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Publié par Angelo Marcotti

Il Diavolo sul palco: dai Beatles all'industria contemporanea: come musica, occultismo, scandalo e mercato hanno imparato a suonare la stessa canzone
Scripta Manent · Dossier
Il Diavolo sul palco

Dai Beatles all'industria contemporanea: come musica, occultismo, scandalo e mercato hanno imparato a suonare la stessa canzone

Il 29 luglio 1966, in un cortile di Longview, Texas, un gruppo di ascoltatori radiofonici accese un falò con dischi, riviste e fotografie dei Beatles. La scena si ripeté nelle settimane seguenti in Alabama, Sud Carolina, Georgia. Una stazione radio della Louisiana propose ai fedeli di consegnare i loro 45 giri per una "cerimonia di combustione pubblica". In South Africa la radio di stato bandì la musica del gruppo a tempo indeterminato. Il Ku Klux Klan inchiodò dischi dei Beatles a croci di legno. Non era una risposta a un manifesto satanico, né a un rituale occulto: era la reazione a una frase, pronunciata da John Lennon in un'intervista di marzo e ripescata mesi dopo da una rivista americana per adolescenti, sulla popolarità dei Beatles paragonata a quella di Gesù Cristo. Da quel cortocircuito comincia la storia che questo dossier prova a ricostruire: non la storia di una cospirazione satanica nella musica popolare, ma quella di un secolo in cui il pop ha imparato a convivere, a volte per calcolo e a volte per autentica inquietudine, con l'immaginario del Diavolo.

I · La nuova religione del transistor

I Beatles e la nascita di un culto laico

La frase incriminata di Lennon, pronunciata al giornalista Maureen Cleave del London Evening Standard, era in realtà un'osservazione amara sul declino della pratica religiosa in Inghilterra, non una dichiarazione di superiorità blasfema: i Beatles, diceva, erano ormai "più popolari di Gesù", e questo gli sembrava un sintomo preoccupante del proprio tempo, non un vanto. In Gran Bretagna la frase passò quasi inosservata. Fu la rivista statunitense Datebook a estrapolarla, cinque mesi dopo, per una copertina pensata per vendere numeri durante l'imminente tournée americana del gruppo. Il contesto originale — un'intervista lunga e riflessiva sulla noia della celebrità — sparì. Restò lo slogan.

Ciò che rende il caso interessante, al di là della vicenda giornalistica, è la domanda che sollevò suo malgrado: la musica pop, negli anni Sessanta, aveva davvero cominciato a occupare uno spazio prima riservato alla religione? Gli elementi ci sono tutti, e non serve alcuna teoria del complotto per riconoscerli. Le folle che assediavano gli alberghi dei Beatles replicavano, nella forma, l'assedio devozionale attorno a una reliquia. Le urla ininterrotte ai concerti — fenomeno che gli storici della cultura popolare hanno chiamato "Beatlemania" e che gli stessi musicisti finirono per detestare, al punto da abbandonare i concerti dal vivo nel 1966 — avevano la stessa struttura fisiologica dell'estasi collettiva: pianto, tremore, perdita di controllo, in alcuni casi svenimento. I pellegrinaggi a Liverpool, la venerazione degli oggetti appartenuti al gruppo, l'attesa messianica per ogni nuovo disco: sono tutte funzioni che le società tradizionali affidavano al culto religioso, e che una parte della gioventù occidentale del dopoguerra — sempre più secolarizzata, sempre più critica verso le chiese istituzionali — trasferì sull'industria dello spettacolo.

Va detto con altrettanta chiarezza che questa lettura, per quanto suggestiva, resta un'analogia sociologica, non un'equivalenza teologica. I Beatles non fondarono una religione, non proposero un dogma, non rivendicarono un ruolo salvifico. Ciò che accadde fu piuttosto uno spostamento di energia simbolica: il vuoto lasciato da chiese sempre più marginali nella vita quotidiana dei giovani fu colmato, in parte, da un'esperienza collettiva laica capace di produrre gli stessi effetti emotivi — appartenenza, trasformazione, comunità — senza alcuna pretesa metafisica esplicita.

Nota di metodo

La distinzione tra fatto accertato, interpretazione critica e leggenda urbana attraversa l'intero dossier. Nel caso Beatles-Lennon, il fatto accertato è l'intervista del marzo 1966 e la sua ripubblicazione decontestualizzata da Datebook in agosto; l'interpretazione critica è la lettura della Beatlemania come fenomeno quasi-religioso; ciò che resta puramente leggendario, e verrà trattato più avanti, sono le accuse dirette di satanismo rivolte al gruppo, mai suffragate da alcuna dichiarazione, testo o documento dei quattro musicisti.

Non fu solo l'adorazione delle masse a spingere i Beatles verso territori che la stampa scandalistica avrebbe poi etichettato, sommariamente, come "occulti". Fu soprattutto il loro stesso percorso di ricerca, a partire dal 1966, verso spiritualità alternative: la meditazione trascendentale insegnata dal Maharishi Mahesh Yogi, il viaggio a Rishikesh nel 1968, l'interesse di George Harrison per l'induismo vaisnavita, l'uso di sostanze psichedeliche come LSD e la loro influenza sulla scrittura di dischi come Revolver e Sgt. Pepper's. È essenziale distinguere questi tre piani, spesso confusi nella vulgata: la ricerca spirituale orientale non è esoterismo occidentale, e l'esoterismo — inteso come corpus di dottrine e pratiche di conoscenza riservata, dalla Cabala all'ermetismo — non è satanismo. Il fatto che tutti e tre i fenomeni siano stati liquidati, da una parte consistente dell'opinione pubblica conservatrice americana, come manifestazioni indistinte di "paganesimo" o "occultismo demoniaco" dice più sulla cultura religiosa nordamericana del tempo che sulle reali convinzioni dei quattro di Liverpool.

