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Publié par Angelo Marcotti

La Grande Implosione. Pierre Thuillier e la profezia del crollo dell'Occidente
Scripta Manent · Genealogie del crollo
La Grande Implosione

Pierre Thuillier e la profezia del crollo dell'Occidente

 
Trent'anni dopo, che cosa resta della più inquietante diagnosi sulla nostra civiltà?

Nell'anno 2081 un gruppo di storici riunito attorno a un imprecisato «Groupe de recherche sur la fin de la culture occidentale» si mette al lavoro su un caso che li ossessiona da tempo. Devono capire come sia stato possibile che una civiltà tecnicamente ineguagliata, capace di mandare sonde oltre l'orbita di Nettuno e di decifrare il codice genetico, si sia dissolta nel giro di pochi anni, tra il 1999 e il 2002, senza guerre atomiche, senza invasioni, quasi senza che i suoi stessi abitanti se ne accorgessero mentre accadeva. Consultano archivi incompleti, giornali ingialliti, rapporti economici, sondaggi d'opinione. Interrogano, per quanto è possibile farlo da un secolo di distanza, le tracce lasciate da uomini e donne che si consideravano moderni, razionali, al sicuro dentro il progresso. Alla fine mettono nero su bianco le loro conclusioni, provvisorie come tutte le conclusioni storiografiche, e le pubblicano.

Questo scenario non appartiene a un romanzo distopico scritto oggi, nell'epoca in cui la parola collasso è tornata di moda nei dibattiti pubblici occidentali. È l'ossatura narrativa di un libro uscito in Francia nel settembre 1995, per i tipi di Fayard: La grande implosion. Rapport sur l'effondrement de l'Occident, 1999-2002, dell'epistemologo e storico della scienza Pierre Thuillier. L'autore morì tre anni dopo la pubblicazione, il 29 settembre 1998, per un attacco cardiaco, senza fare in tempo a verificare che la data fatidica del 2002 sarebbe passata senza che l'Occidente fosse effettivamente imploso — o almeno, senza che fosse imploso nel modo plateale che il titolo del suo libro sembrava annunciare.

Da qui nasce la domanda che percorre l'intero dossier che segue, e che vale la pena porre senza fretta di risolverla: Pierre Thuillier si sbagliò sul futuro, oppure aveva capito qualcosa che continuiamo a non voler vedere?


Capitolo Primo

Lo scienziato che cominciò a dubitare della civiltà scientifica

Per capire da dove venga La grande implosione bisogna partire da un dato biografico che spiazza chi si aspetta un profeta di sventura, un polemista da salotto o un nostalgico anti-moderno: Pierre Thuillier non era né l'uno né l'altro. Nato nel 1932, agrégé ès lettres, insegnò per decenni epistemologia e storia delle scienze — prima a Paris X-Nanterre, poi a Paris VII-Diderot — e fu per un ventennio, dalla fondazione fino al 1994, caporubrica della rivista La Recherche, una delle testate di divulgazione scientifica più autorevoli di Francia. Il suo mestiere, in altre parole, consisteva nello spiegare la scienza al pubblico colto, non nel demolirla.

Proprio da questa posizione interna nasce però la sua critica più radicale. Chi frequenta per mestiere i laboratori, le riviste specialistiche, i congressi accademici, finisce per vedere da vicino qualcosa che il discorso pubblico sulla scienza tende a occultare: la fabbrica delle idee scientifiche non è mai stata il processo asettico e cumulativo che i manuali scolastici raccontano. Nei suoi saggi degli anni Settanta e Ottanta — Jeux et enjeux de la science (1972), Darwin et Cie (1981), L'aventure industrielle et ses mythes (1982), D'Archimède à Einstein: les faces cachées de l'invention scientifique (1988) — Thuillier ricostruisce pazientemente come le scoperte scientifiche nascano da un intreccio di intuizioni, pregiudizi, rivalità istituzionali, convenienze politiche ed errori fecondi, non da una marcia lineare verso la verità.

Questa ricostruzione non è ancora, di per sé, una condanna della scienza: è storia della scienza fatta con onestà. Ma da essa discende una seconda mossa, più insidiosa per l'autostima della modernità occidentale: se la scienza non è il prodotto puro di una ragione disincarnata, ma un'attività sociale situata in un tempo e in una cultura, allora anche l'idea che l'Occidente abbia trovato, con la scienza moderna, la chiave definitiva per comprendere e dominare la realtà comincia a vacillare. Thuillier insiste su un punto che attraversa tutta la sua opera precedente a La grande implosione: la scienza non è neutrale, non fluttua sopra la storia, ma è intrisa di mitologie proprie — il mito del progresso indefinito, il mito della razionalità pura, il mito della superiorità occidentale — che raramente vengono riconosciute come tali da chi le professa.

Un percorso per tappe
  • Anni Settanta: critica della pretesa neutralità della scienza, indagine sui meccanismi sociali della scoperta
  • Anni Ottanta: allargamento dello sguardo alla cultura industriale e ai suoi miti fondativi (L'aventure industrielle et ses mythes)
  • 1997: La revanche des sorcières, sul rapporto tra irrazionale e pensiero scientifico
  • 1995: La grande implosione, punto di arrivo in cui la critica della scienza si trasforma in critica della civiltà che su quella scienza ha costruito la propria identità

Da storico della scienza a diagnosta della civiltà occidentale il passo, per Thuillier, non è un salto arbitrario ma la conseguenza logica di una domanda che si era posto per tutta la carriera: che cosa succede a una cultura che affida la propria autocomprensione quasi interamente a un unico apparato di sapere — quello scientifico-tecnico — trattandolo come se fosse esente dai limiti, dagli errori e dalle cecità che caratterizzano ogni altra forma di conoscenza umana? La risposta implicita in La grande implosione è che una civiltà così costruita rischia di scoprire, quando è troppo tardi per correggere la rotta, che l'apparato su cui aveva scommesso tutto non era in grado di rispondere alle domande più importanti: perché vivere, come stare insieme, che cosa desiderare. Come storico della scienza arrivato a dubitare della civiltà scientifica, Thuillier non tradisce la propria disciplina: la porta fino alle sue conseguenze più scomode.


Capitolo Secondo

Un libro scritto nel 1995 che finge di provenire dal 2081

Il dispositivo narrativo scelto da Thuillier merita di essere descritto con cura, perché è lì che si gioca gran parte dell'efficacia del libro. La grande implosione si presenta come il rapporto finale — o meglio, come le «conclusioni provvisorie» — di un gruppo di ricerca che opera quasi un secolo dopo i fatti che descrive, incaricato di ricostruire come e perché la civiltà occidentale si sia dissolta tra il 1999 e il 2002. Il testo è costellato di riferimenti a documentazione d'archivio, a citazioni di giornali dell'epoca, persino a un immaginario «Professeur Dupin» che avrebbe vissuto a cavallo tra i due secoli e la cui voce funge, in filigrana, da alter ego dell'autore.

