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Publié par Angelo Marcotti

Esiste una differenza fondamentale tra ricordare e rivivere. Ricordare è un atto volontario, ordinato, quasi igienico: si apre un cassetto, si estrae un'immagine, la si guarda da una distanza di sicurezza e la si ripone. Rivivere è tutt'altro — è quando il cassetto si apre da solo, nel momento sbagliato, e l'immagine non sta ferma ma torna addosso con tutto il peso specifico del passato, con gli odori e le luci e il dolore esatti di allora.

Il posto delle fragole è un film sul secondo tipo di memoria. Sul tempo che non si lascia archiviare.

Tre tempi per un solo uomo

Isak Borg vive, nel corso di una sola giornata, in almeno tre dimensioni temporali distinte e simultanee. C'è il tempo del presente narrativo — la mattina di giugno, l'automobile, la strada verso Lund. C'è il tempo del passato remoto — l'infanzia, Sara, la casa delle fragole, i genitori sulla riva. E c'è un terzo tempo, il più inquietante, che non è né presente né passato ma qualcosa di intermedio e perturbante: il tempo dei sogni, dove le categorie cronologiche collassano e ciò che è stato si fonde con ciò che si teme, con ciò che si è, con ciò che non si è mai riusciti a dire.

Bergman non gerarchizza questi tre tempi. Non dice: questo è reale, questo è ricordo, questo è sogno. Li tratta con la stessa densità visiva, la stessa presenza cinematografica. La macchina da presa non cambia registro quando Isak scivola nel passato — la luce cambia, certo, diventa più morbida, più onirica, ma la transizione è quasi impercettibile. Come accade nella mente di un vecchio che ha vissuto abbastanza a lungo da non distinguere più nettamente tra ciò che sta succedendo e ciò che è già successo.

Questo è il primo e più radicale gesto formale del film: abolire la gerarchia temporale. Trattare il ricordo con la stessa dignità ontologica del presente.

Proust e la memoria involontaria: il tempo ritrovato

Marcel Proust trascorse vent'anni a scrivere un romanzo che è, nella sua essenza più profonda, una meditazione sul tempo. Non sul tempo come misura — ore, giorni, anni — ma sul tempo come sostanza, come materia dell'esperienza umana. La sua scoperta centrale, quella che regge l'intera architettura della Recherche, è che il tempo non passa davvero. Si stratifica. Si accumula dentro di noi come sedimento geologico, e in certi momenti — per una madeleine intinta nel tè, per il rumore di un cucchiaio contro un piatto, per la sensazione di ciottoli irregolari sotto i piedi — riemerge intatto, con una potenza che il ricordo volontario non può raggiungere.

La mémoire involontaire proustiana non è nostalgia. È qualcosa di più fisico e di più violento: è la coincidenza perfetta tra un momento passato e un momento presente, la sovrapposizione che abolisce il tempo lineare e rivela che ciò che credevamo perduto non è andato da nessuna parte.

Bergman conosce Proust. Ne conosce la lezione nel senso più profondo — non come influenza letteraria dichiarata, ma come consonanza di sensibilità. Anche in Il posto delle fragole il meccanismo della memoria è involontario, fisico, improvviso. Non è Isak che decide di ricordare Sara quando si ferma alla casa dell'infanzia: è il luogo stesso, con la sua geometria familiare, con i suoi odori impliciti, con la luce particolare di quella mattina d'estate, che forza il ricordo in superficie. Il passato non viene evocato — irrompe.

Ma qui sta la prima differenza essenziale tra i due autori: in Proust, la memoria involontaria è sempre una forma di piacere. Anche quando dolorosa, porta con sé una gioia metafisica — la prova che il tempo non ci ha rubato tutto, che qualcosa sopravvive, che si può recuperare. In Bergman, la stessa irruzione del passato è carica di senso di colpa. Il tempo ritrovato non è un dono: è una requisitoria. Sara che raccoglie fragole non è un'immagine di beatitudine perduta — è la prova tangibile di ciò che Isak non è stato capace di amare, di ciò che ha lasciato andare per codardia emotiva.

Proust usa la memoria per salvare il tempo. Bergman la usa per processarlo.

Il sogno come terzo tempo

C'è però un territorio dove Bergman va oltre Proust, o almeno in una direzione che Proust non percorre: il sogno. La Recherche è un'opera della veglia — anche i suoi momenti più onirici mantengono la struttura razionale della prosa, la sintassi lunga e controllata che è essa stessa una forma di dominio sul caos dell'esperienza. Bergman invece apre il film con un sogno, e questo non è un dettaglio stilistico ma una dichiarazione di poetica.

Il sogno iniziale di Isak — la strada vuota, l'orologio senza lancette, il carro funebre, il cadavere con il suo stesso volto — introduce un terzo tempo che non è né il presente né il passato ricordato, ma qualcosa che potremmo chiamare il tempo della verità. Nel sogno, la coscienza abbassa le difese che nella veglia permettono a Isak di funzionare: la distanza intellettuale, l'ironia, il distacco professionale. Senza quelle difese, la realtà si mostra nella sua forma essenziale.