II · L'ospite sulla copertina

Aleister Crowley e la cultura della trasgressione

Nel giugno del 1967 esce Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, e sulla copertina disegnata da Peter Blake e Jann Haworth, tra le decine di volti che compongono la folla immaginaria attorno alla band in costume, compare quello di Aleister Crowley: capo rasato, sguardo fisso, inserito su suggerimento di John Lennon insieme a scrittori, attori, filosofi e santoni indiani. La sua presenza non fu un'operazione clandestina né un messaggio in codice: fu una scelta dichiarata, coerente con lo spirito della copertina, pensata come galleria di figure ammirate o semplicemente affascinanti agli occhi dei quattro musicisti, in mezzo a Marilyn Monroe, Karl Marx, Oscar Wilde, Carl Gustav Jung e Sri Yukteswar.

Chi era, davvero, Aleister Crowley? Nato nel 1875 in una famiglia della setta cristiana dei Fratelli di Plymouth, contro la quale si ribellò fin dall'adolescenza, Crowley divenne alpinista, poeta, occultista e infine fondatore di una propria filosofia religiosa, la Thelema, esposta nel Liber AL vel Legis che affermava di aver ricevuto per dettatura in Egitto nel 1904. La stampa britannica del primo Novecento lo soprannominò "l'uomo più malvagio del mondo", etichetta che egli stesso coltivò con evidente compiacimento, tra riti cerimoniali, uso di sostanze, sperimentazioni sessuali e una messinscena pubblica del proprio personaggio che lo rese, più che un vero pericolo sociale, una macchina scandalosa ante litteram.

Ridurre Crowley alla caricatura del satanista da fumetto horror significa non capire perché la sua figura abbia continuato a esercitare fascino sulla cultura del Novecento per un secolo intero. Crowley non adorava Satana in senso tradizionale cristiano: la sua Thelema è un sistema che pone al centro la scoperta e la realizzazione della "vera volontà" individuale, un concetto vicino, per alcuni aspetti, a certe correnti dell'individualismo filosofico più che al satanismo rituale. È tuttavia innegabile che l'estetica di Crowley — la provocazione anticristiana, il gusto per il tabù, l'uso sistematico dello scandalo come strumento di affermazione personale — abbia fornito un repertorio visivo e concettuale a cui la controcultura successiva avrebbe attinto largamente, spesso senza una reale comprensione della sua filosofia.

"Do what thou wilt shall be the whole of the Law."Aleister Crowley, Liber AL vel Legis, 1904

La formula più celebre di Crowley, "Do what thou wilt", entrò nel lessico del rock come un endorsement dell'assenza totale di regole — lettura semplificata al punto da tradire il testo originale, che nella filosofia thelemita presuppone anzitutto la ricerca disciplinata della propria natura autentica, non un semplice invito all'edonismo senza limiti. Fu però proprio questa versione ridotta, quasi uno slogan da t-shirt, ad attecchire nell'immaginario rock: la si ritrova incisa sui solchi centrali di un disco di Led Zeppelin, la si ritrova citata, parafrasata o fraintesa in decine di testi e interviste degli anni Settanta. Crowley diventa così meno un maestro spirituale realmente studiato e più un santo patrono immaginario della trasgressione, un nome da evocare per segnalare appartenenza a un territorio proibito.

III · Quando il sogno si incrina

Dalla controcultura al lato oscuro del rock

Tra il 1968 e il 1970 l'ottimismo hippie collassa sotto il peso di una serie di eventi che nessuna generazione precedente aveva dovuto assorbire in così poco tempo: l'escalation della guerra in Vietnam e le immagini che ogni sera entravano nelle case americane attraverso la televisione, gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy nella primavera del 1968, la crescente violenza dei movimenti studenteschi. In questo clima si inserisce l'evento che più di ogni altro segna simbolicamente la fine dell'utopia sessantottina musicale: nell'agosto del 1969, appena un mese dopo Woodstock, la comune guidata da Charles Manson mette in atto gli omicidi di Cielo Drive a Los Angeles, tra le vittime Sharon Tate. Manson coltivava un'ossessione per i testi dei Beatles dell'album bianco, in particolare per la canzone Helter Skelter, che interpretò — in una lettura del tutto personale e priva di fondamento nelle intenzioni degli autori — come un annuncio codificato di guerra razziale apocalittica. È un caso paradigmatico: non è la musica ad aver generato la violenza, ma un delirio psicotico preesistente che si è appropriato di un testo per giustificarsi a posteriori.

Quattro mesi dopo, il 6 dicembre 1969, il concerto gratuito dei Rolling Stones ad Altamont, in California, degenera in caos: gli Hell's Angels ingaggiati come servizio d'ordine uccidono a coltellate uno spettatore, Meredith Hunter, proprio mentre la band suona Under My Thumb. Il documentario Gimme Shelter, che riprese l'episodio, contribuì a fissare nell'immaginario collettivo l'idea di Altamont come "anti-Woodstock", la fine simbolica dell'innocenza hippie.

In questo clima di disillusione, la musica rock comincia a cercare un linguaggio più cupo. Non è un caso che proprio i Rolling Stones, l'anno prima di Altamont, avessero pubblicato Sympathy for the Devil, brano in cui la voce narrante è quella del Diavolo stesso, testimone e complice dei grandi crimini della storia umana, dalla crocifissione di Cristo alle guerre di religione, fino agli omicidi Kennedy. È essenziale distinguere qui il personaggio narrante dalla posizione degli autori: Mick Jagger, che scrisse gran parte del testo ispirandosi al romanzo Il Maestro e Margherita di Bulgakov e alla poesia di Baudelaire, costruì una canzone sulla banalità del male nella storia umana, non un inno di adorazione. Ma il titolo, l'uso della prima persona diabolica e la coincidenza cronologica con Altamont bastarono a rendere i Rolling Stones un bersaglio ricorrente delle accuse di satanismo per i decenni successivi — un'etichetta che il gruppo non fece nulla per respingere con troppa energia, intuendo, correttamente dal punto di vista commerciale, che l'ambiguità vendeva più della smentita.

