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Publié par Angelo Marcotti

Robert Musil pubblica nel 1906 Die Verwirrungen des Zöglings Törless, opera prima che già contiene in embrione l'intera traiettoria intellettuale dell'autore. Il romanzo si presenta apparentemente come un tradizionale Bildungsroman, il racconto della formazione di un adolescente in un collegio militare dell'Impero asburgico. Tuttavia, questa cornice convenzionale cela un'opera di straordinaria complessità filosofica, dove la crisi della soggettività moderna trova una delle sue espressioni più acute e inquietanti.

La vicenda si svolge in un istituto militare isolato, microcosmo che riproduce e amplifica le tensioni della società mitteleuropea di fine secolo. Il giovane Törless, figlio della buona borghesia, si trova catapultato in un ambiente dove le regole della civilizzazione sembrano sospese. Quando scopre che due suoi compagni, Beineberg e Reiting, torturano sadicamente un terzo studente, il debole Basini, colpevole di piccoli furti, Törless non interviene né denuncia. Anzi, assiste, partecipa marginalmente, osserva con una curiosità che oscilla tra il disgusto e la fascinazione.

Questa passività non nasce da viltà né da crudeltà innata. Musil costruisce il personaggio di Törless come un'intelligenza prematuramente sveglia, un adolescente che si interroga sulle fondamenta stesse della conoscenza e della morale. È proprio questa ipertrofia intellettuale a paralizzarlo di fronte all'orrore concreto. Quando dovrebbe agire, Törless pensa; quando dovrebbe scegliere, dubita; quando dovrebbe giudicare, analizza. Il suo tormento non riguarda tanto la sofferenza di Basini quanto l'impossibilità di trovare un fondamento razionale all'indignazione che pure prova.

Il rapporto con la filosofia nietzscheana permea l'intero romanzo, sebbene in modo obliquo e problematico. Beineberg, il più intellettualmente pretenzioso dei torturatori, si richiama esplicitamente a teorie sulla volontà di potenza e sulla necessità di superare la morale convenzionale. Nelle sue conversazioni con Törless, egli elabora una rozza giustificazione filosofica della violenza esercitata su Basini. Quest'ultimo incarnerebbe l'essere inferiore, sul quale gli spiriti superiori hanno diritto di esercitare il proprio dominio. È una caricatura del pensiero nietzscheano, certo, ma non per questo meno rivelatrice.

Musil ci mostra come certe idee filosofiche, una volta estratte dal loro contesto speculativo e trasposte nella prassi da menti immature o malintenzionate, possano degenerare in giustificazione della brutalità. La teoria del superuomo, concepita da Nietzsche come critica radicale della metafisica occidentale e invito a una trasvalutazione dei valori, diventa nelle mani di Beineberg semplice pretesto per il sadismo. Questa degenerazione non è accidentale: Musil suggerisce che esiste una pericolosa continuità tra certi esiti del pensiero filosofico e la violenza concreta.

Tuttavia, il romanzo non si riduce a una semplice polemica anti-nietzscheana. Törless stesso è attratto da queste teorie, sente il fascino di un pensiero che promette di superare le strettoie della morale borghese. Ma la sua natura essenzialmente riflessiva gli impedisce di abbracciare con convinzione qualsiasi sistema. Quando Beineberg teorizza, Törless ascolta con interesse misto a repulsione. Riconosce qualcosa di vero in quelle parole, ma anche qualcosa di terribilmente falso, di pericolosamente semplificatorio.

Il personaggio di Reiting rappresenta una variante diversa ma complementare. Meno interessato alle giustificazioni filosofiche, egli esercita la violenza per puro calcolo di potere. Reiting è il politico nato, colui che comprende istintivamente come manipolare gli altri, come creare alleanze e tradirle, come dominare attraverso l'astuzia. Se Beineberg cerca di elevare la crudeltà a sistema filosofico, Reiting la pratica come tecnica di governo. Entrambi, ciascuno a suo modo, incarnano possibili declinazioni del superuomo: l'uno teorico e mistico, l'altro pragmatico e cinico.

Di fronte a queste figure, Törless appare disarmato. La sua sensibilità acuta, la sua capacità di cogliere le sfumature, la sua onestà intellettuale diventano handicap in un mondo retto dalla violenza. Il romanzo inscena così una drammatica contraddizione: le qualità che dovrebbero definire l'uomo superiore – l'intelligenza, la raffinatezza, la capacità di pensiero critico – si rivelano impotenti di fronte alla brutalità dei mediocri che si proclamano superuomini.

Particolarmente significativo risulta il modo in cui Musil tratta la sessualità. Gli abusi su Basini hanno una chiara componente erotica, mai esplicitata ma sempre presente. L'adolescenza è il momento in cui il desiderio emerge nella sua forza anarchica, precedendo e sfidando ogni razionalizzazione morale. Törless stesso prova attrazione per Basini, un'attrazione che lo confonde e lo umilia. Questa dimensione pulsionale complica ulteriormente il quadro: la violenza non nasce solo da teorie filosofiche mal digerite, ma anche da impulsi che sfuggono al controllo della ragione.

Il contrasto tra la madre di Törless e l'ambiente del collegio struttura l'intero romanzo. La madre rappresenta il mondo della civiltà, dei sentimenti regolati, delle certezze morali. Quando visita il figlio all'inizio del racconto, porta con sé un'aura di normalità rassicurante che però si rivela fragile, incapace di penetrare veramente nella realtà del collegio. Törless sente di non poter comunicare alla madre ciò che sta vivendo. Esiste un abisso tra quel mondo ordinato da cui proviene e l'esperienza di dissoluzione che sta attraversando.

