Overblog Tous les blogs Top blogs Littérature, BD & Poésie
Editer l'article Suivre ce blog Administration + Créer mon blog
MENU

SCRIPTA MANENT

SCRIPTA MANENT

LETTURE SENZA CONFINI


Indice zero - Racconto breve di Jules Previ

Publié par Jules Previ sur 27 Février 2026, 08:09am

Catégories : #Racconti Brevi

PARTE PRIMA

1.

Nel 2050 il controllo non bussava. Era già seduto in cucina.

Tommaso lo capì dal caffè. Uscì troppo lento quella mattina. La macchina non si era guastata. Stava valutando.

Si era svegliato alle sei e venti, come sempre. L'appartamento silenzioso. Il ronzio della ventilazione, quasi niente. Il frigorifero che modulava i cicli. La luce che si accendeva con l'intensità giusta.

Tommaso aveva imparato a diffidare della perfezione.

Si lavò la faccia. Acqua fredda. Il rubinetto erogava due litri e mezzo, sempre quelli. Il consumo medio degli ultimi tre mesi. Niente sprechi. La sua vita era diventata una serie di medie accettabili.

Bevve il caffè amaro. Lo zucchero era variabile sensibile da quando l'indice glicemico era entrato nel calcolo. Ogni grammo spostava la curva. Ogni curva modificava il punteggio.

Il bracciale non disse niente. Peggio. Quando taceva, il punteggio stava scivolando. Zona grigia. Da lì non si risaliva con una buona azione. Servivano settimane. Mesi.

Guardò fuori. Cielo grigio, novembre. La città sotto di lui, ordinata. I palazzi nuovi, tutti uguali. Le strade dove i veicoli scivolavano senza rumore. E tra un edificio e l'altro, le zone morte: i quartieri vecchi, quelli che non avevano retto l'aggiornamento.

Suo padre era morto in uno di quei quartieri. 2047. Un infarto banale, diagnosticato tardi. Il suo indice era sceso troppo. Sei ore di attesa al pronto soccorso. Quando lo visitarono, era freddo.

Tommaso non aveva pianto al funerale. Il bracciale registrava le emozioni. Piangere per qualcuno con indice basso poteva essere un problema.

Finì il caffè. Le sette meno cinque. Doveva uscire tra dieci minuti. La puntualità veniva premiata. La prevedibilità era una virtù.

2.

L'ufficio era al quattordicesimo piano. Una torre di vetro nel Distretto Amministrativo. Stanza piccola, senza finestre. Uno schermo, una sedia, una tazza con il logo.

Tommaso lavorava per l'Archivio Civico. Recupero testi, normalizzazione linguistica, rimozione residui.

Non censurava. Ripuliva.

La differenza contava. La censura lascia tracce, crea vuoti. La normalizzazione riempie gli spazi con qualcosa di più morbido. Le parole scivolano via. I fatti restano, ma perdono gli spigoli.

Quella mattina gli diedero un fascicolo vecchio. 2029. Ventun anni prima. Scioperi nelle zone industriali del Nord. Manifestazioni, blocchi, scontri.

Il rapporto ufficiale parlava di incidenti e fatalità operative. Ma il documento originale conteneva altre parole.

Repressione. Cariche. Morti.

I nomi erano codici alfanumerici. Ma le circostanze erano lì. Un uomo di quarantadue anni colpito alla testa. Una donna trascinata via. Undici ricoveri, tre decessi certificati come arresto cardiaco sotto stress.

Gli chiedevano di sostituire "repressione" con "contenimento operativo". Una scelta lessicale. Una carriera.

Guardò lo schermo. Il cursore lampeggiava. Bastava un clic. Un gesto che aveva ripetuto migliaia di volte.

Pensò ad Anna.

Non voleva, ma l'immagine arrivò. Anna che leggeva libri di carta, quelli che resistevano nelle biblioteche dismesse. Anna che rideva di battute che il sistema non capiva. Anna che diceva: Tu ripulisci la memoria. Io cerco di ricordarla.

Non la vedeva da tre mesi. Da quando il suo indice era sceso. Da quando aveva smesso di rispondere, sapendo che ogni comunicazione veniva tracciata.

Fece il cambio. Il dito andò da solo. Repressione diventò contenimento operativo. Salvò. L'indice smise di cadere. Non risalì. Rimase lì, fermo.

Chiuse gli occhi. Sentiva il peso di quella parola cancellata. Un sasso nel petto.

Alle sei spense il computer. Prese il cappotto. Uscì senza salutare.

3.

All'uscita lo aspettavano in due.

Niente uniformi. Mai. Giacche anonime, facce che non restano in memoria.

«Tommaso Riva.»

Non era una domanda.

Uno aveva una cartellina sottile. L'altro teneva le mani in tasca e guardava altrove.

«Sì?» La voce gli uscì debole.

Gli mostrarono una foto. Anna. Più magra. Capelli corti, occhiaie. La riconobbe dal modo in cui non guardava l'obiettivo.

«Ha interrotto i protocolli. Frequenta soggetti non indicizzati. Ultimo contatto documentato: tu. Tre mesi fa, bar Centrale, ore 18:47.»

Tommaso non disse che non la vedeva da allora. Già lo sapevano. Mentire era inutile. Tacere era ancora consentito.

«Non è un reato,» disse uno dei due. Voce neutra. «È una fragilità.»

Fragilità. La parola che usavano prima di toglierti tutto.

«Non l'ho più vista. Non so dove sia.»

«Lo sappiamo. Ma la conoscevi. Questo crea un'area di rischio.»

«Rischio di cosa?»

L'uomo con la cartellina sorrise appena. «Di influenza residua. Di affiliazione emotiva. Di scelte non ottimali.»

