Paolo Gorini lo scienziato lodigiano che sfidò la morte
La nebbia sale dall'Adda e si posa sui tetti come una seconda pelle. Nelle strade strette del centro, tra il Broletto e la cattedrale, la città si sveglia con i rumori di sempre: i carri, le botteghe, le campane. Ma c'è un uomo che a quell'ora ha già lavorato per ore, chiuso in un ex convento diventato laboratorio, tra fornelli, alambicchi, sali minerali e resti umani disposti con la cura ossessiva di chi li considera non spoglie da compiangere, ma materia da capire.
È alto, magro, avvolto in un pastrano lungo che i concittadini riconoscono da lontano. Ha insegnato fisica e scienze naturali ai ragazzi del liceo comunale, ha scritto trattati sull'origine dei vulcani, ha discusso di geologia con le accademie di mezza Italia. Eppure quando lo incrociano per strada, molti lodigiani abbassano la voce, o accelerano il passo, o si fanno il segno della croce. Lo chiamano il mago di Lodi. Lui non li corregge: sa che la parola magia è, per la sua epoca, il modo più semplice di dire "scienza che non si capisce ancora".
Questa è la storia di Paolo Gorini — uno degli uomini più singolari e meno raccontati della scienza italiana dell'Ottocento.
In questo speciale
- Lodi, Ottocento: una città davanti alla modernità
- Il professore, il patriota, lo scienziato
- Geologia, vulcani e materia: la scienza prima della leggenda
- La conservazione dei corpi: conoscenza, anatomia, limite umano
- Il "mago di Lodi": quando la scienza diventa inquietudine popolare
- Giuseppe Mazzini e il corpo dell'apostolo del Risorgimento
- Il forno crematorio goriniano e la modernità della morte
- La Collezione Anatomica: un museo della materia e della memoria
- Il lascito di Gorini: scienza, corpo, tempo
- Conclusione: l'uomo che volle fermare la dissoluzione
I.Lodi, Ottocento: una città davanti alla modernità
Per capire Paolo Gorini bisogna prima capire la città che lo accolse, lo tollerò, lo ammirò e infine lo pianse: una Lodi che nell'Ottocento non era ancora la piccola capitale del formaggio e dell'agricoltura industriosa che sarebbe diventata, ma un centro di provincia sospeso fra mondi diversi. C'era la Lodi ecclesiastica, fatta di conventi, canonici, prediche domenicali e un episcopato che guardava con crescente sospetto le novità scientifiche. C'era la Lodi patriottica, che negli anni Trenta e Quaranta cominciava a respirare l'aria del Risorgimento, fra circoli di lettura clandestini, giornali proibiti e speranze di indipendenza. E c'era, timidamente, una Lodi positivista: quella dei licei comunali, dei gabinetti di fisica, delle prime società scientifiche, dove si discuteva di Lavoisier e di Lyell con lo stesso fervore con cui altrove si discuteva di Mazzini e di Cavour.
In questa città a tre velocità arrivò, nel 1834, un giovane laureato in matematica e fisica, orfano di padre da quasi un decennio, con un curriculum ambizioso e poche referenze mondane. Lodi non era la sua patria di nascita — era nato a Pavia — ma sarebbe diventata la sua patria di elezione, il luogo dove avrebbe insegnato, sperimentato, sofferto, ottenuto fama internazionale e infine, in povertà, sarebbe morto. Fra le due date, mezzo secolo di storia italiana: le Cinque Giornate di Milano, le guerre d'indipendenza, l'Unità, la Destra e la Sinistra storica, il dibattito acceso fra scienza e religione che avrebbe attraversato l'intero secolo.
Gorini non fu un protagonista di piazza. Non impugnò armi, non guidò cospirazioni. Ma la sua biografia intellettuale è inseparabile da quella temperie: uomo di scienza laica in una città di tradizione clericale, patriota per simpatia e per amicizie più che per azione diretta, sperimentatore che credeva — come molti della sua generazione — che il progresso scientifico fosse anche un atto civile, un contributo alla costruzione di un'Italia moderna, razionale, emancipata dalla superstizione. È in questo doppio registro, fra laboratorio e patria, che va letta l'intera sua parabola.
