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Publié par Radu Trofin

Leni Riefenstahl, l’occhio del potere
Scripta Manent
 
Dossier · Cinema, potere e responsabilità
Dossier biografico
Leni
Riefenstahl

L'occhio del potere. Cinema, bellezza, propaganda e rimozione nella vita della regista che trasformò il nazismo in immagine.

 
Nata22 agosto 1902, Berlino
Morta8 settembre 2003, Pöcking
Opera chiaveIl trionfo della volontà (1935)
Longevità101 anni

Dietro la macchina da presa, tra torri di luce e folle ordinate, tra bandiere e corpi atletici levigati dalla disciplina, Leni Riefenstahl costruiva immagini destinate a durare. Il problema non era il talento. Era ciò per cui quel talento lavorava.

I — Introduzione

Il cortocircuito tra arte e potere

Norimberga, settembre 1934. Il cielo è basso di nuvole quando il fascio di luce dei riflettori taglia il buio e illumina la tribuna. Duecentomila uomini in uniforme occupano il Zeppelinfeld con una precisione geometrica che sfida la definizione di folla: sembrano una sola creatura, ordinata e obbediente, che respira all'unisono. Leni Riefenstahl è lì, con le sue macchine da presa, con i suoi assistenti, con la sua capacità di trovare l'inquadratura che trasforma la politica in liturgia. Sta girando quello che diventerà Il trionfo della volontà. Sta costruendo, fotogramma per fotogramma, la rappresentazione visiva più efficace che il nazionalsocialismo abbia mai avuto.

La domanda che quella sequenza pone — e che il tempo non ha ancora smesso di porre — non riguarda solo Leni Riefenstahl. Riguarda qualcosa di più vasto e più inquietante: che cosa accade quando un talento visivo straordinario si mette al servizio di un potere criminale? È la bellezza formale dell'immagine che cancella la sua funzione politica, o è la funzione politica che avvelena retroattivamente la bellezza formale? Può un'opera essere tecnicamente rivoluzionaria e moralmente colpevole nello stesso momento, senza che l'una dimensione escluda l'altra?

Riefenstahl ha vissuto cent'uno anni cercando di rispondere a queste domande nella maniera più vantaggiosa per sé. Ha sostenuto di essere stata soltanto un'artista, di non aver avuto accesso alle informazioni sui crimini del regime, di aver filmato ciò che vedeva senza partecipare alle decisioni politiche che lo circondavano. Molti critici e storici hanno smontato questa difesa pezzo per pezzo. Il dibattito non si è mai chiuso. E forse non è un caso: Riefenstahl resta irrisolta proprio perché la questione che incarna — la responsabilità morale dell'arte al servizio del potere — non ha una risposta che accontenti tutti.

II — Origini e formazione

Berlino, il corpo, l'ambizione

Helene Bertha Amalie Riefenstahl nasce a Berlino il 22 agosto 1902, in una famiglia borghese della capitale prussiana. Il padre Alfred è un imprenditore di successo nel settore dell'impiantistica, pragmatico e tradizionale; la madre Bertha è una donna di casa. È un ambiente ordinato, rispettabile, lontano dagli ambienti bohémien della Berlino culturale dell'epoca. Da questo interno piccolo-borghese Leni fuggirà con un'energia che si rivelerà inesauribile.

Da bambina studia danza con serietà crescente. Non è una passione coltivata con indulgenza: c'è qualcosa di metodico, quasi ossessivo, nella dedizione con cui si prepara. Il corpo diventa il primo luogo di conquista — un territorio da disciplinare, plasmare, portare alla propria massima espressione. Questa relazione con la fisicità — con la forma, con la forza controllata, con la capacità di trasformare il movimento in spettacolo — rimarrà al centro di tutta la sua produzione successiva, dal cinema alla fotografia.