La matematica gioca un ruolo cruciale nella crisi di Törless. Egli non riesce a comprendere come possano esistere i numeri immaginari, entità che sembrano sfidare la logica eppure producono risultati concreti. Questa perplessità matematica diventa metafora di un'inquietudine più vasta: come può la realtà fondarsi su principi che la ragione non riesce completamente a giustificare? Il professore di matematica, interpellato da Törless, fornisce spiegazioni tecnicamente corrette ma da un punto di vista esistenziale insoddisfacenti. Rimane un residuo irrazionale, uno scarto tra il calcolo e la comprensione intuitiva.

Questo problema epistemologico si riverbera sulla questione morale. Se i fondamenti della conoscenza contengono un elemento opaco alla ragione, come possono i principi etici pretendere un'evidenza assoluta? Törless non trova risposta. La sua incapacità di intervenire per salvare Basini nasce anche da questa paralisi cognitiva: non possiede certezze abbastanza solide per giustificare un'azione decisa. E mentre lui dubita, la violenza procede con la sicurezza di chi non si pone domande.

Il rapporto con Basini merita un'analisi particolare. La vittima non è affatto idealizzata da Musil. Basini è debole, meschino, servile. Ha effettivamente rubato, e la sua abiezione morale lo rende un facile bersaglio. Questo complica la posizione del lettore: non possiamo identificarci pienamente con Basini, la cui degradazione fisica riflette una degradazione morale preesistente. Törless stesso oscilla tra pietà e disprezzo. Riconosce l'ingiustizia della violenza subita da Basini, ma trova difficile provare vera solidarietà per qualcuno così manifestamente inferiore.

Qui emerge tutta l'ambiguità del romanzo rispetto al tema del superuomo. Musil sembra suggerire che esistono effettivamente differenze qualitative tra gli esseri umani. Törless è intellettualmente superiore a Beineberg e Reiting, questi ultimi sono più forti di Basini. Ma questa gerarchia di fatto non giustifica alcun diritto alla sopraffazione. La superiorità, quando si traduce in dominio violento, perde ogni legittimità. Il vero problema è che Törless, pur comprendendo questo, non riesce a trovare il punto di appoggio da cui opporsi efficacemente.

L'epilogo del romanzo è significativo. Törless lascia il collegio dopo che lo scandalo è esploso. Davanti a una commissione d'inchiesta, tenta di spiegare il suo comportamento, ma le parole gli suonano false, inadeguate. Comprende di aver attraversato un'esperienza indicibile, che sfugge alle categorie del discorso convenzionale. La commissione, rappresentante dell'ordine costituito, non può e non vuole capire. Törless viene sostanzialmente assolto e allontanato, la questione viene archiviata, il sistema si richiude.

Ma qualcosa di irreversibile è accaduto. Törless ha visto l'abisso, ha sperimentato la fragilità delle convenzioni morali, ha toccato con mano l'irrazionalità che pulsa sotto la superficie ordinata dell'esistenza. Questa esperienza lo segna per sempre, anche se impara a conviverci, a ricacciarla in un angolo della coscienza. Musil suggerisce che la formazione autentica passa attraverso questa discesa negli inferi, ma anche che non tutti tornano trasformati in senso positivo. Törless sopravvive, ma non è chiaro se ne esca migliore o semplicemente più cinico.

Die Verwirrungen des Zöglings Törless si configura così come un'opera profondamente ambigua. Da un lato, costituisce una critica spietata di quella cultura tardo-borghese che, dietro la facciata della rispettabilità, cela impulsi barbarici. Dall'altro, mette in scena l'impotenza della ragione di fronte a questi impulsi. Il superuomo nietzscheano, lungi dal rappresentare una soluzione, appare come parte del problema: un'idea filosofica potente ma pericolosa, suscettibile di essere strumentalizzata da chi cerca giustificazioni intellettuali alla propria volontà di dominio.

Il romanzo anticipa con lucidità allucinante alcuni sviluppi tragici del Novecento. Quel collegio militare, con le sue torture e i suoi carnefici adolescenti, prefigura i campi di concentramento. La fascinazione per teorie sulla superiorità razziale o culturale, l'idea che esistano esseri umani di serie B su cui è lecito esercitare violenza, la commistione tra raffinatezza intellettuale e crudeltà: tutto questo troverà realizzazione di lì a pochi decenni su scala industriale.

Musil scrive nel 1906, ma è come se vedesse già il futuro. La sua opera non offre soluzioni, non propone una morale consolatoria. Si limita a registrare con precisione chirurgica il collasso delle certezze su cui si reggeva la civiltà europea. Törless è l'intellettuale moderno per eccellenza: capace di analizzare tutto, incapace di agire decisamente; pieno di dubbi raffinati, privo di convinzioni robuste; consapevole dell'orrore, ma troppo paralizzato dalla consapevolezza stessa per opporvisi.

Leggere oggi questo romanzo significa confrontarsi con domande che rimangono aperte. Come si concilia la sofisticazione intellettuale con l'imperativo morale? Può la ragione, da sola, fondare un'etica? Esiste un legame necessario tra certe filosofie dell'affermazione di sé e la violenza concreta? Musil non fornisce risposte definitive, ma la sua onestà nell'esporre i termini del problema rimane esemplare. Die Verwirrungen des Zöglings Törless è un'opera scomoda, disturbante, necessaria: uno specchio in cui la modernità può ancora riconoscere i propri demoni irrisolti.


 

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