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Publié par Angelo Marcotti

I. Un libro scritto da un ragazzo di diciassette anni

Esistono romanzi che sorprendono per la loro audacia tematica, per la loro sperimentazione formale, per la profondità della loro visione del mondo. Il diavolo in corpo sorprende per una ragione diversa e in un certo senso più sconcertante: è scritto da un ragazzo di diciassette anni, e è più maturo, più lucido, più preciso nella sua analisi psicologica di centinaia di romanzi scritti da adulti esperti nel mestiere.

Raymond Radiguet nasce nel 1903 a Saint-Maur-des-Fossés, in periferia di Parigi. È il primogenito di una famiglia numerosa, figlio di un vignettista. Fin dall’adolescenza comincia a frequentare i cafè letterari di Parigi, dove incontra Max Jacob, Guillaume Apollinaire, e poi Jean Cocteau, che diventerà il suo mentore, il suo editore, il suo amico più stretto e probabilmente il suo amante. Scrive poesie, poi prosa. Il diavolo in corpo lo comincia a sedici anni, tra il 1919 e il 1920, e lo pubblica nel 1923, quando ne ha diciannove. Muore di febbre tifoide a venti anni, nel dicembre dello stesso anno.

Questa vita brevissima — tre lustri scarsi di esistenza consapevole, meno di un decennio di scrittura — ha prodotto due romanzi, Il diavolo in corpo e Il ballo del conte d'Orgel (postumo, 1924), e una manciata di poesie, che sono stati letti e studiati per un secolo. La cosa più straordinaria non è che Radiguet abbia scritto così bene a vent’anni: è che abbia scritto cose che solo raramente si capiscono a vent’anni. Il dolore, la lucidità sul proprio desiderio, l’onestà su ciò che l’amore fa alle persone che ci stanno accanto, non sono qualità tipiche della giovinezza. Radiguet le aveva tutte.

Jean Cocteau e la scoperta di un genio

Per capire come Il diavolo in corpo è arrivato al pubblico bisogna capire il ruolo di Jean Cocteau. Cocteau è nel 1919 uno dei personaggi più influenti della scena artistica parigina: poeta, drammaturgo, cineasta, disegnatore, animatore di una rete culturale che include Picasso, Satie, Stravinsky, i Ballets Russes di Diaghilev. È un uomo di gusto raffinato e di intelligenza acuta, con una capacità non comune di riconoscere il talento altrui.

Quando incontra Radiguet, che ha quindici anni, capisce immediatamente di trovarsi di fronte a qualcosa di eccezionale. Non solo il talento: la maturità del pensiero, la qualità dello sguardo sul mondo, quella rara capacità di dire le cose con precisione assoluta senza abbellirle. Cocteau diventa il protettore di Radiguet, lo introduce nei salotti giusti, lo presenta agli editori, lo porta a Piquey, nelle Landes, dove Radiguet scrive la parte finale del romanzo. Quando il libro è pronto, Cocteau lo porta a Bernard Grasset, l’editore, e ne cura il lancio con la stessa abilità pubblicitaria che userebbe per una propria opera.

Il rapporto tra i due è stato oggetto di molte speculazioni. Sicuramente c’era un’ammirazione reciproca, una profondità di legame che andava oltre la semplice amicizia letteraria. La morte di Radiguet nel dicembre 1923 lascia Cocteau in uno stato di prostrazione dal quale si riprende solo con difficoltà, cercando conforto nell’oppio e poi nella fede cattolica. Scrive: «Ho perso la mia ragione di essere.» Non è retorica.

II. La storia: adulterio, guerra e adolescenza

La trama del Diavolo in corpo è raccontata in prima persona da un narratore senza nome che, guardando indietro alla propria adolescenza, descrive una storia d’amore vissuta durante la Prima Guerra Mondiale. Il narratore ha dodici anni quando scoppia la guerra, sedici quando incontra Marthe, la giovane donna di cui si innamora. Marthe è fidanzata, poi sposa, di un soldato al fronte. Il loro è un adulterio, in tempo di guerra, tra un adolescente e una donna sposata la cui marità è assente perché combatte per la Francia.