La Germania in cui cresce è la Germania della sconfitta, dell'inflazione, dell'umiliazione di Versailles. La Repubblica di Weimar è un laboratorio culturale eccezionale — espressionismo, Bauhaus, cabaret, avanguardie di ogni tipo — ma è anche un organismo politicamente fragile, scosso da crisi violente, attraversato da correnti che tirano in direzioni incompatibili. Il clima della Berlino degli anni Venti è, per chi ha vent'anni e ambizione, una miscela esplosiva di stimoli e incertezze. Riefenstahl assorbe la parte artistica dell'ambiente, ma non sembra sviluppare un pensiero politico coerente. Questa assenza di pensiero politico esplicito — che lei presenterà sempre come prova della propria innocenza — è uno degli aspetti più complessi e discussi della sua biografia.

III — Prima carriera

La danzatrice, i film di montagna, la formazione di uno sguardo

La carriera di ballerina si interrompe presto — un infortunio al ginocchio, si dice — e Riefenstahl vira verso il cinema con la stessa determinazione con cui aveva abbracciato la danza. Non come statista che deve imparare il mestiere da zero: lei arriva al cinema già formata dalla disciplina corporea, dalla conoscenza del movimento, dalla capacità di gestire lo spazio scenico. Ciò che le manca — la tecnica cinematografica — lo apprende con rapidità fuori dal comune.

I film di montagna di Arnold Fanck — il regista tedesco che la scopre e la dirige in una serie di pellicole degli anni Venti — sono il crogiolo in cui la sua estetica si forma. Das heilige Berg (La montagna sacra, 1926), Der große Sprung (Il grande salto, 1927), Die weiße Hölle vom Piz Palü (La tragedia della montagna, 1929): film in cui la natura è protagonista assoluta, in cui il corpo atletico sfida la roccia e il ghiaccio, in cui la verticalità e la purezza dei paesaggi innevati creano un'atmosfera di sublime fisico che ha molto a che fare con certi ideali estetici del tempo.

Non è difficile vedere, in retrospettiva, come i temi visivi dei film di montagna — la natura come prova, il corpo come strumento di conquista, la luce come rivelazione, la massa naturale come architettura — prefigurino l'estetica dei suoi film politici. Ma sarebbe sbagliato leggere Fanck come pre-nazista: il cinema di montagna ha radici romantiche, non fasciste, anche se certe sue tendenze — il culto della forza, la sublimazione della sofferenza fisica, la gerarchia tra chi domina la natura e chi vi soccombe — potevano essere facilmente piegate in direzione ideologica. Riefenstahl assorbe il linguaggio visivo. La piega politica verrà dopo, e non sarà indipendente dalla sua volontà.

Il cinema di montagna le insegnò che la forma può essere usata per rendere sublime ciò che in sé è semplicemente pericoloso. Fu una lezione che applicò, in contesto molto più cupo, a Norimberga.

IV — Il passaggio dietro la macchina

Dall'attrice alla regista

Nel 1932, Riefenstahl dirige il suo primo film: Das blaue Licht (La luce azzurra), una storia di montagna in stile fiabesco in cui lei stessa interpreta Junta, una ragazza dei villaggi alpini considerata strega dai compaesani per la sua capacità di raggiungere una grotta illuminata da una luce misteriosa. Il film è già pienamente suo: l'uso della luce, la composizione delle inquadrature, il ritmo del montaggio mostrano un controllo autoriale che non ha nulla di amatoriale.

Per una donna che vuole fare la regista nella Germania del 1932, la strada è ripida. L'industria cinematografica tedesca — come quella di tutto il mondo occidentale del tempo — è dominata da uomini, nelle posizioni creative e in quelle produttive. Riefenstahl aggira questo ostacolo con una combinazione di talento genuino, volontà ferrea, capacità di seduzione professionale e, quando necessario, di forza bruta organizzativa. Non chiede permesso. Si impone. Crea la propria casa di produzione. Controlla ogni aspetto della realizzazione. È autoritaria verso i collaboratori, esigente fino all'ossessione, capace di ridurre in polvere chiunque si metta tra lei e l'immagine che vuole ottenere.

Questa determinazione — che i biografi a seconda dell'orientamento chiamano genio o mania del controllo — è la stessa qualità che la renderà capace di organizzare la macchina da presa monumentale di Norimberga. Il problema non è la qualità. È la direzione in cui quella qualità viene applicata.