L'effetto di questo rovesciamento temporale è preciso e calcolato. Un saggio scritto in prima persona, che dicesse semplicemente «io, Pierre Thuillier, credo che l'Occidente sia in crisi profonda», si collocherebbe immediatamente in un genere familiare — il pamphlet, la geremiade intellettuale — e attiverebbe nel lettore gli anticorpi consueti: si può essere d'accordo o in disaccordo, ma resta un'opinione tra le altre. Presentando invece la crisi come un fatto storico già avvenuto, oggetto di studio filologico da parte di ricercatori del futuro, Thuillier costringe il lettore a un cambio di posizione che è insieme retorico e filosofico: per la durata della lettura, noi non siamo più i soggetti che giudicano il presente, ma i reperti che vengono giudicati.

È lo stesso spostamento di sguardo che uno storico applica normalmente a Roma, alla polis greca, alla cristianità medievale, alle civiltà mesoamericane: nessuno di quei mondi si percepiva, mentre esisteva, come una fase transitoria destinata a finire. Ogni civiltà tende a considerarsi il punto d'arrivo della storia, l'orizzonte oltre il quale non c'è altro da immaginare. Gli storici del futuro immaginati da Thuillier applicano all'Occidente della fine del Novecento esattamente lo stesso metodo — analisi delle fonti, ricostruzione dei sistemi di credenze, individuazione dei punti di rottura — che un romanista applica al tardo impero o un egittologo al declino del Nuovo Regno.

Costringere l'Occidente a pensarsi come una civiltà mortale: questa, più che una previsione, è l'operazione filosofica che il dispositivo narrativo di Thuillier compie sul lettore.

Va detto con chiarezza, perché è un equivoco che accompagna il libro fin dalla sua uscita: la finzione dei «ricercatori del 2081» non è un trucco di marketing per rendere più accattivante un saggio di sociologia della crisi. È lo strumento filosofico centrale dell'opera. Senza quel rovesciamento, senza quello sguardo dal futuro che tratta il presente come passato remoto, buona parte della forza persuasiva del libro andrebbe perduta, e resterebbe soltanto un'ennesima requisitoria contro i mali della modernità — un genere che l'Occidente pratica da almeno due secoli senza che ciò abbia mai comportato conseguenze irreversibili per la sua fiducia in se stesso.


Capitolo Terzo

1999-2002: profezia o provocazione?

Chiunque legga oggi il sottotitolo del libro — Rapporto sul crollo dell'Occidente 1999-2002 — è tentato di applicargli il metro più semplice e più fuorviante: ha funzionato o no come previsione? Nel 2002 l'Occidente non era affatto implosò. Le banche funzionavano, i parlamenti si riunivano, internet stava anzi entrando nella sua fase di massima espansione commerciale. Su questa base, buona parte della ricezione critica del libro — a partire dalle prime recensioni accademiche francesi, come quella pubblicata nel 1997 sulla rivista L'Homme et la société — ha liquidato l'opera come un esercizio di catastrofismo mancato, per quanto elegantemente scritto.

Questa lettura, tuttavia, prende alla lettera un dato che il libro stesso presenta come funzionale alla narrazione più che come previsione in senso stretto. Le date 1999-2002 hanno un ruolo drammaturgico preciso: creare un futuro sufficientemente vicino da inquietare il lettore del 1995 senza risultare così remoto da poter essere archiviato come fantascienza. Non diversamente da come Orwell colloca il proprio incubo totalitario nel 1984 — a soli trentasei anni dalla pubblicazione di 1984, nel 1949 — senza che nessun lettore serio abbia mai pensato che Orwell stesse formulando una previsione calendarizzata sull'arrivo del Grande Fratello.

Bisogna allora distinguere, con la precisione che la questione richiede, tra due operazioni intellettuali molto diverse tra loro: la previsione di eventi, che appartiene alla futurologia in senso tecnico e si presta a essere verificata o falsificata da un calendario, e la diagnosi di tendenze storiche, che identifica processi strutturali — l'erosione della fiducia nelle istituzioni, la subordinazione crescente della politica all'economia, la dipendenza sempre più stretta della vita quotidiana dalla tecnica — la cui traiettoria può essere colta con anticipo anche se il momento preciso della loro manifestazione acuta resta indeterminato.

Due modi di guardare al futuro

Previsione di eventi: enuncia che accadrà una cosa specifica, in un momento specifico, e viene giudicata vera o falsa in base al calendario. È il registro della futurologia da giornale, delle date tonde, delle scommesse verificabili.

Diagnosi di tendenze: individua una direzione di marcia — l'accelerazione dell'individualismo, la crescente autonomia della tecnica, la fragilità delle grandi narrazioni collettive — la cui conferma o smentita si misura su decenni, non su un anno preciso, e che resta parzialmente vera anche quando l'evento-simbolo che l'avrebbe dovuto certificare non si verifica.

Se si giudica La grande implosione soltanto sul primo registro, il libro ha torto: l'Occidente del 2002 non era crollato. Se lo si giudica sul secondo, la domanda diventa più interessante e meno liquidabile in una battuta: le tendenze che Thuillier descriveva — la subordinazione della politica al mercato, l'erosione dei legami comunitari, la crescente sfiducia nelle istituzioni rappresentative, la dipendenza tecnica come condizione permanente — si sono attenuate nei tre decenni successivi, oppure si sono aggravate? È a questa seconda domanda che il resto del dossier proverà a rispondere, senza mai perdere di vista il rischio, altrettanto reale, di riscrivere retrospettivamente un testo del 1995 per farlo coincidere con ciò che sappiamo oggi.


Capitolo Quarto

La tesi centrale: le civiltà possono morire

Sotto l'apparato narrativo e sotto la cronologia provocatoria, La grande implosione custodisce una tesi filosofica più semplice e più radicale di quanto il titolo lasci intuire: l'Occidente moderno ha smesso di considerarsi una civiltà tra le altre, storicamente determinata e per ciò stesso mortale, per trattare le proprie istituzioni fondamentali — la razionalità scientifica, l'economia di mercato, la crescita perpetua, l'urbanizzazione, l'individualismo, il dominio tecnico sulla natura — come dati di fatto universali, quasi leggi di natura anziché costruzioni storiche contingenti.

Thuillier rovescia sistematicamente questa autopercezione. Ciò che agli occidentali della fine del Novecento appare naturale, ovvio, l'unico modo ragionevole di organizzare una società, viene trattato nel libro come una configurazione tra le tante possibili, non diversamente da come uno storico tratta il sistema delle caste indiane o l'organizzazione feudale europea: forme storiche specifiche, nate da scelte e circostanze precise, non approdi definitivi della ragione umana. «Toute culture naît de certains choix et, pour le meilleur et pour le pire, va jusqu'au bout de ces choix», scrive Thuillier in una delle formule più citate del libro — ogni cultura nasce da alcune scelte e, nel bene e nel male, le porta fino in fondo.

