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SCRIPTA MANENT

SCRIPTA MANENT

LETTURE SENZA CONFINI


L'ULTIMO RIFIUTO - RACCONTO BREVE DI JULES PREVI

Publié par Jules Previ sur 8 Novembre 2025, 15:31pm

Catégories : #Racconti Brevi

Il successo è un crimine che la società perdona solo dopo il pagamento della pena.”
…l’aveva scritto lui stesso, Angelo, in un quaderno di quelli scoloriti… mica per fare il filosofo, no… perché quando ti rifiutano abbastanza a lungo, cominci a pensarla così… che esser letti è un reato di lusso… che prima devi sganciare, soffrire, scontare… e
poi forse ti lasciano passare… forse…

1. La cartellina azzurra

All’inizio era tenero, Angelo… proprio tenero… conservava tutto… pure le buste strappate… gli indirizzi in stampatello… come se un giorno un biografo da quattro soldi dovesse venire lì, bussare… “mi scusi, dov’è che la sua speranza è andata a sbattere?”… “eccola, qui, nella cartellina azzurra”…
Che poi era una cartellina stupida, di plastica… da universitario povero… quella dei primi racconti… quando credeva che una bella frase potesse aprire Milano, Roma, terrazze con le piante di limone e gli editori simpatici… che ti chiamano per nome… “Angelo, che bella prosa”… sì, vabbè…

Col tempo la cartellina si andò gonfiandosi… come le vene dei vecchi… la plastica diventò opaca… non rifletteva più la luce… proprio come lui… smise pure di aprirle, le buste… le riconosceva dall’odore… quell’arietta di carta patinata da ufficio triste… “gentile autore”… dalla prima riga già morto… non era neanche più dolore… era un ronzio… il frigorifero di notte… che non ti sveglia più…

Viveva in un bilocale, quarto piano senza ascensore… la città che sbraitava da una finestra… dall’altra un cortile stanco, con un platano ricucito dai temporali… sul tavolo un portatile sfiancato… tre tazze di caffè, ognuna a una temperatura diversa… e la giacca di lino sulla sedia… pronta per l’uscita che non faceva mai… la vita “subito”… rimandata.

E il lavoro? roba grigia… traduzioni di manuali su valvole idiote, robot da cucina, contratti stranieri… la grammatica come zappa… poi i libri degli altri… dava loro la voce… loro ci mettevano la firma… l’avvocato col romanzo giudiziario che voleva sembrare americano… la chef televisiva col memoir “spontaneo”… l’influencer con “frasi da sottolineare”…
Tutti pieni di io, loro…
Lui pieno di polvere… il suo nome restava sul bordo dello schermo… come un dito sporco.

2. Claudia e la sedia

Claudia veniva e andava… marea buona… ostetrica… le mani ancora calde dei neonati… gli abbracci dietro al collo… gli annusava i capelli… “tu li vedi nascere,” le diceva lui… “io vedo le storie morire”… lei sorrideva storto… perché la verità fa così: accarezza e punge.

Il giorno che lo lasciò fu miserabile… di una banalità schifosa… niente pioggia, niente melodramma… posò la valigia vicino alla porta… i documenti sul tavolo… gli addebiti… tutto in ordine, come un’infermiera…
— Vado da mia sorella… per un po’…
Dentro c’erano dieci conversazioni non fatte… dieci sere di stanchezza…
Lui:
— Dove vai? senza nemmeno staccarsi dallo schermo… da bravo condannato…
— Non ce la faccio più, Angelo… — disse lei — non posso vivere tra “ti prometto” e “vediamo”… e poi la coltellata vera:
— Hai una tua idea di giustizia… vuoi riparare il mondo con la carta… io ho bisogno di una sedia stabile…
Sedia stabile… gliel’aveva ripetuto mille volte… lui stette zitto… perché era vero… la sedia traballava… una gamba più corta… lui ci metteva sotto un libro non letto… sistema provvisorio… la sua vita.

La porta fece “tac” come un punto fermo.
Nel cortile un gatto ostinato miagolava alla primavera…
Lui rimase lì, a guardare il vuoto… a fare il vedovo del possibile.

