un corpo militare improvvisato.

La tesi parziale che si impone è chiara: Garibaldi agisce più come capo militare pragmatico che come puro idealista. Le sue virtù — coraggio personale, capacità di motivare gli uomini, intuizione tattica — sono reali; ma la dimensione eroica consegnata dalla tradizione sovrappone a queste qualità concrete una coerenza e una purezza che i documenti non sempre supportano.

 

V. Violenza, requisizioni e realtà della guerra

5.1 Saccheggi, requisizioni e popolazioni civili

Qualunque storia militare onesta dell'Ottocento deve fare i conti con la violenza di guerra come dato strutturale, non come eccezione. Gli eserciti del XIX secolo — regolari o irregolari, repubblicani o imperiali — praticavano comunemente il foraggiamento coatto, la requisizione di bestiame e viveri, l'imposizione di contribuzioni alle popolazioni locali. Garibaldi non fa eccezione, e non sarebbe corretto pretenderlo.

Le requisizioni operate dalla flottiglia garibaldina lungo le coste brasiliane, le imposizioni ai villaggi del Rio Grande do Sul, le operazioni in Uruguay: tutto ciò si inscrive in una logica di guerra di sussistenza comune all'epoca. Le truppe di Garibaldi — spesso pagate in modo irregolare, prive di un'infrastruttura logistica stabile — vivevano in larga misura del territorio. La sofferenza delle popolazioni civili era reale, documentata, e non sostanzialmente diversa da quella inflitta dagli eserciti avversari.

Né Juremir Machado da Silva né Ana Ribeiro pretendono di fare di Garibaldi un despota o un criminale di guerra. Il punto è più sottile: la storiografia celebrativa italiana ha costruito un'immagine di Garibaldi come combattente che porta la guerra senza portare la sua brutalità — un paradosso che non regge all'esame delle fonti. L'esercito di Garibaldi faceva guerra come si faceva guerra nel suo tempo e nel suo contesto. Questa normalizzazione non è né una condanna né un'assoluzione: è semplicemente la restituzione di una verità documentaria che il mito aveva rimosso.

5.2 Una lettura critica non demonizzante

Occorre tuttavia evitare la trappola speculare a quella del mito: non si tratta di sostituire all'eroe il criminale. La violenza dell'esercito garibaldino non era eccezionale per standard dell'epoca; i suoi avversari si comportavano in modo simile o peggiore. L'incorporazione dei lancieri neri farroupilhas e la promessa — tradita — della loro emancipazione coinvolgono strutturalmente la causa repubblicana, non solo Garibaldi. La realtà della guerra ottocentesca latinoamericana era brutale per tutti i suoi attori.

Garibaldi non è un'eccezione morale, né in senso positivo né in senso negativo: è perfettamente integrato nella violenza del suo tempo. Questa constatazione è storicamente più precisa e intelectualmente più onesta dell'alternativa agiografica.

VI. Il mito costruito: dall'America all'Europa

6.1 Il ruolo della stampa europea

La costruzione del mito garibaldino è un fenomeno culturale di straordinario interesse che precede la spedizione dei Mille e affonda le sue radici proprio nell'esperienza sudamericana. Quando Garibaldi rientra in Europa nel 1848, è già una figura nota nei circoli liberali del continente: giornali francesi, inglesi e italiani hanno riportato notizie delle sue imprese americane, spesso in modo celebrativo ed emotivamente colorato. Questa precoce circolazione mediatica è tutt'altro che spontanea.

La rete mazziniana aveva tutto l'interesse a costruire figure esemplari che incarnassero concretamente l'ideale della fratellanza universale dei popoli: Garibaldi — con la sua biografia romanzesca, la sua presenza fisica imponente, la sua capacità di farsi ritrarre — era materiale biografico di straordinaria qualità narrativa. La stampa liberale europea, sempre in cerca di simboli della lotta contro la reazione, ne amplificò le gesta e ne semplificò le contraddizioni.