V — Il nodo centrale

L'incontro con Hitler e la scelta che non fu soltanto artistica

Il primo incontro di Riefenstahl con Adolf Hitler avviene nel 1932, durante un comizio del NSDAP a cui lei assiste per curiosità — così racconta. Ne è folgorata. Non politicamente, dirà sempre: artisticamente. La sua capacità di dominare la folla, l'energia magnetica, il controllo dello spazio scenico. È la descrizione che un regista farebbe di un grande attore. Il problema è che quell'attore si prepara a diventare il cancelliere di Germania.

Riefenstahl non è mai stata iscritta al Partito nazionalsocialista. Questo dato — che lei ha sempre usato come scudo — dice meno di quanto sembri. L'adesione formale al partito non è la misura della complicità con il regime. La misura è più concreta: che cosa fece, per chi lo fece, con quali risorse, con quali conseguenze. Riefenstahl girò i film di propaganda più efficaci che il Terzo Reich abbia prodotto. Li girò con entusiasmo, con cura artigianale straordinaria, con risorse che il regime le concesse generosamente. Il dibattito sulla sua "consapevolezza" dei crimini nazisti è reale ma non esaurisce il problema: anche se avesse saputo poco o nulla dei campi di concentramento nel 1934, stava costruendo l'immagine pubblica di chi li avrebbe ordinati.

Il rapporto con Hitler sembra essere stato di reciproca ammirazione professionale — lui apprezzava il suo talento, lei era affascinata dal suo potere — senza mai diventare una relazione sentimentale, nonostante le voci. Con Goebbels, il ministro della propaganda, i rapporti furono invece tesi e complicati: Goebbels la considerava una rivale nell'influenza sul Führer, e nei suoi diari la critica duramente. Riefenstahl ottenne spesso di rispondere direttamente a Hitler, bypassando il ministero della propaganda, il che le garantiva una libertà operativa insolita per i tempi.

La questione della consapevolezza

Riefenstahl ha sempre sostenuto di non aver saputo dei crimini del regime fino alla fine della guerra. Gli storici hanno dimostrato che questa posizione è, nel migliore dei casi, una semplificazione. La Kristallnacht del novembre 1938 era visibile a chiunque. I lavori forzati nei territori occupati erano documentati dalla stampa internazionale. Il trattamento delle minoranze era parte della retorica pubblica del regime, non un segreto di Stato. Non partecipare ai crimini non equivale a ignorarli.

La distinzione rilevante non è tra chi sapeva tutto e chi non sapeva niente: è tra chi si pose domande e chi decise di non porsele. Riefenstahl appartiene con ogni probabilità alla seconda categoria — non per malvagità, ma per quella forma di cecità strategica che consente di continuare a fare ciò che si vuole fare senza essere disturbati da ciò che si preferisce non vedere.

VI — L'opera chiave

Il trionfo della volontà: liturgia visiva del potere

Il congresso del partito nazionalsocialista di Norimberga, settembre 1934. È il primo grande raduno dopo la presa del potere di Hitler, il primo evento progettato come spettacolo totale — architettura, luce, musica, uniformi, geometrie di corpi — sotto la regia di Albert Speer per l'apparato scenografico e di Riefenstahl per la documentazione visiva. Ma «documentazione» è la parola sbagliata. Quello che Riefenstahl costruisce non è un documento: è una mitologia.

Il film si apre con Hitler che scende dalle nuvole in aereo su Norimberga — una sequenza che non fu improvvisata ma pianificata con cura millimetrica. Il Führer appare come un'entità sovraumana che discende dal cielo su una città che lo attende con devozione quasi religiosa. Le inquadrature dal basso lo moltiplicano, lo ingigantiscono, lo separano dal livello della folla. La folla stessa è trattata come materia plastica: file, colonne, geometrie, onde di braccia tese in saluto. Non sono persone; sono la manifestazione visiva di un'unità che Hitler incarna e comanda.