Questa intuizione — che ogni civiltà costruisce un'immagine di sé che finisce per confondere con la realtà stessa, dimenticando la propria natura di costrutto storico — non è un'invenzione di Thuillier, ma si inserisce in una tradizione di pensiero che nel Novecento ha prodotto alcune delle riflessioni più influenti sulla crisi della modernità occidentale. Vale la pena tracciare, con la cautela dovuta, alcune linee di contatto e di distanza.

Una costellazione di riferimenti, non una scuola

Oswald Spengler, ne Il tramonto dell'Occidente (1918-1922), aveva applicato alle civiltà un modello organicistico esplicito: nascita, crescita, maturità, decadenza, morte, secondo un ciclo biologico da cui nessuna cultura potrebbe sottrarsi. Thuillier condivide con Spengler l'idea di fondo — le civiltà sono mortali — ma se ne discosta per il metodo: dove Spengler costruisce un sistema morfologico rigido e deterministico, applicabile a otto grandi culture storiche con la pretesa di una legge quasi naturale, Thuillier procede per accumulo di indizi contemporanei — economici, sociali, culturali — più vicino al reportage argomentato che alla filosofia della storia sistematica.

Arnold Toynbee, nel monumentale A Study of History, aveva invece insistito sul meccanismo di sfida e risposta (challenge and response): le civiltà non muoiono per fatalità biologica, ma perché a un certo punto perdono la capacità creativa di rispondere alle sfide che le mettono alla prova, e la loro élite dirigente si trasforma da minoranza creativa in minoranza dominante, che governa con la forza anziché con il prestigio. Questo schema è più vicino allo spirito di Thuillier: anche La grande implosione non descrive un destino ineluttabile inscritto nella natura delle cose, ma una serie di risposte mancate — alla crisi ecologica, alla crisi del senso, alla crisi della partecipazione politica — che una civiltà più vitale avrebbe potuto affrontare diversamente.

Paul Valéry, nel celebre saggio del 1919 in cui scriveva che «noi altre civiltà, ora sappiamo di essere mortali», aveva colto con folgorante anticipo, all'indomani della prima guerra mondiale, proprio il nucleo che Thuillier sviluppa settant'anni dopo: la consapevolezza della propria mortalità come trauma specificamente moderno, impensabile per una civiltà ancora sicura di sé. Lewis Mumford, in opere come Technics and Civilization e The Myth of the Machine, aveva anticipato di decenni l'analisi thuillieriana del rapporto tra macchina e organizzazione sociale, mostrando come il paradigma meccanico sia migrato dalla fabbrica alla mente stessa dell'uomo occidentale. Jacques Ellul, con La technique ou l'enjeu du siècle (1954), aveva teorizzato l'autonomia crescente del sistema tecnico rispetto ai fini umani che in origine avrebbe dovuto servire — un tema che Thuillier riprende esplicitamente, citando Ellul come proprio riferimento diretto. Ivan Illich, con la sua critica della «controproduttività» delle istituzioni moderne (la scuola che produce ignoranza strutturale, la medicina che produce nuove patologie, i trasporti che consumano più tempo di quanto ne facciano risparmiare), offre un modello analitico affine a quello thuillieriano della civiltà che si ammala dei propri stessi rimedi.

Più sullo sfondo, ma non meno rilevanti, restano Max Weber e la sua diagnosi della razionalizzazione come «gabbia d'acciaio» che intrappola l'individuo moderno in un mondo disincantato; Hannah Arendt, che nella Condizione umana analizza l'ascesa dell'animal laborans e la crisi dello spazio pubblico; Günther Anders, con la sua tesi della «discrepanza prometeica» tra ciò che l'uomo tecnico sa produrre e ciò che riesce a immaginare o a sentire moralmente; Herbert Marcuse e la sua critica dell'«uomo a una dimensione», integrato in un sistema tecnico-consumistico che neutralizza ogni capacità critica.

Un avvertimento metodologico

Nessuna di queste analogie va forzata in una genealogia diretta: Thuillier non è un epigono di Spengler né un allievo di Ellul, e il suo libro non cita sistematicamente tutti questi autori con lo stesso peso — ne cita alcuni esplicitamente (Ellul in particolare), altri restano affinità di clima intellettuale più che debiti dichiarati. Ciò che li accomuna non è una scuola, ma una domanda condivisa, posta con strumenti diversi in momenti diversi del Novecento: che cosa succede quando una civiltà smette di riconoscere la propria storicità e comincia a trattare le proprie istituzioni come destino naturale?


Capitolo Quinto

Il mito del Progresso

Al centro del bersaglio polemico di Thuillier c'è un'equazione che l'Ottocento europeo ha elaborato e che il Novecento occidentale ha ereditato quasi senza discuterla: più scienza, più tecnologia, più produzione equivalgono a una condizione umana migliore. È l'idea di Progresso con la maiuscola, distinta dai singoli progressi settoriali — che nessuno storico onesto negherebbe, dalla riduzione della mortalità infantile all'estensione dell'istruzione — e trasformata invece in una filosofia della storia implicita, secondo cui l'umanità procederebbe lungo una linea ascendente unica, di cui l'Occidente contemporaneo rappresenterebbe il punto più avanzato.

Thuillier smonta questa equazione distinguendo con cura registri che il discorso pubblico tende a fondere indebitamente: il progresso scientifico — l'accumulo di conoscenze verificabili sul mondo naturale — non implica automaticamente il progresso tecnico nella direzione più desiderabile per la vita umana; il progresso tecnico, a sua volta, non implica progresso economico diffuso, come dimostra la storia di tecnologie potentissime che hanno arricchito pochi e impoverito molti; il progresso economico non implica progresso morale, come la storia del colonialismo industriale illustra con crudezza; e nessuno di questi processi implica automaticamente progresso sociale, cioè maggiore coesione, maggiore giustizia, maggiore capacità delle comunità di prendersi cura dei propri membri più fragili.

La domanda che il libro pone, e che resta valida indipendentemente dal giudizio che si dia sulle tesi di Thuillier, è se questi processi procedano necessariamente insieme o se la loro sincronia — quando si verifica — sia piuttosto un'eccezione storica che l'Occidente del secondo dopoguerra ha vissuto per un periodo relativamente breve e ha poi scambiato per legge permanente. La storia del Novecento offre esempi concreti di società tecnologicamente avanzatissime che attraversano contemporaneamente profonde regressioni politiche e morali: la Germania degli anni Trenta univa una delle industrie chimiche e ingegneristiche più sofisticate del pianeta a una delle catastrofi civili più gravi della storia umana. Non si tratta di un paradosso isolato, ma di un caso limite che rende visibile un problema strutturale: l'efficienza tecnica è compatibile, in linea di principio, con qualsiasi fine a cui venga messa al servizio, compresi i fini più distruttivi.