Il romanzo racconta questa storia con una schiettezza che al momento della pubblicazione fa scandalo. Non perché il soggetto — l’adulterio — fosse nuovo nella letteratura francese: da Madame Bovary in poi, l’adulterio era uno dei grandi soggetti del romanzo borghese. Lo scandalo viene da altro: dalla prospettiva del narratore adolescente, che non prova alcun senso di colpa verso il marito assente, anzi lo considera quasi con fastidio; dalla lucidità quasi crudele con cui descrive i propri sentimenti e quelli di Marthe; e soprattutto dal fatto che il libro è chiaramente autobiografico, il che significa che un ragazzo di diciassette anni ha vissuto questa storia e poi l’ha raccontata senza pudore e senza scuse.

Il personaggio di Marthe è ispirato a una donna reale: Jeanine Francé, che Radiguet conobbe nei pressi di Parigi durante la guerra e con cui ebbe una relazione prolungata. Jeanine era fidanzata, poi sposa, di un giovane soldato. I dettagli biografici corrispondono abbastanza da fare del romanzo un documento personale oltre che un’opera d’arte.

«Non è colpa mia se avevo dodici anni qualche mese prima che la guerra scoppiasse. Deploro di aver dovuto raccontare una storia nella quale l’amore e la guerra si mescolano così inestricabilmente.»

Questa frase d’apertura è uno dei grandi incipit della letteratura francese. Stabilisce immediatamente il tono: il narratore sa che la sua storia è scandalosa, sa che sarà giudicato, ma non si scusa. Constata. La guerra non è una giustificazione — ma non è nemmeno irrilevante. La guerra ha creato le condizioni in cui questo amore è stato possibile.

La guerra come cornice e come complicità

La Prima Guerra Mondiale è lo sfondo del romanzo, ma non nel senso convenzionale. Non c’è battaglia, non c’è eroismo, non c’è patriottismo. Il marito di Marthe è al fronte, ma il romanzo non lo accompagna là: rimane nella periferia di Parigi, nella zona protetta dell’infanzia e dell’adolescenza, dove la guerra è una presenza lontana e ingombrante che però ha tolto di mezzo gli adulti che avrebbero impedito la storia.

Radiguet capisce qualcosa di acuto sulla guerra che i romanzi di guerra tendono a ignorare: che le guerre non cambiano solo il fronte ma anche la retroguardia; che la partenza degli uomini crea vuoti che vengono riempiti in modi imprevisti; che la morale in tempo di guerra si flette, si distorce, diventa più permissiva verso certe cose e più rigida verso altre. Il narratore del romanzo approfitta di questo allentamento morale non cinicamente ma quasi inconsapevolmente, come se la guerra gli avesse dato il permesso di fare ciò che altrimenti non avrebbe potuto.

C’è anche una dimensione più sottile: la guerra ha accelerato la maturità del narratore. Un ragazzo di sedici anni nel 1917 non è lo stesso che un ragazzo di sedici anni nel 1905. Ha visto morire coetanei, ha visto padri partire e non tornare, ha vissuto in una realtà in cui il futuro era continuamente messo in questione. Questa maturità forzata lo rende capace di una storia d’amore che altrimenti sarebbe stata impossibile, e lo rende capace di raccontarla con quella lucidità che spiazza il lettore.

III. La prosa: classicismo e modernità

Una delle cose più straordinarie de Il diavolo in corpo è lo stile. In un momento in cui il surrealismo, il dadaismo, le avanguardie di ogni tipo stavano rivoluzionando la letteratura francese, Radiguet sceglie una prosa classica: frasi brevi, sintassi limpida, vocabolario preciso, assenza quasi totale di metafore ornamentali. Una prosa che sembra più vicina a Laclos o a Stendhal che ai contemporanei.

Questa scelta non è reazionaria: è strategica. Radiguet sapeva perfettamente cosa stava facendo. Usare la forma classica per contenuti scottanti — l’adulterio di un adolescente, il tradimento del marito combattente, la lucidità spietata sull’egoismo del desiderio — crea un effetto di contrasto che nessuna prosa avanguardista avrebbe potuto raggiungere. La forma dice: questo è normale, questo è ordinario, questo è la vita. Il contenuto dice tutto il contrario.

