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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


L'ULTIMO MIGLIO VERSO DIO – RACCONTO BREVE DI ANTHONY BENNION

Publié par Anthony Bennion sur 11 Novembre 2025, 18:25pm

Catégories : #Racconti Brevi

Tossendo, Charles giaceva disteso nella scialuppa di salvataggio, cercando di non pensare alla sete che lo divorava.
Il sale dell’oceano gli bruciava le labbra screpolate, mentre la marea faceva dondolare la piccola imbarcazione in un lento sciabordio.
Gli abiti da marinaio, fradici e pesanti, lo appesantivano, sottraendogli calore e lasciandogli la pelle d’oca. Sopra di lui, la luna brillava pallida, proiettando la sua luce lattiginosa sull’acqua nera.

Le labbra gli pulsavano, la gola gli bruciava. Solo pochi giorni prima era sul Monarch, a bere acqua fresca e a ridere con i compagni. Ora, solo il ricordo di quella freschezza gli serrava la gola: avrebbe dato qualsiasi cosa per un sorso, uno soltanto.

Rivide nella mente il naufragio della nave: i barili d’acqua che galleggiavano accanto ai corpi immobili dei suoi amici. La bile gli salì in gola.
Ricordava di aver oltrepassato quei corpi bianchi, cercando disperatamente la scialuppa. Il sapore dei biscotti raffermi e del prosciutto salato gli rimase in bocca, mentre combatteva per allontanare l’immagine dei compagni morti.

Scosso, si sollevò a fatica e vomitò l’ultimo contenuto del suo stomaco ormai vuoto.
Quando gli spasmi cessarono, rimase piegato, ansimante, guardando il mare portare via tutto. Poi la sete tornò, più feroce di prima.

Si leccò le labbra. Guardò l’acqua.

Forse berne un po’ non sarebbe male, pensò. Solo un sorso.

No”, si disse subito, scuotendo il capo. La disidratazione gli stava annebbiando la mente.
Sapeva che quell’acqua non gli avrebbe dato sollievo, ma solo più dolore.
Aveva bisogno di acqua dolce.
E ricordava — o credeva di ricordare — di aver intravisto terra il giorno prima. O forse era un sogno?

Cercò di concentrarsi. Da quanto tempo era affondata la Monarch?
Cinque giorni, forse più. Il tempo in mare si dilatava e si contraeva senza logica, come un respiro spezzato.

Un tuono rotolò lontano, seguito da un lampo che tagliò il cielo.
Charles alzò lo sguardo, sperando in un temporale: la pioggia significava acqua, vita, un’altra possibilità.
Ma se la tempesta fosse stata troppo forte? Aveva già rischiato di morire una volta.
Restare nella barca, anche solo per sopravvivere, richiedeva una forza che gli stava venendo meno.

Chiuse gli occhi, e i ricordi lo travolsero: il legno che si spezzava, le urla, il boato del mare in tempesta.
Non sapeva perché lui fosse sopravvissuto mentre gli altri no.
Ricordava solo la lotta disperata contro le onde, l’aggrapparsi a un pezzo di legno, la scialuppa che appariva dal nulla, e poi l’oblio.

Ora si mise seduto, cercando nell’oscurità un segno di costa.
La luna, velata dalle nuvole, gettava una luce d’argento sull’acqua increspata.
Nulla. Solo ombre.

Eppure, sapeva che non poteva arrendersi.
Ti prego, Signore, mormorò, con gli occhi lucidi. Mostrami una via. Ti seguirò.
Poi ricordò le parole di sua madre: Dio non aiuta chi non si aiuta da solo.

Un lampo bianco squarciò il cielo. Il vento s’alzò, portando con sé la prima pioggia: gocce sottili, fredde, che gli bagnarono i capelli e il collo.
La sua barca si sollevò sulla corrente, trascinata dalle onde.
Charles si sollevò a fatica, lo sguardo fisso sull’orizzonte.

E allora la vide.
Una sagoma scura, lontana ma reale.
La terra.
Forse a un miglio di distanza.

La speranza gli incendiò il petto. Cercò intorno a sé un pezzo di legno, un remo, qualcosa che potesse usare per pagaiare. Nulla. Solo detriti e schiuma.
Nuotare? Impossibile. Il mare era una bestia scura e gelida, e la sola idea di finirci dentro gli fece tremare le mani.
Ma non aveva alternative.

Non c’è altro modo”, sussurrò. Si sporse a prua.

Non vide l’onda arrivare.
Un muro d’acqua, grande come una balena, lo travolse in un istante.
Fu sbalzato via, colpendo la barca con la mano — sentì un
crack.
Poi solo gelo, e il fiato strappato via.

L’acqua lo inghiottì.
Affondò, le orecchie riempite dal ruggito ovattato del mare.
Il freddo era un coltello, il dolore un lampo che attraversava ogni fibra.
La mano gli pulsava, spezzata.
Il panico cercò di risalire, ma sotto di esso — in fondo — c’era una calma strana, quasi rassegnata.

Ecco la mia fine, pensò.
Ma poi, un’eco: la preghiera.

Dio non aiuta chi non si aiuta da solo.

Con uno sforzo disperato, mosse le gambe e nuotò verso la superficie.
Il dolore gli trapassò il braccio, ma l’istinto era più forte della paura.
Riemerse ansimando.

La riva era più vicina. Le onde lo trascinavano, spingendolo verso di essa.
La pioggia gli scrosciava sul viso. Ogni goccia era una benedizione, un colpo di vita.

Intorno a lui galleggiavano i resti della scialuppa.
Il dolore alla mano era ormai un ronzio lontano: lo avrebbe affrontato
dopo.
Non “se”, ma “quando”.

Raccolse tutte le forze e cominciò a nuotare. Sinistra, destra. Sinistra, destra.
Il ritmo gli riempiva la mente, cancellando il dolore e la paura.
Il calore tornava nei muscoli, la costa si avvicinava.

Poi un’onda più grande delle altre lo travolse, rovesciandolo.
Le dita toccarono sabbia.

La sabbia.
Il suolo.

Con un gemito, Charles iniziò a strisciare, trascinandosi sui gomiti. La testa gli pulsava, la vista si oscurava ai bordi.
Si lasciò cadere sul bagnasciuga, esausto, le braccia distese.
Il vento portava ancora l’odore del mare, ma in quel respiro c’era la vita.
Nel suo cuore, la gratitudine.

Aveva trovato la via che Dio gli aveva promesso.

 

Traduzione Angelo Marcotti


 

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