IV · Il patto al crocevia

Il Diavolo come personaggio musicale, prima del rock

Prima di arrivare agli anni Settanta occorre un passo indietro, perché il Diavolo come figura musicale non nasce con l'elettricità. La leggenda di Faust, cristallizzata nella tragedia di Marlowe alla fine del Cinquecento e poi nel capolavoro di Goethe, racconta lo studioso che vende l'anima a Mefistofele in cambio di conoscenza e potere illimitati: è la matrice narrativa di ogni successivo "patto diabolico" legato al talento artistico.

1713
Giuseppe Tartini compone la sonata per violino nota come "Trillo del Diavolo", raccontando di averla sognata dopo aver visto in sogno il Diavolo suonarla al posto suo. È lo stesso Tartini a diffondere l'aneddoto, che resta un racconto d'autore, non un fatto verificabile.
Primo Ottocento
Attorno al violinista Niccolò Paganini circola la voce, mai confermata e anzi contraddetta dalla sua biografia documentata, di un patto con il Diavolo per spiegare la sua tecnica sovrumana. La leggenda nasce dal contrasto tra il suo aspetto emaciato, la sua abilità inaudita e la cultura romantica del genio maledetto.
Anni Trenta del Novecento
Attorno al bluesman Robert Johnson si diffonde, postuma, la leggenda del patto stretto a un crocevia del Mississippi in cambio del talento chitarristico. La storia compare per la prima volta in forma organica solo decenni dopo la morte di Johnson (1938), rielaborando un motivo folklorico afroamericano preesistente legato al personaggio di Papa Legba nelle tradizioni vodou, più che una biografia realmente accertata dell'artista.

Il filo che lega Tartini, Paganini e Johnson non è un'evidenza storica di patti reali, ma la persistenza di un archetipo culturale: il talento che eccede la norma umana richiede una spiegazione che ecceda la norma umana. Prima che esistesse un linguaggio scientifico o psicologico per descrivere il genio, il patto diabolico offriva una cornice narrativa capace di rendere comprensibile — e godibile come racconto — l'inquietudine suscitata da un'abilità fuori scala. L'industria musicale del Novecento avrebbe ereditato questo archetipo quasi intatto, applicandolo non più solo al virtuosismo tecnico ma anche al successo commerciale, alla ricchezza improvvisa, alla capacità di sedurre masse enormi di pubblico: il prezzo pagato al Diavolo diventa, nella mitologia rock, una metafora del prezzo pagato alla fama.

V · Il suono del male

Black Sabbath e la nascita di un'estetica infernale

Birmingham, fine anni Sessanta: una città industriale segnata dalle fabbriche, non da un immaginario bucolico psichedelico. È qui che Tony Iommi, Ozzy Osbourne, Geezer Butler e Bill Ward, dopo aver notato la lunga fila di spettatori davanti a un cinema che proiettava un film horror, decidono di intitolare la propria band Black Sabbath e di applicare alla musica lo stesso principio commerciale: se la gente paga per avere paura al cinema, perché non offrirle la stessa esperienza in un concerto?

Il brano omonimo che apre il primo album, uscito nel 1970, si basa sul cosiddetto "tritono", un intervallo musicale dissonante che la teoria medievale aveva soprannominato diabolus in musica per la sua tensione irrisolta — non perché fosse davvero associato al culto demoniaco nel Medioevo, ma per la sua difficoltà tecnica e la sua instabilità armonica. I Black Sabbath ne fecero, consapevolmente o meno, la cellula fondativa dell'heavy metal.

Il punto centrale, spesso frainteso da chi legge i testi del gruppo isolandoli dal loro contesto narrativo, è che i Black Sabbath non promuovevano il satanismo: lo mettevano in scena come minaccia. Nella canzone Black Sabbath, il narratore vede una figura nera che lo osserva e implora Dio di salvarlo; in War Pigs il bersaglio polemico sono i generali che mandano i giovani a morire in Vietnam, non forze occulte. Geezer Butler, autore della maggior parte dei testi, era cresciuto in una famiglia cattolica praticante e ha più volte dichiarato, in interviste successive, di aver attinto a un immaginario horror per raccontare paura, guerra, droga e alienazione — non per professare fede in un'entità demoniaca.

Resta però una domanda che il dossier non può eludere: descrivere il male, ripeterlo per decenni come iconografia — copertine con figure incappucciate, croci capovolte, teschi, pentacoli — finisce comunque per produrre un effetto di normalizzazione visiva, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate degli autori? La risposta più onesta è che i due piani, quello dell'intenzione e quello dell'effetto culturale, non coincidono necessariamente: un'estetica può restare critica nelle intenzioni del suo creatore e diventare, nella ricezione di massa e nell'imitazione seriale da parte di generazioni successive di gruppi, un repertorio visivo sempre più svuotato di contenuto narrativo e sempre più simile a un marchio.

VI · La casa sul lago e il nastro al contrario

Led Zeppelin, Jimmy Page e l'occultismo

Diversamente da Ozzy Osbourne e compagni, il chitarrista dei Led Zeppelin Jimmy Page ebbe un rapporto reale, documentato e duraturo con l'opera di Aleister Crowley, non un'infatuazione superficiale da copertina. Collezionista di prime edizioni crowleyane fin dagli anni Sessanta, Page acquistò nel 1970 Boleskine House, la villa sulle rive del Loch Ness dove Crowley aveva tentato, all'inizio del secolo, di eseguire un lungo rituale magico tratto dal grimorio noto come Abramelin. Page aprì inoltre, a Londra, una libreria specializzata in occultismo, la Equinox Booksellers, dedicata proprio alla diffusione degli scritti di Crowley.

