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Publié par Angelo Marcotti

Pietroburgo, estate 1865. Un caldo che non lascia scampo, strade che odorano di marcio, camere anguste come bare. È in questa città soffocante, in questo luglio di polvere e miseria, che Fëdor Dostoevskij ambienta il suo esperimento più radicale: capire fino a che punto un'idea può sopravvivere all'urto con la realtà — e cosa rimane di un uomo quando quell'idea crolla. Il romanzo che ne risulta, pubblicato a puntate sul Russkij Vestnik nel 1866, non è un thriller né un trattato morale: è qualcosa di più difficile da classificare e da dimenticare. È la storia di un pensiero che si trasforma in sangue, e del sangue che non riesce mai a diventare soltanto un fatto.

Raskol'nikov — studente povero, febbricitante, prigioniero di una stanza e di una teoria — commette un delitto che ha già consumato mille volte nella mente. Lo ha ragionato, giustificato, purificato di ogni scoria sentimentale fino a ridurlo a pura logica. Eppure, nel momento in cui la logica si fa gesto, qualcosa si rompe in modo irreparabile. Non la legge — quella arriverà dopo, lentamente, quasi come un pretesto. A rompersi è qualcosa di più antico e più ostinato: quella parte dell'uomo che non si lascia convincere da nessuna teoria, che sa prima del pensiero e sopravvive dopo di esso. Dostoevskij la chiama coscienza. E per trecentocinquanta pagine la mette alle costole del suo protagonista come un cane che non abbandona la pista.

Pietroburgo come stato mentale

La Pietroburgo di Dostoevskij non ha nulla della grandiosità imperiale dei viali e dei palazzi: è una città di cantine, di cortili fetidi, di scale buie, di stanze così strette da sembrare bare. Raskol'nikov vive in un bugigattolo sotto il tetto, una stanza dalla forma di feretro che tornerà come immagine ricorrente nei suoi deliri. Questa città non è uno sfondo: è una proiezione. Riflette lo stato mentale del protagonista — la sua angoscia, la sua claustrofobia intellettuale, il senso di essere compresso da ogni parte senza via d'uscita.

I ponti sul Neva, le bettole dove affoga Marmeladov, le strade febbricitanti percorse da Raskol'nikov in un delirio di cui non riesce a distinguere i confini dalla veglia — tutto questo costituisce il paesaggio morale del romanzo. Dostoevskij aveva vissuto a Pietroburgo per anni, ne conosceva la povertà degradata, l'intellighenzia fermentante, la miseria che si affiancava alla magnificenza imperiale senza che l'una potesse ignorare l'altra. Ne fece una città mentale, uno spazio dove il pensiero diventava febbre e la febbre diventava pensiero.

In nessun altro romanzo la città è così visceralmente presente come stato d'animo: Pietroburgo non è dove Raskol'nikov vive, è come Raskol'nikov sente.

La teoria, ovvero: il delirio della ragione

Raskol'nikov è uno studente povero che ha smesso di frequentare l'università perché non può permettersi le rette. Vive di niente, mangia poco, pensa troppo. E ciò a cui pensa, ossessivamente, con la ferocia di chi non ha altro da fare che ragionare, è una teoria: il mondo è diviso in due categorie di uomini. Da un lato i comuni, i mediocri, il gregge — quelli che obbediscono alla legge, pagano le tasse, si curvano davanti all'ordine costituito. Dall'altro gli straordinari — Napoleone, Maometto, i fondatori di civiltà — quelli che hanno il diritto, anzi il dovere, di oltrepassare la legge comune quando lo esige un fine superiore.

La teoria ha una lunga genealogia che Dostoevskij conosce bene: il culto napoleonico, il superomismo romantico, il razionalismo utilitarista che permetteva di calcolare il bene massimo sacrificando il bene minimo. Raskol'nikov ragiona così: la vecchia usuraia è un essere parassitario, succhia la vita dei poveri senza produrre nulla di utile. Con i suoi soldi si potrebbe fare del bene a decine di persone. L'equazione è fredda, aritmetica, quasi elegante. Il problema — e qui sta il nucleo di tutto il romanzo — è che questa equazione perfetta non tiene conto di una variabile: che ad uccidere non sarà un concetto, ma un uomo.

Raskol'nikov non vuole solo sapere se è capace di uccidere. Vuole sapere se è uno di loro — uno degli straordinari. Il delitto è, prima di tutto, un esperimento su sé stesso.

Dostoevskij non confuta questa teoria con un argomento filosofico. La lascia scontrarsi con la realtà — con il tremore delle mani, con il sangue che non si aspettava così abbondante, con la presenza imprevista della sorellastra Lizaveta, con la febbre che comincia quasi immediatamente. La teoria rimane intatta nella mente di Raskol'nikov per gran parte del romanzo — egli continua a difenderla, a ripeterla, a giustificarsi. Ma il corpo non segue la teoria. E il corpo, in Dostoevskij, sa sempre più dell'intelletto.