Le innovazioni tecniche sono reali e furono numerose: Riefenstahl dispiegò a Norimberga una squadra di trenta operatori con istruzioni dettagliate, usò carrelli su rotaie, riprese aeree, macchine da presa montate su bandiere e stendardi per ottenere angolazioni mai viste prima. Il montaggio è ritmico, quasi musicale, con un senso del tempo cinematografico che pochissimi registi del periodo possedevano. La musica — in parte Wagner, in parte Herbert Windt — è usata per amplificare le emozioni che le immagini non bastano a saturare.

Il risultato è un film che non si può guardare senza una doppia, simultanea consapevolezza: tecnica e morale. Tecnicamente, è straordinario — non solo per il 1935, ma in assoluto. Moralmente, è uno degli artefatti più pericolosi che la storia del cinema abbia prodotto: non perché contenga immagini di violenza, ma perché rende il potere bello, ordinato, inevitabile, desiderabile. Trasforma la politica in liturgia e la liturgia in estetica. Chi lo guarda senza quella doppia consapevolezza rischia di essere sedotto nel modo in cui il regime voleva che la gente fosse sedotta.

Il trionfo della volontà non mostra la violenza del nazismo: mostra la sua bellezza. Ed è per questo, esattamente, che è il più pericoloso dei suoi prodotti culturali.

VII — Il corpo e la forma

Olympia: innovazione visiva e ideologia nascosta

Le Olimpiadi di Berlino del 1936 sono la vetrina internazionale che il regime nazionalsocialista usa per presentarsi come potenza moderna, ordinata e civile. Jesse Owens vince quattro medaglie d'oro sotto gli occhi di Hitler, e la propaganda tedesca deve fare i conti con questa smentita atletica alla propria ideologia razziale. Riefenstahl gira tutto — anche Owens — e il modo in cui lo fa dice molto sia del suo talento sia dei suoi limiti.

Olympia è un film in due parti — Fest der Völker (Festa dei popoli) e Fest der Schönheit (Festa della bellezza) — per quasi quattro ore complessivi. Le innovazioni tecniche sono ancora più audaci che in Il trionfo della volontà: Riefenstahl usa il rallentatore sistematicamente per trasformare il movimento atletico in scultura cinetica, piazza telecamere in buca davanti ai trampolini per riprendere i tuffatori dal basso mentre si proiettano verso il cielo, usa angolazioni che scompongono il corpo in elementi di pura bellezza geometrica. Sequenze come quella dei tuffatori sono entrate nella storia del cinema come esempi di genius visivo indiscutibile.

Ma Olympia non è un film sullo sport: è un film sulla forma del corpo umano come espressione di vitalità, forza e perfezione. Quella è un'estetica che il regime nazista condivideva e promuoveva — anche se Riefenstahl l'ha sempre presentata come un interesse universale. Jesse Owens appare nel film, e viene trattato con rispetto visivo — alcune delle inquadrature a lui dedicate sono tra le più belle del film. Ma la sua presenza non trasforma Olympia in un film antirazista: è un'anomalia che il montaggio contiene e gestisce senza mettere in discussione il progetto complessivo.

Olympia vinse nel 1938 il premio del festival di Venezia come miglior film straniero. La firma politica di chi lo aveva finanziato e promosso non impedì il riconoscimento artistico internazionale — il che dice qualcosa non solo su Riefenstahl, ma sull'Europa del 1938.

Innovazioni tecniche — Olympia e il cinema sportivo

Il rallentatore: Usato sistematicamente per la prima volta nel cinema sportivo, trasforma il movimento atletico in qualcosa che assomiglia alla scultura in movimento. Riefenstahl intuisce che la bellezza del corpo in azione è percepibile appieno solo quando il tempo viene dilatato artificialmente.

Le angolazioni inedite: Macchine da presa in fossa, su palloni aerostatici, su rotaie mobili. Per i tuffatori, una telecamera puntata verso il cielo mentre gli atleti si proiettano verso l'alto. Il risultato è una sequenza che sembra disegnata da un pittore, non ripresa da una macchina fotografica.