Cocteau, che conosceva bene le avanguardie in cui sguazzava, riconobbe immediatamente il valore di questa scelta. Disse di Radiguet che era un classico nato nel mezzo di una tempesta romantica, come se il romanticismo e le sue conseguenze non lo riguardassero. Non era ingenuità: era una forma superiore di consapevolezza stilistica.

«La sua prosa è come il vetro: trasparente, precisa, e tagliente. Non ci si accorge che taglia finché non si è già feriti.» — Jean Cocteau.

La brevità del romanzo — meno di duecento pagine nelle edizioni italiane — fa parte di questa poetica della precisione. Radiguet non ama l’ornamento, non ama la digressione, non ama la profusione. Ogni frase porta il suo peso e non un grammo di più. È una disciplina che i romanzieri maturi raggiungono raramente; in un diciassettenne è quasi miracolosa.

Il debito con Stendhal

Il nome di Stendhal è quello che i critici hanno più spesso accostato a Radiguet, e non senza ragione. Come Stendhal, Radiguet è un analista del sentimento: non lo descrive, lo anatomizza. Segue le sue trasformazioni con la precisione di un medico che segue un’epidemia, notando ogni variazione, ogni contraddizione, ogni momento in cui il sentimento dichiara una cosa e ne nasconde un’altra.

Il Rosso e il Nero e La Certosa di Parma sono romanzi in cui i personaggi si osservano mentre amano, come se una parte di loro rimanesse sempre distaccata, sempre analitica, sempre curiosa dei propri stati interiori. Questa duplice coscienza — il sentire e l’osservare il proprio sentire — è precisamente ciò che Radiguet porta nel suo romanzo.

Ma c’è una differenza: Stendhal era irronico, usava la distanza come protezione. Il narratore de Il diavolo in corpo è lucido senza essere irronico. Guarda se stesso con la stessa chiarezza con cui guarda Marthe, e ciò che vede non lo consola: lo costringe a riconoscere un egoismo, una incapacità di dare ciò che viene chiesto, una tendenza alla crudeltà involontaria che nemmeno la giovinezza può scusare del tutto.

Radiguet aveva letto Stendhal con attenzione, questo è certo. Ma aveva anche qualcosa che Stendhal non aveva: la consapevolezza di un adolescente che guarda il mondo degli adulti dall’esterno, con gli occhi di chi non appartiene ancora completamente a nessun mondo.

IV. Il narratore: l’egoismo dell’innocenza

Il narratore de Il diavolo in corpo è uno dei personaggi più interessanti e più disturbanti della letteratura francese del Novecento, perché è contemporaneamente simpatico e crudele, autentico e cieco, capace di grande acutezza psicologica e incapace di applicarla completamente a se stesso.

Ha sedici anni. È intelligente, sensibile, capace di amare nel modo in cui si ama a sedici anni: con totale dedizione al proprio sentimento, con scarsa attenzione alle conseguenze per gli altri. Non è cattivo: semplicemente non è ancora abbastanza adulto da riuscire a uscire dal cerchio del proprio desiderio e vedere ciò che il desiderio fa a chi è amato.

Marthe è innamorata di lui nel modo in cui certi adulti si innamorano degli adolescenti: con la stessa totale dedizione, ma con un costo molto più alto. Lei mette in gioco il suo matrimonio, la sua reputazione, il suo futuro. Lui mette in gioco molto meno, perché il futuro di un sedicenne è ancora abbastanza indefinito da non essere davvero in pericolo. Questo squilibrio è al cuore della storia, e Radiguet lo sa.

«Mi amava più di quanto io l’amassi. Questo lo sapevo. E sapevo anche che questo squilibrio era la fonte del mio potere su di lei, e della sua fragilità.»

Il narratore non si autoassolve. Questa è la cosa più notevole: riconosce il proprio egoismo, riconosce di aver fatto del male a Marthe, riconosce che la sua incapacità di dare ciò che lei aveva bisogno ha contribuito alla sua fine. Ma questo riconoscimento arriva sempre un passo in ritardo rispetto agli eventi: è la lucidità retrospettiva di chi capisce meglio quando non può più cambiare niente.

Questa struttura — il protagonista che capisce in ritardo, che riconosce i propri errori senza poterli correggere — è una delle strutture narrative più oneste che si possano usare, perché è la più fedele all’esperienza reale. Nella vita vera, si capisce quasi sempre in ritardo. Radiguet a diciassette anni sapeva già questo.

