Yuval Noah Harari: il cantastorie dell'apocalisse dolce
che ha trasformato la grande storia in un genere letterario globale.
I.L'animale che racconta storie
Sapiens. Da animali a dèi, pubblicato in ebraico nel 2011 e tradotto in inglese tre anni dopo, è un libro che non dovrebbe aver funzionato. Troppo ambizioso nella portata — trecento millenni di storia umana in quattrocento pagine — troppo disinvolto con le specializzazioni disciplinari, troppo disposto a sacrificare la complessità sull'altare della leggibilità. Eppure ha venduto oltre venti milioni di copie, è stato tradotto in più di sessanta lingue e ha imposto il suo autore come uno dei nomi più riconoscibili dell'intellettualità mondiale contemporanea. Il paradosso merita di essere esaminato, non liquidato.
La tesi centrale di Sapiens è tanto semplice quanto vertiginosa nella sua portata: ciò che distingue l'Homo sapiens da ogni altra specie non è l'intelligenza individuale, non la capacità tecnica, non nemmeno il linguaggio in senso stretto — ma la facoltà unica di credere collettivamente in realtà intersoggettive che non hanno esistenza materiale. Nazioni, leggi, denaro, diritti umani, divinità: nessuno di questi oggetti esiste nel senso in cui esiste una pietra o un albero; eppure strutturano il comportamento di miliardi di esseri umani in modo più efficace di qualsiasi forza fisica. Harari chiama queste realtà finzioni condivise — e nell'uso di quella parola, al tempo stesso descrittivo e leggermente demistificante, sta già in nuce il carattere ambivalente dell'intera sua opera.
La rivoluzione cognitiva, avvenuta circa settantamila anni fa, avrebbe dotato il sapiens della capacità di costruire queste finzioni e di convincere grandi gruppi di sconosciuti a cooperare sulla loro base. È questa, per Harari, la radice del dominio umano sul pianeta: non la forza bruta né l'adattamento biologico, ma la narrazione condivisa come tecnologia sociale. Una tesi che ha antecedenti rispettabili — da Benedict Anderson alle teorie della cognizione estesa — ma che Harari ha il merito di portare a una sintesi accessibile e narrativamente irresistibile.
II.Homo Deus e la crisi dell'umanesimo
Se Sapiens racconta da dove veniamo, Homo Deus. Breve storia del futuro (2015) pone la domanda opposta: dove andiamo? Il titolo non è una metafora: Harari argomenta che l'umanità, avendo ridotto a problemi tecnici gestibili le grandi piaghe della storia — epidemie, carestie, guerre su scala globale — si trova ora a dover scegliere nuovi obiettivi. E gli obiettivi che l'élite tecnologica e scientifica sta già perseguendo, sostiene, non sono altro che l'immortalità, la felicità artificialmente indotta e la trasformazione dell'essere umano in qualcosa che trascende la biologia. Da qui il titolo: l'uomo come progetto di divinizzazione di sé.
Il cuore analitico del libro è la diagnosi della crisi dell'umanesimo — inteso non come tradizione filosofica ma come sistema di valori dominante della modernità, fondato sulla centralità e sull'autorità dell'esperienza soggettiva individuale. Harari argomenta che questo sistema è stato possibile finché la complessità economica e politica richiedeva la partecipazione cognitiva di masse umane: il voto democratico, il consumo libero, il lavoro intellettuale erano funzionali al sistema e giustificavano moralmente l'investimento nell'individuo. Ma se l'intelligenza artificiale dovesse rendere superflua questa partecipazione — se gli algoritmi diventassero più efficaci degli esseri umani nel prendere decisioni economiche, politiche, militari — l'umanesimo perderebbe il proprio fondamento pratico, e con esso la propria persuasività.
È un argomento che disturba non perché sia necessariamente corretto, ma perché è difficile da confutare senza concedere qualcosa di importante. Harari non dice che l'umanesimo è falso: dice che la sua credibilità dipende da condizioni storiche contingenti, e che quelle condizioni stanno cambiando. La domanda che lascia aperta — e non risponde — è se questo cambiamento sia reversibile, e se la coscienza di esso sia già una forma di resistenza.
«Harari non descrive il futuro: costruisce la cornice dentro cui il futuro diventa pensabile. Ed è in quella cornice, non nelle previsioni, che risiede il suo vero potere intellettuale.»
III.Il dataismo e la libertà individuale
In Homo Deus — e poi, con maggiore urgenza politica, in 21 lezioni per il XXI secolo (2018) — Harari introduce il concetto di dataismo: l'idea, già implicita nelle pratiche delle grandi piattaforme digitali, secondo cui l'universo consiste fondamentalmente in flussi di dati, e che il valore di qualsiasi entità — umana, biologica, istituzionale — si misura nella sua capacità di elaborarli e trasmetterli. Non si tratta, nella sua lettura, di una mera metafora tecnologica: è una ideologia emergente, destinata a sfidare l'umanesimo con la stessa efficacia con cui l'umanesimo aveva sfidato le teologie precedenti.
