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Publié par Radu Trofin

Roald Amundsen, l'uomo che arrivò per primo al Polo Sud
Esploratori e figure di frontiera

Dossier biografico

Roald Amundsen,
l'uomo che arrivò
per primo al Polo Sud

Dal Passaggio a Nord-Ovest all'Antartide, dalla Fram al volo artico: vita, imprese e destino dell'esploratore norvegese che fece della precisione una forma di coraggio

1872–1928NorvegiaPolo Sud, 14 dicembre 1911
 
I
 
I · Introduzione

Nessun discorso,
solo il vento e la bandiera

Il 14 dicembre 1911, cinque uomini si fermarono su un plateau di ghiaccio a novanta gradi di latitudine sud. Non c'era nulla da vedere che non fosse già visibile da ore — il bianco piatto dell'Antartide, il cielo basso, il vento che mordeva le guance nonostante l'abbigliamento di pelliccia. Roald Amundsen tirò fuori una bandiera norvegese e la piantò nel ghiaccio. Poi guardò i suoi compagni, uno per uno: Olav Bjaaland, Helmer Hanssen, Sverre Hassel, Oscar Wisting. Nessuno disse nulla di memorabile. Non fu quello il tipo di momento. Non c'era una frase preparata, non c'era una telecamera, non c'era un pubblico. C'era il Polo Sud, e loro erano i primi esseri umani a toccarlo.

Questo è Amundsen, nella sua essenza: l'assenza di retorica nel momento del trionfo. Mentre Scott — a ottocento chilometri di distanza, in ritardo di cinque settimane, condannato a una morte che ancora non sa — scriveva nel diario frasi destinate a diventare monumento, Amundsen scriveva calcoli. Distanze percorse. Cibo consumato. Stato dei cani. Condizioni meteorologiche. Non era cinismo: era il sistema nervoso di un uomo che aveva trasformato la sopravvivenza in professione, e che sapeva che il viaggio di ritorno era ancora lungo e che il ghiaccio non concedeva riduzioni sentimentali.

Per capire Amundsen bisogna resistere alla tentazione di cercarlo dentro le categorie dell'eroismo convenzionale. Non era un uomo che cercava la gloria — o meglio, la cercava, ma con la stessa freddezza con cui pianificava le razioni di cibo. Non era un sognatore: era un ingegnere del rischio, uno che costruiva il successo prima di partire e lasciava al destino il meno possibile. Non era nemmeno, a dispetto del mito, un solitario dei ghiacci: era un comandante, attento alla coesione del gruppo, capace di gestire la pressione psicologica di un equipaggio chiuso nel buio polare per mesi.

Eppure la sua figura ha qualcosa di sconcertante, di non del tutto assimilabile. Vinse la gara geografica più celebre del Novecento — e questo non bastò a renderlo un eroe nel senso pieno del termine. Il problema era che era sopravvissuto. Scott era morto sulla via del ritorno, e la morte aveva fatto di lui una leggenda che nessun trionfo vivente poteva eguagliare. Amundsen tornò con i dati, con i cani, con i compagni sani, con le misurazioni precise della latitudine raggiunta. Era roba da vincitore, non da martire. E il pubblico europeo, nel 1912, aveva una preferenza abbastanza chiara.

Questo dossier racconta la traiettoria intera: dalle foreste norvegesi di Borge al pack antartico, dal primo inverno artico sulla Belgica al Passaggio a Nord-Ovest, dalla Fram al dirigibile Norge, fino al Mare di Barents nel 1928, dove Amundsen scomparve cercando di salvare un uomo che considerava un rivale. Quella fine — così diversa dalla retorica del conquistatore che cade sui propri trofei — dice forse più di lui di qualsiasi record geografico.