Marthe: la donna sacrificata

Marthe è il personaggio più tragico del romanzo, e il più difficile da giudicare. Si innamora di un adolescente mentre suo marito è al fronte; tradisce il patto matrimoniale che aveva appena contratto; inganna la propria famiglia e quella del marito; porta avanti la relazione anche quando diventa chiaro che il narratore non è capace di darle la stabilità emotiva di cui ha bisogno.

Eppure non è facile condannarla. Radiguet ce la mostra con una simpatia che non diventa mai sentimentalismo: la capisce, anche quando non la approva. Marthe ha sposato un uomo che è partito quasi subito, lasciandola sola in un mondo che la guerra aveva reso instabile. Ha incontrato qualcuno che la amava — o che credeva di amarla — con l’intensità che solo i giovani riescono a mettere nel desiderio. Ha scelto il presente contro il futuro, l’intensità contro la sicurezza.

La critica femminista ha discusso a lungo del personaggio di Marthe: c’è chi la vede come vittima dello sguardo maschile del narratore, chi la vede come un’agente che fa le proprie scelte consapevolmente, chi vede nel romanzo una critica implicita al sistema matrimoniale e sociale che lascia le donne in una posizione di tale fragilità. Tutte e tre le letture hanno del vero, e questa coesistenza di prospettive è un segno della ricchezza del personaggio.

La fine di Marthe — muore di parto, il bambino sopravvive ma lei no — è raccontata con quella stessa sobrietà classica che caratterizza tutto il romanzo. Non c’è melodramma. Non c’è moralismo esplicito. C’è solo il fatto, nudo: lei muore, il narratore è solo con ciò che ha fatto.

V. Lo scandalo della pubblicazione

Quando Il diavolo in corpo esce nel marzo del 1923, la reazione del pubblico e della critica è esplosiva. Il romanzo vende decine di migliaia di copie nelle prime settimane: Grasset ha orchestrato una campagna pubblicitaria abile, presentando il libro come il romanzo di un prodigio, l’opera di un adolescente su un soggetto scottante. L’abbinamento funziona oltre ogni aspettativa.

Ma lo scandalo non viene solo dalla campagna pubblicitaria. Viene dal contenuto. Il narratore non solo racconta una storia di adulterio: racconta di come si sia rallegrato che la guerra tenesse occupati i mariti, di come abbia considerato il fidanzato e poi marito di Marthe come un ostacolo da aggirare piuttosto che come un essere umano con diritti propri. Questa mancanza totale di senso di colpa verso il marito combattente — un soldato che rischiava la vita per la Francia — viene letta da molti lettori come un oltraggio morale e patriottico.

Le associazioni dei reduci protestano. Alcuni critici accusano Radiguet di immoralità, di mancanza di rispetto per i sacrifici della guerra. Altri — tra cui alcuni dei più acuti critici letterari del tempo — riconoscono nell’opera la qualità autentica di un talento straordinario. Il dibattito dura mesi.

Radiguet non si difende pubblicamente. Non ha bisogno di farlo: il libro si difende da solo. La sua qualità è abbastanza evidente da sopravvivere allo scandalo, e lo scandalo è abbastanza utile da far vendere il libro. Alla fine dell’anno, Radiguet è il romanziere più discusso di Francia. Due mesi dopo, è morto.

«Non si può leggere questo libro senza provare una sorta di vertigine: la vertigine di chi guarda giochi troppo profondi per l’età di chi li fa.» — Jacques Rivière, La Nouvelle Revue Française, 1923.

Il titolo e la sua ambiguità

Il titolo Il diavolo in corpo è un’espressione idiomatica francese — avoir le diable au corps — che significa essere posseduti da un’energia febbrile, da un’agitazione irrefrenabile, da una forza che sfugge al controllo. Si dice di chi è troppo vivace, troppo intenso, troppo difficile da controllare.

Applicata al narratore adolescente, l’espressione ha più livelli di significato. C’è il diavolo del desiderio sessuale, che a sedici anni è una forza nuova e difficile da gestire. C’è il diavolo dell’egoismo, della tendenza a mettere il proprio sentimento al centro senza preoccuparsi abbastanza degli altri. C’è il diavolo dell’adolescenza in quanto tale, quella condizione di eccesso e di intensità che non può ancora essere moderata dall’esperienza.