Il montaggio ritmico: Riefenstahl monta Olympia con la stessa logica musicale usata in Il trionfo della volontà: il ritmo delle immagini segue una partitura emotiva, non una cronologia sportiva. Il film non racconta le Olimpiadi: le riscrive come poema visivo.

L'influenza duratura: Le tecniche sviluppate in Olympia sono diventate standard del cinema sportivo e pubblicitario. Chiunque abbia mai visto una pubblicità di scarpe sportive girata con rallentatore e angolazioni dal basso deve qualcosa — mediato o diretto — a Leni Riefenstahl.

VIII — Il contributo al cinema

L'innovazione formale e la sua ombra

Isolare le innovazioni tecniche di Riefenstahl dal contesto in cui vennero sviluppate è un'operazione intellettualmente disonesta, ma ignorarle sarebbe altrettanto sbagliato. Il problema non è che fosse brava — lo era, straordinariamente. Il problema è che la bravura non è moralmente neutrale quando viene applicata alla glorificazione di un regime criminale.

Il suo contributo alla storia del cinema riguarda in particolare tre aree: la composizione dell'immagine in movimento, l'organizzazione delle masse nello spazio come elemento visivo, e il montaggio ritmico. In tutti e tre i campi, i suoi film mostrano soluzioni che anticipano decenni di cinema successivo. La profondità di campo, l'uso della luce come strumento di separazione tra figura e sfondo, la capacità di fare del corpo umano — individuale o collettivo — un elemento architettonico: tutto ciò è stato studiato, citato, imitato.

L'influenza è documentabile e capillare. I videoclip musicali degli anni Ottanta — in particolare quelli di band come Pink Floyd e di artisti come Michael Jackson — mostrano debiti espliciti con la sua estetica delle masse. La pubblicità sportiva internazionale usa tecniche che lei ha codificato. Certi film di apertura di grandi eventi sportivi sono variazioni sul tema di Olympia. Questa influenza è reale. E non cancella nulla di ciò che quelle immagini servirono a costruire.

✦   ✦   ✦
1902
Nasce a Berlino il 22 agosto. Cresce in ambiente borghese, studia danza con crescente serietà.
1926–1931
Recita nei film di montagna di Arnold Fanck. Costruisce la propria immagine pubblica e apprende il linguaggio cinematografico dall'interno.
1932
Dirige Das blaue Licht (La luce azzurra), il suo primo film. Primo incontro con Adolf Hitler durante un comizio del NSDAP.
1933
Gira Der Sieg des Glaubens (La vittoria della fede), primo film sul congresso di Norimberga. Inizio della collaborazione sistematica con il regime.
1935
Uscita di Triumph des Willens (Il trionfo della volontà). Il film vince la medaglia d'oro alla Biennale di Venezia e il Grand Prix all'Exposition universelle di Parigi.
1938
Uscita di Olympia in due parti. Premio al Festival di Venezia. Visita negli Stati Uniti che si conclude con un'accoglienza gelida da parte dell'industria cinematografica hollywoodiana.
1940–1944
Tentativo di girare Tiefland, film di fiction con comparse rom e sinti prelevate dai campi di internamento. Il film verrà completato e distribuito solo nel 1954.
1945–1952
Arresto, interrogatori, procedimenti di denazificazione. Classificata alla fine come «simpatizzante» e non come criminale di guerra. Isolamento professionale.
1973–1976
Pubblicazione dei libri fotografici sui Nuba del Sudan. Successo internazionale. Dure critiche da parte di Susan Sontag e altri intellettuali.
2002–2003
Festeggia i cento anni. Pubblica le sue memorie e rilascia l'ultima grande intervista. Muore il 8 settembre 2003 a Pöcking, in Baviera.

IX — Il cuore critico

Arte e propaganda: il nodo morale che non si scioglie

La domanda che Riefenstahl pone alla storia del cinema e alla riflessione morale è questa: si può separare la qualità formale di un'opera dalla funzione che essa svolge nel mondo? Non è una domanda retorica, e la risposta non è ovvia. Esistono posizioni intellettualmente serie che sostengono che l'opera d'arte va giudicata per ciò che è formalmente, non per l'uso che ne viene fatto. Esistono posizioni altrettanto serie che sostengono il contrario: che un'opera non esiste fuori dal contesto in cui viene prodotta e usata, e che quel contesto è parte integrante del suo significato.

