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Publié par Jules Previ

Il rifiuto dell’Iran di arrendersi o di accettare una tregua sta già producendo effetti tangibili sugli equilibri geopolitici. Dopo il primo attacco, Teheran ha rapidamente riorganizzato la propria leadership e ha designato una nuova Guida Suprema: Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei. Nonostante i duri colpi inferti alle infrastrutture energetiche del Paese, la Repubblica Islamica non sembra intenzionata a limitarsi alla difesa: continua a reagire con determinazione, colpendo direttamente i suoi avversari.

Nelle ultime settimane attacchi missilistici e operazioni con droni hanno preso di mira numerose basi statunitensi che circondano il territorio iraniano. Le stime sulle perdite sono estremamente divergenti: fonti indipendenti parlano di oltre mille militari americani uccisi, mentre Teheran rivendica cifre ben più alte. Al contrario, Donald Trump ha ridimensionato l’entità delle perdite parlando di poche vittime, una valutazione che molti osservatori giudicano poco credibile considerando la portata degli attacchi.

Parallelamente, l’Iran ha adottato una strategia che mira non soltanto a obiettivi militari israeliani, ma anche ai centri nevralgici dell’economia energetica del Golfo. Israele continua a essere colpito, ma la vera leva strategica sembra essere la pressione esercitata sugli hub energetici degli Stati arabi da cui dipende buona parte dell’economia globale. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha già provocato forti turbolenze nei mercati internazionali e ogni giorno di conflitto contribuisce ad aggravare la situazione.

È significativo che molti Paesi del Golfo, pur direttamente coinvolti dalle conseguenze economiche della crisi, non attribuiscano la responsabilità principale all’Iran. In diversi ambienti politici della regione, le critiche si concentrano piuttosto su Israele e sugli Stati Uniti. Il rapporto con Israele è sempre stato complesso e spesso ostile, ma negli ultimi mesi anche la fiducia nella leadership americana sembra essersi incrinata. Per molti governi arabi la domanda è semplice: se la presenza delle basi militari statunitensi non garantisce sicurezza ma espone a nuovi rischi, quale utilità strategica continua ad avere?

Intanto Dubai, simbolo della globalizzazione finanziaria e del lusso internazionale, appare improvvisamente meno stabile. Investitori, operatori finanziari e una parte dell’élite cosmopolita stanno lasciando la città con una certa fretta. L’immagine surreale di influencer e personaggi del web che continuano a comportarsi come se nulla fosse, sostenendo che tutto non sia altro che una sorta di simulazione, è diventata virale sui social e racconta bene il clima di incredulità che circonda questi eventi.

Sul piano economico, gli scenari appaiono sempre più incerti. Si parla con insistenza di un possibile ritiro di capitali arabi dagli Stati Uniti, mentre grandi operatori finanziari stanno già limitando i prelievi da alcuni fondi di investimento. Allo stesso tempo il prezzo del petrolio è in forte crescita e gli indici azionari mostrano segni evidenti di instabilità. Se la crisi dovesse prolungarsi, il sistema economico globale potrebbe entrare in una fase estremamente critica.

La strategia su cui Trump sembrava aver puntato appare oggi molto più fragile di quanto previsto. La coesione interna della società iraniana e la determinazione della sua leadership politica e religiosa hanno smentito l’ipotesi di un conflitto breve e facilmente controllabile. Quella che doveva essere una dimostrazione di forza rischia invece di trasformarsi in un confronto lungo, costoso e politicamente logorante.

Negli Stati Uniti il consenso attorno a una guerra contro l’Iran rimane limitato. A sostenerla apertamente è una minoranza piuttosto ristretta, spesso legata ai circoli del sionismo cristiano e del dispensazionalismo religioso. Nel frattempo una parte della base elettorale che aveva sostenuto il movimento MAGA ha iniziato a prendere le distanze dall’ex presidente, anche a causa di polemiche interne e di controversie politiche che hanno minato la fiducia di molti sostenitori.

