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Publié par Angelo Marcotti

C'è una frase nella storia della letteratura che ha fatto tremare un'intera epoca, e non perché fosse oscena, blasfema o sovversiva nel senso in cui lo si intende di solito. La frase era questa: Emma si annoiava. Con quella quieta brutalità, Gustave Flaubert spalancava uno squarcio nella normalità borghese del secondo Ottocento francese e dichiarava, senza appello, che la vita comune — il matrimonio, la provincia, la routine, il dovere — poteva essere una forma sottile e inesorabile di morte. Era il 1857, e il tribunale di Parigi stava per processare l'autore per oltraggio alla morale pubblica e alla religione. Il vero scandalo, però, non era il tradimento coniugale di Emma. Era la sua noia.

«Il suo sogno era di sedere su una terrazza, di respirare il profumo dei fiori di arancio, di contemplare gli astri» — ma intorno a lei c'era solo la polvere della provincia normanna, il profilo ottuso del marito, il rumore sordo del nulla quotidiano.

Pubblicato a puntate sulla Revue de Paris tra il 1856 e il 1857, Madame Bovary arrivò in un momento in cui la Francia del Secondo Impero si assestava in un conformismo trionfante. Napoleone III aveva imposto l'ordine dopo i tumulti del '48; la borghesia prosperava, si sistemava, si sposava bene, arredava i salotti. La letteratura romantica — Hugo, Lamartine, Musset — aveva disseminato generazioni di lettori con l'idea che l'esistenza fosse attraversata da passioni memorabili, da amori assoluti, da destini straordinari. Flaubert prendeva tutto questo arsenale emotivo e lo rimetteva in mano a una figlia di fattore normanno che aveva letto troppi romanzi e si era fatta una pericolosa idea di sé stessa.

Il bovarismo come diagnosi

Il filosofo Jules de Gaultier coniò nel 1892 il termine bovarismo per designare un'attitudine tipicamente umana: la tendenza a concepire se stessi in modo diverso da ciò che si è, a proiettarsi in un'immagine ideale della propria esistenza che finisce per confliggere devastantemente con il reale. Emma Rouault, sposata al medico di campagna Charles Bovary, è il prototipo di questa condizione. Lei non è una donna depravata né una calcolatrice: è una donna che ha scambiato la letteratura per la vita, che ha assorbito i modelli romanzeschi come se fossero istruzioni per l'uso del mondo.

Quel che rende il romanzo inesauribile è che Flaubert non la condanna e non la assolve. La guarda con quello che lui stesso chiamava il metodo dell'impassibilità, quella meravigliosa e fredda equanimità dello scrittore che disseziona senza pietà ma anche senza crudeltà. Conosciamo Emma nei minimi particolari — i suoi gusti, i suoi sogni, le sue lettere, la sua noia nel letto coniugale, il tedio delle serate con il marito che russacchia davanti al fuoco. E più la conosciamo, più ci appare allo stesso tempo ridicola e toccante, meschina e profondamente umana.

Flaubert costruisce Emma con la stessa precisione con cui un chirurgo descrive un'anatomia: senza distanza morale, ma anche senza indulgenza. Il risultato è qualcosa di più inquietante di un giudizio — è uno specchio.

La provincia come prigione metafisica

Yonville-l'Abbaye, il villaggio dove si svolge la parte centrale del romanzo, è uno dei luoghi più perfettamente opprimenti della letteratura mondiale. Non c'è nulla di pittoresco né di particolarmente crudele in esso: è semplicemente un posto dove non succede nulla, e dove il nulla ha preso la forma di un ordine stabile, rispettabile, soffocante. Il farmacista Homais, con la sua verve progressista da quattro soldi, i suoi discorsi sul positivismo e sulla scienza, è il simbolo perfetto di questa mediocrità trionfante: sempre in movimento, sempre occupato, sempre soddisfatto di sé, e completamente vuoto.

La provincia, in Flaubert, non è solo un luogo geografico: è una condizione dello spirito. È il luogo dove i sogni si impolvera, dove l'ambizione si riduce all'amministrazione dell'ovvio, dove la lingua stessa si appiattisce sullo cliché — e qui tocchiamo uno dei grandi temi flaubertiani, la bêtise, la stupidità, che il romanziere considerava il vero male del mondo. Il Dictionnaire des idées reçues che Flaubert compilò per anni era il suo erbario di frasi fatte, di pensieri preconfezionati, di luoghi comuni elevati a verità universali. Emma soffre anche di questo: è circondata da una lingua che mente, da parole che promettono ciò che non possono mantenere.