 
II
 
II · Origini

Borge, 1872:
costruirsi per i ghiacci

Roald Engelbregt Gravning Amundsen nacque il 16 luglio 1872 a Borge, nel Østfold, nella parte meridionale della Norvegia. La famiglia era di tradizione marittima: il padre Jens Amundsen era armatore, e i suoi tre fratelli maggiori avevano già preso la via del mare. Era il tipo di ambiente in cui l'oceano non era un'astrazione geografica ma una realtà economica e biografica — qualcosa che dava lavoro, prendeva vite e definiva l'identità familiare da generazioni.

Il padre morì quando Roald aveva quindici anni. La madre, Gustava, aveva in mente per lui una carriera medica — rispettabile, sicura, lontana dai rischi del mare. Amundsen si iscrisse all'università, studiò medicina per qualche anno con la diligenza di chi sa di fare la cosa sbagliata, e quando la madre morì, nel 1893, lasciò gli studi senza esitazione. Non era crudeltà: era onestà. Aveva già capito cosa voleva essere, e quella chiarezza era più forte di qualsiasi senso del dovere familiare.

Ciò che aveva capito era semplice e assoluto: voleva diventare un esploratore polare. Non genericamente un uomo d'avventura — l'avventura in sé non lo interessava quanto il progetto, la sfida tecnica, il problema da risolvere in condizioni estreme. La figura di Fridtjof Nansen fu determinante: quando nel 1888 lesse dei piani di Nansen per attraversare la Groenlandia, Amundsen aveva sedici anni. L'impresa di Nansen, il rigore del metodo, la preparazione sistematica come base del coraggio — tutto questo non lo esaltò soltanto, lo orientò. Fu una vocazione che si riconobbe davanti a un modello, e che da quel momento non cambiò mai direzione.

Gli anni di formazione successivi furono quelli di un uomo che si costruisce deliberatamente. Dormiva con le finestre aperte d'inverno per abituarsi al freddo. Sciava per centinaia di chilometri attraverso la Norvegia. Si arruolò come marinaio su navi da carico per imparare la navigazione pratica, non quella dei libri. Ogni cosa era funzionale a uno scopo che aveva già deciso. C'è qualcosa di quasi meccanico in questa autodisciplina — e insieme qualcosa di commovente nella sua coerenza: un ragazzo di vent'anni che sa già con precisione dove vuole arrivare e costruisce il percorso pezzo per pezzo, senza distrazioni.

Dati biografici essenziali
  • Nascita16 luglio 1872, Borge (Østfold, Norvegia)
  • Morte18 giugno 1928, Mare di Barents (disperso)
  • FamigliaArmatori; padre morto nel 1887, madre nel 1893
  • FormazioneStudi medici abbandonati; marineria pratica
  • Primo modelloFridtjof Nansen (influenza determinante dal 1888)
  • Prima spedizioneBelgica, Antartide (1897–99)

 
III
 
III · La preparazione

Una spedizione si vince
prima della partenza

La convinzione che definì tutta la carriera di Amundsen si formò presto e non lo abbandonò mai: una spedizione polare si decide molto prima di mettere piede sul ghiaccio. Il momento dell'azione è soltanto la verifica di quanto è stato preparato. Se la preparazione è corretta, l'azione è quasi inevitabile. Se è sbagliata, nessun coraggio individuale può compensarla.

Questo principio aveva implicazioni pratiche enormi e una conseguenza filosofica insolita: Amundsen dedicava alla pianificazione un tempo sproporzionato rispetto a quello che i suoi contemporanei ritenevano necessario. Studiava l'equipaggiamento per anni. Testava personalmente ogni materiale. Calcolava le razioni alimentari con la precisione di un farmacista, basandosi sul consumo energetico effettivo in condizioni polari piuttosto che sulle tabelle teoriche che altri usavano. Capì — molto prima che la nutrizione sportiva moderna lo codificasse — che il cibo era una variabile tattica, non un semplice fatto di sopravvivenza.

