Rocky's Filj. Storie di uomini e non.
Li ho sentiti dal vivo una sola volta, credo nel '72, spalla a una data del Banco in cui nessuno, in sala, sapeva chi diavolo fossero. Ricordo un sax baritono che copriva la chitarra invece di lasciarle spazio, e una voce che a un certo punto smise di cantare e si mise a urlare, come se il microfono l'avesse tradito. Qualcuno in fondo alla sala rise. Io no. Ci ho messo anni a capire cosa avevo ascoltato quella sera, e altrettanti a rassegnarmi al fatto che di quel gruppo — i Rocky's Filj — sarebbe rimasto un solo disco, pubblicato l'anno dopo, e poi il silenzio.
Il 1973 non fa sconti a chi arriva secondo. È l'anno di Photos of Ghosts della Premiata Forneria Marconi, di Palepoli degli Osanna, di Felona e Sorona delle Orme, di Arbeit macht frei degli Area appena nati. In un anno così affollato, un quartetto a maggioranza parmense entra negli studi della Ricordi in un caldo luglio milanese e incide in poche settimane Storie di uomini e non — un disco che quasi nessuno, allora, ha il tempo o la voglia di ascoltare fino in fondo. Sei anni dopo il gruppo non esisterà più, e la sua storia si sarà già biforcata in due o tre versioni diverse, nessuna delle quali sono mai riuscito a verificare fino in fondo.
Non è la solita fiaba del talento mancato per un soffio. È qualcosa di più comune e, proprio per questo, di più istruttivo: la storia di una band che aveva già in mano un linguaggio — fiati al posto delle tastiere, una voce sempre sul punto di rompersi, un impianto jazz-rock quasi ostinatamente ostile al sinfonismo di moda — e che non ha avuto il tempo, i soldi o la fortuna di portarlo oltre un unico disco. Il resto lo ha fatto, decenni più tardi, il collezionismo internazionale, che di questi orfani ne ha adottati parecchi.
IUn paese pieno di orchestre nella testa
Bisogna ricordarsi cos'era l'Italia musicale di quegli anni per capire dove si inserisce questa storia. Il progressive nostrano aveva smesso da tempo di essere un'eco di King Crimson o dei Genesis: Banco e PFM riempivano i palazzetti, Le Orme lavoravano su concept ambiziosi, Area mescolava free jazz ed elettronica con un'urgenza quasi da manifesto politico, Osanna e Balletto di Bronzo portavano sul palco una fisicità quasi rituale. Ma sotto questi nomi, che poi la storia ha reso familiari a tutti, viveva una costellazione molto più vasta di gruppi minori — legati a una sola etichetta, a pochi concerti, spesso a un solo album — che condividevano l'ambizione senza condividerne la fortuna. I Rocky's Filj appartengono a questa seconda schiera, ma con un tratto che li distingue subito dagli altri: dove quasi tutti costruivano i propri edifici sonori attorno all'organo Hammond o al mellotron, loro scelsero — o forse, semplicemente, non ebbero altra scelta — di costruire tutto sul dialogo fisico tra sax, chitarra e sezione ritmica. Più vicini, per impianto, al jazz-rock che al sinfonismo che andava per la maggiore.
IIDa Roky's Fily a Rocky's Filj
La band nasce più larga di come la ricordiamo: cinque elementi, nucleo emiliano, zona di Parma. Il cantante e polistrumentista a fiati, Roberto "Rocky" Rossi, viene invece da Vicenza — un dettaglio che continuo a trovare significativo, perché è proprio nella sua voce, così poco emiliana nell'accento e nell'intenzione, che si concentra tutto ciò che di questo gruppo continua a dividere.
Con quella formazione a cinque, sotto il nome Roky's Fily, incisero nel '71 il loro unico 45 giri per la piccola Cobra Record di Parma: Ingrid sul lato A, Lo spettro sul retro. Un disco acerbo, lo ricordo bene, ancora venato di un pop psichedelico che poco anticipava la ruvidezza jazz-rock che sarebbe arrivata due anni dopo. Non se lo filò nessuno. Ma nel giro di un anno il gruppo si ridusse a quartetto e il nome si assestò nella grafia con cui lo conosciamo — Rocky's Filj, gioco di parole tra il nome del leader e "figli", un'appartenenza quasi da famiglia allargata più che una sigla da rock band.