3. Il bar e la frase

Si abituò al silenzio… anche quello puzza all’inizio… poi non lo senti più… diventò ordinato, Angelo: mattina traduzioni, pomeriggio racconto nuovo, sera il romanzo che non finiva mai… “La linea d’ombra della pagina”… che titolo da liceale bravo… ma ci credeva…
Di notte però gli editori arrivavano in sogno… in giacca… come professori che non faranno mai l’esame… “interessante”… la parola peggiore… non dice sì, non dice no… ti lascia in sospeso come un impiccato… il purgatorio degli scrittori: il “forse”.

Quel pomeriggio di pioggia uscì… per non guardare le pareti… entrò in un bar dove stazionavano quelli “che contano”… i critici che mangiano a buffet… i redattori che sanno tutto e non leggono niente… i direttori che parlano di “linee”…
Lui ascoltava… uno diceva: “ragazzo interessante, fresco, agile”… l’altra: “ha una community”… già…
community ha sostituito stile… quando un mestiere muore cambia vocabolario.

Fu lì che gli arrivò la fucilata vera… non un’idea, no… una frase servita calda:
“Se non mi volete da vivo, mi prenderete da colpevole.”
Non era spettacolo… era logica…
Cosa interessa davvero?
La storia.
La storia più dritta? il delitto.
Una vita che si spezza, un motivo semplice, brutale: rifiuto. Rivalsa.
Lui provò a scrollarsela di dosso, la frase… niente… si infilò tra scapola e cuore… la notte la mise giù nel romanzo:
“Il modo più rapido per diventare leggibile è smettere di essere innocente.”
La rilesse… schifo e pace insieme… come quando ti togli una scheggia.

4. Morandi, l’altrove

Il bersaglio venne da sé… non serviva fantasia… un editore medio, pulito, ben stirato… giacca perfetta… voce da presentazione… si chiamava Morandi… faceva libri bianchi, militanti nel racconto breve, la nicchia che non muore mai…
Ad Angelo aveva già risposto due volte: “scrittura precisa ma non troviamo un taglio abbastanza nuovo”…

Nuovo… la fiera del nuovo
Lui cercava il contrario: la frase giusta, non la pose.

Lo vide in una libreria chic, sotto i faretti… parlava del rischio editoriale come di una scalata per beneficenza… gli scrittori intorno come pulcini… tutti a sperare nella pioggia.
Angelo si avvicinò:
— Le ho mandato tre racconti…
Morandi, sorriso da turista:
— Ricordo! molto puliti… ha mano… ma stiamo cercando voci più… spostate…
— Verso dove?
— Un altrove…
E godette pure, Morandi, nel dirlo… l’altrove!
— Capisco… — fece Angelo — anch’io sto cercando un altrove…
Bevvero due bianchi… lui uscì nella sera umida con la certezza che l’unico altrove disponibile era il casellario giudiziale.

Quella notte scrisse “Portineria”… un tizio che si vendica di un portinaio… ma non era vendetta… era autorizzazione… tutta la sua vita era stata: “non si può entrare”.

5. La decisione (non era pazzo)

Non fu una cosa di furore… no… fu modulistica… prese un quaderno… fece le colonne… Motivo, Luogo, Conseguenze… scrisse:

  • arresto

  • processo

  • condanna

  • popolarità

  • interesse per i manoscritti vecchi

  • libro dal carcere
    Si vergognò un secondo… poi gli parve professionale… come tradurre un manuale di motori.

Uccidere.”
La parola intera.
La disse piano.
Non gli sembrò enorme… sembrò finita.
Aspettare gli faceva più paura.

L’arma se la fece prestare da un vecchio conoscente da poligono… gli raccontò una rapina… quello partì coi calibri… lui pensava agli aggettivi… non voleva imparare la meccanica del male… voleva restare dilettante del gesto.

Scrisse nel quaderno:
“Se la letteratura non cambia la vita, la vita cambierà la letteratura. Mio malgrado o per mia mano.”

6. Il giorno di vetro

La mattina era bella… proprio bella… sole limpido… niente noir… niente pathos… la città tutta di vetro…
Morandi arrivava sempre alla stessa ora… con la cartella…
Angelo lo aspettava come si aspetta l’autobus… senza eroismi.
— Buongiorno…
— Ah sì, il…
— Angelo…
— Sono in ritardo per una riunione…
— Lo credo.

Un secondo di vuoto.
Un clacson lontano.
Il gesto minimo.
La morte rapida.
Niente urla… solo la sorpresa… come un regalo vuoto.