Per ottenere il certificato di capitano di lungo corso, lavorò come primo ufficiale su diverse navi negli anni Novanta dell'Ottocento, navigando in Artide e imparando le tecniche di navigazione tra i ghiacci. Non si trattava di carrierismo: stava acquisendo competenze specifiche per imprese specifiche. La differenza tra un marinaio che naviga in Artide perché gliel'hanno ordinato e un esploratore che naviga in Artide perché ha bisogno di sapere come si fa è la differenza tra chi raccoglie esperienze e chi le costruisce.

Nel 1894 ottenne il certificato di primo ufficiale. Nel 1900 ottenne quello di capitano. In mezzo ci fu la spedizione della Belgica, il Passaggio a Nord-Ovest in gestazione, la lettura sistematica di tutto ciò che era stato scritto sull'Artico e l'Antartico. Amundsen non andava a scuola: si costruiva uno strumento di precisione, e quello strumento era sé stesso.


 
IV
 
IV · La Belgica, 1897–1899

Il primo inverno antartico:
lezione di sopravvivenza

La spedizione della nave Belgica, guidata dall'ufficiale belga Adrien de Gerlache, fu la prima a svernare in Antartide — non per scelta, ma perché i ghiacci intrappolarono la nave nel pack prima che potesse raggiungere le acque libere. Amundsen ci partecipò come primo ufficiale, a venticinque anni, con il doppio scopo di fare esperienza sul campo e di osservare come si gestiva — o come non si gestiva — una situazione di crisi polare.

Ciò che vide fu istruttivo nel peggiore dei modi. La Belgica era mal preparata per uno svernamento: non c'era abbigliamento adeguato, le razioni alimentari erano insufficienti e sbilanciate, la leadership vacillava sotto la pressione psicologica del buio polare. Lo scorbuto colpì quasi tutto l'equipaggio. Un uomo morì. Diversi impazzirono temporaneamente. Il morale crollò in modi che Amundsen registrò con attenzione clinica, capendo che il buio polare è un nemico altrettanto pericoloso del freddo, e che la depressione collettiva può distruggere un equipaggio più efficacemente di qualsiasi tempesta.

Il medico della spedizione era un americano di nome Frederick Cook — figura controversa, destinato anni dopo a rivendicare fraudolentemente la scoperta del Polo Nord — che ebbe però il merito reale di diagnosticare correttamente la causa dello scorbuto e di insistere sull'introduzione di carne fresca di foca nella dieta dell'equipaggio. Amundsen lo osservò, imparò, e incorporò quella lezione in ogni spedizione successiva: la carne fresca degli animali polari non era solo nutrimento, era vitamina C in quantità sufficiente a prevenire lo scorbuto. Sembrava ovvio, ma l'esplorazione polare britannica avrebbe continuato a ignorarlo con esiti funesti.

La Belgica insegnò ad Amundsen tre cose che non avrebbe dimenticato. Prima: l'abbigliamento europeo convenzionale era inadeguato per il freddo estremo — le pellicce degli Inuit, che aveva già studiato teoricamente, erano superiori a qualsiasi alternativa tessile disponibile. Seconda: i cani da slitta erano un sistema di trasporto radicalmente più efficiente di qualsiasi alternativa umana o meccanica nelle condizioni del pack. Terza: la leadership in condizioni estreme richiede una forma particolare di autorità — non militare, non paternalistica, ma fondata sulla competenza visibile e sulla fiducia guadagnata prima della crisi, non durante.


 
V
 
V · 1903–1906

Il Passaggio a Nord-Ovest:
trecento anni di sogno, tre anni di lavoro

Il Passaggio a Nord-Ovest — la rotta marittima attraverso le acque artiche del Canada settentrionale che collega l'Atlantico al Pacifico — era il grande sogno geografico incompiuto dell'esplorazione europea. Dai tempi di Martin Frobisher nel Cinquecento, decine di spedizioni avevano tentato di trovare e percorrere quella rotta, molte scomparendo nel ghiaccio. La più celebre, quella di John Franklin nel 1845, aveva perso centotrentacinque uomini senza raggiungere il traguardo. Nel 1903, quando Amundsen partì da Christiania con la piccola nave Gjøa e sei uomini, la rotta era ancora un'impresa considerata al limite del possibile.