Più scienza, più tecnica, più produzione: l'equazione su cui l'Occidente ha costruito la propria identità moderna presuppone una sincronia tra i diversi tipi di progresso che la storia, quando viene osservata da vicino, smentisce con sistematicità inquietante.Interpretazione del dossier a partire dalla tesi thuillieriana
Capitolo Sesto

La macchina come metafora dell'Occidente

Uno dei fili più persistenti nell'opera di Thuillier — presente già ne L'aventure industrielle et ses mythes e ripreso con toni più cupi ne La grande implosione — riguarda il passaggio storico della macchina da semplice strumento a modello mentale dominante. Nella prima fase dell'industrializzazione la macchina è un mezzo che l'uomo impiega per amplificare la propria forza fisica: il telaio meccanico, il motore a vapore, la catena di montaggio. Ma progressivamente, sostiene Thuillier sulla scia di autori come Mumford ed Ellul, il paradigma macchinico smette di restare confinato alla fabbrica e diventa il modello con cui vengono ripensate istituzioni che con la produzione industriale in senso stretto non avevano nulla a che fare: la burocrazia statale, l'amministrazione pubblica, il sistema scolastico, l'organizzazione degli ospedali, la pianificazione urbana.

Efficienza, misurazione, standardizzazione, velocità, produttività: questi criteri, nati per valutare il rendimento di un macchinario, migrano silenziosamente verso la valutazione degli esseri umani stessi — degli studenti, dei lavoratori, dei pazienti, dei cittadini. La domanda che il libro pone, e che qui vale la pena riformulare con la cautela che merita, non è se la tecnologia sia buona o cattiva — un'alternativa binaria che Thuillier stesso, da storico della scienza, avrebbe considerato troppo semplicistica per essere utile — ma che cosa accade quando una civiltà non riesce più a immaginare il proprio futuro se non attraverso le categorie proprie della tecnica.

Trasferire questa domanda al presente richiede prudenza, perché il rischio di anacronismo è concreto: Thuillier scriveva nel 1995, prima della diffusione di massa di internet, ben prima degli smartphone, dei social network, degli algoritmi di raccomandazione e dell'intelligenza artificiale generativa. Nessuna citazione del libro può essere onestamente presentata come una previsione specifica di questi fenomeni. Ma la struttura del problema che il libro individua — la crescente valutazione della vita umana attraverso criteri originariamente pensati per le macchine — trova nel presente digitale un terreno di applicazione che lo stesso Thuillier non poteva conoscere nei dettagli, ma la cui logica interna aveva già isolato con precisione: sistemi di punteggio che quantificano la reputazione, piattaforme che misurano l'attenzione in secondi monetizzabili, algoritmi che valutano la produttività lavorativa con la stessa grammatica con cui un tempo si misurava il rendimento di un macchinario industriale.

Ciò che il libro dice e ciò che il dossier estrapola

Thuillier non parla di algoritmi, piattaforme digitali o intelligenza artificiale: questi termini non compaiono nel testo del 1995 e attribuirglieli sarebbe una falsificazione. Ciò che il libro offre è un'analisi del meccanismo — la migrazione dei criteri di valutazione dalla macchina all'uomo — la cui pertinenza per comprendere fenomeni successivi resta un'estrapolazione legittima, ma dichiaratamente tale, del lettore contemporaneo.


Capitolo Settimo

L'economia da strumento a religione civile

Un secondo filo portante del libro riguarda la trasformazione culturale dell'economia da strumento — un insieme di tecniche per organizzare la produzione e la distribuzione delle risorse — a quella che Thuillier tratta, con un'espressione che ricorre nel dibattito successivo sulla sua opera, come una sorta di metafisica implicita della società contemporanea. Categorie nate per descrivere fenomeni circoscritti — crescita, produttività, competitività, rendimento, consumo, mercato — si espandono progressivamente fino a occupare ambiti che in altre epoche storiche erano governati da valori di natura diversa: religiosi, comunitari, politici in senso classico.

Il dio Mercato, come lo definiscono alcuni lettori del libro riassumendone la tesi con formula efficace, non è per Thuillier un'invenzione della fine del Novecento, ma affonda le proprie radici — secondo l'autore — già nella nascita del ceto borghese urbano nel tardo Medioevo, per poi consolidarsi con la rivoluzione industriale e raggiungere, nella seconda metà del XX secolo, un grado di pervasività senza precedenti: la valutazione economica smette di essere una delle lenti attraverso cui una società si osserva per diventare la lente attraverso cui quasi ogni ambito della vita — la salute, l'istruzione, l'arte, persino le relazioni affettive nel loro impatto sul cosiddetto capitale sociale — viene misurato e giustificato.

Confrontare questa diagnosi con l'evoluzione successiva della globalizzazione economica e finanziaria è uno degli esercizi più produttivi che il libro consente, purché condotto senza scorciatoie. I tre decenni successivi alla pubblicazione hanno effettivamente visto un'espansione della logica di mercato in settori — dalla sanità alla formazione, dalla gestione dell'acqua alla proprietà intellettuale sui dati personali — che nel 1995 ne erano ancora parzialmente esenti in molti paesi occidentali. Al tempo stesso, lo stesso periodo ha prodotto reazioni significative in senso opposto — movimenti di critica al capitalismo finanziario dopo la crisi del 2008, dibattiti sulla regolazione delle piattaforme digitali, ritorno di politiche industriali statali in Europa e negli Stati Uniti dopo decenni di deregolamentazione — che complicano una lettura lineare del fenomeno come pura e semplice conferma della tesi thuillieriana.


Capitolo Ottavo

La città occidentale: trionfo e patologia della modernità

La metropoli occupa nel libro un ruolo ambivalente che merita di essere restituito nella sua interezza, senza appiattirlo su un giudizio univoco. Da un lato la città moderna è, nella lettura di Thuillier, autentico luogo di libertà — lo spazio in cui l'individuo può sottrarsi al controllo sociale stretto della comunità rurale, dove nascono le avanguardie culturali, dove si concentra la ricchezza economica e l'innovazione intellettuale che nessuna civiltà agraria avrebbe potuto produrre. Dall'altro lato, la stessa città rivela per Thuillier una patologia strutturale: è un ambiente radicalmente artificiale, sempre più separato dai cicli naturali; produce isolamento anche nella densità massima di popolazione; concentra il consumo come attività centrale dell'esistenza quotidiana; rende ogni abitante strutturalmente dipendente da sistemi di trasporto ed energia che nessun singolo cittadino controlla; frammenta il tessuto comunitario in una miriade di relazioni funzionali e transitorie.