Questo interesse reale, e non semplicemente scenico, alimentò decenni di leggende attorno ai Led Zeppelin: patti diabolici per il successo improvviso del gruppo, la presunta "maledizione" che avrebbe colpito la famiglia di Robert Plant dopo un incidente stradale nel 1975 e la morte del figlio Karac nel 1977, fino alla morte del batterista John Bonham nel 1980. Si tratta, in tutti questi casi, di narrazioni costruite a posteriori collegando eventi tragici — statisticamente non anomali nell'arco di una carriera lunga un decennio e mezzo — a un'immagine pubblica già carica di suggestione esoterica. Nessuna fonte diretta, nessuna dichiarazione dei membri del gruppo, sostiene l'esistenza di un patto reale.

Il backmasking: come funziona davvero

Il backmasking è la tecnica, tecnicamente reale e utilizzata da diversi artisti, che consiste nel registrare un suono o una frase e inserirlo in un brano facendolo suonare al contrario rispetto al nastro riprodotto normalmente. Beatles, Pink Floyd e altri gruppi lo impiegarono deliberatamente come espediente creativo negli anni Sessanta e Settanta, spesso in modo dichiarato e giocoso.

Il caso più celebre legato al satanismo riguarda Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, accusata negli anni Ottanta, in particolare da predicatori televisivi statunitensi e nel corso di un'udienza pubblica in California nel 1982, di contenere messaggi satanici udibili facendo girare il disco al contrario ("my sweet Satan" e simili). Studi successivi di psicoacustica hanno dimostrato che i presunti messaggi sono un caso da manuale di pareidolia uditiva: il cervello umano, esposto a un suono ambiguo e privo di senso semantico, tende a costruire attivamente parole riconoscibili, specialmente quando viene suggerito in anticipo cosa "dovrebbe" sentire. Nessuno, ascoltando il nastro al contrario senza sapere cosa cercare, riconosce spontaneamente le stesse frasi. Robert Plant ha definito ripetutamente l'accusa "ridicola".

Il caso Led Zeppelin illustra bene la differenza, centrale in questo dossier, tra un interesse biografico reale e documentato per l'occultismo — quello di Page per Crowley — e una tecnologia acustica reale ma le cui presunte applicazioni sataniche appartengono quasi interamente al campo della suggestione collettiva.

VII · Sangue finto e ghigliottine

Alice Cooper, Kiss e la spettacolarizzazione dello scandalo

Se Black Sabbath e Led Zeppelin costruirono un'estetica del male attraverso il suono e, nel secondo caso, un interesse personale genuino, Alice Cooper — pseudonimo scenico di Vincent Furnier, figlio di un pastore della Church of Jesus Christ e nipote di un predicatore itinerante — trasformò il satanismo percepito in un teatro esplicito, quasi da Grand Guignol: ghigliottine finte, serpenti vivi sul palco, esecuzioni simulate, trucco a forma di maschera nera attorno agli occhi. Cooper ha sempre distinto pubblicamente, e con una certa ironia, il proprio personaggio scenico dalla propria vita privata, definendosi negli anni successivi cristiano praticante.

Kiss, formatisi a New York nel 1973, portarono la stessa logica su un piano più marcatamente commerciale: i volti dipinti come maschere, i costumi in pelle e borchie, il fuoco sputato sul palco da Gene Simmons costituirono un pacchetto scenico pensato per colpire l'immaginazione adolescenziale più che per veicolare un messaggio dottrinale. Divenne virale, alla fine degli anni Settanta, la voce secondo cui il nome del gruppo fosse un acronimo di "Knights In Satan's Service": si tratta di un'etimologia inventata a posteriori da ambienti religiosi conservatori, priva di qualunque fondamento nella storia reale della formazione del nome, che secondo i racconti dei membri nacque semplicemente da un'idea grafica sul font della parola "Kiss".

Più un artista viene accusato di corrompere i giovani, più la sua musica appare proibita — e desiderabile.

Il caso Kiss è utile per introdurre un meccanismo che attraverserà l'intero dossier: la protesta religiosa e moralista, anziché frenare la popolarità degli artisti presi di mira, tende sistematicamente ad amplificarla. Ogni bruciatura pubblica di dischi, ogni sermone contro un gruppo, ogni campagna di boicottaggio produce copertura mediatica gratuita e conferisce all'artista un'aura di trasgressione che il pubblico adolescente, per definizione attratto da ciò che gli adulti vietano, tende a premiare con l'acquisto.

VIII · Una mappa per non confondersi

Satanismo autentico, simbolico e commerciale

A questo punto del dossier è necessaria una tassonomia, perché il termine "satanismo" viene usato nel discorso pubblico per indicare fenomeni molto diversi tra loro, spesso incompatibili.

Categoria Che cosa significa Esempio nella musica
Satanismo teista Culto religioso che considera Satana un'entità reale da venerare Fenomeno raro nella scena musicale mainstream; presente in nicchie estreme di alcune sottoculture black metal
Satanismo ateo/simbolico (LaVeyano) Filosofia in cui Satana rappresenta individualismo, ribellione, rifiuto dell'autorità religiosa, non un'entità reale Church of Satan, fondata da Anton LaVey nel 1966 a San Francisco; influenza su parte dell'immaginario hollywoodiano e musicale
Anticristianesimo Opposizione critica o polemica al cristianesimo istituzionale, senza adesione a un culto alternativo Buona parte del black metal norvegese, alcuni testi punk
Blasfemia artistica Uso provocatorio di simboli sacri capovolti a fini espressivi o critici Madonna, alcune produzioni pop contemporanee
Estetica gotica/horror Repertorio visivo ispirato all'orrore, senza contenuto ideologico Alice Cooper, gran parte del metal mainstream
Provocazione adolescenziale Uso di simboli trasgressivi per affermazione identitaria giovanile, senza convinzione dottrinale Sottoculture metal e dark degli anni Ottanta-Novanta
Marketing dello scandalo Uso calcolato di riferimenti sataneggianti per generare visibilità mediatica Numerosi casi nella storia del rock e del pop, da Kiss a Marilyn Manson

Anton LaVey merita un approfondimento specifico, perché la sua figura viene spesso citata a sproposito come prova di un legame diretto tra musica e satanismo. Ex musicista da circo e da locale notturno prima di fondare la Church of Satan nel 1966, LaVey costruì una filosofia dichiaratamente atea e materialista, in cui "Satana" è un simbolo letterario dell'individualismo, del piacere terreno e del rifiuto della colpa cristiana, non un'entità sovrannaturale da adorare. LaVey coltivò rapporti pubblicitari con la Hollywood degli anni Sessanta e Settanta — comparve a fianco di celebrità, offrì consulenza per il film Rosemary's Baby di Polanski (1968) — costruendo un'immagine mediatica accuratamente calibrata, più vicina a quella di un intrattenitore-provocatore che a quella di un capo di setta clandestina.