Il castigo comincia prima dell'arresto

Una delle idee più potenti del romanzo è che il castigo di Raskol'nikov non attende la sentenza del tribunale. Comincia immediatamente, nel momento stesso in cui l'ascia cade. Si manifesta in modi che lui non sa riconoscere né controllare: la febbre che lo abbatte per giorni, i discorsi sconnessi con cui rischia di tradirsi, i gesti incoerenti — porta l'ascia al commissariato per una questione di affitti arretrati e quasi confessa spontaneamente; torna sul luogo del delitto e suona il campanello della porta come se volesse verificare che sia ancora lì. Si comporta come se una parte di lui volesse essere scoperto prima che un'altra parte riesca a proteggersi.

La coscienza in Dostoevskij non è un concetto astratto. È una forza fisica, quasi batterica, che infetta il corpo e altera il comportamento. Raskol'nikov non sente rimorso nel senso semplice della parola — o almeno non lo riconosce come tale. Sente qualcosa di più diffuso e più difficile da nominare: una frattura interna, un'impossibilità di continuare a essere sé stesso come prima.

Porfirij, o l'intelligenza come trappola

Il giudice istruttore Porfirij Petrovič è uno dei personaggi più inquietanti e affascinanti dell'intera letteratura russa. Non è un investigatore nel senso moderno del termine — non raccoglie prove, non costruisce dossier, non segue piste fisiche. Lavora su un altro livello: psicologico, quasi filosofico. Sa che Raskol'nikov è colpevole prima ancora di avere prove, e sa anche che le prove sono quasi irrilevanti. Quello che vuole è qualcosa di più radicale: che Raskol'nikov si consegni da solo, non per coercizione, ma per necessità interiore.

I dialoghi tra i due sono tra le pagine più intense del romanzo. Porfirij usa un metodo della pressione indiretta: fa domande oblique, lascia silenzi calcolati, ride di argomenti che non sembrano divertenti, torna su punti già discussi con una curiosità che sembra innocente e non lo è. Raskol'nikov capisce di essere in trappola ma non riesce a uscirne, perché la trappola non è esterna — è dentro di lui.

Porfirij non cattura Raskol'nikov: lo accompagna verso il punto in cui Raskol'nikov si cattura da solo. È il più umano dei giudici proprio perché non giudica — aspetta.

Sonja, o la pietà come abisso

Sonja Marmeladova è la figlia del funzionario alcolizzato che apre il romanzo con il suo racconto disperato in una bettola. È una prostituta per necessità — vende il proprio corpo per mantenere la famiglia del padre, la matrigna tisica, i fratellini. È, sulla carta, la figura più umiliata del libro. Ed è anche quella moralmente più integra.

Sarebbe facile ridurla a simbolo cristiano, a figura angelica contrapposta al demonio intellettuale di Raskol'nikov. Dostoevskij è troppo onesto per questo. Sonja non è angelica: è una donna reale, ferita, che ha fatto scelte impossibili e ne porta il peso senza fingere che non esistano. Quando legge a Raskol'nikov la resurrezione di Lazzaro — la scena più potente del romanzo, quasi insostenibile nella sua densità — non lo fa per convertirlo. Lo fa perché è l'unica cosa vera che conosce. Il rapporto tra i due è un incontro tra due forme di oltrepassamento: lui ha oltrepassato la legge in nome di una teoria, lei ha oltrepassato la dignità in nome dell'amore. La differenza, per Dostoevskij, sta nella direzione del gesto: verso sé stessi o verso gli altri.

Svidrigajlov, il doppio che non si redime

Se Sonja è la possibilità di redenzione di Raskol'nikov, Svidrigajlov è la sua possibile deriva. Uomo ambiguo, corrotto, capace di gesti di generosità gratuita e di bassezze non meglio precisate, Svidrigajlov è quello che Raskol'nikov potrebbe diventare se continuasse sulla propria strada senza fermarsi. Ha già oltrepassato tutti i confini. Non crede a nulla, non teme nulla, e questa assenza di paura non lo rende libero: lo rende vuoto.

C'è una scena in cui Svidrigajlov parla dell'eternità come di una stanza con le ragnatele negli angoli — un'immagine di mediocrità cosmica, di horror senza grandezza. Il suo suicidio — compiuto con una disinvoltura quasi teatrale, preceduto da gesti di bontà improvvisa — è la logica conclusione di chi ha esaurito il mondo senza trovare nulla che valesse la pena trattenere. È il finale alternativo che Raskol'nikov non sceglie, o meglio: che Sonja gli impedisce di scegliere.