IIIIl quartetto e la voce di Rossi
| Roberto "Rocky" Rossi | voce, sax alto e baritono, clarinetto |
| Roby Grablovitz | chitarra elettrica, flauto |
| Luigi Ventura | basso elettrico, trombone |
| Rubino Colasante | batteria, e forse contrabbasso in certi brani |
Più tardi, dopo la fine del gruppo, un quinto nome — Beppe Ugolotti, seconda chitarra o basso — entrò ed uscì dall'orbita di Rossi e Grablovitz, ma sull'album del '73 non lo sento, e nessun credito lo colloca lì.
Rossi è il baricentro, ma sarebbe un errore ridurlo al ruolo di cantante: sax contralto e baritono, clarinetto, e insieme a Ventura al trombone costruisce l'ossatura fiati che sostituisce di netto le tastiere assenti. La voce è tutt'altra faccenda: normalmente pulita, ben impostata, capace però di rompersi improvvisamente nel grido, con un'inflessione teatrale che a me è sempre parsa l'elemento più autenticamente originale del disco, e che ad altri — lo capisco, non gliene faccio una colpa — è parsa solo stridula, eccessiva, poco controllata. Roberto Zola, che con la voce ci lavorava altrettanto in proprio negli Odissea, la definì una volta la prestazione di "un animale da palcoscenico", un musicista jazz di talento raro sotto pose drammatiche quasi teatrali. Sono parole di un collega, non un verdetto: ma rendono l'idea di quanto quella voce dividesse già allora, tra addetti ai lavori.
IVL'apertura per il Banco e il contratto Ricordi
Il '72 fu l'anno della svolta. Si fecero notare al Festival Pop di Villa Pamphili, e soprattutto ottennero di aprire alcune tappe di una delle prime tournée del Banco del Mutuo Soccorso — già allora una delle punte del progressive nazionale. Da lì arrivò tutto il resto: il contratto con la Dischi Ricordi, e la possibilità di lavorare con Sandro Colombini, il produttore che aveva già seguito i primi due dischi del Banco.
Vale la pena essere onesti su cosa dimostri questo episodio e cosa no. Che abbiano aperto per il Banco e che questo abbia portato al contratto Ricordi tramite Colombini è un fatto professionale solido, di cui non ho mai dubitato. Diverso è pensare che ci sia una vera parentela musicale tra le due band: al di là dell'etichetta comune e del produttore comune, il suono dei Rocky's Filj — senza tastiere, costruito sui fiati — resta lontanissimo dal sinfonismo per organo e mellotron con cui il Banco si stava imponendo proprio in quegli stessi mesi. Il Banco fu uno sponsor professionale, non un modello estetico.
VUn progressive senza tastiere
È il tratto che mi ha sempre colpito di più, ed era già insolito allora. Nel '73 organo Hammond, mellotron e pianoforte erano quasi sempre il baricentro armonico del progressive italiano — pensate al ruolo della tastiera in PFM, nel Banco, nelle Orme. I Rocky's Filj costruirono l'intero disco senza nessuno di questi strumenti: sax contralto e baritono, clarinetto, trombone, flauto, chitarra elettrica, basso, batteria, voce. Punto.
Il risultato è una musica più secca, nervosa, terrena. Dove altri aprivano spazi sospesi con tappeti d'organo, loro procedevano per attriti: il raddoppio dei temi tra sax e chitarra, gli inseguimenti strumentali, le dissonanze improvvise tra fiati. Il basso e la batteria non si limitavano ad accompagnare, sostenevano variazioni metriche brusche, passaggi quasi marziali, accelerazioni e frenate che li avvicinano tanto al jazz-rock quanto, in certi momenti, a un hard prog molto fisico. Non è mai del tutto un genere solo: non è fusion strumentale pura, perché il canto è presente in ogni brano; non è progressive sinfonico, perché manca proprio l'ingrediente che più lo definisce di solito.
Un impiego massiccio di armonizzazioni e, in certi momenti, un pizzico d'avanguardia in un sound inedito e jazzato.