Il criterio metodologico che vale per tutto il dossier, e che qui va dichiarato esplicitamente, è il seguente: una fotografia, un gesto scenico o un abito non bastano mai, da soli, a stabilire l'appartenenza reale di un artista a una delle categorie sopra elencate. Serve una dichiarazione diretta, un documento, un'affiliazione verificabile. In assenza di questi elementi, si resta nel campo dell'ipotesi o della suggestione, e va detto con altrettanta chiarezza.

IX · L'America ha paura

La Satanic Panic degli anni Ottanta

Negli Stati Uniti degli anni Ottanta si diffonde un fenomeno di panico morale su scala nazionale, oggi definito dagli storici "Satanic Panic": la convinzione, priva di riscontri giudiziari solidi ma amplificata da programmi televisivi, terapeuti controversi e predicatori evangelici, che sette sataniche organizzate fossero infiltrate nella società americana, dedite ad abusi rituali su minori. Il fenomeno investì asili nido, come nel celebre e infondato caso McMartin di Los Angeles, ma anche il mondo dei giochi di ruolo, del cinema horror, dei fumetti e naturalmente della musica heavy metal.

Nel 1985 il Parents Music Resource Center, fondato da un gruppo di mogli di senatori e funzionari di Washington tra cui Tipper Gore, ottenne un'audizione al Senato degli Stati Uniti per denunciare la presenza di contenuti sessuali, violenti od occulti nei testi rock, portando all'introduzione dell'etichetta adesiva "Parental Advisory: Explicit Content" sulle copertine dei dischi a partire dal 1985.

Il processo Judas Priest, 1990

Le famiglie di due ragazzi di Reno, Nevada, che nel 1985 avevano tentato un patto suicida dopo l'ascolto ripetuto dell'album Stained Class, citarono in giudizio la band sostenendo che un messaggio subliminale nascosto nel brano incitasse al suicidio. Il tribunale del Nevada respinse la causa nel 1990, non riscontrando prove di un messaggio deliberato né un nesso causale dimostrabile tra la musica e la tragedia, riconoscendo invece il ruolo di fattori personali e familiari preesistenti nei due giovani.

Iron Maiden, Mötley Crüe, Slayer

Tutti e tre i gruppi furono bersaglio di campagne moraliste per copertine, nomi di canzoni o simboli grafici (il logo "Eddie" di Iron Maiden, il pentagramma di alcune produzioni Mötley Crüe, l'immaginario apertamente anticristiano di Slayer). Nessuno dei tre casi produsse condanne giudiziarie fondate; le accuse restarono in gran parte sul piano mediatico e censorio.

La domanda di fondo, e resta una domanda aperta più che una conclusione da manuale, riguarda il rapporto tra responsabilità dell'artista e responsabilità individuale dell'ascoltatore. Le sentenze americane degli anni Ottanta e Novanta tesero sistematicamente a escludere un nesso causale diretto tra ascolto musicale e comportamento suicidario o violento, privilegiando spiegazioni multifattoriali legate a disagio psicologico, contesto familiare e fattori sociali preesistenti. Ciò non significa che la musica sia del tutto irrilevante nella costruzione dell'identità adolescenziale — lo è, eccome — ma che attribuirle un potere causale diretto e isolato, come fecero molte campagne dell'epoca, non ha retto alla prova né scientifica né giudiziaria.

X · Quando la scena diventa cronaca nera

Il black metal norvegese

C'è un punto, nella storia qui ricostruita, in cui la provocazione smette di essere soltanto estetica e diventa azione. È la scena black metal norvegese dell'inizio degli anni Novanta, sviluppatasi attorno al negozio di dischi Helvete a Oslo e a gruppi come Mayhem, Burzum, Emperor e Darkthrone. A differenza del satanismo teatrale statunitense degli anni Settanta, qui l'anticristianesimo venne vissuto da alcuni protagonisti come programma reale, non solo simbolico: tra il 1992 e il 1996 vennero appiccati in Norvegia più di cinquanta incendi dolosi a chiese, molte delle quali edifici in legno di valore storico medievale, tra cui la stavkirke di Fantoft, distrutta nel giugno 1992.

Il caso più grave riguarda l'omicidio, il 10 agosto 1993, di Øystein Aarseth — noto come Euronymous, fondatore dei Mayhem — per mano di Varg Vikernes, all'epoca membro della stessa band e poi progetto solista Burzum, condannato per l'omicidio e per alcuni degli incendi. Vanno tenuti distinti, con rigore, i piani coinvolti in questa vicenda: da un lato una scena musicale che elaborava un'estetica anticristiana radicale attraverso testi, copertine e dichiarazioni pubbliche; dall'altro un episodio di violenza reale, con moventi personali complessi — rivalità interne al gruppo, conflitti economici, tensioni ideologiche — che eccedono di gran lunga la sola dimensione musicale.

È altrettanto necessario evitare l'estensione indebita: la responsabilità di Vikernes e degli autori materiali degli incendi non può essere proiettata sull'intero genere black metal, che nei decenni successivi si è sviluppato in innumerevoli direzioni — filosofiche, ambientaliste, persino esplicitamente non ideologiche — mantenendo l'estetica sonora e visiva ma abbandonando, nella grande maggioranza dei casi, qualunque programma d'azione violento. Resta però una domanda che il dossier non può eludere: che cosa accade quando una provocazione pensata come linguaggio artistico viene presa alla lettera da chi la pratica, e trasformata in programma d'azione reale? La scena norvegese resta, a tutt'oggi, il caso più netto in cui questo scarto si è consumato.