Angelo non scappò.
Posò l’arma.
Alzò le mani.
Aspettò la polizia come un taxi prenotato.
Avrebbe voluto dire “leggetemi adesso”… ma gli parve di cattivo gusto.
Le parole devono avere il peso giusto.
In quel momento erano sabbia.

7. Il processo

Il tribunale era troppo grande… i giornalisti avevano già i titoli: “Lo scrittore del rifiuto”, “L’assassino degli editori”… il popolo diceva “atto politico”, “follia lucida”… con la stessa leggerezza con cui dice “oggi piove”.

Il suo avvocato, gentile e affilato, gli propose la pazzia momentanea… la depressione… il sistema competitivo…
— Non ero pazzo — disse Angelo.
— Ma ci aiuta.
— A cosa?
— A farle meno anni.
— La pena è la mia pubblicità.

Il giudice, donna, capelli neri, lo guardò come si guarda un ragazzo che ti delude:
— Lei confonde il riconoscimento con la fama.
— Io confondo l’ossigeno con l’aria… senza uno l’altra non serve…
Colpita.

I testimoni si alternarono… un vecchio professore: “aveva talento a vent’anni”… un redattore di Morandi: “l’editore non leggeva tutto ma aveva fiuto”… Fiuto?! pensò Angelo… il fiuto serve per i tartufi… non per le frasi.

Lo condannarono bene… esemplare… perché il delitto era troppo leggibile.

8. Il carcere

Il carcere era pulito… troppo… pareti color crema… odore di detersivo… ferro…
La cella per due… l’altro usciva per lavorare in cucina… si chiamava Kamal… sorriso teso tra coraggio e malinconia:
— Tu sei lo scrittore.
— Lo sto diventando adesso.
— Bello fare qualcosa con le mani.
— Io lavoro con la testa.
— Le teste sono mani che non si sporcano…
e rideva.

Gli orari erano musica: sveglia, aria, pranzo, studio, tv, chiusura… la ripetizione gli fece bene… c’era un tavolo… una penna… una luce che non saltava… niente bollette… nessuno a dirgli “perché non esci?”, “perché non chiami?”, “perché non conosci qualcuno?”… la libertà del recluso.

E arrivarono le lettere.
“Per lei, scrittore”…
Ammirazione, insulti, manoscritti da correggere…
Un editore giovane: “vorremmo pubblicare i suoi racconti giovanili”…
L’agenzia che prima lo ignorava ora lo voleva…
La società traduceva la colpa in percentuali.

C’era anche Pastore, l’agente col quaderno… poeta clandestino… penna dietro l’orecchio:
— Posso chiederle una cosa?
— Sì.
— Lei pensa che la letteratura possa valere la vita di un uomo?
— No.
— Ma…
— Ma a volte la vita di un uomo vale meno della sua storia. Non lo auguro a nessuno. Ma succede.
Pastore scosse la testa… poi gli portò racconti di un autore morto…
— Dicono che scriveva cose brevi perché non aveva tempo…
— O perché non aveva paura… il lungo è un modo per chiedere perdono.

9. Le lettere a Claudia

Le scrisse subito. “Sto bene. Qui dormo. Il rumore è puntuale. Se vuoi vieni, se no ti capisco. La sedia qui è stabile.”
Lei rispose dopo un mese: non sapeva come tenere insieme l’uomo amato e l’uomo dei giornali…
Poi venne.
Maggio chiaro.
Sedettero.
— Ti odiano?
— No. Qui c’è di peggio da odiare.
— E scrivi?
— Sì. Ma adesso è come a scuola… c’è un compito… lo devo consegnare.
— Hai fatto qualcosa di irreparabile.
— Sì.
— E adesso?
— Adesso riparo scrivendo.
— A chi?
— A nessuno. Ai lettori che non ho avuto. A te.
Si abbracciarono poco… lei uscì dritta… come una donna che rifiuta l’ultimo peso.

10. La sedia stabile

Con i soldi dei diritti l’avvocato gli propose un po’ di comodità… libri, lampada, roba… lui rifiutò quasi tutto… non voleva tradire la condizione…
Chiese solo una sedia stabile.
Quando arrivò rise da solo:
“Vedi, Claudia? alla fine la sedia è arrivata.”