Nel caso di Riefenstahl, il problema è ancora più radicale, perché il talento formale non era separato dalla funzione propagandistica: era al servizio di essa, era costruito per essa, era il suo strumento principale. Il trionfo della volontà non è grande nonostante sia propaganda: è propaganda proprio perché è grande. La bellezza delle immagini non è un accidente estetico separabile dall'intenzione politica. È il cuore dell'intenzione politica. Rendere Hitler bello, la folla bella, l'ordine bello, l'obbedienza bella: questo era il compito, e Riefenstahl lo assolveva con un'abilità che nessun altro aveva.

Walter Benjamin, negli stessi anni in cui Riefenstahl filmava Norimberga, scriveva della «estetizzazione della politica» come caratteristica fondamentale del fascismo. Non stava parlando di Riefenstahl in particolare, ma la sua analisi la descrive con precisione chirurgica. Il fascismo non vuole solo il potere: vuole che il potere sia desiderabile. Vuole che le masse non si sentano dominate ma entusiasmino alla propria sottomissione. L'immagine — bella, ordinata, sublime — è lo strumento principale di questa operazione. Riefenstahl era la sua maestra.

X — Le zone d'ombra

La guerra, Tiefland e le comparse rom

Durante la guerra, Riefenstahl lavora a Tiefland, un film di finzione tratto dall'opera omonima di Eugen d'Albert, in cui lei stessa interpreta una protagonista romantica in un paesaggio montano. La lavorazione è lunga e tormentata. Il punto più oscuro riguarda l'utilizzo di comparse: centinaia di rom e sinti, prelevati dai campi di internamento di Salisburgo e Marzahn, vengono impiegati come figuranti nelle scene di folla ambientate in un villaggio spagnolo.

Riefenstahl ha sempre sostenuto di aver trattato queste comparse con rispetto, di aver garantito il loro ritorno nei campi dopo le riprese, di non aver saputo della loro sorte successiva. Alcune sopravvissute hanno testimoniato il contrario: condizioni di lavoro dure, nessuna garanzia, ritorno ai campi da cui molte non sarebbero uscite vive. Il dibattito storico su questo episodio non si è chiuso, ma la direzione delle prove è chiara: Riefenstahl sapeva di stare usando persone internate, e non si pose domande sulla loro provenienza o sul loro destino.

Il suo rapporto con Goebbels era complicato e conflittuale. Il ministro della propaganda la considerava arrogante, difficile da controllare, eccessivamente vicina a Hitler. Nei suoi diari privati, il ritratto che fa di lei è spesso critico. Ma la conflittualità personale non diminuisce la complicità strutturale: Riefenstahl lavorava dentro il sistema, con le risorse del sistema, per gli scopi del sistema, anche quando litigava con uno dei suoi responsabili.

XI — Il tentativo di riabilitazione

Processi, denazificazione e l'arte dell'autodifesa

La fine della guerra trova Riefenstahl in una villa in Austria. Viene arrestata dagli alleati, interrogata più volte — dagli americani, dai francesi, dai tedeschi — e alla fine classificata dai tribunali di denazificazione come «simpatizzante», non come criminale di guerra. La distinzione è sottile ma legalmente rilevante: le permette di evitare conseguenze penali gravi, ma non di tornare immediatamente al lavoro.

Il decennio successivo è di isolamento forzato. I produttori non la vogliono. I festival la ignorano. I colleghi la evitano. Riefenstahl reagisce con la strategia che manterrà per il resto della sua vita: costruire un racconto di sé come artista apolitica che era stata strumentalizzata dal regime, che non sapeva, che non aveva scelto, che aveva semplicemente fatto il suo lavoro. Questa narrativa è abile, tenace, parzialmente credibile per chi non voglia approfondire. Ma non regge all'esame storico.