II.Il professore, il patriota, lo scienziato
Paolo Giuseppe Antonio Enrico Gorini nacque a Pavia il 28 gennaio 1813, figlio di Giovanni Gorini, professore di matematica elementare all'Università di Pavia, e di Martina Pelloli, di origini lodigiane. L'infanzia fu segnata precocemente dal lutto: nel 1825, quando Paolo aveva dodici anni, il padre morì travolto da una carrozza. Fu il tutore, un certo Scannini, a orientare il ragazzo verso lo studio della geologia e della vulcanologia — passioni che sarebbero rimaste centrali per tutta la vita, anche quando la fama pubblica lo avrebbe ricondotto quasi esclusivamente al tema della conservazione dei corpi.
Gorini si formò al collegio Ghislieri di Pavia, dove il corso di laurea prevedeva, al terzo anno, alcuni rudimenti di medicina: un dettaglio che si rivelerà tutt'altro che secondario nella sua traiettoria. Si laureò in matematica e fisica, discipline che restarono il nucleo della sua identità professionale anche quando il pubblico avrebbe preferito vedere in lui soltanto il "pietrificatore".
Il 25 giugno 1834 Gorini inviò da Pavia alla Congregazione Municipale di Lodi la propria candidatura per la supplenza della cattedra di Fisica e Storia Naturale del Liceo Comunale. Il documento, conservato negli archivi lodigiani, è la prima traccia diretta del legame fra lo scienziato e la città che lo avrebbe adottato: un "umile sottoscritto", come si definì lui stesso, che di lì a pochi anni sarebbe diventato uno dei nomi più discussi d'Italia.
A Lodi, Gorini insegnò fisica e scienze naturali, si inserì nella vita culturale cittadina, strinse amicizie destinate a pesare sulla sua biografia — su tutte quella con Gaetano Pini, medico e futuro protagonista del movimento cremazionista milanese, e con Agostino Bertani, chirurgo garibaldino e figura di primo piano del repubblicanesimo mazziniano. Fu proprio attraverso questi legami che Gorini si trovò, senza mai essere un cospiratore in prima persona, dentro la rete di relazioni della sinistra risorgimentale e post-unitaria: un mondo laico, anticlericale, spesso vicino alla massoneria, che vedeva nella scienza uno strumento di emancipazione civile tanto quanto nella politica.
"Un fisico naturalista, un filosofo che credeva nella natura buona, nel miglioramento del popolo, nella pace perpetua, nella protezione degli animali e nell'igiene sociale."— definizione di un pronipote di Gorini, citata da Giuseppe Cesare Abba
Le conseguenze politiche delle Cinque Giornate di Milano del 1848 e la successiva repressione austriaca attraversarono anche la provincia lodigiana, alimentando sospetti verso chiunque frequentasse ambienti liberali o mostrasse simpatie per l'indipendenza. Gorini, pur non essendo un cospiratore attivo, visse quella stagione da uomo schierato culturalmente: la sua rete di amicizie, la sua fama di libero pensatore, il suo distacco dalle pratiche religiose ufficiali lo resero, agli occhi della Lodi ecclesiastica, una figura sospetta ben prima che diventasse celebre per i suoi esperimenti sui cadaveri.
Negli anni successivi all'Unità, mentre l'Italia si consolidava come stato, Gorini consolidò la propria fama scientifica: pubblicazioni sull'origine dei vulcani, conferenze, riconoscimenti dall'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Ma proprio quando il nome cominciava a varcare i confini regionali, la sua traiettoria si sarebbe intrecciata per sempre con un episodio che lo avrebbe reso, insieme, celebre e controverso: la conservazione della salma di Giuseppe Mazzini, di cui parleremo diffusamente più avanti.
Morì a Lodi il 2 febbraio 1881, in condizioni economiche modeste, dopo una vita interamente dedicata alla ricerca sperimentale. Per sua stessa volontà fu cremato — coerente fino all'ultimo con l'idea che aveva difeso per decenni contro l'ostilità della Chiesa lodigiana e di buona parte dell'opinione pubblica cattolica.
III.Geologia, vulcani e materia: la scienza prima della leggenda
Ridurre Paolo Gorini al solo tema della pietrificazione dei cadaveri significa fraintendere profondamente la natura della sua ricerca. Prima di essere il "mago" che manipolava i morti, Gorini fu — per formazione, per vocazione e per pubblicazioni — un fisico e un geologo, interessato a una domanda che agitava l'intera comunità scientifica ottocentesca: come si forma la materia del pianeta? Da dove vengono le montagne, i vulcani, le rocce?