La scelta della Gjøa — una nave da pesca di quarantasette tonnellate, minuscola rispetto ai bastimenti che le spedizioni precedenti avevano usato — non era eccentricità: era strategia. Amundsen aveva studiato i fallimenti precedenti e aveva capito che le navi grandi non potevano navigare nei bassi fondali artici. Una nave piccola, maneggevole, con pescaggio ridotto, poteva passare dove le navi grandi si incagliavano. Era lo stesso principio che Nansen aveva usato per la Fram — non combattere l'ambiente ma adattarsi alla sua logica — applicato alla navigazione invece che alla deriva.

La spedizione impiegò tre anni. Due inverni li trascorsero in prossimità dell'isola King William, nei pressi degli Inuit Netsilik, dove Amundsen condusse anche ricerche magnetiche — la localizzazione del Polo Nord magnetico era uno degli obiettivi scientifici dichiarati della spedizione. Ma la parte più significativa di quegli anni invernali fu l'immersione nella cultura e nelle tecniche degli Inuit. Amundsen non osservò da lontano: viveva tra loro, imparava da loro, adottava le loro soluzioni con la pragmatica disponibilità di chi sa che la propria sopravvivenza dipende dalla qualità di ciò che impara.

Nel 1905, la Gjøa completò la traversata del Passaggio a Nord-Ovest, raggiungendo le acque del Pacifico. Era la prima volta nella storia. Amundsen telegrafò la notizia dal primo ufficio postale che incontrò, pagando il telegramma con un prestito perché non aveva contanti. Aveva trentadue anni e aveva appena fatto qualcosa che nessun altro essere umano aveva mai fatto. La fama che ne derivò fu reale ma circoscritta: il Passaggio a Nord-Ovest aveva perso gran parte della sua rilevanza commerciale dopo l'apertura del Canale di Suez e del Canale di Panama. Era un trionfo geografico, non un cambiamento del mondo. Ma Amundsen aveva imparato ciò che doveva imparare, e ora sapeva dove stava andando.

«Il segreto della mia riuscita? Ho preparato ogni dettaglio in anticipo. Quelli che chiamano fortuna i miei risultati, dovrebbero vedere quanto tempo ho dedicato a renderli inevitabili.»

— Roald Amundsen, dalle memorie autobiografiche

 
VI
 
VI · I maestri del ghiaccio

Dagli Inuit Netsilik:
ciò che i libri non sapevano

Il rapporto di Amundsen con gli Inuit Netsilik durante i due inverni sull'isola King William è uno degli aspetti più significativi — e più sfumati — della sua biografia. Significativo perché le conoscenze che assorbì da loro furono letteralmente decisive per il successo in Antartide, sei anni dopo. Sfumato perché il rispetto che Amundsen mostrò per le tecniche Inuit era anzitutto pragmatico, non antropologico: era il rispetto di chi riconosce la superiorità funzionale di un sistema senza necessariamente interessarsi alla cultura che lo aveva prodotto.

L'abbigliamento fu la rivoluzione più visibile. Gli esploratori europei usavano lana pesante e cuoio — materiali che, bagnati dal sudore o dalla neve, diventavano freddi e rigidi, aumentando il rischio di congelamento. Gli Inuit usavano pellicce di caribù lavorate in modo da creare strati d'aria isolanti, con la struttura del pelo che espelleva l'umidità verso l'esterno. Amundsen adottò questo sistema integralmente, modificandolo solo nei dettagli. In Antartide, la sua équipe portava abiti Inuit mentre Scott e i suoi uomini morivano di freddo in tute di lana britannica.