6.2 L'autobiografia come atto politico

Le memorie di Garibaldi — dettate in varie versioni nel corso degli anni, pubblicate nella forma più nota con la collaborazione di Alexandre Dumas — sono un documento politico prima che storico. Dumas era un narratore di professione, con uno straordinario senso del ritmo e del colore: la sua mano è chiaramente riconoscibile nella trasformazione di episodi militari modesti in sequenze di alta tensione drammatica. L'avventura di Anita, la donna che diventerà la compagna di Garibaldi in Brasile, viene narrata come romanzo d'amore eroico; le sconfitte vengono presentate come prove di un destino che si sta compiendo; le motivazioni di ogni scelta vengono sempre ricondotte a principi universali.

Il Garibaldi che conosciamo è quindi anche — e forse soprattutto — un prodotto editoriale. Questo non significa che la sua figura storica sia inventata: significa che tra il Garibaldi che combatté nel Rio Grande do Sul e il Garibaldi che entra nei libri di storia si interpone uno schermo di narrazione deliberatamente costruita. La storiografia critica ha il dovere di nominare questo schermo e di chiedersi cosa si trovi al di là.

VII. Lo sguardo sudamericano

7.1 Luiz Felipe de Alencastro

La storiografia brasiliana ha prodotto contributi fondamentali per una revisione della figura garibaldina. Luiz Felipe de Alencastro, nel suo monumentale studio O trato dos viventes (2000) dedicato alla formazione del Brasile atlantico attraverso la tratta degli schiavi, offre un quadro della Farroupilha che ridimensiona radicalmente la lettura ideologica del conflitto. Alencastro mostra come le strutture economiche della società schiavista del Rio Grande do Sul fossero non solo compatibili con la rivoluzione farroupilha, ma ne costituissero in larga misura il presupposto materiale. In questo contesto, la presenza di un combattente straniero che lottava per la libertà dei popoli aveva un significato ideologico ambiguo: di quale libertà si trattava, se i lancieri neri che combattevano sotto le stesse bandiere sarebbero stati restituiti alla schiavitù?

7.2 Juremir Machado da Silva

Juremir Machado da Silva ha dedicato a Garibaldi una delle analisi più sistematiche e criticamente elaborate prodotte dalla storiografia brasiliana recente. In A origem da tempestade (2017), Machado da Silva decostruisce con rigore documentario la narrazione celebrativa delle imprese garibaldine nel Rio Grande do Sul. Tra i suoi contributi più significativi vi è la ricostruzione dettagliata delle operazioni navali corsare, che egli definisce senza eufemismi come pirateria autorizzata, e l'analisi della brutalità ordinaria della guerra farroupilha, da cui Garibaldi non si distingue in modo sostanziale. Machado da Silva respinge esplicitamente l'ottica eurocentrica che ha dominato la storiografia garibaldina, proponendo una lettura che parte dalle conseguenze dell'azione di Garibaldi sulla società locale piuttosto che dai suoi proclamati ideali.

7.3 Ana Ribeiro e Carlos Demasi

Dal versante uruguaiano, Ana Ribeiro e Carlos Demasi hanno offerto prospettive convergenti. Ana Ribeiro, in Los tiempos de Herrera (2006), ricostruisce la Guerra Grande nella sua complessità geopolitica, mostrando come la partecipazione straniera — francese, britannica, italiana — fosse parte di un disegno di potenza che poco aveva a che fare con la solidarietà ideale tra i popoli. La Legione Italiana di Garibaldi era, in questa lettura, una pedina su una scacchiera determinata da interessi che Garibaldi stesso probabilmente non capiva pienamente.

Carlos Demasi ha insistito sulla necessità di storicizzare la percezione uruguaiana di Garibaldi: nella memoria collettiva dell'Uruguay, egli non occupa lo stesso posto eroico che occupa in Italia. La sua figura è quella di un combattente straniero che servì efficacemente una causa — quella del Partido Colorado e del governo di Montevideo — senza per questo incarnare un valore nazionale. La monumentalizzazione garibaldina in Uruguay è un fenomeno relativamente tardo, in larga misura importato o ispirato dalla pressione della diaspora italiana, non un'espressione organica della memoria storica locale.

VIII. Garibaldi e l'opportunità politica

8.1 La scelta dei fronti di combattimento

Un esame attento delle scelte di Garibaldi mostra una consistente capacità di orientarsi verso i fronti che gli offrivano visibilità, risorse e possibilità di costruzione di capitale simbolico. La scelta della causa farroupilha non fu casuale: essa era legata alle reti mazziniane che Garibaldi frequentava, ma fu anche la causa che gli offriva la possibilità di un comando navale in un contesto di guerra dove la sua competenza marinara aveva un valore diretto. La scelta di passare all'Uruguay — con la progressiva marginalizzazione dei farroupilhas — riflette non solo la fedeltà a una causa ma anche la valutazione pragmatica delle possibilità concrete.