VILa nascita diStorie di uomini e non
Registrarono tutto negli studi della Ricordi, a Milano, in un solo mese — luglio del '73 — e il disco uscì lo stesso anno, catalogo SMRL 6115. La copertina apribile, con la busta interna che portava i testi, la firmò Cesare Monti; una foto della stessa sessione fotografica ricomparve poi, mi pare, nel libretto di un album di Angelo Branduardi. Ho sentito anche un'altra versione, che attribuisce l'artwork a Guido Harari e racconta che il barbone ritratto in copertina fosse un passante immortalato per caso: non sono mai riuscito a farla combaciare con nient'altro, e la tengo separata, come una di quelle voci che girano attorno a ogni disco raro finché qualcuno non le mette per iscritto e diventano verità.
Sul titolo, non essendoci mai state dichiarazioni dirette degli autori, mi permetto solo un'ipotesi tra le tante possibili. Quel "non" dopo "uomini" apre più strade: uomini disumanizzati dalla guerra o dalla tecnologia, automi, emarginati, figure incapaci di riconoscersi nel proprio tempo. I cinque brani — un soldato, un robot, un naufrago, una figura senza nome nel pezzo più breve, un emarginato di nome Martino — sembrano tutti popolare, in modi diversi, questa terra di mezzo tra l'umano e il suo doppio negato. È una lettura che mi sono costruito ascoltando il disco più e più volte, non una chiave dichiarata da chi lo scrisse: repeat perché resti chiaro.
| Titolo | Storie di uomini e non |
| Etichetta / anno | Ricordi (SMRL 6115), 1973 |
| Produzione | Sandro Colombini |
| Registrazione | Studi Ricordi, Milano, luglio 1973 |
| Durata | circa 35 minuti, cinque brani |
| Formazione | Nessuna tastiera; sax, clarinetto, flauto, trombone, chitarra, basso, batteria, voce |
VIITraccia per traccia
Ci sono già tutti dentro, gli ingredienti del disco: un groove potente costruito sui fiati, una sezione ritmica veloce e coordinata, una voce che alterna il canto pulito al grido. La struttura in più sezioni e i cambi di tempo anticipano tutto ciò che verrà, tanto che l'ho sempre considerata la composizione-manifesto del gruppo — è un giudizio mio, sia chiaro, non un'etichetta che loro si diedero mai.
Struggente, con un testo poetico e disperato, lavora sulla disciplina militare e sulla perdita dell'individualità — coerente con un filone antimilitarista che allora era nell'aria, respirato più che dichiarato: non ho mai trovato traccia di un'intenzione politica esplicita rivendicata dal gruppo, e preferisco non inventarmela.
Il titolo più breve dell'album è anche il brano più conciso: funziona da raccordo tra le due suite maggiori, un momento di sospensione lirica prima della sezione conclusiva.
Precede di qualche anno l'omonimo album degli Alan Parsons Project: un'eco diretta non l'ho mai potuta dimostrare, e sospetto che il riferimento più plausibile sia il più ampio immaginario da fantascienza dei robot, quello reso popolare da Asimov. È forse il brano più radicale del disco: un attacco quasi orchestrale, poi un break rock, poi un'improvvisazione free trascinata da sax, flauto e da una linea di basso che detta il passo fino alla fine, con un'apertura conclusiva di un lirismo che sorprende, dopo tanta anarchia timbrica.
Chiude il disco ritraendo una figura marginale — un emarginato, forse un ingenuo incapace di adattarsi alla collettività che lo circonda. Più che una risoluzione, lascia la sensazione di un ultimo ritratto aggiunto alla galleria di "uomini e non" annunciata dal titolo.
VIIIUomini, automi, soldati: la trama dei testi
Presi insieme, i cinque brani condividono un nucleo tematico ricorrente: alienazione, perdita dell'identità, tecnologia, guerra, marginalità. Sarebbe comodo chiamarlo concept album, ma non esiste una trama unitaria dichiarata da chi lo scrisse: quello che posso dire con più prudenza è che i cinque episodi — il naufrago dell'Ultima spiaggia, il soldato, il robot, l'anonimo emarginato di Martino — condividono la stessa angolatura, quella dell'essere umano colto nel momento in cui perde la propria autonomia. È una lettura coerente con il clima di quegli anni, ma resta la mia lettura, non un'intenzione confessata dal gruppo.