Le implicazioni per la libertà individuale sono il punto più acuto e più discusso dell'analisi haririana. Se gli algoritmi sanno già — o presto sapranno — cosa desideriamo meglio di quanto lo sappiamo noi stessi; se le nostre preferenze politiche, romantiche, professionali possono essere previste con accuratezza statistica sulla base dei nostri dati biometrici e comportamentali; allora in cosa consiste esattamente la libertà di scelta che l'umanesimo pone al centro della propria architettura valoriale? Harari non afferma che la libertà sia già un'illusione: afferma che sta diventando progressivamente più difficile distinguerla da essa, e che questa difficoltà non è accidentale ma strutturale.
21 lezioni radicalizza questa diagnosi portandola sul piano dell'attualità politica. Il libro ha una struttura deliberatamente frammentata — ventuno brevi saggi su temi che vanno dalla crisi della democrazia liberale alla meditazione, dal terrorismo al significato — che riflette sia la dispersione dell'attenzione contemporanea sia la difficoltà di costruire narrative unitarie in un'epoca in cui le grandi certezze ideologiche si sono consumate. Il risultato è meno coeso dei due libri precedenti, ma forse più onesto: è un'opera che non finge di avere più risposte di quante ne possieda.
IV.Le critiche: semplificazione, generalizzazione, profezia
Le obiezioni rivolte ad Harari sono numerose, e alcune sono sostanziali. La più ricorrente riguarda il metodo: uno storico che percorre trecento millenni in quattrocento pagine è strutturalmente costretto a semplificare, a tagliare, a presentare come assodato ciò che è oggetto di dibattito specialistico intenso. Le critiche degli storici di professione a Sapiens sono state spesso severe: l'origine della rivoluzione cognitiva è molto meno certa di quanto il libro lasci intendere; il ruolo delle finzioni condivise nella cooperazione umana è reale ma non esaurisce affatto la spiegazione; il trattamento della rivoluzione agricola come "la più grande truffa della storia" è brillante come provocazione retorica e discutibile come analisi storica.
Più profonda, e più difficile da liquidare, è la critica al suo uso del futuro. Harari scrive del domani con la stessa sicurezza narrativa con cui scrive del passato — una simmetria che è esteticamente seducente e epistemicamente problematica. Le profezie di Homo Deus non sono previsioni scientifiche falsificabili: sono scenari costruiti per essere plausibili, non per essere veri. Il rischio è che il lettore non percepisca questa differenza, e che la persuasività della narrazione venga scambiata per solidità dell'argomento.
C'è infine una critica politica che merita attenzione. Il punto di osservazione di Harari — quello di un intellettuale cosmopolita che parla all'élite globale del World Economic Forum con la stessa naturalezza con cui pubblica best-seller di massa — non è neutro. La sua visione dell'umanità come soggetto unitario davanti alle sfide esistenziali tende a dissolvere le diseguaglianze strutturali, le differenze di classe, i rapporti di forza che determinano chi subisce le trasformazioni tecnologiche e chi le governa. Quando scrive che "l'umanità" deve decidere come affrontare l'intelligenza artificiale, omette di specificare quale umanità stia già decidendo, e nell'interesse di chi.
V.Perché resta fondamentale
Eppure — ed è qui che la valutazione si fa necessariamente più complessa — le critiche a Harari non annullano la sua importanza. Le annullerebbero se i suoi libri fossero trattati come monografie accademiche; ma non lo sono, e non pretendono di esserlo. Sono opere di grande divulgazione filosofica nel senso più nobile del termine: testi che prendono sul serio il lettore non specialista, che lo espongono a domande che altrimenti non si porrebbe, che costruiscono una lingua condivisa per ragionare di temi che la frammentazione disciplinare tende a rendere inaccessibili al di fuori delle aule universitarie.
In questo senso, Harari compie esattamente ciò che le finzioni condivise da lui descritte hanno sempre fatto: costruisce una narrazione abbastanza coerente e abbastanza ampia da permettere a persone diverse di ragionare insieme su problemi comuni. Che quella narrazione sia imperfetta, parziale, talvolta eccessivamente lineare non la rende meno necessaria — la rende semmai più urgente da leggere in modo critico, con la consapevolezza dei propri limiti e con la disponibilità a colmarli attraverso letture più specializzate.
L'opera di Harari è, alla fine, uno specchio. Riflette le paure e le illusioni del XXI secolo con una nitidezza che nessun saggio accademico potrebbe permettersi, perché rinuncia alla cautela epistemica in favore della chiarezza narrativa. Leggendola si capisce meno di quanto si creda sulla storia dell'umanità, ma si capisce di più su ciò che l'umanità contemporanea teme di diventare — e su ciò che, forse, spera ancora di evitare. Non è poco. Non è abbastanza. Ma è, nell'ordine della cultura, qualcosa di raro.
La grande storia, per Harari, è sempre una storia sulla libertà: da dove è venuta, quanto è fragile, quanto è già compromessa. I suoi libri non risolvono la domanda — e questa è la loro onestà più profonda, celata sotto la superficie profetica. Restano aperti come una ferita, come un interrogativo che il lettore porta con sé molto dopo aver chiuso l'ultima pagina. In un'epoca in cui le risposte si moltiplicano e le domande si consumano, questa capacità di disturbare è già, di per sé, una forma di valore intellettuale che merita di essere riconosciuta — anche, e soprattutto, da chi non condivide le risposte.
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