Valutare quanto questa analisi resti pertinente nell'epoca delle megalopoli e delle città digitalizzate richiede di distinguere tra continuità e discontinuità. Sul versante della continuità, il tasso di urbanizzazione globale è cresciuto in modo pressoché ininterrotto dagli anni Novanta a oggi, e molte delle patologie individuate da Thuillier — dipendenza infrastrutturale, sovraccarico informativo, frammentazione comunitaria — trovano riscontro empirico in studi sociologici e urbanistici successivi al 1995. Sul versante della discontinuità, la stessa urbanizzazione ha anche prodotto fenomeni che Thuillier non poteva prevedere nei dettagli: la rigenerazione di alcuni centri urbani attraverso politiche di rammendo del tessuto comunitario, la nascita di movimenti di quartiere e di economie di prossimità come reazione consapevole proprio a quelle patologie, l'uso della tecnologia digitale non solo per isolare ma anche, in alcuni casi, per ricostruire reti di mutuo aiuto locali.


Capitolo Nono

La crisi non è economica: è culturale

Qui si tocca forse il nucleo più radicale, e insieme il più difficile da verificare empiricamente, dell'intera diagnosi thuillieriana. L'Occidente, secondo il libro, non rischia di collassare perché improvvisamente diventa povero — anzi, gran parte del racconto insiste proprio sul paradosso di una civiltà materialmente prospera che si sgretola dall'interno. Il rischio, per Thuillier, riguarda piuttosto la perdita del senso: una civiltà che smette di sapere perché esiste, al di là della propria capacità di produrre e consumare, entra in una crisi che nessun indicatore macroeconomico è in grado di registrare per tempo.

Il libro elenca, in questo senso, una costellazione di fenomeni che leggerà come sintomi convergenti di un'unica malattia: la perdita delle grandi narrazioni collettive capaci di dare un orizzonte di senso condiviso; la secolarizzazione, intesa non come processo neutro ma come vuoto lasciato da sistemi simbolici che nessuna alternativa laica ha pienamente colmato; l'individualizzazione crescente, che libera dai vincoli comunitari tradizionali ma espone anche a una solitudine strutturale; l'erosione della fiducia nelle istituzioni rappresentative; la trasformazione radicale della famiglia come nucleo di appartenenza primaria; il nichilismo diffuso come reazione alla perdita di certezze condivise; il consumismo come surrogato di significato; la ricerca compulsiva dell'intrattenimento come anestetico contro il vuoto.

La domanda che questo capitolo del libro pone al lettore di oggi resta aperta e merita di essere posta senza fretta di chiuderla: può una civiltà sopravvivere economicamente, addirittura prosperare in termini di prodotto interno lordo e innovazione tecnologica, mentre attraversa una crisi simbolica profonda? Oppure la crisi di senso finisce prima o poi per intaccare anche le fondamenta materiali della civiltà, minando la fiducia sociale necessaria a far funzionare mercati, istituzioni democratiche e cooperazione su larga scala? Il libro non offre una risposta univoca a questa domanda, e forse è proprio in questa ambiguità irrisolta che risiede una delle sue intuizioni più durature.


Capitolo Decimo

Dopo il 1995: mettere Thuillier alla prova della storia

È il momento del dossier in cui la tentazione di dichiarare, evento per evento, «Thuillier lo aveva previsto» va resistita con la massima disciplina intellettuale. La domanda corretta, per ciascuno dei fenomeni che seguono, non è se coincidano con qualche affermazione del libro, ma se confermino realmente il modello interpretativo di Thuillier — la tesi di una crisi strutturale della civiltà occidentale radicata nella subordinazione a tecnica, mercato e progresso indefinito — oppure se li si stia reinterpretando retrospettivamente per farli quadrare con una cornice concepita anni prima che accadessero.

1999-2001 — Bolla delle dot-com

La prima grande crisi finanziaria legata alla nuova economia digitale scoppia esattamente nella finestra temporale indicata da Thuillier per l'implosione. Non fu un collasso civilizzazionale, ma fu la prima dimostrazione su larga scala della fragilità sistemica di un'economia sempre più finanziarizzata — un tema centrale del libro.

11 settembre 2001

L'attacco alle Torri Gemelle cade all'interno della finestra 1999-2002 e viene talvolta letto, in retrospettiva popolare, come conferma letterale della «implosione». È una lettura che va maneggiata con cautela: Thuillier non aveva previsto un attentato terroristico specifico, e il libro non contiene nulla che assomigli a una previsione geopolitica di quel tipo. Ciò che il libro aveva individuato — la fragilità simbolica di un Occidente convinto della propria invulnerabilità — offre però una chiave di lettura culturale, più che geopolitica, dello shock collettivo che ne seguì.

2008 — Crisi finanziaria globale

Il crollo del sistema bancario internazionale, innescato dai mutui subprime statunitensi, resta probabilmente l'evento del dopo-1995 più direttamente riconducibile alla diagnosi thuillieriana della finanziarizzazione dell'economia come «religione civile» priva di controlli. La crisi mise a nudo esattamente il meccanismo che il libro aveva descritto in termini culturali più che tecnici: un sistema che aveva smesso di servire l'economia reale per diventare fine a se stesso.

Anni 2010 — Crisi dell'Unione Europea e ondate populiste

La crisi del debito sovrano, la crescita dei movimenti populisti in praticamente tutte le democrazie occidentali, la crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali confermano, con maggiore forza di qualunque altro fenomeno del periodo, il tema thuillieriano dell'erosione della fiducia nelle istituzioni. Resta però da chiedersi se questo fenomeno rappresenti davvero una crisi terminale della democrazia liberale occidentale o piuttosto una sua fase di ristrutturazione — una domanda che il libro, scritto prima che questi fenomeni si manifestassero nella loro forma attuale, non poteva affrontare nei dettagli.

Anni 2010-2020 — Ascesa dei social network e dell'economia delle piattaforme

La trasformazione dell'informazione pubblica, la polarizzazione algoritmica, la monetizzazione dell'attenzione sono fenomeni che Thuillier non poteva descrivere nei dettagli tecnici, ma la cui logica — la subordinazione dell'esperienza umana a una grammatica quantitativa nata per altri scopi — è precisamente quella che il libro aveva già isolato a proposito del rapporto tra macchina e uomo.

2020-2022 — Pandemia di Covid-19

La pandemia rese visibile con crudezza la dipendenza di società apparentemente autosufficienti da catene di approvvigionamento globali fragilissime, e produsse un'ondata di sfiducia istituzionale, incertezza esistenziale e ricerca di senso che molti commentatori hanno associato retrospettivamente ai temi del libro. È tuttavia un evento che appartiene a una categoria — lo shock esogeno improvviso — diversa da quella dei processi lenti e strutturali che costituiscono il vero oggetto dell'analisi thuillieriana, e assimilarlo troppo rapidamente alla sua diagnosi rischia di confondere una crisi acuta con un declino cronico.