XI · La croce e il corsetto

Madonna e la blasfemia come linguaggio pop

Cresciuta in una famiglia cattolica del Michigan, Madonna Louise Ciccone costruì gran parte della propria iconografia pubblica attorno a un rapporto ambivalente, insistito e commercialmente calcolatissimo con i simboli della propria educazione religiosa. Il videoclip di Like a Prayer (1989) — croci in fiamme, stimmate sulle mani, un santo di colore che prende vita in una chiesa, un bacio tra la cantante e la statua — provocò la revoca di un contratto pubblicitario con Pepsi e una condanna pubblica del Vaticano, aumentando contestualmente le vendite del singolo in modo esponenziale.

Va distinta con chiarezza la blasfemia, intesa come uso provocatorio o critico di simboli sacri, dal satanismo, inteso come adesione a una dottrina anticristiana organizzata: Madonna non ha mai rivendicato alcuna appartenenza a culti satanici, né i suoi video propongono un'alternativa dottrinale al cattolicesimo. Ciò che mettono in scena è piuttosto un conflitto irrisolto, tipico di chi è cresciuto dentro una tradizione religiosa rigida e ne rielabora pubblicamente la repressione sessuale attraverso il linguaggio dello spettacolo. Nell'immaginario collettivo, tuttavia, i due concetti — blasfemia e satanismo — sono stati sovrapposti con grande frequenza, complice proprio l'ambiguità coltivata dall'artista, per cui condanna ecclesiastica e successo commerciale finirono per rafforzarsi a vicenda, replicando lo schema già visto per Kiss e i Rolling Stones.

XII · Il nemico perfetto

Marilyn Manson e la costruzione mediatica della colpa

Brian Hugh Warner scelse, all'inizio degli anni Novanta, uno pseudonimo scenico costruito unendo il nome di Marilyn Monroe, icona della grazia e della vulnerabilità hollywoodiana, a quello di Charles Manson, incarnazione del male assoluto nell'immaginario americano post-Sixties: una sintesi programmatica tra bellezza e orrore, celebrità e violenza, pensata fin dal principio come dichiarazione concettuale più che come semplice trovata pubblicitaria.

Marilyn Manson costruì il proprio personaggio attraverso lenti a contatto bianche, protesi corporee, uniformi che citavano visivamente l'estetica totalitaria, Bibbie bruciate sul palco e un'imagery apertamente anticristiana. Ebbe realmente un rapporto diretto, non leggendario, con Anton LaVey e la Church of Satan, ricevendo nel 1994 il titolo onorifico di "reverendo" della chiesa lavayana — un fatto documentato, a differenza di molte altre affiliazioni attribuite ad artisti senza fonti verificabili.

Il punto di svolta nella percezione pubblica dell'artista arriva il 20 aprile 1999, giorno della strage alla Columbine High School in Colorado, in cui due studenti uccisero dodici compagni e un insegnante prima di togliersi la vita. Nelle settimane successive, gran parte della stampa e diversi politici statunitensi indicarono Marilyn Manson come possibile ispiratore diretto del massacro, sulla base della sua estetica shock e di voci — mai confermate dalle indagini ufficiali — secondo cui i due autori della strage fossero suoi ascoltatori. Le successive inchieste stabilirono che i due giovani non erano in realtà fan della sua musica, e Manson stesso, in un'intervista concessa al documentario Bowling for Columbine di Michael Moore, osservò con lucidità che nessuno aveva chiesto al presidente o ai media che cosa avessero "detto" loro, in quei giorni, attraverso i bombardamenti in corso in Kosovo.

Il caso Columbine resta un esempio da manuale di come un evento traumatico collettivo generi il bisogno psicologico e mediatico di un colpevole visibile e già iconograficamente pronto per il ruolo, prima ancora che le indagini abbiano stabilito i fatti. Marilyn Manson non causò la strage; incarnò, con l'estetica che aveva scelto, paure già presenti nella società americana — crisi dell'autorità familiare, disagio adolescenziale, disponibilità di armi, crisi religiosa — offrendo un bersaglio più semplice da colpire rispetto a cause strutturali assai più complesse.

XIII · Il fotogramma come prova

Pop contemporaneo, videoclip e simbolismo occulto

Nell'epoca dei social network, il meccanismo di attribuzione simbolica si è ulteriormente accelerato e frammentato. Un singolo fotogramma isolato da un videoclip — un occhio circondato da un triangolo, un caprone stilizzato, una coreografia che richiama movimenti rituali, un abito sacerdotale usato per contrasto estetico — può essere estratto dal proprio contesto narrativo e trasformato, nel giro di poche ore, in "prova" della presunta appartenenza dell'artista a un'organizzazione occulta globale. La teoria più diffusa in questo senso riguarda il presunto controllo dell'industria musicale da parte degli Illuminati, gruppo storicamente esistito in Baviera nel Settecento come società segreta di ispirazione illuminista e sciolto già nel 1785, oggi rievocato senza alcun fondamento documentale come regia occulta dello star system contemporaneo.

La funzione psicologica di queste narrazioni merita di essere presa sul serio, senza ridicolizzare chi vi aderisce: in un contesto in cui le decisioni economiche e culturali che modellano l'industria dello spettacolo appaiono opache, distanti, prese da soggetti anonimi (major discografiche, algoritmi di piattaforma, fondi di investimento), la teoria del complotto occulto offre un'illusione di comprensibilità, sostituendo un sistema economico complesso e impersonale con un'agenzia intenzionale, per quanto malvagia, più facile da rappresentarsi mentalmente. È un meccanismo psicologico ben documentato dalla ricerca sulle teorie del complotto in generale, non una specificità del settore musicale.

