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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


JORGE LUIS BORGES, L'UOMO CHE CAMMINAVA NEI LABIRINTI

Publié par Angelo Marcotti sur 11 Juillet 2025, 10:10am

Catégories : #Autori sotto la Lente

A Buenos Aires, negli anni in cui le strade erano ancora battute da carretti e ombre di tango, c’era un uomo che sembrava venuto da un altro mondo. Camminava lentamente, il bastone a sfiorare i ciottoli, come se ogni passo fosse un tentativo di tracciare un sentiero in un labirinto invisibile. Gli occhi, ormai velati dalla cecità, cercavano orizzonti che nessun altro vedeva. Jorge Luis Borges non era soltanto uno scrittore: era un viaggiatore dell’infinito, un esploratore di specchi, un cercatore di segreti.

L’universo,” diceva, “è un labirinto senza centro.” E lui, con voce calma e sottile ironia, invitava chiunque a seguirlo lungo quei corridoi di carta e sogno.

Nella sua stanza, Borges amava parlare con i libri come fossero amici di vecchia data. La biblioteca era il suo regno: pile di volumi ordinati secondo una logica che solo lui conosceva, lettere che, unite, creavano universi. Le dita sfioravano la costa di un’edizione logora del Don Chisciotte e sembrava quasi accarezzare la spalla di un compagno di viaggio.

Vedi,” diceva a un giovane studente venuto a fargli visita, “il cavaliere di Cervantes è un pazzo, ma la sua follia è la più grande saggezza. Lui cerca castelli dove ci sono locande, principesse dove ci sono contadine. Eppure… senza quella follia, il mondo sarebbe insopportabilmente banale.”

Lo studente annuiva, intimidito dal tono pacato e dalla presenza magnetica di quell’uomo che, nonostante la fragilità del corpo, trasmetteva la forza di un visionario.

Borges era un uomo di contrasti. Difendeva il laicismo con la stessa delicatezza con cui parlava di Dio. Realista fino al midollo eppure capace di evocare magie che sembravano più vere della realtà. Occidentale ed orientale, europeo e americano, senza mai smettere di amare le strade polverose della sua Buenos Aires.

Non apparteneva a nessuna bandiera. Non si lasciava trascinare dalle ideologie, e per questo fu guardato con sospetto da tutti: troppo libero per la destra, troppo indipendente per la sinistra. Né il clero né i militanti atei riuscivano ad appropriarsi della sua voce. Forse per questo motivo non ricevette mai il Nobel per la Letteratura. Ma a lui, in fondo, non importava.
“La gloria è una cosa segreta,” sussurrava. “E forse la più alta forma di riconoscimento è essere dimenticati.”

Lo immagino, Borges, seduto su una poltrona consunta mentre fuori la pioggia batte lenta sui vetri. Sta raccontando di un uomo che scopre di essere il sogno di qualcun altro. Le parole scorrono come un fiume antico, e la stanza si riempie di specchi, tigri, biblioteche infinite.

Il falso plagio di me stesso,” sorride, “è la mia migliore invenzione.” La fantasia e l’erudizione danzano insieme, la cultura enciclopedica diventa gioco. Borges non scriveva solo libri: costruiva mondi interi, frammenti di un universo che nessuno avrebbe potuto mappare del tutto.

Era un cavaliere senza armatura. Niente spade, niente rivoluzioni. Solo la parola, affilata come una lama. Come Don Chisciotte, combatteva mulini a vento che, forse, erano davvero giganti. Usava la finzione per parlare di verità, mostrava l’infinito con una semplice frase, come se un singolo segno grafico potesse spalancare porte su dimensioni segrete.

L’artista,” diceva, “non ha bisogno di vittorie: ha bisogno di libertà.”

E in quella libertà Borges continuava a camminare, passo dopo passo, anche quando la luce del mondo esterno gli era venuta meno. Non aveva più bisogno degli occhi per vedere: aveva imparato a leggere direttamente nel cuore dell’universo.

Così, quando oggi apriamo un suo libro e sfogliamo le pagine con le dita esitanti, possiamo sentire la sua voce. Un sussurro che sembra dire:
“Seguimi. Ti mostrerò che il tempo non esiste, che lo spazio è un’illusione, che siamo tutti sogni fatti da altri sogni. Ma soprattutto ti mostrerò che, dietro tutto, c’è una meraviglia che nessuno può definire.”

Jorge Luis Borges, l’uomo che camminava nei labirinti, non se n’è mai andato davvero. È ancora qui, ogni volta che osiamo sporgere lo sguardo sull’orlo dell’abisso.


 

 

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