La gestione dei cani da slitta fu la seconda grande lezione. Gli Inuit avevano sviluppato nei secoli tecniche precise per selezionare i cani, addestrarli, organizzarli in team, nutrirli efficacemente, capire quando spingerli e quando farli riposare. Amundsen imparò tutto questo non come teoria ma come pratica quotidiana, guidando lui stesso le slitte, gestendo lui stesso i cani, accettando di fare brutte figure prima di capire come si faceva. Questa disponibilità ad essere incompetente prima di essere competente — a imparare sul campo da chi già sapeva, senza l'arroganza di chi porta la bandiera di una potenza coloniale — era rara tra gli esploratori del suo tempo e spiegava molto del suo successo.

Va però detto, senza ipocrisie retrospettive, che il rapporto di Amundsen con gli Inuit rimase quello di un europeo del 1903: li rispettava per quello che sapevano fare, non li considerava pari in nessun senso culturale o politico. La sua disponibilità ad apprendere era selettiva — prendeva le tecniche, non la filosofia. E non cercò mai, nella sua carriera pubblica, di trasformare la propria esperienza con le popolazioni artiche in una riflessione più ampia sulla giustizia o sulla dignità di quei popoli. Fu un allievo grato, non un alleato.

XIV
 
XIV · L'uomo privato

Disciplina, solitudine,
e le crepe del ghiaccio

Amundsen non si sposò mai. Ebbe relazioni — alcune con donne che incrociò durante i viaggi, una con Kristine Elisabeth Bennett, una donna sposata con cui la relazione fu lunga e complicata — ma non costruì mai una vita domestica nel senso ordinario. Non era strano per un uomo della sua epoca e professione: gli esploratori polari per definizione trascorrevano anni lontani da casa, e le relazioni sentimentali pagavano quel prezzo. Ma c'era qualcosa di più profondo nella solitudine di Amundsen — una tendenza a vivere per un obiettivo piuttosto che per una persona, che rendeva le relazioni sempre un po' secondarie rispetto alla prossima spedizione.

Il rapporto con il denaro fu costantemente tormentato. Le spedizioni costavano molto, i finanziamenti erano sempre insufficienti, le conferenze e i libri non bastassero mai a coprire i debiti. Negli anni Venti, dopo la gloria del Polo Sud e i successi aerei, Amundsen era in difficoltà economiche serie. Aveva creditori ovunque, aveva ipotecato la casa, aveva litigato con agenti e finanziatori. La grandezza delle imprese non si era tradotta in stabilità finanziaria — e questo era in parte il risultato della sua tendenza a pianificare le spedizioni con perfezione e le finanze personali con incuria.

Con l'equipaggio era un comandante rispettoso, non affettuoso. Chiedeva molto — il massimo di quanto gli uomini fossero capaci — e in cambio dava competenza, chiarezza degli obiettivi e la certezza di essere guidati da qualcuno che sapeva quello che faceva. Non era un leader che incoraggiava, che motivava con discorsi, che creava senso di comunità attraverso la condivisione emotiva. Era un leader che funzionava nel senso più ridotto e più decisivo del termine: quando era lì, le cose andavano come dovevano andare.

La tendenza al segreto — documentata dalla vicenda del cambio di rotta, ma presente anche in altri episodi — era forse il tratto più ambivalente del suo carattere. Amundsen controllava l'informazione come controllava le razioni di cibo: niente veniva distribuito prima del momento necessario, niente veniva condiviso se non serviva a qualcosa. Questa riservatezza lo proteggeva dai rivali, ma lo isolava anche dalle persone che avrebbero voluto fidarsi di lui.


 
XV
 
XV · La natura dell'impresa

Esploratore, stratega,
o professionista dell'impossibile?

La questione di cosa fu davvero Amundsen — esploratore geografico, organizzatore logistico, navigatore, conquistatore simbolico — non ha una risposta semplice, ed è meglio così. Era tutte queste cose in misura diversa a seconda del momento.