Il tentativo di rientrare nel cinema fallisce sistematicamente. Ogni progetto annunciato viene bloccato da proteste, boicottaggi, rifiuti. Non è un ostracismo irrazionale: è la resistenza di un'industria che ha capito, meglio di quanto lei voglia ammettere, che il suo nome non è separabile dalla funzione che ha svolto. Riefenstahl passerà il resto della sua vita a combattere questa identificazione, senza mai riuscire a separarsene.

XII — La rinascita africana

I Nuba e la continuità di uno sguardo

Negli anni Sessanta e Settanta, Riefenstahl scopre l'Africa. Si reca più volte in Sudan, fotografa i Nuba delle montagne del Kordofan — una popolazione che pratica la lotta rituale e che ha una tradizione di ornamentazione corporea straordinaria — e pubblica due libri fotografici che ottengono un successo internazionale enorme: Die Nuba (1973) e Die Nuba von Kau (1976).

Le fotografie sono visivamente potenti. I corpi dei lottatori nuba, catturati in movimenti di forza e di grazia, hanno una qualità che richiama immediatamente il precedente di Olympia. Troppo immediatamente, per molti critici. Susan Sontag, nel saggio Fascinating Fascism del 1975, analizza i libri fotografici di Riefenstahl e sostiene che mostrano una continuità estetica e ideologica con i film del nazismo: lo stesso culto della perfezione fisica, lo stesso sguardo che trasforma i corpi in oggetti di bellezza, la stessa assenza di soggettività nei soggetti fotografati. I Nuba di Riefenstahl, scrive Sontag, non sono persone: sono forme.

La critica di Sontag ha avuto una risonanza enorme e ha plasmato il dibattito successivo. Non tutti la condividono nella sua interezza: alcuni studiosi africani e postcoloniali hanno notato che il saggio di Sontag è a sua volta parziale, che i Nuba avevano agentività nella loro relazione con la fotografa, che ridurre tutto a un'estetica fascista semplifica un rapporto complesso. Ma la questione centrale rimane aperta: uno sguardo può essere liberato dalla sua storia?

Sontag scrisse che i Nuba di Riefenstahl non erano persone: erano forme. E che questo non era un caso, ma una continuità.

— Susan Sontag, Fascinating Fascism, 1975
XIII — La lunga vecchiaia

Le immersioni, le memorie e la difesa che non convince

Negli anni Ottanta e Novanta, Riefenstahl scopre la fotografia subacquea. A ottant'anni si immerge nei mari tropicali e fotografa coralli, pesci, il mondo silenzioso e geometrico delle profondità. Pubblica altri libri fotografici. Rimane attiva, curiosa, instancabile. Nel 2002, a cento anni, completa un documentario sulle sue immersioni. L'anno successivo muore, l'8 settembre 2003.

Nell'ultimo decennio di vita, le interviste si moltiplicano. Riefenstahl le affronta con una combinazione di lucidità e di calcolo che non smette mai di stupire. Sa esattamente cosa dire e cosa non dire. Riconosce la grandezza dei suoi film senza mai riconoscere pienamente la loro funzione. Esprime dispiacere generico per il nazismo senza mai ammettere responsabilità specifiche. Presenta ogni critica come pregiudizio, ogni accusa come persecuzione, ogni richiesta di chiarimento come malafede. È una performance difensiva di rara qualità, e forse anche di sincera convinzione: è possibile che Riefenstahl avesse davvero costruito una versione di sé stessa che credeva veritiera.

Questa incapacità — o rifiuto — di fare i conti fino in fondo con la propria storia è forse l'elemento più emblematico della sua vicenda. Non è un caso isolato nella Germania del dopoguerra: è la versione individualizzata di un problema collettivo, di quella rimozione che la società tedesca ha impiegato decenni a elaborare e che in certi settori non ha ancora finito di affrontare.

XIV — Il dibattito aperto

Le grandi controversie interpretative

Il dibattito critico su Riefenstahl si è polarizzato attorno a posizioni che spesso si parlano addosso senza ascoltarsi. Da un lato chi sostiene — non senza argomenti — che il suo contributo tecnico alla storia del cinema va riconosciuto indipendentemente dall'uso politico che ne fece il regime. Dall'altro chi ritiene — con uguale fondamento — che separare l'estetica dalla politica nel suo caso sia un'operazione impossibile e intellettualmente disonesta, perché la sua estetica era il suo strumento politico.

