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Nel panorama sterminato delle storie che parlano di coraggio e di giudizi altrui, questa piccola favola anfibia ci ricorda che, spesso, ciò che ci trattiene non è l’ostacolo in sé, ma il brusio che lo accompagna. Tra un salto e una caduta, un coro e un silenzio, le rane di questa storia ci offrono una lente ironica sulla forza di volontà e sull’arte di scegliere con cura ciò che merita ascolto.
È un racconto semplice, ma possiede il gusto delle verità che tornano sempre: quelle che non fanno sermoni, ma sorridono.
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Nella foresta di Saltalà, le rane avevano un talento speciale: trasformavano ogni pomeriggio in una sagra ambulante. Tra salti acrobatici, schiamazzi poetici e risate che facevano vibrare i funghi, nessuno avrebbe mai pensato che un giorno sarebbero finite a riflettere sul grande tema dell’esistenza: le opinioni degli altri. Che, si sa, spuntano ovunque come ortiche fuori stagione.
Un giorno, animate da quella gioia che invita a spingersi un poco più in là, decisero di esplorare una foresta sconosciuta. L’aria odorava di terra fresca e foglie bagnate; le rane si gettarono nei giochi di sempre, finché un tonfo brusco, accompagnato da tre grida spezzate, non ruppe la leggerezza della giornata.
Tre di loro erano cadute in un pozzo profondo, nascosto dall’ombra dei rami. Le compagne accorsero. Affacciandosi al bordo, videro solo un cerchio di buio e le sagome minuscole delle amiche. Il pozzo sembrava interminabile, un tubo d’ombra che risucchiava perfino le speranze.
“È finita” mormorò una.
“Non potranno mai risalire” decretò un’altra.
E presto il coro si trasformò in una campana funebre: “È inutile. Non ce la faranno. È troppo alto.”
Le tre rane nel pozzo provarono a scalare il muro di pietra. Saltavano, si aggrappavano, scivolavano, ricadevano. Ogni tentativo si sgretolava nel fango. Due di loro, esauste e col cuore ormai piegato dai commenti che piovevano dall’alto, smisero di tentare. “Hanno ragione” pensarono. “È impossibile.”
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La terza, invece, continuò. Cadeva, si rialzava, scivolava, riprovava. Le ore si srotolarono come un lungo filamento di sudore e ostinazione, finché un ultimo salto non la proiettò fuori dal pozzo, rotolando sull’erba tra lo stupore generale.
Le altre la circondarono, incredule.
“Come hai fatto?” chiesero in coro, quasi sperando in una formula segreta.
La rana li guardò e rimase in silenzio, respirando a piccoli lampi. Non rispose, non poteva. Era sorda. Non aveva sentito nemmeno una delle frasi che l’avrebbero fatta arrendere.
E così, mentre il sole tornava a filtrare tra i rami, le rane capirono che, a volte, il silenzio protegge più di mille incoraggiamenti mancati.
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