Nella prefazione alla seconda edizione del Silmarillion, Christopher R. Tolkien, figlio del celebre linguista e scrittore britannico, pubblica la lettera che nel 1951 il padre aveva indirizzato a Milton Waldman, editor della casa editrice Collins. L’occasione della lettera, a suo dire, era lo spiacevole contrasto di vedute che spingeva l’autore a insistere che Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli venissero pubblicati insieme, “uniti e connessi” come un’unica Saga dei Gioielli e degli Anelli.

Christopher R. Tolkien, figlio del celebre linguista e scrittore britannico

Non andò così. Eppure, grazie alle motivazioni che spinsero Tolkien a chiarire i legami genetici, ideologi e narrativi tra le due opere, possiamo godere della folgorante spiegazione che lo studioso ci offre a proposito del concetto nebuloso di “magia”, concetto che oggi, paradossalmente, risulta essere più che mai attuale.

Se Uomini e Hobbit hanno qualcosa in comune, questo è proprio l’uso confuso che essi fanno della parola “magia”. Una simile confusione muove Lady Galadriel, la dama elfica della Compagnia dell’Anello, a far notare a Sam l’ambiguità del termine “magia” usato dagli Hobbit tanto per l’arte buona degli Elfi che per gli inganni messi in atto dal nemico.

A fugare ogni dubbio sul significato del termine sono proprio le parole di Tolkien nella lettera succitata. La magia, egli dice, è la macchina. Più precisamente, “la macchina è la più evidente forma moderna di magia che possediamo” e tra le due c’è una correlazione molto più stretta di quanto comunemente si sia disposti a credere.

Che cosa sia la macchina è sempre l’autore a dirlo, spiegando come con questa espressione egli intenda indicare l’uso di qualsiasi strumento esterno – e cioè i congegni meccanici - in alternativa allo sviluppo delle proprie potenzialità e dei propri talenti interiori, o anche l’uso di questi stessi talenti per una intenzione di dominio “malvagia”, tesa cioè a demolire il mondo reale o a forzare le volontà altrui.

Ad opporsi alle malvagie intenzioni della macchina, il cui fine precipuo è il potere e l’assoggettamento delle volontà altrui tramite la meccanizzazione, c’è allora l’azione degli Elfi. Essi, dice Tolkien, popolano i suoi racconti proprio per dimostrare la differenza che esiste tra la magia intesa come macchina e la “magia” che coincide invece con l’arte. Per questo la sua narrazione non è antropocentrica.

Sia la macchina che l’arte sono “veloci”, solo che la prima mira a rendere la volontà propria e altrui più rapida ed efficace, agendo tramite il potere, mentre la seconda, risulta essere “più veloce”, “più facile” e “più completa” solo perché tra la sua ideazione e la sua realizzazione non ci sono scarti, ma una corrispondenza perfetta che non richiede assoggettamento o possesso.

Secondo Tolkien, lo scopo dell’arte non è la riduzione in schiavitù, come reclama invece la macchina. Lo scopo dell’arte degli Elfi è stato fin dall’inizio e avrebbe continuato ad essere la conservazione della bellezza o della luce primordiale. Entrano in gioco quindi i Silmaril, i tre grandi gioielli che danno il nome al Silmarillion che, come saga mitologica d’eccezione, racconta gli eventi che la Caduta primordiale ha innescato nelle originarie azioni di Hobbit, Nani, Elfi e Uomini.

I Silmaril, che nella lingua coniata da Tolkien significano “splendore di luce pura”, sono il prodotto della migliore capacità sub-creativa degli Elfi. Il loro taglio ad opera dell’artigiano Fëanor ha infatti permesso di imbrigliare la luce dei due alberi d’argento e d’oro provenienti da Valinor, regno remoto e beato dell’inizio dei tempi.

Creare, o sub-creare, però, è pericoloso. Ed è proprio sulla difficoltà di questa azione che si discrimina l’agire degli artefici come meccanico o magico, giudicandone il suo valore come “sulla lama di un coltello”. L’attività sub-creativa non deve chiedere in cambio il possesso della cosa creata. Tuttavia, Sauron, che nella semantica mitologica di Tolkien incarna la volontà sub-creativa del rifacimento tirannico della creazione, attraverso la sua scienza convince gli Elfi a forgiare gli anelli del potere.

L’anello, però, è macchina. Se il cerchio può essere infatti una confortante figura di protezione, come abbiamo visto in un precedente articolo, esso può nel medesimo tempo diventare figura di imprigionamento, la linea che si chiude per ripetere, la foggia dell’essere meccanico, il riproporsi automatico dell’incantamento.

Attraverso gli anelli del potere, Sauron convince le genti che si possa finalmente creare un paradiso indipendente sulla terra, alternativo a quello degli dèi. La mortalità, che Tolkien pone come principio tematico fondamentale delle sue opere insieme alla caduta e alla macchina, è subita infatti dagli uomini come male da evitare. Il potere principale degli anelli è infatti quello di arrestare il “decadimento”, di eliminare ogni forma di mutamento legato al tempo e quindi alla morte percepita come dramma, e di trattenere per sé ciò che si ama e si desidera.

Non a caso Sauron è definito da Tolkien stesso un “negromante”, in un modo peraltro sorprendentemente simile a quello con cui Dante descrive la maga Eritone. Tanto l’uno quanto l’altra rovesciano infatti in modo totalmente innaturale i rapporti tra le cose: rendere invisibile il corpo visibile (come fa l’Unico Anello) e rendere visibile il mondo invisibile (come fa Eritone nel richiamare le anime dei trapassati ai loro corpi).

Se gli anelli costruiti dagli Elfi non conferiscono l’invisibilità, ma mirano a serbare la bellezza, l’anello costruito da Sauron nel fuoco sotterraneo della Terra è definito da Tolkien come l’Anello Dominante che di tutti gli altri riassume la potenza. Esso è stato concepito per il controllo. Delle azioni, delle menti e degli intenti. Ad esso si vota un esercito di senza-volto asserviti al potere della macchina. Con esso, dice Tolkien, Sauron domina tutte quelle orde di uomini in continuo aumento che non conoscono o non rammentano l’arte degli Elfi.

La macchina implicita nel cerchio dell’anello ripete il movimento che mira a sfigurare la forma originaria delle cose e delle creature per amalgamare i loro tratti personali nel grande calderone del moto perpetuo. Un anello per domarli.

La mortalità, originariamente consegnata come dono agli uomini affinché essi potessero “uscire dai cerchi del mondo”, è rispedita al mittente dal potere del cerchio dell’anello che invita le genti a costruire un paradiso sulla Terra. Senza morte né malattia né mutamento. Invito che alle genti risuona molto giusto e buono.

Ed è per questo che l’incantesimo riesce. Perché ciascuno ignora che questo è un mondo magico.

 

Nella Coletta

Nella Coletta si è laureata nel 2001 presso l’Università degli Studi di Messina in Lettere classiche.

Presso lo stesso ateneo ha frequentato la scuola biennale di specializzazione per l’insegnamento della lingua latina e delle discipline letterarie nei licei.

Ha quindi intrapreso lo studio delle scienze cognitive e grazie alla sintesi tra studi linguistici e psicologici ha maturato la passione per i linguaggi simbolici del pensiero ermetico ed alchemico.