In Uruguay, Garibaldi ottiene un riconoscimento formale: il comando della Legione Italiana, un rango ufficiale nell'esercito di Montevideo, e — elemento non secondario — una piattaforma di visibilità internazionale. La difesa di Montevideo era seguita dalla stampa europea: combattere per la Nueva Troya significava costruire una reputazione che avrebbe avuto valore al ritorno in Europa. Questa consapevolezza non era secondaria nelle sue decisioni.

8.2 Ideologia e convenienza: una dialettica irrisolta

Sostenere che Garibaldi fosse un puro opportunista sarebbe tanto errato quanto sostenere che fosse un puro idealista. La dialettica tra ideologia e convenienza è costitutiva della sua personalità storica, e semplificarla in un senso o nell'altro significa falsarne il profilo. Egli credeva genuinamente negli ideali mazziniani della fratellanza universale dei popoli; credeva nella necessità di combattere il dispotismo; aveva un coraggio personale indiscutibile e una lealtà alle cause che aveva abbracciato. Ma era anche un uomo che aveva bisogno di sopravvivere, di affermarsi, di costruire un futuro per sé e per la propria famiglia — e queste necessità biologiche e biografiche orientavano le sue scelte tanto quanto i principi.

La continuità tra l'esperienza sudamericana e il successivo successo italiano è rilevante in questo senso: le competenze militari, il carisma di comando, la rete di relazioni, la reputazione internazionale — tutto ciò che Garibaldi costruisce in Sud America diventa il capitale che gli permette di giocare un ruolo decisivo nel Risorgimento. Questa continuità non fu accidentale: Garibaldi era consapevole del suo valore e sapeva come metterlo a frutto.

IX. Confronto con il mito italiano

9.1 Due memorie, una figura

Il divario tra la memoria italiana e quella sudamericana di Garibaldi è di per sé un dato storico di grande interesse. In Italia, Garibaldi è eroe fondativo: la sua figura è incorporata nel pantheon nazionale con una forza simbolica che resiste alle revisioni critiche e che ha prodotto — e continua a produrre — un'agiografia sostanzialmente impermeabile. Strade, piazze, monumenti, manuali scolastici: il Garibaldi italiano è un dato dell'immaginario collettivo prima ancora che della storiografia.

In Brasile e Uruguay, la situazione è radicalmente diversa. Garibaldi è una figura nota ma non centrale nella memoria nazionale: un combattente straniero che partecipò a conflitti locali, la cui presenza viene ricordata con un misto di rispetto e ambivalenza. La monumentalizzazione garibaldina nelle città brasiliane e uruguaiane — lì dove esiste — è in larga misura il prodotto della pressione della diaspora italiana, non di un riconoscimento organico da parte delle comunità locali.

9.2 La memoria storica come costruzione culturale

Questo divario è istruttivo perché mostra con chiarezza che la memoria storica non è mai un dato neutro: è sempre una costruzione culturale, determinata dai bisogni simbolici del presente tanto quanto dalle evidenze del passato. L'Italia unificata aveva bisogno di eroi fondativi; Garibaldi incarnava perfettamente le qualità richieste — coraggio, dedizione alla causa, dimensione internazionale — e la sua figura venne costruita di conseguenza. Le incongruenze, le contraddizioni, le violenze ordinarie della sua esperienza militare vennero sistematicamente rimosse o reinterpretate.

Il Brasile post-coloniale e l'Uruguay indipendente avevano invece bisogni simbolici diversi: le loro memorie nazionali erano costruite attorno a figure locali, e un combattente straniero — per quanto valoroso — non poteva occupare lo stesso posto nell'immaginario collettivo. Da qui la sobrietà — e talvolta la diffidenza — con cui le storiografie sudamericane hanno trattato la figura garibaldina.

Confrontare queste due memorie non significa decretare quale sia quella vera: significa riconoscere che entrambe sono produzioni culturali, e che la storia critica ha il compito di de-naturalizzare entrambe, restituendo alla figura di Garibaldi la sua piena complessità.