Fu proprio la geologia, non l'anatomia, la via che condusse Gorini verso i suoi celebri esperimenti sulla conservazione dei tessuti organici. Come avrebbe scritto lui stesso — nel 1837, poi nel 1851 e ancora nel 1871, nei monumentali Sull'origine delle montagne e dei vulcani e Sull'origine dei vulcani: studio sperimentale — il suo interesse primario era la trasformazione della materia inorganica: la formazione delle rocce, i processi di solidificazione, l'azione del calore e delle sostanze chimiche sulla struttura dei minerali. Gorini costruì forni sperimentali, riprodusse in laboratorio condizioni analoghe a quelle vulcaniche, tentò di ricreare artificialmente processi geologici che la natura impiegava millenni a compiere.
Gorini si inserì nel filone di pensiero noto come plutonismo, la corrente geologica che attribuiva al calore interno della Terra — e non solo all'azione dell'acqua, come sostenevano i nettunisti — il ruolo primario nella formazione delle rocce. I suoi esperimenti di fusione e solidificazione artificiale di minerali, condotti in forni costruiti da lui stesso, gli valsero attenzione e corrispondenza con l'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere.
È in questo laboratorio di studio della materia inorganica che maturò l'idea centrale della sua intera carriera: se il calore e certe sostanze chimiche potevano trasformare la struttura di un minerale, rendendolo più stabile, più duro, più resistente al tempo, perché lo stesso principio non poteva essere applicato — con le dovute cautele — alla materia organica? Perché un corpo, sottoposto a un trattamento chimico appropriato, non poteva essere sottratto al proprio destino di decomposizione, così come una roccia veniva sottratta all'erosione?
Va detto con chiarezza, per evitare ogni fraintendimento: questo non era, nella testa di Gorini, un capriccio gotico o una fantasia da romanzo. Era il tentativo, tipicamente ottocentesco, di applicare il metodo sperimentale a un territorio che fino ad allora era stato dominio quasi esclusivo della teologia e della tradizione: il destino della carne dopo la morte. In un'epoca in cui la scienza sembrava capace di spiegare l'origine delle specie, la composizione delle stelle, la natura dell'elettricità, sembrava naturale — a molti scienziati laici del tempo, non solo a Gorini — che anche il processo di decomposizione potesse essere compreso, rallentato, forse persino invertito nei suoi effetti visibili.
Gorini non cercava di sconfiggere la morte. Cercava di capire, con gli strumenti della chimica e della fisica, perché la materia organica si dissolve — e se quella dissoluzione fosse davvero, come credeva la tradizione, un processo ineluttabile e incomprensibile.
IV.La conservazione dei corpi: conoscenza, anatomia, limite umano
Occorre collocare con precisione storica il tema che più di ogni altro ha reso Paolo Gorini una figura controversa: la conservazione e la preparazione anatomica dei corpi umani. Nell'Ottocento, prima dell'avvento della moderna refrigerazione e delle tecniche imbalsamatorie industriali, la conservazione dei cadaveri era un problema pratico urgente, con implicazioni mediche, didattiche, igieniche e culturali. Le facoltà di medicina avevano bisogno di preparati anatomici stabili per l'insegnamento; le famiglie facoltose desideravano talvolta conservare le spoglie dei propri cari; la scienza forense muoveva i primi passi; l'igienismo urbano, in piena espansione, si interrogava su come gestire in modo più sicuro la sepoltura in un'epoca di crescita demografica e di crescente attenzione alle epidemie.
In questo contesto, Gorini non fu un caso isolato. Nella prima metà del secolo, in Italia, altri sperimentatori avevano affrontato lo stesso problema con metodi diversi: Girolamo Segato, il naturalista veneto celebre per le sue tecniche di "pietrificazione" dei tessuti, aveva già suscitato ammirazione e sconcerto decenni prima di Gorini. Contemporanei come Efisio Marini e Gianbattista Messedaglia lavoravano, parallelamente, su tecniche affini. Tutti condividevano una caratteristica: la segretezza delle proprie formule, difese come un capitale professionale e come garanzia di unicità del proprio lavoro. Gorini si inserì in questa tradizione di ricercatori solitari, ciascuno custode di un procedimento mai reso pienamente pubblico.
