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Vorrei condividere con voi questa breve storia. Potrebbe sembrare frutto di fantasia, ma cercherò di attenermi ai fatti nel modo più fedele possibile.
Era quasi mezzanotte e io e mio zio Abel ci stavamo preparando per lavorare nel campo di grano di mio nonno. La proprietà si estendeva per quasi cinquanta acri di coltivazioni; all’estremità settentrionale sorgeva la casa dove alloggiavamo durante la stagione del raccolto.
Avevamo solo una vecchia mietitrebbia e un trattore che la trainava. Ci era stato detto di lavorare di notte per finire l’intero campo prima dell’alba. La fattoria poteva sembrare grande, ma la verità era che non avevamo molti soldi, e cercavamo di ridurre i costi di produzione in ogni modo possibile. Una volta terminato il lavoro, mio nonno mi avrebbe pagato abbastanza da coprire le spese del semestre.
Avevo sedici anni, e quella notte ero particolarmente nervoso. C’era qualcosa di inquietante nell’aria: nessuna luna, nessun vento, solo un silenzio innaturale, rotto appena dal rumore del trattore e della mietitrebbia. Non c’era traccia di vita urbana nel raggio di sessanta miglia: nessuna luce lontana, nessun motore, nemmeno una strada.
L’unica illuminazione proveniva dai due fari del trattore, che illuminavano a malapena un centinaio di metri davanti a noi, e dalla debole luce delle finestre della casa, che sfiorava appena i filari di mais più vicini.
Prima di iniziare, uscii sulla veranda per prendere un po’ d’aria e abituarmi al freddo. Mentre guardavo il cielo, sentii un rumore metallico, come una piccola pietra che cade sul pavimento di legno.
Istintivamente guardai in basso. Alla luce fioca mi sembrò di vedere un sassolino liscio, rossastro. Mi accovacciai per raccoglierlo, ma non c’era nulla. Passai la mano sul pavimento, cercando, ma non trovai niente. Mentre mi rialzavo, vidi qualcosa sfrecciare rapidamente attraverso il campo.
Non aveva colore, solo il contorno di un’ombra scura, simile alla sagoma sfocata di un pipistrello in volo. Respirai profondamente, cercando di calmarmi. Volevo chiamare mio zio, ma non riuscivo a parlare. Dopo qualche istante provai a pensare razionalmente, e mi diedi una spiegazione rassicurante:
Dev’essere stato un coleottero dai colori vivaci. Hanno l’esoscheletro duro, può aver fatto il rumore. Poi è volato via, ed è quello che ho visto muoversi nel campo.
Anche se ero ancora inquieto, la presenza di mio zio mi tranquillizzava. Era un uomo anziano, con i capelli grigi, la voce gentile e un sorriso sempre presente. Aveva quella calma rassicurante di chi sembra aver visto tutto. Questo pensiero mi fece tirare un sospiro di sollievo.
Rientrai in casa per cercarlo. Lo trovai seduto pensieroso su una poltrona in salotto. Non appena mi vide, si alzò e disse:
«Bene, figliolo, mettiamoci al lavoro!»
Salimmo sul trattore e imboccammo la prima fila. Il mio compito era controllare lo scivolo laterale che raccoglieva le pannocchie, per evitare intasamenti. Se qualcosa si fosse bloccato, mio zio avrebbe fermato il trattore e io sarei sceso a liberarlo.
Verso le tre del mattino mi sentivo stranamente bene: mancavano un paio d’ore all’alba e avevamo già pulito un sesto del campo.
Quella soddisfazione svanì quando il trattore si spense di colpo. Motore, luci, tutto. L’oscurità ci avvolse e il silenzio tornò opprimente.
Mio zio non disse nulla. Prese la torcia, scese e iniziò a controllare il motore. Io rimasi seduto, fissando il campo nero.
Con la coda dell’occhio, sulla sinistra, vidi un puntino rosso fluttuare nell’aria, come la brace di una sigaretta nel buio. Non riuscivo a capire se fosse vicino o lontano. Mi concentrai. Il punto si allargò fino a raggiungere le dimensioni di una palla da baseball.
Gridai, terrorizzato:
«Zio Abel! Zio Abel! Abel!»
Al terzo richiamo risalì sul trattore, infastidito:
«Che succede?»
Gli indicai la sfera rossa che fluttuava sopra il grano. Ora era grande come un pallone da basket.
Restammo in silenzio a guardarla.
La sfera iniziò a muoversi verso di noi, lentamente. Il mio cuore martellava. Mio zio armeggiò con i comandi e, miracolosamente, il trattore tornò a ruggire.
Puntò il faro verso la sfera. Questa accelerò, zigzagando come per evitare la luce. Poi si sollevò rapidamente, fino a circa quindici metri sopra di noi.
Mio zio spense i fari, li ripuntò nella sua direzione, e li riaccese all’improvviso.
Un fascio potentissimo colpì la sfera al centro.
Esplose.
Scintille rosse, gialle e verdi si dispersero tutto intorno, come fuochi d’artificio, accompagnate da uno stridio acuto. Quando la luce svanì, rimase solo un puntino rosso, identico a quello iniziale. Tornò rapidamente verso il punto da cui era venuto e scomparve.
Il mio cuore riprese lentamente un ritmo normale. Non riuscivo a parlare.
Mio zio mi guardò e, con il suo sorriso tranquillo, disse:
«Non aver paura, figliolo. Era solo un fuoco fatuo.
Quando sorgerà il sole, andremo nel punto in cui è apparso e dissotterreremo il tesoro che è sepolto lì…»
Traduzione di Angelo Marcotti