Anni 2020 — Emergenza climatica, crisi energetiche, ritorno della competizione tra grandi potenze

La crisi ecologica conclamata, le tensioni energetiche seguite all'invasione russa dell'Ucraina, il ritorno di una competizione geopolitica esplicita tra Stati Uniti, Cina e potenze regionali confermano l'intuizione thuillieriana secondo cui il dominio tecnico sulla natura non equivale a controllo delle sue conseguenze, e che la centralità geopolitica dell'Occidente non può essere considerata un dato acquisito in modo permanente.

Anni 2020 — Sviluppo dell'intelligenza artificiale

L'ascesa dei modelli linguistici di grandi dimensioni e dell'automazione cognitiva rappresenta lo sviluppo tecnologico che più di ogni altro sposta ulteriormente in avanti la domanda posta da Thuillier sul rapporto tra macchina e uomo: se già negli anni Novanta la macchina forniva il modello mentale con cui valutare l'efficienza umana, un'intelligenza artificiale capace di simulare compiti cognitivi complessi pone la domanda in una forma che il libro non poteva nemmeno immaginare nei dettagli, pur avendone anticipato la struttura logica.

Il quadro che emerge da questa rassegna non consente una risposta semplice. Alcuni fenomeni — la crisi del 2008, l'erosione della fiducia istituzionale, la subordinazione crescente dell'esperienza umana a logiche quantitative — sembrano confermare in modo sostanziale il modello interpretativo del libro. Altri — l'11 settembre, la pandemia — sono eventi la cui natura di shock improvviso si adatta solo parzialmente a una teoria pensata per descrivere processi lenti di erosione strutturale, e la loro assimilazione al modello thuillieriano rischia di essere più una proiezione del lettore che una conferma del testo.


Capitolo Undicesimo

Dove Thuillier aveva visto lontano

Volendo isolare, con la massima onestà possibile, gli elementi dell'opera che sembrano aver conservato la maggiore forza interpretativa a distanza di trent'anni, si può proporre la seguente selezione, ciascuna argomentata sinteticamente.

I punti che reggono meglio alla prova del tempo
  • La crisi dell'ideologia del progresso indefinito. Il dibattito pubblico occidentale contemporaneo, dai limiti planetari discussi in sede scientifica internazionale alla crescente diffidenza verso l'idea che crescita economica e benessere umano coincidano automaticamente, mostra una discontinuità reale rispetto all'ottimismo tecnologico prevalente ancora negli anni Novanta.
  • I problemi ambientali come questione civilizzazionale, non settoriale. Ciò che negli anni Novanta era in larga parte un tema per specialisti è diventato, nei decenni successivi, oggetto di rapporti scientifici internazionali periodici e di dibattito politico strutturale in praticamente tutte le democrazie occidentali.
  • Il dominio crescente della tecnica sulle altre sfere della vita sociale, dalla comunicazione al lavoro alla stessa politica, oggi ulteriormente accentuato dalla diffusione dell'intelligenza artificiale.
  • La centralità dell'economia come metro di giudizio quasi universale, confermata dalla progressiva estensione della logica di mercato a settori un tempo regolati da altri criteri.
  • La fragilità delle istituzioni rappresentative, oggi documentata da decenni di studi sulla fiducia politica in calo strutturale nella maggior parte delle democrazie occidentali.
  • La crescente distanza tra possibilità tecnologiche e capacità morale e politica di gestirle, tema che l'intelligenza artificiale, le biotecnologie e la sorveglianza digitale rendono oggi più urgente che nel 1995.

Ciascuno di questi punti meriterebbe, in un lavoro di più ampio respiro, una verifica sistematica basata su dati e studi specifici — sondaggi sulla fiducia istituzionale condotti da istituti demoscopici indipendenti, rapporti scientifici sui limiti ambientali planetari, letteratura economica sulla finanziarizzazione. Il valore che si può attribuire a Thuillier, su questo terreno, non è quello di un profeta capace di prevedere eventi specifici, ma quello di un diagnosta capace di isolare, con notevole anticipo rispetto al dibattito pubblico dell'epoca, alcune linee di tendenza che sarebbero diventate mainstream soltanto decenni più tardi.


Capitolo Dodicesimo

Dove Thuillier potrebbe essersi sbagliato

Un dossier che si limitasse a raccogliere le conferme della tesi thuillieriana tradirebbe il mandato critico che l'opera stessa, per la sua natura di diagnosi radicale, richiede di applicare anche a se stessa. Vanno dunque messi sul tavolo, con altrettanta serietà, i limiti e i possibili errori del libro.

Ciò che il libro coglie
  • La fragilità delle istituzioni rappresentative occidentali
  • La subordinazione crescente della vita sociale alla logica economica
  • L'autonomia crescente del sistema tecnico rispetto ai fini umani
  • La perdita di grandi narrazioni collettive di senso
  • Il rischio ecologico come questione civilizzazionale
Ciò che il libro rischia di sottovalutare
  • La capacità storica delle società occidentali di adattarsi e riformarsi in risposta alle crisi
  • La possibilità che crisi cicliche vengano scambiate per segnali terminali
  • Un'idealizzazione implicita di forme sociali preindustriali
  • Un'eccessiva autonomia attribuita alla tecnica rispetto alle scelte politiche che la orientano
  • Le differenze reali tra Europa, Stati Uniti e le diverse traiettorie nazionali occidentali

Il rilievo più insistito, nella ricezione critica del libro, riguarda proprio il confronto con Jacques Ellul: alcuni lettori francesi hanno osservato che, sul terreno specifico della critica al «sistema tecnico», l'analisi di Thuillier risulta meno rigorosa e meno originale di quella elluliana, di cui appare in parte debitrice senza raggiungerne la sistematicità concettuale. È un'osservazione che va presa sul serio: La grande implosione non pretende di essere un trattato filosofico sistematico, ma un rapporto narrativo che mescola registri diversi — saggistica, finzione, giornalismo intellettuale — e questa scelta stilistica, se da un lato garantisce leggibilità, dall'altro comporta inevitabilmente una minore profondità argomentativa su singoli punti rispetto ad autori che hanno dedicato interi trattati a una sola di queste questioni.

Un secondo problema, di natura più propriamente epistemologica, riguarda la difficoltà di distinguere, all'interno del modello proposto da Thuillier, una civiltà che sta effettivamente morendo da una civiltà che sta semplicemente cambiando forma. La storia offre numerosi esempi di trasformazioni profonde — il passaggio dal mondo antico a quello medievale, la transizione dall'ancien régime alla modernità liberale — che, osservate dall'interno mentre accadevano, potevano apparire come un collasso irreversibile e che invece, con la distanza storica, si rivelano come mutazioni radicali ma non estintive. Non è affatto ovvio, e il libro stesso non offre uno strumento concettuale sufficientemente affilato per stabilirlo, se le trasformazioni descritte da Thuillier appartengano alla prima o alla seconda categoria.


