/image%2F4717381%2F20251112%2Fob_ea0533_pepper.png)
Mi chiamano Pepper, abbreviazione di Pepperpot, perché sono un gatto nero con una piccola macchia bianca sul petto: proprio come il segno che resta quando qualcuno prende il primo cucchiaio dalla pentola.
Vivo in una casetta gialla a Bain Town con la mia padrona, miss Inez Rolle: guaritrice, donna di campagna e, quando gli spiriti lo suggeriscono, consulente di Obeah part-time. Non fatevi idee: non è una strega cattiva. Miss Inez è una di quelle donne silenziose ma potenti: le basta guardare un bambino per capire chi sia il padre, senza fare domande. A lei la gente va per i guai d’amore, per i mal di pancia e per i sogni troppo pesanti. Sotto il portico ha erbe appese ad asciugare, sugli scaffali oli e bottigliette — e in casa un gatto che sa troppe cose: io.
Ma questa storia non riguarda le sue mani curative. Riguarda l’amore.
Nello specifico, come io, Pepper, il gatto più sveglio di Nassau, ho dovuto fare da cupido tra la mia strega e il vicino della porta accanto.
Ogni mattina mi piazzavo sul davanzale a osservarlo: mr. Darius Dean, doganiere al molo. Spalle larghe da sollevare un motore e una risata che sapeva di rum alla guava. Salutava sempre: «Buongiorno, miss Inez!». Lei fingeva d’essere troppo presa ad annaffiare la citronella per rispondere.
«Pepper,» mormorava quando lui si allontanava, «quell’uomo è troppo perbene per me. Merita una ragazza perbene, non una donna che parla con i morti nel sonno». Io muovevo la coda: gli umani complicano l’amore come fosse scienza, quando è cucina — se ci pensi troppo, rovini il sapore.
Era mesi che andava avanti così. Ogni volta che passava, lei si sistemava il foulard. Lui arrivava con piccoli doni — manghi del giardino della sorella, tartellette al cocco di sua zia — «ne avevo un po’ in più». Non serve chiaroveggenza per capire che era preso bene.
Naturalmente, Nassau è piccola e i pettegolezzi corrono più veloci dei tamburi Junkanoo. Sul portico, miss Lulla, miss Pearline e l’eterna ficcanaso miss Bain commentavano:
«Hai visto quel doganiere che porta sempre manghi alla strega?» sussurrava Lulla (abbastanza forte da farsi sentire dagli spiriti).
«Gli avrà fatto un incantesimo?» si sventolava Pearline.
Miss Bain schioccava la lingua: «Altro che incantesimo, ha messo goat pepper oil nella torta!».
Io, regale sul muretto, ascoltavo. Gli umani parlano, ma non vedono. Se sapessero che una donna capace di evocare una tempesta non ha bisogno di olio di pepe: le basta coraggio.
Un giovedì, la pioggia scese alla maniera di Nassau: all’improvviso, come una noce di cocco spaccata. Inez stava ritirando il bucato e Darius, benedetto il suo cuore cavalleresco, attraversò il cortile per aiutarla. Tornarono fradici, i vestiti incollati addosso, ridendo come ragazzi.
«Sì, pioggia!» feci le fusa alla finestra. «Fai la tua parte!»
Appesero i panni sotto il portico e, al primo tuono, lei lo invitò dentro. La prima volta! Quasi soffocavo con le crocchette.
Bevvero bush tea: Cerasee con una foglia di lime — ogni vero bahamiano sa che il Cerasee cura pure il mal d’amore.
«Aiuti la gente a trovare l’amore?» chiese lui.
«A volte,» disse lei, girando piano il tè. «Ma l’amore è complicato: puoi mescolare tutte le erbe giuste e trovarti la persona sbagliata.»
Lui sorrise: «Forse ti serve solo il soggetto giusto».
Ragazzi, se i gatti potessero arrossire, io diventavo rosa. Decisi che era ora di intervenire.
Quella notte, mentre lei dormiva, aprii con la zampa il cassetto delle erbe e tirai fuori un sacchetto di love vine — erba buona, quella che cresce vicino al cimitero. La posai sul tavolo, rovesciai un filo di olio di rose e un pizzico di sale.
Al mattino, Inez trovò il disordine. «Signor Pepper!» mi rimproverò. «Sempre a frugare!» Però restò a fissare le erbe. «Hmm… forse gli spiriti vogliono dirmi qualcosa.» Perfetto.
Più tardi, Darius venne a riportare le mollette che lei aveva «dimenticato» sul suo stendino. Io finsi un pisolino sui gradini, orecchie ben aperte.
