Il viaggio di Isak Borg ne' “ Il posto delle fragole”: una discesa che è anche un ritorno
Capita, a volte, che la strada che si percorre smetta di essere geografica ed assuma altrui connotati: una linea tracciata non sull'asfalto ma nel tempo, non verso una città ma verso se stessi. Isak Borg, professore emerito di medicina, settantasette anni portati come una corazza, sale su un'automobile una mattina di giugno e percorre alcune centinaia di chilometri attraverso la Svezia. Ma il vero viaggio che compie Bergman attraverso di lui non ha cartina, non ha stazioni, non ha un punto d'arrivo misurabile.
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È un viaggio nell'unica direzione che davvero spaventa: verso l'interno.
La struttura del viaggio come forma universale
Prima di Isak Borg c'è stato Dante. Prima di Dante, Odisseo. Prima di Odisseo, Gilgameš. L'umanità ha sempre capito — istintivamente, quasi filogeneticamente — che il viaggio fisico è il travestimento più credibile che il viaggio spirituale possa indossare. Muoversi nello spazio è il modo più antico che abbiamo per raccontare il movimento nell'anima.
Ma non tutti i viaggi hanno la stessa forma. Quello dantesco è verticale: scende fino al fondo del male, risale attraverso il purgatorio, ascende verso la luce. È una traiettoria morale che si compie nello spazio cosmico, con una direzione chiara — il basso è la perdizione, l'alto è la grazia. Dante sa, fin dalla prima terzina, che si è smarrito; sa, fin dall'ultima, dove vuole arrivare. Il suo è un viaggio con bussola, anche se la bussola non è sua ma di Virgilio, poi di Beatrice.
Il viaggio di Isak Borg è strutturalmente diverso, e questa differenza dice tutto. Non è verticale: è orizzontale in superficie, ma nasconde una verticalità silenziosa, quasi vergognosa. Non c'è guida — c'è soltanto una nuora che odia suo suocero con la precisione chirurgica di chi lo conosce davvero, e tre ragazzi che camminano sul bordo dell'estate come se il mondo fosse ancora intero.
La discesa: i sogni come inferno laico
Bergman costruisce il suo inferno senza zolfo e senza demoni. Lo costruisce con materiali molto più perturbanti: il quotidiano deformato, il familiare reso estraneo. Il sogno che apre il film — la strada deserta, l'orologio senza lancette, il carro funebre che rovescia una bara da cui emerge un cadavere con il volto di Isak stesso — non è un incubo barocco. È qualcosa di più sottile e di più crudele: è la vita di un uomo vista da fuori, senza le giustificazioni con cui ogni uomo ammorbidisce la propria esistenza dall'interno.
Freud avrebbe detto che il sogno lavora per condensazione e spostamento. Ma qui la condensazione è totale: tutta la vita di Isak — il suo narcisismo gelido, la sua incapacità di amare, il suo terrore della morte mascherato da stoicismo — è compressa in quelle poche immagini. Il carro funebre non porta via qualcun altro. Porta via lui. O meglio: gli mostra che ha già portato via lui, da molto tempo, silenziosamente, mentre lui credeva di essere ancora vivo.
Questo è il momento della katabasi — la discesa agli inferi che nella tradizione classica precede ogni ritorno. Enea scende per conoscere il futuro; Orfeo scende per recuperare il passato; Isak scende per vedere il presente per la prima volta.
Il ritorno: la casa delle fragole e il tempo perduto
A metà del viaggio, Borg devia verso la casa dell'infanzia. Trova il posto delle fragole — quel luogo che nel titolo originale svedese, Smultronstället, indica non solo un luogo fisico ma un'espressione idiomatica: il posto del cuore, il luogo che si porta dentro. È lì che la memoria cede, e il ricordo diventa visione.
Sara appare — la Sara giovane, quella che avrebbe potuto amare e non amò. Questo non è un flashback cinematografico nel senso convenzionale. È qualcosa di più prossimo a Proust: la mémoire involontaire, il tempo che non è mai davvero passato ma giace sopito sotto la crosta delle abitudini, pronto a risalire con la violenza di una ferita che si riapre. Come nella Recherche, il passato non è dietro di noi: è dentro di noi, stratificato, e il compito del viaggio — del romanzo, del film — è portarlo in superficie prima che sia troppo tardi.
La differenza con Proust è però essenziale. Marcel recupera il tempo per vivere: la scrittura è la sua resurrezione. Isak recupera il tempo per capire: non c'è resurrezione, c'è soltanto riconoscimento. E il riconoscimento, in Bergman, ha sempre la forma di una condanna pronunciata sottovoce.
La salita: la laurea come rito di passaggio
C'è però una terza direzione nel viaggio di Isak Borg, e sarebbe disonesto ignorarla. Alla fine del giorno, il vecchio professore riceve la laurea honoris causa per cui ha fatto tutto questo tragitto. La cerimonia è solenne, rituale, pubblica. Un uomo viene celebrato per ciò che ha fatto nella sua vita professionale. E qui Bergman compie la sua mossa più sottile: il riconoscimento esterno arriva esattamente nel momento in cui Isak ha appena terminato il processo di smontaggio del riconoscimento che aveva costruito di sé stesso.
La laurea non è il punto. Il punto è che quella sera, per la prima volta in decenni forse, Isak riesce a dire qualcosa di tenero a sua nuora. Riesce a ricordare suo padre senza corazza. Riesce ad addormentarsi con un'immagine di pace — i suoi genitori sulla riva, il sole, l'estate — invece del solito terrore.
È una redenzione? Forse no. È troppo tardi per essere una redenzione nel senso cristiano, nel senso dantesco. Ma è qualcosa che assomiglia a quello che i greci chiamavano anagnorisis — il riconoscimento, la presa di coscienza che trasforma. Edipo capisce chi è e si acceca. Isak capisce chi è e si addormenta serenamente. Bergman è più misericordioso di Sofocle, appena un poco.
Discesa, salita o ritorno?
La domanda resta aperta, ed è giusto che resti tale.
Il viaggio di Isak Borg è tutte e tre le cose insieme, stratificate l'una nell'altra come gli strati di una cipolla che si sbuccia lentamente lungo una strada svedese. È una discesa nei sogni e nella memoria, nelle strade del passato e nelle colpe non ammesse. È una salita verso una consapevolezza che costa, che brucia, che non porta sollievo ma porta verità. È un ritorno — al posto delle fragole, alla casa dell'infanzia, al sé più autentico che è stato seppellito sotto decenni di distanza emotiva.
Ma se dovessi scegliere una sola parola — e i viaggi simbolici, alla fine, chiedono sempre una sola parola — direi che il viaggio di Isak Borg è un ritorno. Non nel senso di Odisseo che torna a Itaca e ritrova tutto com'era. Nel senso più malinconico e più onesto: il ritorno a ciò che si era prima di diventare ciò che si è. Prima della corazza. Prima del gelo. Prima che il tempo, invece di essere vissuto, venisse semplicemente attraversato.
Bergman non ci dice se Isak troverà pace. Ci dice qualcosa di più importante: che ha smesso, almeno per un giorno, di fuggire da se stesso.
E in un certo senso — per un uomo di settantasette anni che si è svegliato dal sonno di tutta una vita — questo è già molto.
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