L'affresco degli altri: miseria come destino collettivo

Intorno a Raskol'nikov si muove un mondo intero. Marmeladov — il padre di Sonja, l'ubriacone eloquente che apre il libro con il suo monologo disperato — è la miseria che ha smesso di vergognarsi di sé stessa, che ha trovato nell'autocommiserazione una forma rovesciata di orgoglio. Katerina Ivanovna, la matrigna tisica, è l'orgoglio ferito di chi è caduto troppo in basso per accettarlo: tiene alto il capo mentre il mondo le crolla addosso, e questa dignità ostinata ha qualcosa di eroico e qualcosa di insensato. Razumichin è la bontà pratica, concreta, che non si perde in teorie — e nella sua ordinarietà generosa Dostoevskij incastona una critica silenziosa all'intellettualismo sterile del protagonista. Lužin, il promesso sposo della sorella Dunja, è il cinismo borghese travestito da rispettabilità: un personaggio minore ma necessario, perché incarna esattamente il tipo umano che Raskol'nikov disprezza — e che tuttavia, nella sua bassezza pragmatica, sopravvive a tutti.

La redenzione, o la promessa fragile

L'epilogo di Delitto e castigo è uno dei più discussi della letteratura mondiale. Raskol'nikov, deportato in Siberia, dopo mesi di ottusità e resistenza, piange ai piedi di Sonja e qualcosa in lui si rompe — o si apre, a seconda di come si legge. Molti lettori si sono sentiti insoddisfatti: è troppo rapido, troppo liscio, dopo trecento pagine di tormento interiore un pianto e una promessa sembrano poco.

Ma forse è proprio questa apparente insufficienza a essere onesta. Dostoevskij non mostra la redenzione come un risultato: la mostra come un inizio, tremante e incerto, che potrebbe ancora spezzarsi. Raskol'nikov non diventa improvvisamente un altro uomo — smette di resistere all'idea di poterlo diventare. La Siberia non è una punizione che purifica automaticamente: è uno spazio di tempo duro e vuoto, dentro cui qualcosa di nuovo potrebbe crescere se lui lo permette.

La redenzione in Dostoevskij non è una porta che si apre: è un passo sulla soglia, con tutto il peso del passato ancora sulle spalle e la libertà davanti — non come dono, ma come compito.

Raskol'nikov e noi: il delirio che non passa

Sarebbe comodo collocare Raskol'nikov nell'Ottocento russo e tenerlo lì, al sicuro dalla nostra contemporaneità. Ma il meccanismo che Dostoevskij descrive — la convinzione di essere abbastanza straordinari da essere esentati dalle regole che valgono per gli altri — non ha smesso di produrre i suoi effetti. Si manifesta nell'ideologia che giustifica la violenza in nome di un fine superiore, nel narcisismo intellettuale di chi riduce le persone a mezzi, nella tentazione di trattare l'intelligenza come un salvacondotto morale.

Raskol'nikov non è un mostro: è un uomo molto intelligente che ha commesso l'errore di credere che l'intelligenza fosse una forma di superiorità morale. È l'errore dei fanatici e dei tecnocrati, degli ideologi e degli strateghi che muovono pedine umane su scacchieri astratti. L'isolamento urbano, la povertà intellettualizzata, il senso di essere superiori a un mondo che non riconosce la propria superiorità: questi ingredienti non sono scomparsi con Pietroburgo 1866. Dostoevskij non offre soluzioni. Offre qualcosa di più prezioso: la descrizione esatta del meccanismo, così precisa che chi lo riconosce in sé stesso non può più ignorarlo del tutto.


Conclusione

Delitto e castigo non è un romanzo su un omicidio. È un romanzo sul momento in cui un uomo scopre di non poter fuggire da sé stesso — non attraverso la fuga geografica, non attraverso la teoria, non attraverso il cinismo, non attraverso il silenzio. Raskol'nikov non viene sconfitto dalla polizia né dalla giustizia dello Stato: viene sconfitto dalla propria coscienza, che si rifiuta di trattarlo come un uomo straordinario quando lui sa di aver avuto paura, di aver tremato, di aver ucciso non solo una vecchia ma qualcosa dentro di sé.

Dostoevskij sapeva, per esperienza diretta — aveva attraversato la simulazione di una fucilazione, quattro anni di lavori forzati in Siberia, la povertà e l'epilessia — che l'abisso non è un'astrazione. E sapeva anche che dal fondo dell'abisso si può risalire, non perché la risalita sia garantita, ma perché qualcuno tende la mano. Sonja tende la mano. Il romanzo non dice che Raskol'nikov la prenderà per sempre: dice che, per un momento, ha smesso di rifiutarla.

È abbastanza. O forse — e questa è l'ambiguità che Dostoevskij si rifiuta di chiudere — è tutto ciò che ci è dato avere: non la certezza della redenzione, ma la sua possibilità. Ancora tremante, ancora fragile, ancora tutta da guadagnare. Come la coscienza stessa, che non perdona e non dimentica, ma a volte — raramente, faticosamente — lascia uno spiraglio aperto.


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