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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


SOTTO IL SALICE - RACCONTO BREVE DI NATALIE L

Publié par Natalie L sur 17 Novembre 2025, 18:20pm

Catégories : #Racconti Brevi

«Mi ricordo di te.»

Rimasi immobile, paralizzata da quelle parole.
«Nessuno si ricorda di me», sussurrai.

Lui si avvicinò, il terreno scricchiolava sotto i suoi passi. Una pioggia lieve filtrava tra i rami del vecchio salice, gettando un’ombra argentata su di noi.

«Io sì», disse. La sua voce era sincera, e i suoi occhi castani si incresparono ai lati mentre sorrideva, gentile e rassicurante.

Le lacrime mi annegarono gli occhi. Poteva essere vero? Era passato così tanto tempo da quando qualcuno si era davvero accorto di me. Mi passai le mani pallide sul vestito, sfiorando la stoffa sottile.

«Chi sei?» chiesi.

«Un amico», rispose semplicemente, come se bastasse.

Non volli insistere: temevo che ogni domanda potesse dissolverlo come una nebbia fragile. Mi stava ascoltando, e non potevo rischiare di perderlo.

«Cosa ricordi di me?»

L’uomo senza nome fece una breve pausa. Il suo abito scuro, setoso, risaltava contro il verde umido della vegetazione.

Poi sorrise.

«Ricordo tutto», disse con voce profonda e vellutata.
«Ricordo quando eri una neonata, piccola e dolce, con quegli occhi blu che diventavano ancora più blu quando piangevi. Tua madre che ti stringeva al petto, tuo padre che ti reggeva le mani per insegnarti a camminare, tua nonna che ti dondolava mentre cucinava. Le tue prime parole. Il tuo primo sorriso. Allora conoscevi solo l’amore, e non sapevi nemmeno quanto fosse prezioso.»

Si chinò, raccolse una margherita e la fece ruotare tra le dita.

«Ti ricordo bambina. La tua risata mentre correvi tra gli irrigatori, l’erba che ti macchiava le ginocchia, il sole che ti riempiva il naso di lentiggini. Raccoglievi mirtilli per farne torte, e con i tuoi amici gareggiavi a chi saliva più in alto sulla grande quercia del giardino. Saltavi nelle foglie in autunno, la pioggia ti bagnava il cappotto mentre i tuoi genitori ti guardavano dal portico, una tazza di tè in mano.

In inverno scivolavi con lo slittino dalla collina più alta; le tue guance erano rosse e bruciavano per il freddo. Costruivi pupazzi di neve e li coprivi con le sciarpe che tua nonna lavorava a maglia. Poi ti rannicchiavi davanti al camino, stretta tra le braccia di tua madre, la coperta bianca e rossa su entrambe, mentre lei ti leggeva la tua favola preferita.»

Chiusi gli occhi per un istante. Rivedevo tutto, ogni immagine, ogni profumo. Era come se la pioggia si fosse ritirata solo per lasciarmi ricordare.

«E mentre crescevi», riprese, «iniziavi a capire l’amore. Anche quando litigavi con gli amici. Anche quando i tuoi genitori ti sembravano severi. Poi il primo amore, il secondo. Il matrimonio. E credevi che il cuore non potesse contenere un affetto più grande, finché non hai avuto tua figlia. Hai imparato un nuovo modo di amare guardandola crescere.»

Il sole uscì del tutto, e le ultime gocce di pioggia scintillarono sui fili d’erba come minuscoli cristalli.

«Nei giorni bui», continuò, «l’amore era ancora lì. E tu lo ricambiavi. Eri gentile, premurosa, generosa. Importante. Sei stata importante per così tante persone. E lo sei ancora.»

Posò la margherita ai miei piedi.

Davanti a una lapide.

La mia lapide.

Un fremito profondo mi attraversò. Ricordi dimenticati riaffiorarono come onde lente: mia madre, mio padre, mia figlia, i miei anni pieni, il mio amore. «Chi sei?» chiesi di nuovo, con voce spezzata.

I suoi occhi si fecero più dolci.
«Lo sai», disse.

Lo sapevo. Nel profondo, lo avevo sempre saputo.

«Ci siamo già incontrati?»

Scosse la testa. «No. Ma tutti mi incontrano, prima o poi. Solo una volta. Molti mi temono. Io non sono qui per farlo. Sono qui per accompagnarti.»

Mi strinsi le braccia attorno al corpo. «Sono davvero…?»
Non riuscii a finire.

«Sì», disse lui con un sospiro. «Troppo presto. Non era il tuo momento. Ma a volte succede.»

Mi voltai per nascondere le lacrime. «Ha contato qualcosa? Io… ho contato qualcosa?»

«Tutto», disse. «Non ti dimenticheranno. Sei amata. Anche ora.»

Un dolore dolce mi strinse il petto. Ero amata, eppure non c’ero più.

«Da quanto tempo sono qui?» sussurrai.

«Non molto», rispose. «Anche se per te sembra eterno.»

Una brezza leggera fece frusciare le foglie sopra di noi.

«È ora di andare?» chiesi.

Lui annuì e tese la mano. «Quando sarai pronta.»

Toccai la mia lapide. Il mio nome. Le date. La frase:
Il tempo passa, l’amore rimane.

Chiusi gli occhi.
E ricordai tutto.

Non ero perduta. Non ero dimenticata. Ero stata amata—e lo ero ancora.

Presi la sua mano. Il calore del suo tocco cancellò ogni paura.

«Sono pronta», dissi.

E andammo.

 

Traduzione di Angelo Marcotti

 

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