Solo nel 2005 lo studioso Alberto Carli, conservatore della Collezione Anatomica "Paolo Gorini", ha rintracciato e pubblicato alcune delle formule segrete dello scienziato, svelando in parte il mistero dei suoi preparati. Il procedimento, complesso, lungo e costoso, prevedeva l'iniezione — a partire dalla vena e dall'arteria femorale del cadavere esangue — di una soluzione a base di bicloruro di mercurio e muriato di calce: sostanze tossiche ma, evidentemente, straordinariamente efficaci nel sostituire i fluidi organici e conferire ai tessuti una consistenza minerale.
La prima preparazione a corpo intero realizzata da Gorini riguardò Pasquale Barbieri, un giovane lodigiano morto nel 1843: un episodio che lo stesso scienziato racconta nella propria Autobiografia come il momento di passaggio dagli esperimenti geologici a quelli sulla materia organica umana. Da lì, nel corso di quasi quarant'anni, Gorini avrebbe realizzato centinaia di preparati — a secco e per pietrificazione — su corpi umani e animali, spesso di persone povere o indigenti il cui destino post mortem non aveva altra destinazione se non lo studio anatomico.
È qui che il racconto storico deve procedere con particolare cura e rispetto. I preparati goriniani non nascevano da un impulso macabro, ma si inserivano — con la sensibilità dell'epoca, assai diversa dalla nostra — in una prassi scientifica e didattica consolidata: la preparazione anatomica come strumento di conoscenza del corpo umano, delle sue patologie, delle sue variazioni. Nella collezione compaiono casi di cifoscoliosi, di morbo di Pott (conseguenza della tubercolosi ossea), di polidattilia, di ernie e tumori: patologie un tempo diffuse e oggi quasi scomparse in Occidente, di cui i preparati costituiscono ancora oggi una fonte di studio per la storia della medicina.
Il metodo goriniano, come detto, non richiedeva condizioni particolari di conservazione: i preparati potevano restare esposti all'aria aperta, senza le teche sigillate o i liquidi conservanti richiesti da altre tecniche coeve — un dettaglio tecnico che, agli occhi dei contemporanei, contribuì non poco all'aura di prodigio quasi alchemico che circondava lo scienziato lodigiano.
V.Il "mago di Lodi": quando la scienza diventa inquietudine popolare
Il soprannome con cui Gorini è ancora oggi ricordato — "il mago di Lodi" — non nacque come un'etichetta scherzosa o affettuosa nel senso moderno del termine. Nacque dalla difficoltà, tutta ottocentesca, di collocare un uomo che lavorava con il fuoco, i sali, i corpi morti e le formule segrete, in una società che non aveva ancora gli strumenti concettuali per distinguere con nettezza fra scienza avanzata e pratica misteriosa.
Le fonti dell'epoca restituiscono un ritratto vivido, a tratti quasi letterario, dell'uomo Gorini: alto, magro, avvolto in un lungo pastrano, capace — secondo un aneddoto tramandato — di scansarsi contro il muro quando incontrava di notte un passante vivo, "con quella stessa paura che avrebbe avuta quel vivo alla vista di un morto". Visse per lunghi periodi praticamente in convivenza con i propri preparati, in un ex monastero lodigiano trasformato in laboratorio, dove — secondo le testimonianze raccolte dall'amico scrittore Carlo Dossi, esponente di spicco della Scapigliatura milanese — teneva resti anatomici perfino nella propria camera da letto.
"Cadaveri e cadaverini — covate di cagnolini — teste imbalsamate su busti di gesso [...] Gorini convisse coi soli morti per dei mesi di seguito."— Carlo Dossi, Note Azzurre
Fu proprio Dossi, amico intimo e ammiratore di Gorini, a lasciare le testimonianze più ricche sulla sua figura, tanto da progettare — senza mai portarlo a compimento — un'opera interamente dedicata a lui, che avrebbe voluto intitolare Goriniana. Nelle sue pagine, lo scienziato lodigiano appare come una figura sospesa fra il grottesco e il sublime: un uomo che la Scapigliatura, movimento letterario affascinato dal macabro, dalla morte, dalla dissoluzione dei confini fra vita e materia, riconobbe come una sorta di nume tutelare involontario.
