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Ero io, con il cuore che martellava a mille, e la macchina da scrivere che ticchettava come un treno lanciato nel buio, e il jazz che mi spingeva avanti – Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bop Bop Bop – parole che scivolavano giù come benzina incendiata, e io le catturavo al volo perché non c’era tempo, non c’è mai tempo quando sei sulla strada.
Ho infilato quel rotolo di carta da trentasei metri nella mia Underwood e ho scritto senza alzarmi, senza dormire, senza respirare quasi, mentre la notte americana scorreva sotto le mie dita, una notte fatta di fari e stazioni di servizio e sogni infranti e ragazzi con gli occhi rossi che volevano solo correre, correre più veloce di qualsiasi dolore.
Dean Moriarty – Neal – era il mio fratello, il mio demone, il mio angelo caduto. Lo guardavo al volante, le mani che vibravano, lo sguardo perso e febbrile, e sapevo che stava bruciando dall’interno, più in fretta di tutti noi. “ Le uniche persone per me sono i dementi”, scrivevo, e le parole esplodevano come petardi nella notte, e io stesso ero un demente, uno che voleva bruciare fino all’ultimo, fino a restare cenere.
La strada mi chiamava, sempre. Era polvere e vento e pioggia che ti entra negli occhi, era il rombo del motore, era il jazz che ti pulsa nelle vene. Ero Sal Paradise ma ero anche Jack Kerouac, e non c’era distinzione quando spingevo la mia anima fino all’orlo, cercando Dio o forse solo me stesso, in qualche diner illuminato al neon o in un motel dove le pareti sudavano solitudine.
E poi venne il successo, la gente che mi chiamava maestro, profeta, simbolo di qualcosa che non avevo mai voluto rappresentare. Io volevo solo scrivere, solo raccontare quella febbre di vita che ci aveva consumati, e invece ero lì a guardare la mia immagine riflessa in mille specchi storti, incapace di riconoscermi.
La strada era la vita. Ma ogni strada, lo sapevo, prima o poi finisce in un vicolo cieco.