Cominciò a scrivere Lettere dalla stanza senza finestre (bugia: la finestra c’era… ma le bugie servono)… spiegava che la fama non esiste, esiste la riconoscibilità… come le montagne: sono sempre quelle, ma da un certo punto tutti dicono “ah, guarda!”…

Alla fine di ogni capitolo metteva un dialogo con Morandi… vivo… seduto davanti…
— Cosa volevi da me?
— Che mi dicessi di no dopo aver letto fino in fondo.
— Non è così che funziona.
— Adesso lo so.
— E adesso?
— Adesso leggi tu me.
— Non c’è più nessuno da leggere. Ci sono solo libri.
— I libri a volte sono più vivi degli uomini.
— E allora è giusto quello che hai fatto?
— No. È solo coerente col modo sbagliato in cui funziona il mondo.
Era il solo funerale possibile.

11. L’editore giovane e l’intervista

L’editore giovane tornò con la proposta: antologia, titolo L’ultimo rifiuto, prefazione di uno famoso…
Angelo accettò solo se poteva scegliere l’ordine e aggiungere gli “appunti di cella”.

Le chiederanno interviste.
— Niente televisione.
— Una lunga scritta?
— Una lunga scritta.

Il giornalista arrivò troppo educato:
— Perché l’ha fatto?
— Per far coincidere il libro con la vita.
— Ci è riuscito?
— No. Ma adesso posso scrivere come si fallisce.
— Si pente?
— Questa è una domanda pubblica su un sentimento privato.
— Cosa direbbe a un giovane scrittore?
— Di diffidare dell’ammirazione. Di contare i giorni, non i like. Di amare qualcuno che non ha paura di una sedia instabile.
— E agli editori?
— Di leggere fino in fondo. Di dire no con una frase, non con una formula.

L’intervista spaccò la piazza: mostro, martire, lucido, schifoso…
Angelo ritagliò solo una frase: “La letteratura non è un alibi, ma qui è una prova a carico e a discarico.”
La mise nel quaderno.

12. La telefonata di Claudia

Una domenica lo chiamarono:
— Sono io.
— Ciao.
— Ho letto L’ultimo rifiuto.
— E?
— È bello. Fa male. Ho pianto su “Portineria”.
— Perché?
— Perché parla di un confine minuscolo che diventa un muro.
— Già.
— Se ti avessero pubblicato prima, l’avresti fatto?
Silenzio.
— Non lo so. Gli eventi non si cancellano. Si sostituiscono. Se non l’avessi fatto sarei morto di un’altra cosa… ruggine.
— Non dire sciocchezze.
— Hai ragione.
— Posso venire ancora?
— Quando vuoi.

Kamal lo guardò:
— Le donne ci tengono sulla terra.
— I libri ci tengono in aria.
— E noi siamo funamboli senza rete.

13. La presentazione in carcere

Fecero una presentazione in biblioteca… giornalisti, liceali, una signora col cappello, Pastore in fondo…
Kamal non poteva... in cucina.
Angelo lesse una pagina… poi:
— Avrei voluto che fosse Morandi qui… non per chiedergli perdono… per sentirgli la voce… è quello che non ricordo.
Un ragazzo:
— Lei pensa di essere giusto?
— No. Penso di essere stato coerente con una parte di me che non meritava coerenza.
— E perché parla?
— Perché il silenzio è già stato usato contro di me. Da me.
Pastore applaudì per primo… due colpi secchi… le sedie seguirono come pioggia.

14. Epilogo

Il secondo libro uscì l’anno dopo… meno clamore… qualcuno cominciò a leggere Angelo per Angelo e non per il delitto… un professore fece un seminario sull’etica e la colpa…
Pastore pubblicò a sue spese un libretto di poesie…
Kamal ebbe lo sconto di pena… gli lasciò una lettera: “Non smettere quando ti dicono che basta.”

Un pomeriggio d’inverno Angelo chiuse un taccuino e ne aprì un altro… sulla prima pagina scrisse:
“Ho commesso un atto che non si ripara. Oggi scelgo la riparazione come mestiere.”
Posò la penna.
Dalla finestra entrava una luce pallida… pensò a Morandi senza odio… a Claudia senza rimpianto… al platano del cortile di una volta… alla sedia stabile…
Si fece un caffè solubile… lo portò al tavolo come fosse sacro…
La giornata era tutta da scrivere… e, per la prima volta da tanto, la pagina non era più un tribunale… era una casa.

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