Ma accanto all'ammirazione degli intellettuali laici e progressisti, cresceva parallela l'ostilità della Chiesa. Nel 1851 la rivista cattolica L'Amico Cattolico lo bollò come "pirronista e materialista". Nel 1863 le monache di Sant'Anna gli rifiutarono la permanenza nell'edificio in cui abitava. Nel 1882, appena un anno dopo la sua morte, si opposero perfino alla proposta della Giunta municipale di apporre sullo stesso edificio una lapide commemorativa. Fra i detrattori scientifici, spicca il nome di Paolo Mantegazza, celebre medico e antropologo fiorentino, che guardava con scetticismo alle pratiche goriniane.
Il "mago di Lodi", dunque, non fu soltanto un soprannome popolare nato dalla superstizione contadina. Fu il sintomo di una frattura più ampia, che attraversava l'intera società ottocentesca: la difficoltà di distinguere, in un'epoca di rapidissima trasformazione scientifica, fra ciò che era razionale e verificabile e ciò che restava, agli occhi della maggioranza, indistinguibile dalla magia. Gorini si trovò, suo malgrado, a incarnare quella frattura: rispettato negli ambienti accademici e liberali, temuto e frainteso in quelli popolari e clericali.
VI.Giuseppe Mazzini e il corpo dell'apostolo del Risorgimento
Nessun episodio, nella biografia di Paolo Gorini, ebbe risonanza pubblica paragonabile alla vicenda della salma di Giuseppe Mazzini. Per comprenderla occorre innanzitutto ricordare chi fosse, per l'Italia del 1872, l'uomo appena scomparso: il padre ideale del Risorgimento repubblicano, fondatore della Giovine Italia, teorico dell'unità nazionale come missione morale prima ancora che politica, esule per gran parte della vita, figura venerata da un intero movimento che nella sua morte vide non solo un lutto personale, ma una crisi identitaria collettiva.
Mazzini morì a Pisa il 10 marzo 1872, nella casa della famiglia Rosselli che lo ospitava sotto falso nome. La notizia si diffuse rapidamente, e attorno alla salma si radunò da subito una folla di seguaci, esponenti del movimento repubblicano e figure di primo piano della massoneria progressista — fra cui Agostino Bertani, Adriano Lemmi ed Ernesto Nathan. Fu proprio Bertani, amico di lunga data di Gorini, a inviare un telegramma urgente allo scienziato lodigiano nella notte fra il 10 e l'11 marzo, chiedendogli di raggiungere immediatamente Pisa per intervenire sulla salma.
Va chiarito, con la precisione che la storiografia più recente ha restituito alla vicenda, un punto spesso frainteso: Gorini stesso non sostenne mai di aver "pietrificato" Mazzini nel senso pieno del suo metodo. Essendo il decesso avvenuto già da due giorni al suo arrivo, l'intervento iniziale fu — nelle sue stesse parole — una "disinfezione" volta ad arrestare il processo di decomposizione già in corso, non l'applicazione integrale della tecnica sperimentata su altri corpi giunti nelle sue mani in condizioni più favorevoli. Solo successivamente, a Genova, poté procedere a un trattamento più approfondito.
La vicenda ebbe anche un risvolto meno noto e più inquietante: durante il trasporto della salma verso Genova, versò nella bara — prima ancora della partenza — una soluzione disinfettante e aromatica la cui dispersione durante il viaggio alimentò voci, non del tutto infondate, su un'operazione compromessa. Le testimonianze dell'epoca, raccolte da Carlo Dossi nel racconto diretto di Gorini, descrivono condizioni difficili: un corpo giunto "in istato di avanzatissima putrefazione", su cui lo scienziato lavorò "alacremente tutta la notte".
Contrariamente a quanto sperato dai repubblicani, che avrebbero voluto esporre ogni anno la salma dell'apostolo, il tentativo di conservazione permanente fallì nella sua ambizione dichiarata — ma non del tutto nei fatti, come avrebbe dimostrato, settantaquattro anni più tardi, la riesumazione del 1946.
L'episodio, al di là del suo esito tecnico ambivalente, ebbe un impatto enorme sulla fama di Gorini. Da scienziato noto negli ambienti accademici lombardi, divenne in pochi mesi una figura di rilievo nazionale — ma il prezzo di quella notorietà fu un'immagine sempre più ambigua, sospesa fra l'ammirazione per l'uomo capace di "trattenere" il corpo del più venerato patriota italiano, e l'inquietudine per un mestiere che pochi, fuori dagli ambienti scientifici, sapevano davvero comprendere. Non è un caso che proprio dopo il caso Mazzini il soprannome "mago di Lodi" si diffuse ben oltre i confini della provincia lodigiana.