Il matrimonio, o la trappola affettuosa

Charles Bovary non è un cattivo marito. È qualcosa di peggio: è un marito adeguato. Ama Emma con quella fedeltà testarda e un po' cieca che non ammette interrogativi; le porta mazzi di fiori, le compra un pianoforte, si fa in quattro per accontentarla. Non capisce perché lei sia infelice, e non potrebbe capirlo, perché la sua infelicità è di ordine metafisico e non pratico. Il matrimonio borghese dell'Ottocento — e Flaubert lo mostra con chirurgica precisione — era fondato su una divisione così netta tra i mondi interiori dei due coniugi che il malinteso era strutturale, ontologico.

Emma aveva cercato nel matrimonio ciò che i romanzi le avevano promesso: la fusione romantica, il trasporto, la moltiplicazione dell'esistenza. Aveva trovato, invece, la ripetizione. E la ripetizione, per lei, è il nome più esatto dell'inferno.

Gli amanti, o l'illusione raddoppiata nuovo

I due uomini che Emma sceglie come vie d'uscita dalla propria vita — Rodolphe Boulanger e Léon Dupuis — non sono liberatori. Sono, ciascuno a modo suo, nuove variazioni sullo stesso tema dell'inganno. La differenza tra loro dice molto sulla traiettoria psicologica di Emma, che comincia sognando l'assoluto e finisce accontentandosi di un'imitazione sempre più pallida di esso.

Rodolphe è un seduttore di provincia con il vocabolario del gran mondo: sa esattamente cosa dire, quando dirlo, come modulare lo sguardo e il silenzio. Conosce il repertorio romantico meglio di Emma stessa, e lo usa con quella cinica padronanza di chi ha già consumato molte illusioni altrui. Nel celebre dialogo ai comizi agricoli — dove le sue dichiarazioni d'amore si intrecciano con i richiami ai premi per il bestiame, in uno dei più feroci esempi di montaggio ironico nella storia della letteratura — Flaubert mette a nudo la macchina della seduzione: parole svuotate di significato, emozioni che sono in realtà tecniche. Emma cade, perché vuole cadere. Vuole credere che quello sia amore, e per qualche tempo le basta la finzione.

Rodolphe offre a Emma il romanzo che lei ha sempre desiderato recitare. Il problema è che lui ne conosce già il finale — e sa che non ha intenzione di arrivarci insieme a lei.

Léon Dupuis è un'altra storia, o almeno sembra. Timido, letterato, amante della musica e dei versi, è il giovane che Emma incontra a Yonville prima che arrivi Rodolphe, e ritorna nella sua vita quando entrambi sono più consumati e più disposti a mentirsi. Con Léon il rapporto è diverso: è Emma a condurre il gioco, Emma a dettare il copione, Emma a costruire attorno a quella relazione l'atmosfera romanzesca che la nutre. Léon, in fondo, è lo specchio nel quale Emma si guarda come vorrebbe essere — non una donna di provincia, ma una creatura intensa, raffinata, degna di una storia memorabile.

Ma anche questo si logora. La disillusione con Léon è, se possibile, più amara di quella con Rodolphe, perché non arriva per abbandono brusco ma per lenta evaporazione. Il desiderio di Emma non riesce a sostenersi nella realtà prolungata di nessun rapporto, perché ciò che lei ama non è mai la persona concreta che ha davanti, ma la figura che quella persona promette di essere nel primo atto della storia. Il secondo atto la deluda sempre. E il terzo non arriva mai.

Il consumo come fuga e come rovina

C'è una lettura modernissima di Madame Bovary che tarda a ricevere tutta l'attenzione che merita: quella che vede nel romanzo una delle prime e più lucide analisi del consumismo come sostituto dell'esperienza autentica. Emma compra. Compra stoffe, nastri, profumi, mobili, tende nuove, oggetti inutili e meravigliosi. Ogni acquisto è un tentativo di riempire il vuoto, di costruire con gli oggetti un'identità che la vita non riesce a fornirle. Il mercante di tessuti Lheureux — personaggio grottesco e sinistro che la indebita con pazienza — capisce perfettamente questo meccanismo e lo sfrutta con implacabile cinismo.