C'è poi una terza posizione, più sottile: quella di chi riconosce sia l'innovazione formale sia la responsabilità morale, e sostiene che il valore del caso Riefenstahl stia precisamente in questa impossibilità di separazione. Il suo cinema non ci dice qualcosa di semplice sull'arte e sulla politica. Ci dice qualcosa di complesso e di scomodo: che la bellezza può essere un'arma, che l'estetica può essere ideologia, che ammirazione e condanna non si escludono necessariamente, anche se creare un corto circuito tra le due non è mai confortante.

La lettura femminista della sua figura è anch'essa divisa. Da un lato, Riefenstahl fu una donna che riuscì a imporre la propria autorità creativa in un sistema dominato dagli uomini, che rifiutò il ruolo di oggetto dello sguardo maschile per diventare soggetto che guarda, che costruì una carriera su una determinazione che la maggior parte delle sue contemporanee non poteva permettersi. Dall'altro, fare del genere un'attenuante per ciò che fece è una forma di sessismo rovesciato: le donne che collaborano con regimi criminali non sono meno responsabili degli uomini che fanno lo stesso.

XV — Perché ancora oggi

L'eredità culturale e la lezione del suo caso

Riefenstahl continua a essere studiata — nelle scuole di cinema, nei dipartimenti di storia, nei corsi di comunicazione politica — non nonostante la sua complicità con il nazismo, ma anche a causa di essa. Il suo caso è diventato un caso paradigmatico: un esempio usato per ragionare su come le immagini funzionano, su come possono essere usate per costruire consenso, su cosa significa prestare il proprio talento a chi non lo merita.

Nel mondo della comunicazione contemporanea, dove ogni leader politico è consapevole della propria immagine come lo era Hitler a Norimberga, dove ogni evento pubblico è progettato come uno spettacolo visivo, dove la propaganda non si chiama più propaganda ma storytelling, il caso Riefenstahl non è una lezione storica chiusa. È un avvertimento in corso. Le tecniche che lei ha codificato — la monumentalità, il ritmo, la geometria delle folle, la trasformazione del potere in liturgia visiva — sono state democratizzate e non si riconoscono più come tali. Ma sono ancora lì.

Il cinema documentario, il cinema sportivo, la pubblicità, il videoclip, la comunicazione politica contemporanea: tutti portano la sua impronta, spesso senza saperlo, a volte sapendolo benissimo. Studiare Riefenstahl significa imparare a riconoscere questa impronta, e a chiedersi ogni volta: bella questa immagine, sì. Ma bella per fare che cosa?

Immaginiamo Leni Riefenstahl anziana, nella sua casa in Baviera, circondata da fotografie, bobine, fotogrammi, premi e interviste. Ha cent'anni, o quasi. Ha vissuto più a lungo di quasi tutti coloro che l'hanno criticata. Ha pubblicato memorie in cui ancora, con pazienza infaticabile, ridisegna i contorni della propria innocenza. È lucida, elegante, irriducibile.

Sul tavolo ci sono le fotografie dei Nuba, le locandine di Olympia, qualche fotogramma del Trionfo. Quelle immagini sono ancora potenti — non si può negarlo. Sono anche indissolubilmente legate a ciò che rappresentavano, a ciò che servirono a costruire, alle vite che vennero spezzate da chi quelle immagini glorificavano.

Non esiste una posizione comoda da cui guardare Leni Riefenstahl. Non si può ammirarla senza disagio. Non si può condannarla senza sentire che qualcosa di complesso rimane fuori dalla condanna. È questo il suo lascito più inquietante: non le immagini che ha creato, ma la domanda che incarna e che non smette di bruciare. Un'immagine può essere tecnicamente splendida e moralmente colpevole. Questa non è una contraddizione da risolvere. È una tensione da tenere aperta.

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