Ma c’è anche una possibile lettura ironica: il diavolo è nel corpo di Marthe, non solo del narratore. È lei che ha il diavolo in corpo quando tradisce il marito, quando sceglie il rischio contro la sicurezza, quando decide di amare qualcuno che non può darle ciò che ha bisogno. L’ambiguità del titolo rispecchia l’ambiguità morale del romanzo: non c’è un’unica figura che porta il peso della colpa.

In italiano, la traduzione del titolo è fedele all’originale nel suono ma perde parte della connotazione idiomatica: «avere il diavolo in corpo» è un’espressione usata anche in italiano, ma con sfumature diverse. Il lettore italiano riceve il titolo come metafora del possesso demoniaco, dell’essere dominati da una forza che supera la volontà. Non è sbagliato. Ma è solo una parte del significato.

VI. Il romanzo e la sua tradizione: la letteratura del desiderio

Il diavolo in corpo appartiene a una tradizione letteraria francese molto precisa: quella dei romanzi brevi, scritti in prima persona, che analizzano con spietata precisione i meccanismi del sentimento amoroso. Da La Princesse de Clèves (1678) di Madame de La Fayette ad Adolphe (1816) di Benjamin Constant, dalla Manon Lescaut dell’Abate Prévost a certi romanzi di Stendhal, questa tradizione aveva sviluppato un modo di guardare l’amore che privilegiava l’analisi sulla narrazione, la precisione psicologica sulla profusione degli eventi.

Il romanzo che più direttamente precede Il diavolo in corpo in questa tradizione è Adolphe di Constant. Come Radiguet, Constant scrive di un uomo che ama una donna più di quanto non si aspetti e meno di quanto lei vorrebbe; che riconosce la propria incapacità di dare ciò che viene chiesto ma non riesce a rompere il legame; che fa del male non per malvagità ma per insufficienza. La struttura emotiva dei due romanzi è vicina, anche se i contesti e gli stili sono diversi.

Radiguet appartiene a questa tradizione ma la aggiorna. Porta nella prosa classica un’acutezza psicologica che risente della psicanalisi, anche se Radiguet probabilmente non aveva letto Freud in modo sistematico. La consapevolezza che il desiderio è spesso in contraddizione con l’amore, che si può volere qualcuno e non volergli bene abbastanza, che l’egoismo e la tenerezza coesistono senza annullarsi — queste intuizioni appartengono alla tradizione del romanzo francese, ma Radiguet le porta a una chiarezza che nessun predecessore aveva raggiunto con tanta economia di mezzi.

«Avevo per Marthe un affetto sincero. Ma l’affetto sincero e l’amore che dà senza trattenere sono cose diverse. Io lo sapevo. Lei lo intuiva. Questo spazio tra il sapere e l’intuire è dove viveva la nostra storia.»

Les Liaisons dangereuses e l’eredità libertina

C’è un altro precursore di Radiguet che vale la pena citare, anche se il legame è più indiretto: Les Liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos (1782). Come nel romanzo di Laclos, ne Il diavolo in corpo il desiderio è anche potere: chi vuole di più è in una posizione di inferiorità, chi vuole di meno ha un vantaggio che non ha scelto.

Il narratore di Radiguet non è Valmont: non manipola consapevolmente, non usa il desiderio come strumento di dominio. Ma il risultato pratico è simile. Il suo minore coinvolgimento emotivo rispetto a quello di Marthe gli dà una libertà di movimento che lei non ha. Lui può andare e venire, distrarsi, trovare interesse altrove; lei è inchiodata alla sua dipendenza. Questo squilibrio non è crudeltà pianificata: è la struttura del desiderio asimmetrico, e Radiguet la descrive senza indulgenza verso nessuno dei due.

La differenza rispetto a Laclos è precisamente questa assenza di macchinazione. Laclos scriveva un romanzo sull’uso strategico del desiderio; Radiguet scrive su ciò che il desiderio fa alle persone quando non è strategico ma genuino. Il risultato, paradossalmente, non è meno doloroso.