X. Conclusione: demitizzare non significa demolire

10.1 Sintesi

Al termine di questo percorso, è possibile rispondere alla domanda guida con la precisione che la storiografia richiede. Garibaldi non fu né un liberatore universale nel senso pieno dell'espressione — ovvero un combattente mosso esclusivamente da ideali puri, indifferente alle contingenze materiali e alle opportunità personali — né un semplice avventuriero in cerca di fortuna in terre lontane. Fu qualcosa di più complesso e storicamente più interessante: un combattente transnazionale che seppe intrecciare ideali sinceri con necessità biografiche reali, che costruì una reputazione militare in contesti locali che non dominava pienamente, e che divenne — grazie anche a un'intelligente gestione della propria immagine pubblica — il simbolo di un'epoca.

L'esperienza sudamericana è centrale in questa storia non come prologo dell'epopea risorgimentale, ma come episodio autonomo che vale la pena di studiare per quel che fu: un'avventura militare complessa, svoltasi in contesti di guerra brutale e ideologicamente ambigua, in cui Garibaldi diede prova di coraggio e capacità, ma anche di pragmatismo, di violenza ordinaria e di costruzione deliberata di una narrativa pubblica.

10.2 Demitizzare: un atto storiografico necessario

Demitizzare Garibaldi è un atto storiografico necessario, non una provocazione gratuita. Significa restituire alla figura storica la sua complessità, sottraendola alla doppia trappola dell'agiografia e della demonizzazione. Significa anche riconoscere che le storiografie sudamericane — brasiliana e uruguaiana — hanno prodotto contributi di grande valore che la storiografia italiana tende ancora a ignorare o marginalizzare. L'adozione di una prospettiva decentrata, attenta alle voci locali e critica nei confronti dell'eurocentrismo, è condizione necessaria per fare storia in modo davvero rigoroso.

La figura di Garibaldi non ne esce diminuita: ne esce più umana, e quindi più storicamente vera. Un uomo in carne e ossa, con le sue virtù e le sue contraddizioni, plasmato tanto dalle sue azioni quanto dal racconto successivo — e forse proprio per questo più degno di riflessione critica di quanto non lo sia il monumento di marmo che lo ha sostituito nell'immaginario nazionale.

"L'eroe dei due mondi nasce in Europa. In Sud America, Garibaldi era ancora soltanto un uomo in cerca di un destino."

Note bibliografiche e fonti

Storiografia sudamericana

Alencastro, Luiz Felipe de. O trato dos viventes: formação do Brasil no Atlântico Sul, séculos XVI e XVII. São Paulo: Companhia das Letras, 2000.

 

Demasi, Carlos. La lucha por el pasado. Historia y nación en Uruguay (1920–1930). Montevideo: Trilce, 2004.

 

Machado da Silva, Juremir. A origem da tempestade: Garibaldi, o corsário revolucionário. Porto Alegre: L&PM, 2017.

 

Ribeiro, Ana. Los tiempos de Herrera: la diplomacia uruguaya, 1830–1855. Montevideo: Linardi y Risso, 2006.

Fonti primarie

Garibaldi, Giuseppe. Memorie. A cura di Alexandre Dumas. Milano: Sonzogno, 1860. [Edizione critica a cura di Denis Mack Smith, Torino: Einaudi, 1982]

 

Garibaldi, Giuseppe. Epistolario. 3 voll. Roma: Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1973–1978.

Storiografia italiana e generale

Banti, Alberto Mario. La nazione del Risorgimento: parentela, santità e onore alle origini dell'Italia unita. Torino: Einaudi, 2000.

 

Mack Smith, Denis. Garibaldi: A Great Life in Brief. New York: Knopf, 1956.

 

Riall, Lucy. Garibaldi: Invention of a Hero. New Haven: Yale University Press, 2007.

 

Ridley, Jasper. Garibaldi. London: Constable, 1974.

Su mito e memoria

Hobsbawm, Eric — Ranger, Terence (a cura di). The Invention of Tradition. Cambridge: Cambridge University Press, 1983.

 

Nora, Pierre (a cura di). Les lieux de mémoire. 3 voll. Paris: Gallimard, 1984–1992.

 

Anderson, Benedict. Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism. London: Verso, 1893

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