Il debito di Emma non è solo finanziario: è il segno visibile di uno squilibrio fondamentale tra i suoi desideri e le possibilità del mondo. Quando il castello di carte crolla, la rovina è totale — economica, affettiva, biologica. Il veleno che Emma ingerisce è, in qualche modo, l'unica coerenza che riesce a imporre alla propria storia.

La tecnica: lo stile come destino

Non si può parlare di Madame Bovary senza parlare di come è scritto. Flaubert trascorse cinque anni su questo romanzo, lavorando a volte su una sola pagina per una settimana intera, sottoponendo ogni periodo alla prova del gueuloir, lo studiolo in cui declamava ad alta voce le proprie frasi per verificarne il ritmo, la musicalità, l'assenza di dissonanze. Il risultato è una prosa che non assomiglia a nessun'altra: densa, controllata, capace di passare senza scosse da una voce all'altra, dalla narrazione pura al discorso indiretto libero.

Il discorso indiretto libero — la tecnica per cui il narratore riferisce i pensieri del personaggio senza marcarli esplicitamente — è forse il contributo più duraturo di Flaubert alla narrativa occidentale. Tutto il modernismo del Novecento — James, Woolf, Joyce — è già in germe in quella tecnica rivoluzionaria che abita la coscienza del personaggio dall'interno, senza giudicarlo e senza distanziarlo.

Lo scandalo, ovvero: il pericolo dello sguardo nuovo

Il 29 gennaio 1857, Gustave Flaubert comparve davanti al Tribunale correzionale di Parigi insieme all'editore e allo stampatore del romanzo. L'accusa era grave: oltraggio alla morale pubblica e religiosa e ai buoni costumi. La requisitoria del pubblico ministero Ernest Pinard fu un capolavoro involontario di incomprensione critica: Pinard elencò i passi incriminati — la scena della slitta, le notti all'albergo di Rouen, la morte di Emma — e li presentò come una celebrazione dell'adulterio, una corruzione sistematica del lettore, una mancanza di punizione morale che equivaleva a un'apologia del vizio.

Aveva torto sui fatti e ragione sull'essenziale. Aveva torto perché Madame Bovary non celebra nulla: semmai registra, con una fredda e compassionevole precisione, la rovina di una donna. Ma aveva ragione nell'intuire che il romanzo era pericoloso — non per ciò che mostrava, ma per come lo mostrava. Il vero oltraggio non era l'adulterio di Emma: era la scelta di Flaubert di non condannarlo. Di non intervenire. Di non alzare mai la voce per dire al lettore cosa pensare. In un'epoca abituata alla letteratura con morale esplicita, questo silenzio narrativo era destabilizzante come un atto d'accusa.

Il tribunale comprese perfettamente il problema: Flaubert non predicava il vizio, ma lo trattava con la stessa impassibilità con cui si tratta la virtù. Ed era proprio questa equivalenza a essere intollerabile.

Flaubert fu assolto, grazie anche alla difesa brillante dell'avvocato Jules Sénard, che ribaltò l'accusa dimostrando come il romanzo fosse in realtà una severa lezione morale. Era una difesa abile ma parzialmente mendace: Madame Bovary non è una lezione morale, è qualcosa di più inquietante e più onesto. È la rappresentazione della vita senza la rete di sicurezza del giudizio. Il processo rese il romanzo celebre in tutta Europa; l'assoluzione fu, paradossalmente, la migliore pubblicità possibile. Ma la domanda che Pinard aveva sollevato — può la letteratura mostrare senza commentare? ha il romanziere il dovere di orientare moralmente il lettore? — avrebbe agitato la critica per decenni.

Quello che il processo rivelò, al di là dei verbali e delle sentenze, fu la natura profondamente politica dello sguardo realistico. Descrivere il mondo così com'è, con la sua mediocrità, i suoi tradimenti, le sue pulsioni insoddisfatte, senza la cornice rassicurante della punizione narrativa — era, in qualche modo, un atto rivoluzionario. Non per le idee che veicola, ma per la forma che sceglie. E Flaubert lo sapeva benissimo.

Emma Bovary, individuo moderno

C'è una domanda che il romanzo pone con discrezione ma con insistenza: chi ha il diritto di volere di più? Emma vuole passione, bellezza, intensità, riconoscimento. Vuole, in fondo, una vita piena — il che era, nell'Ottocento, un desiderio di genere, perché alle donne della sua condizione non era previsto alcuno spazio per l'eccesso interiore. Madame Bovary è anche un romanzo sulle trappole del patriarcato borghese: sulla donna ridotta alla funzione coniugale, privata di istruzione reale, di lavoro, di autonomia economica, nutrita di romanzi che le promettono il mondo mentre la vita le offre una cucina e una nursery.