VII. L’adolescenza come stato di eccezione

Una delle letture più feconde del romanzo è quella che vede nell’adolescenza del narratore non solo una caratteristica biografica ma una condizione filosofica. L’adolescenza è uno stato di eccezione: non si è più bambini e non si è ancora adulti, si è in un territorio di mezzo in cui le regole ordinarie si applicano in modo diverso.

Un bambino non sarebbe responsabile di ciò che fa il narratore: non capirebbe le conseguenze. Un adulto sarebbe pienamente responsabile: capirebbe e sceglierebbe ugualmente. L’adolescente sta nel mezzo: capisce abbastanza da non potersi dire innocente, ma non abbastanza da essere pienamente responsabile. È questa zona grigia morale che Radiguet esplora con tanta precisione.

La guerra crea una zona grigia analoga: in tempo di guerra, le regole morali ordinarie vengono sospese o deformate. L’adulterio con la moglie di un combattente è un atto che in tempo di pace avrebbe avuto conseguenze diverse, sarebbe stato giudicato in modo diverso. La guerra non lo giustifica, ma crea il contesto in cui avviene.

L’adolescenza del narratore e la guerra sono quindi due stati di eccezione sovrapposti: insieme, creano le condizioni per una storia che non avrebbe potuto esistere in circostanze ordinarie. Radiguet non usa questi stati come scuse: li usa come contesto, come il terreno su cui la storia è cresciuta. E poi chiede al lettore di giudicare, senza dare lui stesso un giudizio definitivo.

Radiguet e la psicanalisi

Il diavolo in corpo è un romanzo che sembra conoscere la psicanalisi anche se probabilmente il suo autore non l’aveva studiata sistematicamente. L’intuizione che il desiderio è spesso contraddittorio, che si ama in modi che fanno male a chi si ama, che la coscienza è solo una parte di ciò che muove le nostre azioni — queste sono intuizioni freudiane, anche se Radiguet ci arriva per via letteraria e non teorica.

Il rapporto tra il narratore e sua madre è sfiorato nel romanzo, ma in modo sufficientemente sottile da non diventare schematico. La madre è una presenza vigile che il figlio cerca di nascondere e di cui teme il giudizio più che qualsiasi altro. Marthe, in un certo senso, occupa uno spazio che la madre non può occupare: è la donna adulta che il narratore può amare senza le complicazioni del legame familiare. Un freudiano troverebbe in questo elemento molto materiale; Radiguet lo pone senza svilupparlo, come se sapesse che è lì ma non volesse farne uno schema.

Quello che Radiguet ha capito intuitivamente e che la psicanalisi avrebbe poi formalizzato è che il desiderio non è mai semplice: è sempre intrecciato con il potere, con la paura, con la necesità di essere visti e riconosciuti. Il narratore ama Marthe anche perché essere amato da una donna adulta lo conferma in una maturità che non sente ancora pienamente di possedere. Marthe ama il narratore anche perché la sua intensità giovane le restituisce qualcosa che il matrimonio prematuro aveva tolto. Nessuno dei due è trasparente a se stesso.

VIII. La morte come punto fermo

Il romanzo finisce con la morte di Marthe. Non è una morte violenta o improvvisa: è una morte da parto, una delle forme di morte più comuni per le donne nella prima metà del Novecento, una morte che il corpo porta in sé come possibilità fin dall’inizio della gravidanza. Il figlio che nasce sopravvive. Il marito torna dal fronte. Il narratore rimane.

Questa fine non è punizione nel senso moralista: non è come se Radiguet stesse dicendo che Marthe muore perché ha peccato. La morte arriva con la stessa casualità con cui arrivano le morti in tempo di guerra: non distingue tra i colpevoli e gli innocenti, tra chi merita e chi non merita. Marthe muore perché il parto è pericoloso, non perché ha tradito il marito.

Ma la morte di Marthe ha una funzione narrativa precisa: costringe il narratore, e il lettore, a fare il bilancio. Quello che è successo non può più essere cambiato. Le conseguenze sono irreversibili. Il bambino che cresce senza madre, il marito che torna da una guerra per trovarne un’altra diversa, il narratore che deve vivere con la consapevolezza di ciò che ha fatto — tutto questo è il residuo della storia, ciò che rimane quando il desiderio si è consumato.