IXCoordinate musicali: affinità, non appartenenze
Il paragone che torna sempre riguarda la tensione dei fiati e i contrasti improvvisi; manca però qualunque mellotron, assente per scelta strutturale in tutto il disco.
L'accostamento nasce dal sax selvaggio e dalla voce teatrale, più che da una reale somiglianza compositiva con il gruppo di Hammill.
Qui il confronto regge meglio: condividono con i Rocky's Filj il dialogo serrato tra fiati, chitarra e una componente jazz esplicita, oltre alla stessa stagione, quella 1972-73 del prog italiano più selvatico.
Legame più professionale e di contesto — stesso produttore, stessa etichetta — che stilistico, data l'assenza di tastiere nei Rocky's Filj.
Il versante più apertamente jazz-rock del progressive coevo; l'affinità è di ambito più che di sound specifico.
Accostamenti internazionali plausibili sul piano dell'apertura jazz-rock, ma nessun contatto diretto che io sappia documentare.
XUn caso a sé nel progressive italiano
Messi in fila, gli elementi che rendono questo gruppo un caso a sé sono soprattutto strutturali: l'assenza delle tastiere, la centralità dei fiati, il canto presente in ogni brano — a differenza di molte formazioni coeve più inclini a lunghe sezioni strumentali —, una scrittura che alterna composizione e improvvisazione senza risolversi mai del tutto nell'una o nell'altra. Se questo li renda un album progressive con forte componente jazz o un disco jazz-rock cantato, più che una domanda con risposta univoca, resta il modo più onesto che ho trovato per descrivere la loro posizione: un gruppo che non appartiene mai fino in fondo né al sinfonismo né alla fusion strumentale.
XILa brusca interruzione
Su questo punto le voci si sono sempre divise, e io stesso non sono mai riuscito a ricomporle in un'unica versione attendibile. C'è chi racconta che, appena uscito il disco, uno dei quattro fu arrestato e il gruppo dovette fermarsi per anni — qualcuno parla addirittura di sei anni di stop, fino allo scioglimento definitivo nel '79. Ho sentito però anche una ricostruzione diversa, più circostanziata: sarebbe stato il chitarrista Roby Grablovitz, fermato nel '73 per un incidente stradale del '71 — guidava con il solo foglio rosa, senza patente —, con una detenzione di appena due mesi che si sarebbe sovrapposta alla lavorazione dell'album, non alla sua uscita. Chi mi ha raccontato questa versione lega l'episodio persino alla copertina, che ritrarrebbe il tribunale di Milano, e a certi testi dedicati a "storie di uomini comuni". Altri, più genericamente, confermano solo che l'arresto riguardò la guida senza patente, senza dire chi.
Non sono mai riuscito a stabilire con certezza quale delle due cronologie sia quella giusta — due mesi durante l'incisione, oppure un fermo più lungo subito dopo l'uscita — né se basti quella vicenda giudiziaria a spiegare da sola la fine del gruppo. Preferisco pensarla come un fattore che si somma ad altri, non come l'unica causa: probabilmente pesarono anche le vendite modeste, un mercato discografico che stava cambiando pelle, e la fragilità economica tipica di ogni band minore, per cui bastava un contrattempo a interrompere una carriera appena partita.
XIIIl ritorno del 1979 e lo scioglimento definitivo
Negli anni fra il '73 e il '79, Rossi e Grablovitz continuarono a suonare insieme — dal '75 anche con Franz Dondi e Pier Emilio Canavera, reduci dallo scioglimento degli Acqua Fragile — lavorando a un nuovo album, Brivido rock, più orientato al rock che al jazz, che però non vide mai la luce. Nel frattempo il gruppo faceva da spalla ad artisti molto lontani dal loro repertorio originario: Franco Califano, Bobby Solo, e secondo alcune voci anche altri nomi dello spettacolo popolare di quegli anni.
Nel '79 il nome Rocky's Filj tornò a comparire, per un solo 45 giri sull'etichetta Shirak: Astrocar sul lato A, Come una nuvola sul lato B, in uno stile molto più commerciale, lontanissimo dall'album del '73. Fu — mi è stato raccontato da chi c'era — Raoul Mencherini a portarli alla Shirak, con la speranza di un rilancio che non arrivò mai. Il singolo passò inosservato e il gruppo si sciolse per sempre.