Capitolo Tredicesimo

Occidente: declino assoluto o declino relativo?

Una distinzione che il dibattito pubblico contemporaneo, spesso più incline al titolo d'effetto che alla precisione concettuale, tende a trascurare merita di essere introdotta con chiarezza in questo dossier: l'Occidente potrebbe non essere affatto in collasso nel senso di un'implosione interna, ma semplicemente perdere la posizione di dominio quasi esclusivo che ha detenuto sulla scena mondiale per gli ultimi due o tre secoli, mentre altre regioni del pianeta recuperano peso economico, demografico e tecnologico.

La crescita economica sostenuta della Cina e, con traiettoria diversa, dell'India dagli anni Novanta a oggi; la ridistribuzione del peso demografico globale, con l'Occidente che vede la propria quota di popolazione mondiale ridursi in modo strutturale; l'emergere di poli scientifici e tecnologici in Asia orientale capaci di competere e in alcuni settori superare quelli occidentali; la relativa erosione del ruolo egemonico del dollaro come valuta di riserva mondiale, per quanto ancora dominante; il moltiplicarsi di università e centri di ricerca extraeuropei che occupano posizioni di rilievo nelle classifiche internazionali: tutti questi fenomeni disegnano un quadro di riequilibrio globale che è cosa diversa da un collasso civilizzazionale in senso stretto.

Stiamo assistendo alla fine dell'Occidente oppure alla fine della centralità esclusiva dell'Occidente? Le due cose non sono equivalenti, e confonderle è forse l'errore interpretativo più comune nel dibattito pubblico sul declino occidentale.

Va detto, per onestà verso il testo, che Thuillier nel 1995 non disponeva ancora del quadro storico completo di questo riequilibrio globale, che si è manifestato con pienezza soprattutto nei due decenni successivi alla pubblicazione del libro. Applicare a un testo del 1995 il pieno significato dell'ascesa cinese degli anni Duemila sarebbe un anacronismo. Ma la struttura logica della domanda — se il declino di un sistema di potere coincida necessariamente con il collasso della civiltà che quel potere esercitava — resta pertinente per giudicare quanto della tesi thuillieriana riguardi davvero un'implosione interna della civiltà occidentale, e quanto riguardi piuttosto la fine di un primato geopolitico che aveva soltanto un secolo e mezzo di storia alle spalle, non un destino millenario.


Capitolo Quattordicesimo

Il paradosso della tecnologia

La tecnologia occupa, nel bilancio complessivo che questo dossier prova a costruire, una posizione doppiamente paradossale: rappresenta al tempo stesso la massima espressione della civiltà occidentale moderna — il terreno in cui l'Occidente ha prodotto risultati che nessun'altra civiltà storica ha eguagliato nei tempi e nella scala — e uno dei fattori più potenti capaci di trasformarla radicalmente, fino a renderla irriconoscibile rispetto a se stessa.

Robotizzazione e automazione crescente del lavoro; intelligenza artificiale capace di simulare compiti cognitivi complessi; biotecnologie in grado di intervenire sul patrimonio genetico stesso della specie; sorveglianza digitale pervasiva; raccolta massiva di dati personali; social network capaci di orientare l'attenzione collettiva su scala planetaria; ambienti di realtà virtuale che rendono sempre più permeabile il confine tra esperienza mediata e esperienza diretta: nessuno di questi fenomeni era descrivibile nei dettagli tecnici da Thuillier nel 1995, e attribuirgliene la previsione sarebbe una forzatura interpretativa scorretta.

Ciò che è invece legittimo domandarsi, dichiarando con chiarezza che si tratta di un'estrapolazione contemporanea e non di un'affermazione del testo originale, è come Thuillier avrebbe potuto interpretare questo nuovo stadio della civiltà tecnica alla luce del proprio modello. Se la sua tesi centrale riguardava la migrazione del paradigma macchinico dalla fabbrica alla mente e alla valutazione dell'essere umano, un'intelligenza artificiale capace di generare testo, immagini e decisioni con parvenza di autonomia rappresenterebbe, in questa chiave, non una rottura rispetto al processo descritto nel libro, ma la sua fase più avanzata e più difficile da distinguere dal soggetto umano stesso.

Capitolo Quindicesimo

La «Grande Implosione» potrebbe essere già avvenuta senza che ce ne accorgessimo?

Qui si arriva forse al punto più radicale, e insieme più difficile da neutralizzare con obiezioni empiriche, dell'intero dossier. Forse Thuillier sbagliava non nella diagnosi, ma nella forma stessa che si aspettava assumesse il collasso: un evento riconoscibile, databile, con un prima e un dopo netti — esattamente come suggerisce il sottotitolo con le sue date precise. Forse, invece, le civiltà possono trasformarsi radicalmente senza attraversare un momento di rottura visibile, mantenendo intatto l'involucro istituzionale mentre il contenuto simbolico che quell'involucro un tempo racchiudeva si svuota progressivamente.

Una civiltà, in questa ipotesi, potrebbe continuare ad avere banche, università, parlamenti, aziende, infrastrutture, eserciti, apparati tecnologici sofisticati — tutti gli attributi visibili e misurabili di una civiltà in salute — e tuttavia aver perso, in modo silenzioso e incrementale, il sistema di credenze condivise che originariamente dava senso a quelle istituzioni: la fiducia diffusa che il voto conti davvero, che l'università formi cittadini oltre che competenze professionali, che l'esercito difenda un progetto collettivo riconosciuto come proprio dalla popolazione, che le banche servano l'economia reale anziché se stesse.

Una domanda senza risposta univoca

Una civiltà muore quando scompaiono le sue istituzioni, oppure quando gli uomini cessano di credere nei valori che quelle istituzioni rappresentano pur continuando a farle funzionare per inerzia? Il libro non scioglie questo dilemma, e forse non potrebbe farlo nessun testo scritto mentre il processo che descrive è ancora in corso: la distinzione tra crisi profonda e collasso conclamato può essere tracciata con certezza soltanto a posteriori, dagli storici del futuro — proprio come quelli immaginati dal dispositivo narrativo del libro.


Capitolo Sedicesimo

Thuillier e gli altri profeti del tramonto

Collocare La grande implosione nella lunga tradizione occidentale delle diagnosi di crisi civilizzazionale — una tradizione che attraversa l'intero Novecento e affonda in realtà radici ben più antiche — aiuta a chiarire che cosa renda specifico il contributo di Thuillier rispetto ai predecessori già evocati in questo dossier, e ad altri che meritano una menzione più diretta.