«Morte. Questa parola non mi sorprese. Avevo sempre saputo, senza dirlo a me stesso, che era lì. La storia aveva questa forma. Non avrei saputo darle un’altra.»

La morte di Marthe trasforma retroattivamente tutta la storia: ciò che era sembrato una storia d’amore, un’avventura, un periodo di intensità straordinaria, si rivela essere stato anche, sempre, una traiettoria verso questa fine. Non nel senso fatalista, ma nel senso che le scelte fatte hanno avuto le loro conseguenze, e le conseguenze non sono state solo belle.

 

IX. Il secondo romanzo e la poetica di Radiguet

Nel 1924, l’anno dopo la morte di Radiguet, Cocteau pubblica il secondo e ultimo romanzo dell’amico: Il ballo del conte d’Orgel. È un romanzo molto diverso da Il diavolo in corpo: più breve ancora, più formale, ambientato nella borghesia parigina piuttosto che nella periferia semi-rurale della Grande Guerra. Il riferimento letterario dichiarato è La Princesse de Clèves: come in quel romanzo, una donna di alta società si innamora di un giovane pur amando il marito, e sceglie di non cedere alla passione.

Il ballo del conte d’Orgel è considerato da molti critici ancora più maturo de Il diavolo in corpo: più controllato, più preciso, più capace di sostenere la struttura classica che Radiguet aveva scelto. Ma ha meno fuoco del primo romanzo, forse perché il fuoco del primo veniva dalla materia autobiografica, dall’urgenza di raccontare qualcosa che era davvero successo e che bruciava ancora.

Insieme, i due romanzi delineano una poetica: la brevità come disciplina, la prosa classica come strumento di verità, l’analisi psicologica come fine principale della narrativa, il sentimento amoroso come territorio di esplorazione privilegiato. È una poetica che Radiguet non ha avuto il tempo di sviluppare più oltre. Quello che ha lasciato è abbastanza da immaginare cosa avrebbe potuto fare, e l’immaginazione qui è già un atto di lutto.

Le versioni cinematografiche

Il diavolo in corpo ha avuto due adattamenti cinematografici importanti, entrambi significativi per ragioni diverse.

Il primo, del 1947, è diretto da Claude Autant-Lara e interpretato da Micheline Presle e Gérard Philipe. Quest’ultimo, allora ventitreenne e già consacrato come uno dei maggiori attori del cinema francese, porta sullo schermo il narratore con una bellezza e una grazia che corrispondono perfettamente all’idea che si fa di Radiguet. Il film rispetta lo spirito del romanzo pur adattando alcuni elementi: il protagonista diventa un po’ più romantico, un po’ meno analitico. L’intensità emotiva, però, è fedele.

Il secondo adattamento, del 1986, è del regista italiano Marco Bellocchio, e è una versione molto più libera: trasporta la storia nell’Italia contemporanea, trasforma il marito in un terrorista delle Brigate Rosse, e spinge molto più esplicitamente sulla dimensione sessuale. Il film di Bellocchio è interessante ma si allontana dal romanzo in modo sostanziale: ciò che perde è precisamente la qualità che fa di Radiguet un classico, la prosa analitica, il distacco lucido. Il cinema non sa riprodurre facilmente quella voce narrante che osserva se stessa mentre sente.

 

X. Perché Radiguet conta ancora

Raymond Radiguet è morto nel 1923. Il diavolo in corpo è pubblicato nello stesso anno. Cento anni dopo, il romanzo è ancora letto, ancora studiato nelle università, ancora capace di provocare reazioni intense nei suoi lettori. Perché?

La risposta più semplice è la più vera: perché il romanzo dice qualcosa di vero sull’adolescenza, sul desiderio, sull’incapacità di amare pienamente che caratterizza certi momenti della vita. Chi ha avuto sedici anni — e tutti li hanno avuti — riconosce qualcosa nel narratore, anche se la storia specifica è molto diversa dalla propria. Quell’egoismo involontario, quella certezza che i propri sentimenti siano più importanti di quelli degli altri, quella capacità di causare dolore senza volerlo — sono cose che molti hanno vissuto, anche se in forme meno drammatiche.