«C’è un profumo delizioso» disse lui.
«Una cosetta che stavo preparando. Vuoi del tè?»
E così… la pozione d’amore n. 242 fece il suo lavoro (con un aiutino mio, s’intende).
Da lì presero il ritmo, come le prove dei tamburi prima del Boxing Day. Stare insieme, parlare, ridere, cucinare. Lui riparò la staccionata di cui lei si lamentava da mesi. A dicembre la invitò al Junkanoo.
Avreste dovuto vederla: timida, ma con la gonna madras stirata e i capelli come appena sbarcata da Cat Island. Io mi unii, ovvio: in Bay Street mi muovo tra le gambe meglio di chiunque.
Campanacci, corni, piume lucenti. Quando passarono i Saxons, gli occhi di Inez brillarono come a vent’anni. Darius le prese la mano e — per la prima volta dopo anni — la sentii ridere di cuore. Ballarono. Il mondo scomparve. Persino i duppies sull’albero di cotone si saranno fermati a guardare.
Poi, la tempesta: qualcuno mise in giro la voce che Darius fosse stregato. La gelosa miss Eunice della Mount Zion Baptist giurò che Inez avesse usato l’Obeah. E Nassau, coi pettegolezzi, non scherza: metà «prega contro gli spiriti», metà accende candele sotto il letto.
Inez provò a riderci su, ma la vidi preoccuparsi. Il pastore Stuart bussò con la Bibbia: «Sono venuto a pregare per casa sua. La comunità è in ansia».
«Per i miei panni sul filo,» rispose lei, «o per i membri che mi devono soldi per le medicine?»
Il pastore borbottò e se ne andò. Darius, però, smise di passare per qualche giorno: questo la ferì. Non cantava più, non si pettinava, si scordò persino di darmi le sardine. Dovevo aggiustare le cose.
Quella sera andai sotto il portico di Darius fingendo di inseguire una lucertola. Lui era lì, spaesato.
«Pepper, che fa davvero la tua padrona? Dicono che mi abbia stregato.»
Miagolai forte e graffiai il vaso della menta. Proprio allora il vento gli sfilò di tasca uno scontrino del Fresh Market: aveva comprato fiori due giorni prima.
«Vedi?» pensai. «La stai ancora pensando. Smettila di fare lo sciocco.»
Lui guardò lo scontrino, poi me, e sorrise. «Sai una cosa, Pepper? Hai ragione.»
Si alzò di scatto, prese i fiori e attraversò la strada.
Inez era in giardino, sotto l’albero di cotone, ad accendere una candela per la pace. La luna era alta, i grilli chiacchieravano.
«Buonasera, miss Inez» disse lui.
«Darius! Non dovresti… la gente già…»
«La gente parla sempre. Non m’importa. Voglio te.»
La mia coda si gonfiò come cotone!
«Sei sicuro? Non hai paura delle donne Obeah?»
«Ho paura solo che tu mi ignori di nuovo.»
Lei rise. Giuro che i duppies applaudirono tra le fronde.
Da quella notte le cose si rimisero in carreggiata. Darius non badava alle chiacchiere: si presentava con la spesa o con una battuta, e l’aiutò ad avviare Inez’s Island Remedies — Bush Tea & Blessings.
Quelli che bisbigliavano ora fanno la fila per il tè della febbre e quello dell’amore. E quando chiedono se le erbe funzionano davvero, Inez sorride: «Chiedete a Pepper: lui sa tutto».
La sera sto sul portico a guardarli ridere. A volte lui suona il vecchio washboard e lei balla scalza, la gonna che ondeggia. Si sposeranno il Giorno dell’Indipendenza, con i colori della bandiera. Ho già richiesto un collare con campanellini dorati e turchesi, a tema.
I pettegolezzi? Sempre vivi — ma stavolta ridono dicendo che è stato il gatto a combinare il matrimonio. Non sanno quanto sia vero.
Perché a volte l’amore non ha bisogno di incantesimi o pozioni: basta un gatto ficcanaso che crede nei lieti fini.
Se vi sentite soli a Nassau, non preoccupatevi: l’amore potrebbe essere proprio oltre la recinzione, con un cesto di manghi in mano, fingendo di essere “solo di passaggio”.
E se un gatto nero vi osserva un po’ troppo da vicino, non scacciatelo. Potrei essere io, Pepper, all’opera con un altro miracolo nel 242.
Traduzione di Angelo Marcotti