XIIIDopo i Rocky's Filj
La morte precoce di Rossi, leader vocale e timbrico del gruppo, rende impossibile qualunque ricostituzione della formazione originaria, e contribuisce, credo, a fissare i Rocky's Filj in un tempo sospeso: un solo disco, mai contraddetto da un seguito più debole, mai corretto da una svolta commerciale che avrebbe potuto snaturarlo.
XIVDal fallimento commerciale al culto internazionale
La rivalutazione di Storie di uomini e non è passata quasi interamente per i canali del collezionismo. Il disco è stato ristampato più volte: in CD dalla BMG nel marzo 2003, dentro la serie "Dei di un perduto rock", con una seconda emissione in autunno, e di nuovo dalla Ricordi nel 2011; in vinile dalla Sony/BMG nel 2009, edizione limitata con la stessa copertina apribile dell'originale, e più di recente dalla Saifam, in trecento copie numerate su vinile nero 180 grammi. Prima ancora era circolata una ristampa CD non autorizzata di origine giapponese, su etichetta Neverland — di quelle che si trovano solo se si sa già cosa cercare.
Il mercato del vinile originale racconta da solo questa parabola: le prime stampe Ricordi vengono scambiate oggi, tra collezionisti, a cifre che vanno da poche decine a diverse centinaia di dollari, con una mediana attorno ai centosettantacinque e picchi che hanno superato i cinquecento — una cifra impensabile per un disco che, all'uscita, non aveva trovato quasi nessuno disposto ad ascoltarlo.
Il capitolo più citato di questa seconda vita riguarda la Nurse With Wound List, l'elenco di artisti che accompagnava il primo album dei Nurse With Wound nel 1979, un omaggio alle fonti d'ispirazione del trio inglese — Steven Stapleton, John Fothergill, Heman Pathak. I Rocky's Filj ci sono, accanto a Soft Machine, Terje Rypdal, ad Area tramite Demetrio Stratos e Paolo Tofani, e a centinaia di altri nomi dell'ambito sperimentale e d'avanguardia. È un dato solido, non un aneddoto raccolto per sentito dire. Ma va preso per quel che è: l'inclusione in quella lista non dimostra un'influenza diretta sui Nurse With Wound — la lista comprende centinaia di nomi eterogenei, e i suoi stessi curatori hanno sempre chiarito che i motivi dell'inserimento cambiano caso per caso — dimostra piuttosto che, già alla fine dei Settanta, quel disco circolava negli ambienti sperimentali internazionali, ben oltre i confini del mercato italiano in cui era nato e in cui era già naufragato.
XVQuattro livelli di influenza
Alla domanda più delicata — quanto abbiano davvero influenzato chi è venuto dopo — non ho mai trovato una risposta netta, e ho imparato a diffidare di chi ce l'ha. Non conosco dichiarazioni di altri musicisti che li citino come riferimento, non conosco cover accertate dei loro brani, non conosco interviste in cui qualcuno ne rivendichi l'eredità. Preferisco distinguere quattro piani diversi, invece di sommarli in un giudizio unico che finirebbe per essere falso.
Nessuna che io sappia: non ricordo gruppi attivi nel '73 che si siano mai detti ispirati ai Rocky's Filj.
Appartengono a pieno titolo a una corrente più larga — quella di Osanna, Area, Perigeo — fondata sulla contaminazione tra jazz, rock e teatralità vocale, senza che questo implichi un'influenza diretta in nessuna delle due direzioni.
Il valore che gli si riconosce oggi è quasi interamente un fenomeno successivo, nato dalla rilettura del passato del progressive italiano condotta da collezionisti e appassionati internazionali a partire dai primi anni Duemila.
È il piano più solido: quotazioni di mercato, ristampe ripetute, la Nurse With Wound List. Alimenta il mito del "prog italiano perduto", ma resta un fenomeno di circolazione e di prezzo, non una prova di influenza musicale.
Per quel che vale la mia opinione dopo tutti questi anni: il valore dei Rocky's Filj non sta nell'aver fondato una scuola — non ne conosco eredi diretti — ma nell'aver mostrato una delle possibilità estreme del progressive italiano: un rock complesso, jazzato, interamente cantato e senza tastiere, rimasto senza un seguito immediato.