Il bracciale vibrò. Avviso discreto. Il suo tono era salito. Doveva controllarsi.

«Non ho fatto niente.»

«Esatto,» disse l'altro. «Non hai fatto niente. E questo è già qualcosa.»

Si allontanarono. Passo calmo. Tommaso rimase sul marciapiede, il freddo nel cappotto.

4.

Quella notte l'indice scese sotto zero.

Nessuna notifica. Nessun avviso. Ma Tommaso lo capì dai dettagli. Il credito sanitario scomparve. Il mutuo diventò variabile. Al lavoro, accesso in revisione.

Il sistema non arrestava. Rallentava. Fino a farti sparire.

Rimase sveglio fino all'alba. Seduto sul divano, guardando le luci della città. Pensava a suo padre. All'attesa al pronto soccorso. Al modo in cui un uomo può dissolversi senza che nessuno alzi la voce.

Pensava ad Anna. A dove potesse essere. A cosa significasse vivere senza indice.

E pensava a se stesso. A quante parole aveva cancellato. A quante memorie aveva ripulito. A quante volte aveva scelto la sopravvivenza invece della verità.

Quando il sole cominciò a salire, capì che l'unica scelta rimasta era sporca.

PARTE SECONDA

5.

Il giorno dopo non andò al lavoro.

Si svegliò alle sei e venti. Per abitudine. Ma invece di vestirsi regolare, infilò un vecchio maglione e i jeans del weekend. Lasciò il bracciale sul tavolo.

Il gesto gli sembrò enorme.

Il bracciale lampeggiava, in attesa. Per dodici anni quel dispositivo aveva misurato ogni suo passo, ogni battito. Era diventato parte di lui. Ora giaceva lì, inutile.

Uscì senza direzione. Camminò verso sud, oltre il Distretto Amministrativo, oltre le zone ottimizzate. Le strade cambiarono. Asfalto rovinato. Edifici bassi, facciate scrostate. Meno telecamere. Meno sensori.

Dopo un'ora arrivò in una zona cieca. Vecchie fabbriche, magazzini vuoti, case occupate. Il sistema penetrava lì solo in superficie. Il controllo costava troppo per un territorio senza valore.

Si fermò davanti a un bar. Niente insegna luminosa. Solo una scritta sbiadita: Da Mario. Entrò.

L'odore di caffè vero lo colpì. Non quello delle macchine, ma qualcosa di più intenso.

Dietro il bancone c'era un uomo anziano. Asciugava bicchieri con un canovaccio.

«Caffè?»

«Sì.»

L'uomo preparò l'espresso. Movimenti lenti. Niente automazione. Solo mani. Mise la tazzina sul bancone.

«Tre crediti.»

Tommaso tirò fuori la carta. L'uomo scosse la testa.

«Non funzionano qui.»

«Non ho contanti.»

«Allora offro io.»

Tommaso bevve. Amaro, forte. Bruciava. Perfetto.

«Cerchi qualcuno?» chiese l'uomo.

«Forse.»

«Anna?»

Tommaso alzò lo sguardo. L'uomo sorrise appena.

«Viene qui qualche volta. Ha detto che se arrivava uno senza bracciale, probabilmente stava cercando lei.»

«Dov'è?»

«Magazzino diciassette. Fondo della via.»

6.

Anna era lì.

Seduta su una cassa di legno, libro aperto sulle ginocchia. Quando vide Tommaso non disse niente. Non chiese.

«Hai perso tutto?»

«No. Ho smesso di garantire.»

Anna chiuse il libro. Lo guardò in un modo che aveva dimenticato. Come si guarda una persona vera.

«Quanto tempo hai?»

«Non lo so. Qualche giorno. Forse meno.»

«E poi?»

«Non lo so.»

Annuì. Si alzò. «C'è una rete. Persone che vivono fuori. Non è facile. Non è sicuro. Ma esiste.»

«Tu ne fai parte?»

«Da sei mesi.»

Era cambiata. Più dura. Più viva.

«Cosa devo fare?»

«Niente. Hai già fatto tutto. Hai scelto.»

7.

Quella notte dormirono in un posto senza segnali.

Vecchio deposito industriale. Stufa elettrica, pannelli solari rubati. C'erano altre persone. Una dozzina. Nessuno chiese niente. Nessuno si presentò.

Tommaso dormì su un materasso sottile, coperta che puzzava. Non riuscì a chiudere occhio per ore. Ogni rumore lo faceva trasalire. Aspettava le sirene.

Non arrivò nessuno.

Verso l'alba, Anna si avvicinò. Si sedette.

«Ti troveranno. Sempre. Ma ci vuole tempo. E ogni giorno che passa è un giorno in più.»

«Un giorno in più per cosa?»

«Per vivere. Veramente.»

La guardò. «Ne vale la pena?»

Anna sorrise. Prima volta in mesi.

«Non lo so. Ma almeno è una scelta nostra.»

EPILOGO

Il sistema li avrebbe trovati. Sempre.

Ma Tommaso, per la prima volta in dodici anni, perse a modo suo.

Non eroicamente. Non con gesti eclatanti. Silenziosamente. Ogni mattina sceglieva di svegliarsi in un posto dove nessuno misurava il suo valore.

Lavorava con le mani. Riparava oggetti vecchi. Spostava casse. Cucinava. Imparò a vivere senza certezze, senza garanzie.

Ogni sera, prima di dormire, guardava il punto dove c'era il bracciale. La pelle più chiara. Una piccola cicatrice invisibile.

Il sistema continuava a girare. Le parole continuavano a essere ripulite. La memoria scivolava via.

Ma Tommaso non ne faceva più parte.

Fine

Pour être informé des derniers articles, inscrivez vous :

Archives

Nous sommes sociaux !

Articles récents