Detto questo, molti dei simboli chiamati in causa — pentacoli, triangoli, occhi, corna, ali — possiedono significati storici molteplici, spesso di origine cristiana, massonica, pagana o puramente grafica, e la loro comparsa in un videoclip non costituisce, da sola, alcuna prova di appartenenza dottrinale. Occorre, caso per caso, verificare se esista una dichiarazione diretta dell'artista o della produzione che ne spieghi l'uso, prima di trarre conclusioni.

XIV · Il Diavolo come identità

Quando l'evocazione è deliberata

Accanto ai casi di attribuzione esterna analizzati finora, esiste un filone in cui il riferimento satanico non viene proiettato dal pubblico o dalla stampa, ma evocato consapevolmente dall'artista stesso, per finalità diverse: come simbolo di liberazione sessuale contro la morale religiosa repressiva; come personificazione dell'identità queer storicamente demonizzata dalle istituzioni ecclesiastiche; come critica esplicita al potere delle chiese organizzate; come puro personaggio teatrale, nella tradizione che va da Alice Cooper in avanti; o, più prosaicamente, come efficace strumento pubblicitario in un mercato musicale iper-affollato, dove attirare indignazione equivale spesso ad attirare ascolti.

La domanda che resta aperta, e che meglio di ogni altra riassume la difficoltà interpretativa dell'intero fenomeno, riguarda la ricezione più che l'intenzione: la distinzione tra ironia, critica sociale e adesione dottrinale, chiara nella mente dell'artista, è sempre comprensibile al grande pubblico? E lo è ancora meno quando un'immagine, decontestualizzata da un algoritmo di piattaforma e consumata da un pubblico adolescente in pochi secondi di scorrimento, perde ogni cornice esplicativa che l'artista aveva eventualmente costruito attorno a essa nell'opera completa.

XV · Grammatica dei simboli

Come leggere un gesto senza sovrainterpretarlo

Il significato di un simbolo dipende sempre dal contesto in cui compare, non da una tabella fissa di corrispondenze. Vale la pena passarne in rassegna alcuni tra i più ricorrenti nelle accuse di satanismo rivolte alla musica popolare.

Piccolo glossario dei fraintendimenti più comuni

Il gesto delle corna (indice e mignolo tesi) fu introdotto nell'iconografia rock da Ronnie James Dio, cantante di Black Sabbath e Rainbow, che lo apprese da sua nonna italiana come gesto scaramantico contro il malocchio — non come saluto satanico. È oggi un gesto di entusiasmo condiviso da milioni di spettatori di concerti in tutto il mondo, sostanzialmente svuotato di ogni riferimento occulto originario.

Il numero 666 deriva dall'Apocalisse di Giovanni ed è quindi, paradossalmente, un simbolo di origine biblica cristiana usato per indicare l'Anticristo, non un numero "satanista" in senso proprio.

Il pentagramma a punta singola verso l'alto è un simbolo antichissimo, presente nella tradizione pitagorica, in quella cristiana medievale (dove rappresentava le cinque piaghe di Cristo) e in quella massonica, prima di essere associato, capovolto a due punte verso l'alto, a correnti occultiste moderne.

La croce rovesciata è storicamente un simbolo cristiano legato al martirio di San Pietro, che secondo la tradizione chiese di essere crocifisso a testa in giù per umiltà verso Cristo; solo in epoca contemporanea è stata reinterpretata, fuori da questo contesto, come simbolo anticristiano.

Il criterio interpretativo più sano, di fronte a ciascuno di questi simboli, è duplice: diffidare tanto dell'ingenuità assoluta, che ignora la possibilità reale di un uso provocatorio consapevole, quanto della sovrainterpretazione compulsiva, che trasforma ogni triangolo in un logo massonico e ogni corno in un saluto demoniaco.

XVI · La folla, il buio, il battito

Il concerto come rituale collettivo

Al di là delle singole accuse e dei singoli casi, resta un livello più profondo di analogia tra musica pop e ritualità religiosa, che riguarda non i simboli ma la struttura stessa dell'esperienza del concerto di massa. La folla che si raduna ore prima dell'inizio, l'attesa collettiva, il buio della sala che si accende improvvisamente all'ingresso dell'artista, il battito ritmico ripetuto che accompagna gran parte della musica popolare contemporanea, il canto corale delle migliaia di voci che intonano insieme lo stesso testo, la sospensione temporanea della singola identità individuale dentro l'identità collettiva del pubblico: sono tutti elementi che la storia delle religioni riconosce come costitutivi dell'esperienza rituale, dalla trance sciamanica alla liturgia cristiana.

Il concerto pop non imita la religione per caso: ne condivide, semplicemente, la stessa architettura emotiva.

Va detto con prudenza, per non scivolare in un'altra forma di suggestione priva di fondamento scientifico solido, che la musica — attraverso ritmo, ripetizione, volume e sincronizzazione fisica della folla — può effettivamente modificare temporaneamente lo stato di coscienza, abbassando alcune resistenze razionali e favorendo un'esperienza di fusione emotiva con il gruppo circostante: questo è un dato supportato dalla ricerca su neuroscienza della musica e psicologia delle folle. Ciò non equivale però a sostenere l'esistenza di una qualche forma di controllo mentale intenzionale esercitato dagli artisti sul pubblico, ipotesi che appartiene al campo della teoria del complotto, non a quello, ben più solido, della psicologia collettiva descritta.

XVII · L'economia dello scandalo

Perché il satanismo, vero o simulato, vende

A questo punto del percorso è possibile isolare un meccanismo che ricorre, con minime variazioni, in quasi tutti i casi esaminati: il satanismo — che sia una convinzione autentica, come nel caso norvegese estremo, o una costruzione puramente teatrale, come per Alice Cooper — offre all'industria musicale un pacchetto di vantaggi commerciali difficilmente eguagliabile da altre strategie promozionali: visibilità mediatica immediata, effetto scandalo capace di attraversare i confini del pubblico abituale del genere, un'identità visiva istantaneamente riconoscibile, fidelizzazione di un pubblico che si percepisce come minoranza perseguitata e quindi coesa, copertura giornalistica gratuita generata dalla stessa indignazione che l'artista provoca.