XVITra le altre meteore del prog italiano
Condividono la condizione di "album unico" con decine di altre formazioni di quegli anni — Museo Rosenbach, Cervello, Semiramis, Pholas Dactylus, Biglietto per l'Inferno, Duello Madre. Ciò che distingue il destino critico di ciascuna di queste band, ho notato, non è quasi mai la sola qualità musicale, spesso comparabile: conta la forza della casa discografica, la continuità dell'attività dal vivo, la sopravvivenza dei musicisti coinvolti, la tempestività delle ristampe, la narrazione che il collezionismo internazionale ha costruito attorno a ciascun disco. I Rocky's Filj occupano una posizione intermedia: non hanno mai raggiunto la fama critica di Museo Rosenbach, ma la presenza nella Nurse With Wound List e la costanza delle ristampe li hanno tenuti sempre visibili, sia pure ai margini.
XVIICome suona oggi
Riascoltato oggi, Storie di uomini e non conserva gran parte della sua carica nervosa: l'assenza di tastiere lo rende, paradossalmente, meno legato di molti coevi a un suono d'epoca — niente mellotron, niente Hammond a datarlo in modo irrimediabile. La sua brevità, poco più di trentacinque minuti, ne concentra l'urto senza lasciare margini alla ripetitività, anche se resto convinto che proprio nella voce di Rossi, e in una certa uniformità di registro, si trovino i limiti più evidenti del disco. I temi dell'alienazione, del soldato ridotto a funzione, del robot come metafora della perdita di libertà, che nel '73 dialogavano con un'attualità politica precisa, risuonano oggi in modo diverso ma non meno pertinente, in un'epoca segnata da altre forme di automazione e spersonalizzazione. A chi si avvicina per la prima volta al disco consiglio sempre Io Robot: è il brano in cui la loro scrittura — attacco quasi orchestrale, break rock, improvvisazione free, chiusura lirica — si mostra nella forma più compiuta.
XVIIIIl paradosso dell'unico album
Pubblicarono troppo poco per costruire una carriera, ma è proprio l'unicità di Storie di uomini e non ad averlo preservato da cadute successive, da compromessi, da ripetizioni stanche. Il singolo del '79, con il suo suono esplicitamente più commerciale, offre un indizio indiretto di cosa sarebbe potuto accadere: forse un secondo album avrebbe ammorbidito la voce, introdotto elementi più melodici, magari persino qualche tastiera, rendendo il gruppo più vendibile e, forse, dissolvendo proprio ciò che oggi rende il loro unico lavoro riconoscibile. Sono ipotesi che mi concedo a fine serata, non fatti: nessuno saprà mai cosa sarebbe accaduto davvero. Ma è proprio in questa domanda senza risposta, credo, che si nasconde il senso più profondo della loro storia.
Una porta rimasta socchiusa
Storie di uomini e non non è un monumento immobile del progressive italiano. È troppo breve, troppo ruvido, troppo legato alla voce discussa di un solo interprete per aspirare a quel ruolo. Preferisco pensarlo come una porta rimasta socchiusa: dietro, si intravede quello che i Rocky's Filj furono davvero — un quartetto di musicisti bravissimi, sostenuti per un breve tratto dal produttore giusto e dall'etichetta giusta — e, soprattutto, tutto ciò che nemmeno io, dopo tanti anni a raccogliere pezzi di questa storia, sono mai riuscito a sapere per certo: un arresto raccontato in due versioni che non ho mai potuto conciliare, un secondo album mai finito, un'influenza musicale che nessuno, finora, ha mai dichiarato apertamente.
Resta un disco di trentacinque minuti, senza tastiere, con una voce che ancora oggi non mette d'accordo nessuno — e proprio per questo, cinquant'anni dopo, ancora capace di sorprendere chi lo ascolta per la prima volta.
/image%2F4717381%2F20260110%2Fob_adcab7_tradu.jpg)
/image%2F4717381%2F20260206%2Fob_4a5101_rg30.png)
/image%2F4717381%2F20260424%2Fob_8bf495_trasrizione-video.png)
/image%2F4717381%2F20260721%2Fob_ec788c_roc.png)