VII.Il forno crematorio goriniano e la modernità della morte
Se la conservazione dei corpi rappresentò la prima grande ossessione scientifica di Gorini, la loro distruzione controllata attraverso il fuoco fu, paradossalmente, la seconda — e le due ricerche, lungi dal contraddirsi, nascevano dalla medesima domanda di fondo: come intervenire, con metodo scientifico, sul destino della materia organica dopo la morte?
Il contesto in cui maturò l'interesse di Gorini per la cremazione fu quello del dibattito igienista che attraversò l'Europa nella seconda metà dell'Ottocento. Le città crescevano, i cimiteri tradizionali si affollavano, le epidemie di colera avevano reso evidente il rischio sanitario di una gestione inadeguata dei corpi. In questo clima, la cremazione cominciò a essere proposta — da medici, scienziati e riformatori laici — come alternativa più igienica, più economica e più razionale alla sepoltura tradizionale, incontrando naturalmente la ferma opposizione della Chiesa cattolica, per cui la distruzione del corpo contrastava con il dogma della resurrezione della carne.
Il primo impulso pubblico venne dal caso dell'industriale milanese Alberto Keller, morto nel 1874, che aveva espresso per testamento la volontà di essere cremato e aveva incaricato il professor Giovanni Polli di realizzare il progetto. Il 22 febbraio 1876, nel Cimitero Monumentale di Milano, venne inaugurato il primo tempio crematorio d'Italia — un forno progettato da Polli e dall'ingegnere Celeste Clericetti, alimentato a gas illuminante. Gorini assistette a quella cerimonia: fu lì, osservando i limiti tecnici di un impianto complesso, delicato e costoso, che maturò l'idea di un sistema alternativo, più semplice ed efficiente.
Nel forno ideato da Gorini, la salma — distesa su un graticcio — veniva fatta scorrere all'interno della camera di combustione su rotelle. Una volta chiuso il forno, veniva investita orizzontalmente, dalla testa ai piedi, dalle fiamme generate da una fornace a legna posta dietro e sotto il capo. Il fumo scendeva prima sotto i piedi della salma, poi risaliva nel camino, dove una seconda piccola fornace ne bruciava ogni residuo. Il combustibile era costituito da fascine di pioppo o altra legna dolce, secondo il principio della fiamma indiretta: circa due quintali di legna per una durata di circa due ore.
Il sistema, perfezionato nel 1876 e realizzato concretamente nel 1877 nel cimitero della frazione lodigiana di Riolo — da cui il nome di Crematorio lodigiano o goriniano — si distingueva per semplicità costruttiva ed economicità di esercizio, in netto contrasto con il macchinoso impianto Polli-Clericetti, che nei primi esperimenti aveva dato risultati tecnicamente insoddisfacenti. Il metodo Gorini fu in seguito adottato, in sostituzione del sistema originario, proprio nel Tempio Crematorio del Monumentale di Milano, e si diffuse ben oltre i confini italiani: crematori costruiti secondo il suo principio furono installati a Londra, a Bombay e perfino in Giappone, mentre in Italia continuarono a funzionare, sia pure con successive modifiche, fino agli anni Settanta del Novecento.
Il riconoscimento più duraturo di questo lavoro si trova ancora oggi inciso nel Tempio Crematorio del Cimitero Monumentale di Milano, dove un'epigrafe bronzea, opera dello scultore Giuseppe Grandi, ricorda Gorini come "filosofo della natura che, rinnovando il senno antico, restituiva a salute e decoro delle genti la cremazione".
Fra pietrificazione e cremazione non c'era, nella mente di Gorini, una contraddizione, ma due facce dello stesso problema: la materia organica, dopo la morte, poteva essere trattenuta oppure dissolta — ma in entrambi i casi doveva essere governata dalla scienza, non abbandonata al caso della decomposizione naturale.
La battaglia per la cremazione, va ricordato, non fu solo tecnica ma profondamente civile: si scontrava con un impianto giuridico che non la contemplava, con un'opposizione ecclesiastica organizzata (memorabile il pamphlet del sacerdote Giacomo Scurati, Se sia lecito abbruciare i morti), e con la diffidenza di larghi settori della popolazione. Solo nel 1888, sette anni dopo la morte di Gorini, la legge sull'igiene e sanità pubblica del Regno avrebbe finalmente legittimato la pratica su tutto il territorio nazionale, obbligando i Comuni a cedere gratuitamente le aree necessarie alla costruzione dei crematori.