Il circuito che si genera è, in fondo, un meccanismo economico elementare: l'artista provoca, il predicatore o il moralista denuncia pubblicamente, il giornale amplifica la denuncia per venderne la notizia, il pubblico — soprattutto quello adolescente, per cui l'opposizione degli adulti costituisce un incentivo all'acquisto, non un deterrente — compra il disco proprio in virtù dello scandalo. Ognuno dei quattro attori coinvolti — artista, censore, giornalista, pubblico — agisce secondo la propria logica specifica, eppure il risultato aggregato del sistema è la moltiplicazione reciproca della visibilità di tutti loro. Nessuno dei quattro ha, individualmente, "inventato" il meccanismo: è la struttura stessa dell'attenzione mediatica novecentesca e poi digitale a produrlo.

XVIII · Sacro e profano, una guerra più ampia

L'accusa di satanismo rivolta alla musica popolare, lungo l'intero arco temporale qui ricostruito, va inserita in un conflitto culturale assai più vasto di quello puramente musicale: la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e Settanta, il progressivo declino dell'autorità delle chiese istituzionali nelle società occidentali secolarizzate, l'emancipazione femminile, la nascita dei movimenti giovanili autonomi dalla tutela familiare, la diffusione di massa delle droghe ricreative, la trasformazione dei modelli familiari tradizionali, l'emersione pubblica delle identità di genere non conformi, il rifiuto crescente delle gerarchie sociali ereditate.

In questo scenario, l'etichetta "satanismo" ha funzionato spesso, storicamente, come un contenitore generico per indicare tutto ciò che appariva minaccioso, incontrollabile o semplicemente incompatibile con un ordine di valori percepito come tradizionale e in via di dissoluzione — indipendentemente dal fatto che il fenomeno etichettato avesse un reale contenuto occultista o meno. È una dinamica che gli storici delle religioni riconoscono in numerosi altri momenti di transizione culturale: l'accusa di stregoneria nella prima età moderna colpì spesso non le reali praticanti di riti occulti, ma le donne che deviavano in vario modo dalle norme sociali del proprio tempo — guaritrici, vedove indipendenti, donne sole. La musica pop del secondo Novecento, in questo senso, ha occupato una posizione strutturalmente simile: bersaglio non tanto per ciò che effettivamente professava, quanto per ciò che simboleggiava di nuovo e di ingovernabile.

XIX · Metodo, prima della conclusione

Prima di chiudere, vale la pena rendere esplicito il criterio applicato lungo l'intero dossier nel trattare fonti di attendibilità molto diversa tra loro. Sono stati considerati fatti accertati solo gli eventi documentati da fonti giornalistiche contemporanee, atti giudiziari, dichiarazioni dirette e verificabili degli artisti coinvolti, o ricostruzioni storiografiche solide. Sono state segnalate come interpretazioni critiche le letture — legittime, ma non oggettive — proposte da storici della cultura o critici musicali. Sono state trattate esplicitamente come leggende o teorie prive di riscontro tutte le narrazioni fondate su coincidenze, fotogrammi isolati, messaggi percepiti al contrario senza controllo sperimentale, testimonianze anonime o etimologie inventate a posteriori.

Non sono state presentate come prove, in nessun punto del testo, semplici coincidenze biografiche, fotografie isolate dal loro contesto, simboli privi di dichiarazione diretta da parte dell'artista o frasi attribuite senza una fonte verificabile. Dove le fonti restavano controverse — il caso Led Zeppelin sulle presunte maledizioni, ad esempio, o le voci mai confermate attorno a singoli episodi della scena norvegese — il margine di incertezza è stato dichiarato apertamente, anziché sciolto in una falsa certezza in un senso o nell'altro.

La musica pop non nasconde il Diavolo nei solchi incisi al contrario: lo mette, più spesso, sotto un riflettore acceso.

Conclusione

Non esiste, al termine di questo percorso, un verdetto semplice da consegnare al lettore. La musica pop e rock occidentale, presa nel suo complesso, non può essere descritta come uno strumento satanista: la stragrande maggioranza degli artisti citati in questo dossier non ha mai professato alcuna fede occultista, e la maggior parte delle accuse rivolte loro nel corso di sessant'anni non ha retto alla prova dei fatti, dei tribunali o della semplice verifica biografica.

È però altrettanto innegabile che, dalla seconda metà del Novecento in avanti, il Diavolo — come figura, come metafora, come repertorio visivo — sia diventato un componente ricorrente del linguaggio musicale popolare. In alcuni casi si è trattato di curiosità intellettuale autentica, come per Jimmy Page. In altri di ribellione politica travestita da teologia rovesciata, come per il primo black metal, prima che una minoranza dei suoi protagonisti trasformasse la provocazione in reato. In altri ancora, la maggioranza dei casi analizzati, di puro teatro, di marketing dello scandalo, di un circuito economico in cui censori e censurati finiscono, senza volerlo, per lavorare l'uno per la promozione dell'altro.

La domanda più interessante, alla fine, non è dunque se il satanismo controlli davvero l'industria musicale — ipotesi che l'insieme delle prove qui raccolte non sostiene in alcun modo — ma perché la musica popolare abbia avuto, per un secolo intero, un bisogno così ricorrente del Diavolo per raccontare ciò che le mancavano altre parole per dire: il desiderio, la paura, il potere, la trasgressione, il prezzo del talento e della fama.

Il Diavolo della musica pop non si nasconde necessariamente nei solchi dei dischi ascoltati al contrario. Più spesso si trova sul palcoscenico, sotto i riflettori — trasformato in maschera, in marchio, in provocazione, in specchio delle inquietudini di ogni generazione che vi si è, di volta in volta, riconosciuta.

Scripta Manent — Zone di confine
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