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Publié par Angelo Marcotti

Caro Sorrentino,

con quella tua frase pronunciata al Quirinale, probabilmente creduta spiritosa, forse persino profonda, hai offerto al Paese un piccolo capolavoro involontario: non di cinema, questa volta, ma di supponenza in purezza.

“Se ci fossimo solo io, Mattarella e gli artisti, il mondo sarebbe un paradiso.
Purtroppo ci sono anche gli altri”.

Gli “altri”.
Che fastidio, vero?

Gli altri sono quella spiacevole umanità di contorno che rovina l’inquadratura. Quelli che non sfilano ai festival, non ricevono applausi in piedi, non pronunciano frasi sospese tra il narcisismo e il digestivo culturale. Quelli che, molto banalmente, lavorano. Pagano tasse. Tengono aperti negozi, officine, aziende, studi professionali. Montano ponteggi, guidano camion, timbrano cartellini, emettono fatture, fanno turni, crescono figli e, nei ritagli di tempo, finanziano anche un sistema culturale che spesso li guarda dall’alto, con l’espressione di chi ha appena sentito odore di fritto in platea.

Gli “altri”, caro Sorrentino, sono anche quelli che, attraverso una politica fiscale tutt’altro che leggera, contribuiscono a sostenere film che senza contributi pubblici, tax credit, fondi, festival e benedizioni ministeriali forse dovrebbero affrontare una pratica piuttosto volgare: il mercato.

Capisco che possa sembrare una bestemmia estetica. Il mercato è una cosa rozza, piena di biglietti venduti, gusti popolari, gente che entra in sala non per sentirsi redenta dall’arte, ma magari per capire qualcosa, divertirsi, emozionarsi, uscire meno depressa di quando è entrata.

Tu invece, con la tua aria da cardinale della decadenza, continui a raccontare l’Italia come un grande salone barocco in cui pochi eletti contemplano il vuoto con grazia, mentre il resto del Paese fa rumore sullo sfondo. Una comparsa malvestita. Un disturbo sonoro. Un errore di casting.

Ma senza quegli “altri”, il vostro paradiso durerebbe poco.
Giusto il tempo di finire il buffet.

Perché gli artisti illuminati, da soli, difficilmente producono pane, benzina, cure mediche, stipendi, strade, scuole, treni, elettricità e contributi previdenziali. Producono simboli, certo. Talvolta bellezza. Talvolta noia molto ben fotografata. Ma il mondo, quello vero, non si regge sulle pose pensose davanti a una terrazza romana. Si regge su chi si alza presto, spesso senza sentirsi metafisico.

E allora forse il problema non è che esistano “gli altri”.
Il problema è che certi intellettuali italiani sembrano accorgersi degli altri solo quando devono disprezzarli, educarli, compatirli o incassarne il contributo.

La prossima volta, prima di immaginare un paradiso popolato solo da artisti, presidenti e anime superiori, prova a pensare a chi quel paradiso lo paga. Magari non sarà abbastanza elegante per i tuoi piani sequenza, ma è la ragione per cui le luci restano accese.

Il mondo senza “gli altri” non sarebbe un paradiso.
Sarebbe un set vuoto, costosissimo, senza tecnici, senza pubblico e senza nessuno disposto a pagare il conto.

E forse, finalmente, anche il silenzio avrebbe un senso.

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