Il contributo scientifico delle sue spedizioni fu reale ma discontinuo. Durante il Passaggio a Nord-Ovest condusse ricerche magnetiche sistematiche che localizzarono con precisione il Polo Nord magnetico — dati di valore reale per la navigazione. Durante la spedizione antartica, i contributi scientifici furono modesti: la priorità assoluta all'obiettivo geografico lasciò poco spazio alla raccolta di dati. Questa differenza rispetto a Nansen — che organizzava le spedizioni come programmi di ricerca — fu una critica legittima che Amundsen non sempre riconobbe.

Il rapporto con il nazionalismo norvegese fu ambivalente. Amundsen era norvegese e orgoglioso di esserlo, e le sue imprese contribuirono fortemente all'immagine internazionale della Norvegia come nazione di esploratori capaci. Ma non cercò esplicitamente di costruire questo ruolo — lo accettò come conseguenza di ciò che faceva, non come motivazione. La bandiera norvegese al Polo Sud aveva un significato politico reale in un paese che si era appena emancipato dalla Svezia nel 1905, ma Amundsen non aveva piantato quella bandiera per un obiettivo politico: l'aveva piantata perché era il modo consueto di chiudere una spedizione riuscita.

La figura di Amundsen come "professionista dell'impossibile" — uno che trattava l'impensabile con gli strumenti del pensabile — è forse la più onesta. Non era romantico, non era ideologico, non cercava il sublime nel ghiaccio. Cercava il risultato. E nel cercare il risultato con quella precisione metodica, finì per dimostrare qualcosa di più duraturo del romanticismo: che nei luoghi estremi non vince necessariamente chi soffre di più o chi ci crede di più, ma chi comprende meglio il sistema che affronta.


 
XVI
 
XVI · Ombre e riletture

Il limite dello sguardo:
ciò che Amundsen non vide

Letto attraverso il tempo, il rapporto di Amundsen con i popoli artici — e più in generale con il significato delle sue imprese — presenta zone d'ombra che il dossier non può ignorare. Il rispetto per le tecniche Inuit fu reale, ma rimase strumentale. Amundsen non si chiese mai, almeno non pubblicamente, cosa significasse per le comunità Netsilik ospitare una spedizione europea che usava i loro territori come laboratorio geografico, prendeva le loro conoscenze senza riconoscimento formale, e poi ripartiva verso una fama che non li menzionava quasi mai.

La segretezza del cambio di destinazione verso il Polo Sud è il punto eticamente più problematico della sua carriera. L'inganno dei finanziatori e dell'equipaggio era strumentalmente giustificabile — senza di esso la spedizione non sarebbe partita — ma rivelava una concezione dell'obiettivo che metteva il fine al di sopra della trasparenza verso chi lo finanziava e chi ci rischiava la vita. Amundsen non tradì mai il fisico dei suoi uomini: li preparò, li equipaggiò, li riportò a casa. Ma tradì la loro capacità di scelta consapevole, e questo è un tipo diverso di tradimento.

Il mito che la stampa costruì attorno a lui — spesso con la sua collaborazione — semplificò una figura complessa in un'icona della virilità nordica efficiente e glaciale. Questa icona ebbe un'influenza reale sulla percezione della Norvegia come nazione, ma oscurò le contraddizioni, le difficoltà economiche, la solitudine, i fallimenti minori che non entrarono nei libri di memorie. Ogni mito nazionale funziona così. Il problema è quando il soggetto del mito inizia a credere di essere il mito — e non è chiaro, nel caso di Amundsen, quanto questo sia accaduto.

Il confronto con Scott, cristallizzato nella storiografia popolare come vittoria del metodo sulla romantica inefficienza britannica, merita anche una correzione: Scott aveva obiettivi scientifici reali e li perseguì con una serietà che la spedizione di Amundsen non aveva. I campioni geologici che Wilson, Bowers e Cherry-Garrard trascinarono fino alla fine — trovati con i corpi, a undici miglia dall'ultimo deposito — dimostrano che la spedizione Scott stava ancora raccogliendo dati mentre moriva. C'è una grandezza in questo che non può essere ridotta alla colpa di aver scelto i pony invece dei cani.