L'orologio senza lancette è l'immagine più precisa che il cinema abbia mai trovato per il terrore esistenziale davanti al tempo. Non è il tempo che si ferma: è il tempo che diventa illeggibile. Non si può più sapere che ora è, il che significa non si può più sapere quanto tempo rimane. Per un uomo di settantasette anni che ha vissuto evitando di guardare in faccia la propria mortalità, questa è l'immagine dell'incubo per eccellenza.

Ma i sogni nel film non sono solo terrore. Il secondo grande sogno — quello del processo, dove Isak viene interrogato e giudicato per la sua incapacità di sentire — ha la struttura formale del teatro dell'assurdo, con echi di Kafka. Il giudice gli chiede di leggere qualcosa dalla lavagna: le parole sono illeggibili. Gli chiede di ascoltare il pianto di una donna: lui non sente nulla. La colpa non è un atto commesso ma una mancanza ontologica — non aver amato, non aver sentito, non aver vissuto nel senso pieno della parola.

Questi sogni non sono interruzioni del tempo narrativo. Sono il momento in cui il tempo narrativo rivela la sua vera natura: non una successione di eventi, ma una stratificazione di significati che attendono di essere letti.

Il tempo non lineare come forma cinematografica

Bergman risolve formalmente il problema che Proust aveva risolto linguisticamente. Proust costruisce la non-linearità del tempo attraverso la sintassi — le frasi lunghe, le digressioni, le parentesi che si aprono nel mezzo di una scena e inghiottono decenni prima di richiudersi. Bergman la costruisce attraverso il montaggio e la messa in scena.

Le sequenze del passato in Il posto delle fragole non sono flashback nel senso tecnico convenzionale. Un flashback classico segna il suo statuto di memoria — dissolvenza, cambio di colore, voce narrante che introduce. Bergman fa qualcosa di più audace: lascia che Isak rimanga presente nelle scene del passato come spettatore. Il vecchio professore sta in piedi vicino alla casa delle fragole e osserva se stesso a vent'anni che non riesce a dichiarare il proprio amore a Sara. È simultaneamente soggetto e oggetto della memoria — colui che ricorda e colui che viene ricordato.

Questa scelta formale ha una conseguenza filosofica precisa: il passato non è dietro Isak, è accanto a lui. Non è una dimensione separata a cui si accede attraverso un meccanismo speciale: è una dimensione parallela, sempre presente, sempre accessibile, sempre dolorosa. Il tempo vissuto non è andato — abita lo stesso spazio del tempo che si sta vivendo.

Il tempo perduto: ciò che non si è stati

La differenza più profonda tra la concezione del tempo in Proust e quella in Bergman riguarda però la natura di ciò che si perde. In Proust si perde il tempo nel senso di momenti, sensazioni, esperienze — cose accadute che la memoria ordinaria non riesce a conservare nella loro pienezza. La perdita è quantitativa: si perde quanto si è vissuto.

In Bergman la perdita è qualitativa: si perde chi si sarebbe potuto essere. Il rimpianto di Isak non è per i momenti felici che il tempo ha consumato — è per la versione di se stesso che non ha mai avuto il coraggio di incarnare. L'uomo che avrebbe potuto amare Sara. Il padre che avrebbe potuto essere presente. Il marito che avrebbe potuto scaldarsi invece di congelare.

Questo è il tempo perduto bergmaniano: non il passato che se n'è andato, ma il presente che non si è mai abitati davvero. Un'assenza non nelle cose ma nella persona. Una vita trascorsa in superficie, come un uomo che cammina sul ghiaccio senza mai affidarsi al rischio di romperlo.

La giornata come tutta una vita

Bergman comprime tutto questo in una singola giornata — scelta che non è solo economica ma profondamente simbolica. Una giornata ha la struttura di una vita: mattina, mezzogiorno, sera. Alba, pienezza, tramonto. Isak Borg si sveglia da un incubo, attraversa il giorno, si addormenta con un'immagine di pace. Questo arco non è solo narrativo: è il movimento della vita intera, condensato nelle ore tra la partenza e l'arrivo.

E l'arrivo — Lund, la cerimonia, la laurea — non è il punto. Non lo è mai stato. Il punto è il percorso, e ciò che il percorso ha portato a galla. Isak arriva a Lund come un uomo diverso da quello che è partito al mattino, non perché gli sia accaduto qualcosa di straordinario, ma perché ha permesso al tempo — tutto il tempo, quello vissuto e quello perduto e quello ricordato — di attraversarlo invece di tenerlo a distanza.

È questa, forse, la lezione più discreta e più devastante del film: che il tempo non è qualcosa che si gestisce. È qualcosa a cui, alla fine, ci si arrende. E in quella resa — tardiva, imperfetta, insufficiente quanto si vuole — c'è qualcosa che assomiglia, appena, alla pace.


 

 

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