Ma c’è anche una ragione letteraria. Il diavolo in corpo dimostra che la qualità di un romanzo non dipende dalla sua lunghezza, né dalla complessità della sua struttura, né dall’età del suo autore. Dipende dalla precisione con cui dice ciò che vuole dire, dall’onestà con cui guarda il suo soggetto, dalla qualità della sua attenzione al sentimento umano.

Radiguet aveva queste qualità in modo straordinario, e le aveva a diciassette anni. Non si capisce bene perché: né la biografia, né le influenze letterarie, né il contesto storico spiegano del tutto come un ragazzo di quella età possa aver visto il mondo con quella chiarezza. Rimane un mistero, nel senso migliore della parola: qualcosa di inspiegabile che è anche qualcosa di reale.

Il diavolo in corpo non è un romanzo confortante. Non promette redenzione, non offre riconciliazione, non conclude con la saggezza guadagnata. Finisce con una morte e con un uomo che deve vivere con ciò che sa. Ma è un romanzo onesto nel senso più profondo: dice la verità sul desiderio, sul dolore che il desiderio produce, sull’insufficienza di ognuno di noi di fronte a ciò che si chiede di amare.

E questa onestà, cento anni dopo, è ancora la cosa più preziosa che un romanzo possa offrire.

Rileggere Radiguet oggi

Leggere Il diavolo in corpo nel 2024 significa anche leggere un documento storico involontario: un ritratto della Francia durante la Prima Guerra Mondiale vista da una prospettiva insolita, quella dei giovani che non combattono, di chi rimane nella periferia di Parigi mentre la Storia si svolge altrove. Questa prospettiva è stata raramente raccontata con la stessa acutezza.

Significa anche leggere un libro su come si è giovani, su cosa significa essere adolescenti in un mondo che chiede di essere adulti prima del tempo. La guerra aveva accelerato tutto, compresso il tempo dell’infanzia, trasformato i giovani in semi-adulti prima che fossero pronti. Questa esperienza non è esclusiva del 1914-18: ogni generazione la riconosce in forme diverse.

E significa, infine, leggere un libro su una storia d’amore che non finisce bene, raccontata da qualcuno che sa già come è finita e non cerca di abbellirla. In un’epoca in cui le narrazioni dell’amore tendono all’happy ending o al trauma elaborato, la sobrietà di Radiguet ha qualcosa di quasi rivoluzionario: dice che le storie possono finire male senza che questo sia colpa di nessuno in modo semplice, senza che ci sia una morale chiara da trarne.

Radiguet moriò a venti anni. Non seppe mai davvero l’impatto che il suo libro avrebbe avuto. Non visse abbastanza da vedere come il proprio nome sarebbe diventato sinonimo di genio precoce, di talento bruciato troppo presto. Visse abbastanza per scrivere due romanzi perfetti. In letteratura, questo è più di quanto molti riescano a fare in una vita intera.

Nota bibliografica essenziale

Raymond Radiguet, Le diable au corps, Bernard Grasset, Parigi 1923. Traduzione italiana: Il diavolo in corpo, trad. di Franca Cancogni, Einaudi, Torino 1953; successive edizioni Garzanti e Mondadori. Testo francese con apparato critico: a cura di Gérard Malgat, Librairie Générale Française (Le Livre de Poche), 2001.

Il secondo romanzo: Raymond Radiguet, Le bal du comte d'Orgel, Bernard Grasset, Parigi 1924 (postumo, a cura di Jean Cocteau). Trad. it.: Il ballo del conte d'Orgel, Einaudi, Torino 1958.

Per la vita di Radiguet: Jean Cocteau, La difficoltà di essere, trad. it. Einaudi, 1971 — contiene testimonianze sul loro rapporto. Francis Steegmuller, Cocteau: A Biography, Little Brown, Boston 1970. Chloé Radiguet, Raymond Radiguet, Fayard, Parigi 2003 — biografia scritta da una nipote, con documenti inediti.

Per il contesto critico e letterario: Jean-Pierre Bertrand, Histoire de la littérature française du XX siècle, Nathan, Parigi 2000. Pierre Citron, La Poésie de Paris dans la littérature française de Rousseau à Baudelaire, Minuit, Parigi 1961. Benjamin Constant, Adolphe, 1816 — il predecessore diretto, da leggere in abbinamento.


 

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