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Nella penombra del suo studio, Thomas Mann fissava la pagina ancora bianca. Il fumo della sigaretta disegnava arabeschi sospesi, mentre la mente si accendeva di un pensiero scomodo, bruciante come un colpo di pistola: “La democrazia è disgustosa.”
Lo aveva scritto anni prima, con quella lucidità d’acciaio che apparteneva solo a lui. Era il 1919 quando pubblicò Considerazioni di un impolitico, un libro che sembrava uscito da un laboratorio di esplosivi: feroce, aristocratico, pronto a scardinare ogni certezza del mondo “civilizzato”. Non era un’opera nata per accarezzare il lettore; era un grido contro l’ideologia del progresso, contro l’uguaglianza che – diceva – “accoglie il diverso ma annienta la diversità”.
Austero e insondabile, Mann era già un uomo che scriveva contro il suo tempo. A soli 54 anni aveva conquistato il Nobel, aveva dato vita a romanzi-mondo come I Buddenbrook e La montagna incantata, e perfino un racconto perfetto come La morte a Venezia. Eppure non era soddisfatto. La sua penna non cercava il consenso, cercava la vertigine.
“L’artista non può vivere in una democrazia,” scriveva nel suo diario con la solita prosa metallica e tagliente. “La democrazia è mediocrità, è odio per ogni superiorità, è la nausea della vera autorità. Solo chi si sporca nell’abisso può creare bellezza.”
Mann aveva sempre avuto un debole per San Sebastiano: il giovane trafitto dalle frecce, sorridente nella sofferenza. Era quella la sua estetica: grazia nella disperazione, ordine nel caos. Con Hitler in ascesa, decise di lasciare la Germania per la Svizzera, poi per l’America. Morì a Zurigo nel 1955, lontano dalla sua patria eppure ancora ossessionato da un’idea: lo Stato moderno è un mostro senz’anima, che riduce l’uomo a ingranaggio.
In Considerazioni di un impolitico, Mann aveva raccontato la sua ribellione:
“Non credo che il destino dell’uomo si esaurisca nell’attività pubblica e sociale; anzi, trovo quest’idea inumana. Religione, filosofia, arte: queste esistono accanto e sopra lo Stato, spesso in conflitto con esso.”
Non era un moralista, non era un pedante, ma un avventuriero dello spirito. L’artista, per lui, doveva restare libero di esplorare abissi e deviazioni, anche a costo di scandalizzare.
“Un artista resta fino all’ultimo un zingaro, amante del pericolo, allergico a qualunque verità definitiva.”
Oggi, negli Stati Uniti, quel libro è tornato a circolare sotto un altro titolo: Reflections of a Nonpolitical Man. Ma il pubblico, abituato a ridurre ogni cosa a morale e ideologia, fatica a comprenderlo. “La democrazia salvaguarda la libertà dell’arte”, scrivono i critici, come se bastasse una formula a neutralizzare la pistolettata che quel libro rappresenta.
Thomas Mann non si sarebbe stupito. Lui sapeva che il vero artista è un corpo estraneo, un virus per il potere. “Che i codardi vadano a votare,” avrebbe scritto con un sorriso amaro, “l’artista, eletto, duella.”
E così, nella sua stanza invasa dal fumo, la pagina bianca non era più un vuoto da temere. Era un campo di battaglia.