Sul piano comunicativo, l’operazione militare denominata “Epic Fury” è diventata oggetto di ironia sui social media statunitensi, dove circolano versioni sarcastiche del nome, trasformato in “Epic Fail” o associato ad altre polemiche politiche interne.

Nel frattempo, Washington sembra cercare una via d’uscita diplomatica che consenta di dichiarare conclusa l’operazione senza ammettere apertamente un fallimento. Figure politiche e diplomatiche vicine all’amministrazione americana sono state inviate in Medio Oriente per tentare di riaprire canali negoziali, ma il livello di fiducia internazionale nei confronti degli Stati Uniti appare oggi molto più basso rispetto al passato. L’attacco condotto durante una fase di negoziati con Teheran ha infatti lasciato una profonda diffidenza.

Nel dibattito globale sono emerse anche nuove voci analitiche, come quella dello studioso cinese Jian Xueqin, diventato molto popolare online per alcune previsioni geopolitiche rivelatesi sorprendentemente accurate. Le sue analisi, che intrecciano politica internazionale e studio dei movimenti religiosi messianici, hanno attirato grande attenzione in ambienti accademici e mediatici.

Guardando al quadro più ampio, molti osservatori ritengono che la crisi in Medio Oriente non possa essere separata dalle tensioni in Ucraina. I due scenari vengono sempre più spesso interpretati come parti di una stessa trasformazione dell’ordine internazionale, caratterizzata dal confronto tra l’assetto unipolare dominato dall’Occidente e l’emergere di un sistema multipolare.

In questo contesto la figura di Trump appare paradossale. Da un lato la sua azione politica ha contribuito a smantellare molti pilastri dell’ordine internazionale costruito negli ultimi decenni. Dall’altro lato non è riuscito a proporre un nuovo equilibrio stabile. Temi che avevano dominato il dibattito occidentale negli anni precedenti, come il liberalismo globale, l’agenda verde o le politiche identitarie, sembrano improvvisamente passati in secondo piano davanti a un ritorno della politica di potenza.

L’idea di un mondo organizzato attorno a grandi civiltà o blocchi regionali non era estranea al discorso politico che aveva accompagnato l’ascesa del movimento MAGA. In teoria avrebbe potuto delinearsi uno scenario in cui diverse aree del pianeta sviluppavano autonomamente i propri modelli politici e culturali: l’Europa per gli europei, l’America per gli americani, la Russia nello spazio eurasiatico, la Cina nel proprio ambito regionale, e così via.

In pratica, però, questa visione non ha trovato una realizzazione coerente. Nel corso degli ultimi anni Washington ha assunto posizioni sempre più conflittuali nei confronti di numerosi attori internazionali, dal Venezuela all’Iran, fino ai Paesi emergenti riuniti nei BRICS. Allo stesso tempo molti dei problemi interni degli Stati Uniti rimangono irrisolti e il consenso politico appare sempre più frammentato.

Il risultato è una situazione internazionale estremamente instabile, in cui il vecchio ordine sembra essersi sgretolato senza che sia ancora emersa una nuova architettura globale capace di sostituirlo. I prossimi anni diranno se questo processo porterà alla nascita di un sistema multipolare più stabile oppure a una fase prolungata di conflitti e rivalità tra grandi potenze.

Una cosa appare certa: il mondo che emerge da questa crisi è molto più diretto, duro e meno ipocrita di quello precedente. Le tensioni geopolitiche non sono più mascherate da un linguaggio diplomatico consensuale. I rapporti di forza tornano a occupare il centro della scena.

Il futuro ordine internazionale dipenderà da come le grandi potenze sapranno adattarsi a questa trasformazione. Per molti Paesi, la questione centrale resta la stessa: affermare la propria sovranità e il proprio ruolo in un sistema globale che non sia più dominato da un unico centro di potere.

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