Ma Emma non è solo una vittima. È anche — e questo è il punto in cui il romanzo supera ogni semplificazione sociologica — una creatura profondamente moderna nella sua insoddisfazione. Quel gap tra ciò che si desidera e ciò che si ottiene, tra la vita immaginata e la vita vissuta, non è una prerogativa dell'Ottocento femminile: è la condizione normale dell'individuo contemporaneo.

Emma e noi: il bovarismo nell'epoca delle immagini nuovo

Sarebbe facile, forse troppo facile, concludere che Emma Bovary avrebbe avuto un profilo Instagram. Eppure la tentazione di collegare il suo destino alla nostra epoca non è una forzatura: è quasi inevitabile, perché il bovarismo — quella distanza vertiginosa tra la vita vissuta e la vita immaginata — è diventato nel XXI secolo una condizione di massa, industrialmente coltivata e algoritmicamente amplificata.

Emma si nutriva di romanzi sentimentali, di incisioni di moda, di cataloghi di merci eleganti. Noi ci nutriamo di feed curatissimi, di storie dove tutto è dorato e niente è autentico, di vite esibite che sembrano accadere sempre altrove, in posti più belli, con persone più interessanti, dentro un'intensità emotiva che la nostra esistenza ordinaria non riesce a raggiungere. Il meccanismo è identico: si costruisce un'immagine ideale di sé e del mondo, e poi si soffre perché la realtà non la raggiunge. Si consuma per colmare il divario. Ci si indebita — non solo finanziariamente — nel tentativo di abitare quella versione migliore della propria vita.

Lheureux, il mercante che dissangua Emma con i suoi crediti facili e le sue stoffe seducenti, non è scomparso. Ha solo cambiato piattaforma.

C'è però una differenza cruciale, e sarebbe disonesto ignorarla. Emma Bovary era intrappolata in una struttura sociale che non le lasciava alternative: non poteva divorziare, non poteva lavorare, non poteva costruirsi un'esistenza al di fuori del matrimonio. La sua fuga era impossibile per ragioni oggettive, non solo per debolezza caratteriale. Molti di noi, almeno in linea di principio, hanno strumenti che Emma non aveva. Eppure il bovarismo prolifera ugualmente, perché il problema non è la mancanza di opzioni: è l'incapacità, strutturalmente alimentata, di trovare soddisfazione in ciò che si ha. Il desiderio moderno non è un desiderio che aspetta di essere soddisfatto: è un'industria che ha interesse a restare perpetuamente insoddisfatto.

Rileggere Madame Bovary oggi significa riconoscersi in quella struttura — non nei dettagli della vita di provincia normanna, ma nel meccanismo profondo. La distanza tra Emma Rouault e chiunque abbia mai scorso uno schermo cercando qualcosa che non sapeva nominare è meno ampia di quanto si vorrebbe credere.


Conclusione

Il tribunale che nel 1857 condannò il libro per immoralità aveva frainteso completamente la natura dello scandalo. Madame Bovary non è un'apologia dell'adulterio: è la più spietata e compassionevole diagnosi mai scritta di ciò che ci fa soffrire come esseri umani — quella frattura irrisanabile tra il desiderio e il mondo, tra la vita che immaginiamo e quella che riusciamo a costruire.

Flaubert non dà scampo né ai personaggi né al lettore. La grandezza del romanzo sta proprio in questo: nel rifiuto di qualsiasi consolazione facile, di qualsiasi morale appesa al muro come un quadretto. Emma muore, Charles muore, Homais prospera e riceve la Legion d'onore — e in questo finale c'è qualcosa di più autentico di qualunque punizione narrativa. Il mondo va avanti. La mediocrità vince. Ma chi ha letto ha capito qualcosa di vero sull'insoddisfazione umana, e non potrà più ignorarla del tutto, né in sé né negli altri.

Alla fine, chi non si è mai riconosciuto — anche solo per un istante, anche solo in un lampo di imbarazzo — nell'insoddisfazione di Emma ha probabilmente letto un altro libro. O non ha ancora trovato il coraggio di leggere questo fino in fondo.


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