VIII.La Collezione Anatomica: un museo della materia e della memoria
Ciò che oggi permette di misurare l'intera portata dell'opera di Gorini non è soltanto la documentazione d'archivio, ma un luogo fisico: la Collezione Anatomica "Paolo Gorini", oggi conservata nell'antico Ospedale Vecchio di Lodi. Raccoglie una parte significativa dei preparati anatomici umani e animali realizzati dallo scienziato fra il 1834 e il 1881: pezzi a secco, pietrificazioni a corpo intero, sezioni destinate a documentare patologie, malformazioni, casi clinici di rilievo per la medicina del tempo.
Non è, e non va presentata, come un museo dell'orrore o una collezione di curiosità macabre. È, prima di tutto, un documento storico di straordinaria importanza per la storia della medicina, dell'anatomia patologica e della cultura scientifica ottocentesca: uno dei pochi luoghi in Europa dove è possibile osservare direttamente, e non solo attraverso testi e illustrazioni, l'evoluzione delle tecniche di preparazione anatomica di un secolo che vide nascere la medicina moderna.
Vi si conservano, fra gli altri, la pietrificazione di Pasquale Barbieri (1843), la prima preparazione a corpo intero di Gorini; casi di cifoscoliosi, morbo di Pott, polidattilie ed ernie, testimonianza di patologie oggi rare in Occidente; una riproduzione della maschera funeraria realizzata sul volto di Giuseppe Mazzini durante le operazioni di conservazione del 1872-74; e i resti dello scrittore scapigliato Giuseppe Rovani, pietrificato da Gorini nel 1874 e considerato, secondo diverse testimonianze dell'epoca, il risultato tecnicamente più riuscito fra tutti i suoi preparati.
Il museo, aperto al pubblico grazie a un lascito testamentario dello stesso Gorini che destinò il proprio laboratorio a questa funzione, è un luogo che richiede al visitatore una disposizione d'animo particolare: non la curiosità morbosa che talvolta lo circonda nell'immaginario popolare, ma la capacità di confrontarsi con la fragilità della carne, con il desiderio umano di conoscenza, e con il confine sottile — mai del tutto risolto, né allora né oggi — fra scienza, morte e memoria.
Negli ultimi anni la collezione è stata oggetto di un rinnovato interesse scientifico. Dal 2025 un'équipe multidisciplinare — comprendente entomologi forensi, esperti di imaging radiologico e chimici dei materiali, coordinata con il contributo dell'Università dell'Insubria e della Pro Loco di Lodi nell'ambito del progetto Under the Skin — sta studiando i preparati con tecniche diagnostiche non invasive, nel duplice intento di comprendere meglio le formule impiegate da Gorini e di restituire, per quanto possibile, un'identità storica alle persone i cui corpi furono trasformati in preparati scientifici.
La Collezione Gorini non è un cimitero di curiosità. È un archivio di carne e di storia, dove ogni preparato porta il doppio segno di una vita realmente vissuta e di un'ambizione scientifica che tentò — con i mezzi e i limiti del proprio tempo — di rispondere a una delle domande più antiche dell'uomo.
IX.Il lascito di Gorini: scienza, corpo, tempo
Che cosa resta, oggi, dell'opera di Paolo Gorini? La risposta più immediata — i preparati anatomici, il forno crematorio, i trattati di geologia — è vera ma parziale. Ciò che sopravvive con maggiore forza, a un secolo e mezzo di distanza, è un atteggiamento intellettuale: la convinzione, tipicamente positivista ma vissuta da Gorini con un'intensità quasi ossessiva, che nessun fenomeno naturale — nemmeno il più temuto, nemmeno la decomposizione del corpo umano — dovesse restare sottratto all'indagine sperimentale.
Gorini incarnò, forse più di ogni altro scienziato italiano del suo secolo, la tensione fra due mondi che l'Ottocento visse come inconciliabili e che oggi la storia della scienza restituisce invece come profondamente intrecciati: il laboratorio e il cimitero, la razionalità sperimentale e l'immaginario popolare, la fiducia positivista nel progresso e la persistente, ineliminabile paura umana di fronte alla morte. Non scelse mai, con nettezza, uno dei due poli. Visse — e lavorò — proprio nella zona di frizione fra i due.