 
XVII
 
XVII · L'eredità

Perché Amundsen
non smette di insegnare

Amundsen è una figura che resiste alla semplificazione, e questa resistenza è probabilmente la fonte principale del suo fascino duraturo. Non è un eroe romantico — non cerca il sublime, non cerca la morte gloriosa, non si commuove sul proprio destino. Non è un santo laico — ha ingannato, ha litigato, ha avuto torto su Nobile con una violenza verbale che fa ancora specie. Non è un puro tecnico — ha coraggio fisico reale, ha sopportato il gelo e la fame e la solitudine del pack con la stessa equanimità con cui pianificava le razioni.

La sua eredità nella storia delle esplorazioni polari è assoluta: il Passaggio a Nord-Ovest rimane uno dei più grandi traguardi geografici della storia marittima; il Polo Sud fu raggiunto il 14 dicembre 1911 e nessuno può togliergli quella data. La stazione antartica norvegese al Polo Sud si chiama Amundsen-Scott — unione postuma e ironica dei due rivali, nel luogo stesso dove si incontrarono per la prima e ultima volta attraverso una bandiera e una lettera.

Il metodo Amundsen — preparazione totale, rispetto dell'ambiente, apprendimento dai saperi locali, accettazione del rischio calcolato — è diventato un modello per l'esplorazione moderna, l'alpinismo estremo, la gestione di progetti in condizioni difficili. Libri di management citano la spedizione antartica come esempio di project management eccellente. Non è un complimento che Amundsen avrebbe particolarmente apprezzato, probabilmente. Ma è un tipo di immortalità.

La lezione più duratura è forse la più scomoda per il gusto contemporaneo: che nei luoghi veramente estremi, la sopravvivenza non dipende dall'intensità dell'emozione o dalla forza della volontà, ma dalla qualità del pensiero che precede l'azione. Il ghiaccio non perdona il sentimentalismo. Non è una metafora — è una descrizione letterale di ciò che accadde a chi portò i pony in Antartide e di chi portò i cani.


 
XVIII
 
XVIII · Conclusione

Il Mare di Barents,
vuoto e grigio

Il Mare di Barents, nel giugno del 1928, era quello che era sempre stato: freddo, grigio, indifferente. Non aveva aspettato Amundsen né lo aveva cercato. Le onde che portarono via il Latham 47 erano le stesse onde che avevano visto passare la Gjøa, la Fram, i Dornier del 1925. Il mare non registra i nomi di chi lo attraversa.

Ma noi sì. E il nome di Roald Amundsen porta con sé un paradosso che la storia delle esplorazioni non risolve facilmente: fu l'uomo più efficiente nella conquista dei poli, e la sua ultima impresa fu il tentativo — fallito, e lui lo sapeva probabile — di salvare qualcuno che aveva insultato in pubblico, con cui aveva litigato, che considerava un avversario. Non ci sono interpretazioni semplici per questo finale. Non è la redenzion del villain né il gesto eroico dell'eroe. È qualcosa di più umano e più oscuro: un uomo che si comporta bene proprio nel momento in cui non aveva motivi particolarmente ovvi per farlo.

Roald Amundsen passò la vita a raggiungere luoghi che nessuno aveva toccato prima. Ma il suo ultimo viaggio fu verso qualcuno da salvare. Nel pack artico, dove tutto conta e niente è gratuito, questo dice qualcosa sul tipo di uomo che era — qualcosa che i record geografici, da soli, non riescono a dire.

Esploratori e figure di frontiera · Dossier biografici

Roald Amundsen (1872–1928) · Polo Sud, 14 dicembre 1911

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