Il suo contributo alla causa cremazionista, spesso oscurato dalla fama più sensazionalistica legata alla pietrificazione, fu in realtà quello con l'impatto pratico più duraturo: un forno che, nella sua semplicità tecnica, permise la diffusione della cremazione moderna ben oltre i confini italiani, contribuendo a un cambiamento culturale — la progressiva accettazione sociale della cremazione come pratica igienica e civile — che avrebbe richiesto decenni per completarsi, ma che porta ancora oggi, nella sua genealogia tecnica, il segno del "metodo Gorini".
Sul piano più propriamente scientifico, il suo lascito è più controverso. La segretezza delle formule, la mancanza di una piena divulgazione metodologica secondo gli standard che la scienza moderna avrebbe imposto, la commistione fra ricerca e spettacolarizzazione pubblica dei propri risultati — penso alle esposizioni dei preparati, alla stessa vicenda Mazzini — collocano Gorini in una posizione ambigua rispetto alla scienza accademica del suo tempo: rispettato per la serietà degli studi geologici, guardato con maggiore cautela per le pratiche anatomiche, mai davvero integrato nei circuiti universitari ufficiali nonostante la corrispondenza con l'Istituto Lombardo.
X.Conclusione: l'uomo che volle fermare la dissoluzione
Alla fine di questo percorso, la domanda che si impone non è se Gorini fosse un genio o un visionario, un benefattore della scienza o un manipolatore inquietante della materia umana. È una domanda più semplice, e proprio per questo più difficile: che cosa cercava, davvero, quest'uomo che passò cinquant'anni a osservare da vicino il momento in cui la vita smette di essere vita e diventa altro?
La risposta più onesta è che Gorini non cercava di sconfiggere la morte — nessuna delle sue fonti autografe suggerisce un'ambizione così ingenua o così mistica. Cercava di sottrarla, per quanto possibile, al mistero: di trasformarla da evento incomprensibile e temuto in oggetto di studio, di misura, di intervento tecnico. In questo, fu figlio perfetto del suo secolo: quello che credette, forse con eccessivo ottimismo, che la ragione sperimentale potesse illuminare ogni angolo buio dell'esperienza umana, compreso quello più oscuro di tutti.
L'ultima materia
Paolo Gorini non va ricordato soltanto per i corpi pietrificati che riposano ancora oggi nell'antico Ospedale Vecchio di Lodi, né soltanto per il forno che portò il suo nome in mezzo mondo. Va ricordato perché seppe incarnare, con una radicalità che pochi altri scienziati italiani dell'Ottocento raggiunsero, una delle grandi ossessioni del secolo positivista: il sogno di leggere, comprendere e — nei limiti concessi dalla tecnica del tempo — trattenere la materia proprio nell'istante in cui essa sfugge alla vita.
Fu un uomo solo, incompreso da molti, ammirato da pochi, temuto da tanti. Morì povero, in una città che non gli aveva mai risparmiato la diffidenza, ma che oggi — attraverso il museo che porta il suo nome — ne custodisce la memoria con una cura che forse lui stesso, in vita, non avrebbe osato sperare.
Non un mago. Uno scienziato che, davanti al limite più antico dell'esperienza umana, scelse di non distogliere lo sguardo.
- Museo Paolo Gorini, Lodi — documentazione biografica e schede sulla Collezione Anatomica (museogorini.com)
- Sergio Luzzatto, La mummia della Repubblica. Storia di Mazzini imbalsamato, 1872–1946, Einaudi
- Alberto Carli (a cura di), Storia di uno scienziato. La collezione anatomica Paolo Gorini, Bolis
- Alberto Carli, Carlo Dossi e Paolo Gorini. Letteratura e scienza scapigliata, Rendiconti dell'Istituto Lombardo
- Paolo Gorini, Autobiografia, Roma, 1881
- Paolo Gorini, La conservazione della salma di Giuseppe Mazzini, Genova, 1873
- Provincia di Lodi Turismo — scheda ufficiale sulla Collezione Anatomica "Paolo Gorini"
- Federazione Italiana Cremazione — Storia della cremazione in Italia
- Comune di Milano — Cimitero Monumentale, Tempio Crematorio
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