Ortega y Gasset, ne La ribellione delle masse (1930), aveva diagnosticato l'ascesa di un «uomo-massa» privo di quella disciplina interiore che secondo lui aveva reso possibile la civiltà europea, in un registro più aristocratico e meno tecnico-culturale di quello di Thuillier. Martin Heidegger, nella sua critica della tecnica come Gestell — l'imposizione che riduce ogni ente, compreso l'uomo, a risorsa disponibile e calcolabile — offre un'analisi filosoficamente più radicale di quella thuillieriana, ma condotta a un livello di astrazione ontologica che il registro giornalistico-narrativo del libro del 1995 non persegue né potrebbe perseguire. Christopher Lasch, con La cultura del narcisismo (1979) e La ribellione delle élite (1995, pubblicato lo stesso anno del libro di Thuillier), aveva analizzato la frattura tra classi dirigenti sempre più globalizzate e popolazioni sempre più radicate localmente — un tema che, seppur con accenti diversi, anticipa le dinamiche populiste che avrebbero attraversato l'Occidente nei decenni successivi. Zygmunt Bauman, con il concetto di «modernità liquida» elaborato a partire dai primi anni Duemila, ha offerto forse la formulazione più influente, nel dibattito successivo al libro di Thuillier, dell'idea che la crisi occidentale non consista in un collasso improvviso ma in una progressiva dissoluzione di ogni struttura solida — istituzionale, identitaria, relazionale — a favore di una fluidità permanente e disorientante.

Che cosa distingue allora la diagnosi di Thuillier da questa lunga tradizione? Non l'originalità dei singoli temi trattati, che come si è visto attingono a un patrimonio concettuale ampiamente condiviso dal pensiero critico novecentesco. La specificità va cercata piuttosto nel dispositivo narrativo — lo sguardo retrospettivo dal 2081 — che permette al libro di applicare all'Occidente contemporaneo lo stesso metodo storiografico con cui normalmente si studiano le civiltà scomparse, senza bisogno di enunciare tesi filosofiche esplicite sulla natura ciclica della storia. È una scelta stilistica, prima ancora che teorica, che distingue il libro da trattati più sistematici come quelli di Spengler o di Heidegger, e lo avvicina piuttosto a un genere ibrido tra saggio storiografico e narrativa speculativa.


Capitolo Diciassettesimo

Il problema delle profezie di collasso

Prima di procedere al bilancio conclusivo, è necessario affrontare un'obiezione di natura metodologica che riguarda non solo Thuillier ma l'intero genere delle teorie sul collasso delle civiltà: il rischio dell'infalsificabilità. Se qualsiasi crisi congiunturale — una recessione, un attentato, una pandemia — può essere interpretata come prova che il collasso si avvicina, e se contemporaneamente qualsiasi ripresa economica o sociale può essere descritta come mero rinvio temporaneo del collasso stesso, allora la teoria smette di poter essere messa alla prova dei fatti: qualunque cosa accada, viene riletta come conferma.

Questo problema epistemologico, ben noto nella filosofia della scienza a cui Thuillier stesso aveva dedicato la propria carriera accademica, va tenuto presente con particolare rigore proprio perché l'autore, da epistemologo di formazione, ne era certamente consapevole. Applicandolo al suo stesso libro, si può distinguere tra elementi dell'analisi thuillieriana che restano genuinamente verificabili — dati economici sulla finanziarizzazione, sondaggi sulla fiducia istituzionale, statistiche sulla disuguaglianza — ed elementi che appartengono piuttosto alla filosofia della storia, alla critica culturale o alla provocazione intellettuale, e che per loro natura non si prestano a essere confermati o smentiti da un singolo indicatore quantitativo.

Riconoscere questa distinzione non svaluta il libro, ma ne colloca correttamente il contributo: La grande implosione non è, e forse non ha mai preteso di essere, una teoria scientifica del collasso delle civiltà nel senso in cui lo sono, con tutti i limiti del caso, alcuni modelli quantitativi contemporanei di collasso sistemico elaborati da ricercatori in scienze della sostenibilità. È piuttosto un esercizio di critica culturale condotto con gli strumenti della narrazione storiografica, il cui valore va misurato sulla capacità di generare domande produttive più che sulla precisione delle sue previsioni.


Capitolo Diciottesimo

Thuillier nel 2026: un bilancio

Riaprire oggi La grande implosione, a oltre trent'anni dalla sua pubblicazione e a quasi un quarto di secolo dalla data fatidica che il sottotitolo indicava come termine dell'implosione, restituisce un'esperienza di lettura più stratificata di quanto la sua ricezione iniziale, in gran parte liquidatoria, avesse fatto presagire. Vale la pena articolare il bilancio in tre categorie distinte, ciascuna necessaria a evitare sia l'agiografia sia la liquidazione sommaria.

Ciò che aveva compreso con anticipo
  • La fragilità delle istituzioni rappresentative occidentali, oggi confermata da decenni di dati sulla fiducia politica
  • La subordinazione crescente della vita sociale alla logica di mercato
  • Il rischio ecologico come questione civilizzazionale, non settoriale
  • La crescente distanza tra capacità tecnica e capacità morale di gestirla
  • La crisi di senso come possibile minaccia autonoma, distinta dalla crisi economica
Ciò che aveva probabilmente sopravvalutato
  • La velocità del processo: nessun collasso riconoscibile si è verificato nella finestra 1999-2002 indicata
  • La capacità di adattamento e riforma delle società occidentali, ripetutamente sottovalutata
  • Il carattere terminale, anziché ciclico, di alcune delle crisi descritte
  • L'omogeneità dell'Occidente, trattato talvolta come blocco unitario più di quanto la storia successiva abbia confermato

Resta una terza categoria, forse la più interessante per il lettore del 2026: ciò che Thuillier non poteva prevedere nei dettagli, ma che rende oggi il suo libro ancora più pertinente di quanto potesse apparire nei primi anni successivi alla pubblicazione. L'intelligenza artificiale generativa, la crisi climatica conclamata al livello di allarme scientifico internazionale, la polarizzazione algoritmica dell'informazione pubblica, il ritorno di una competizione geopolitica esplicita tra grandi potenze dopo il breve interludio unipolare degli anni Novanta: nessuno di questi fenomeni compare nel testo del 1995, eppure ciascuno di essi sembra confermare, nella sua struttura profonda più che nei dettagli tecnici, l'intuizione di fondo del libro — che una civiltà costruita sulla fiducia illimitata nella propria capacità tecnica di risolvere ogni problema rischia di scoprire, quando meno se lo aspetta, i limiti di quella stessa fiducia.

Il giudizio complessivo che questo dossier propone, senza pretesa di essere l'ultima parola su un'opera che merita ancora oggi discussione, è che La grande implosione vada letta non come una previsione fallita da archiviare con un sorriso di superiorità storica, né come un testo profetico da venerare acriticamente, ma come un esperimento intellettuale riuscito nel proprio scopo più profondo: costringere il lettore, per la durata di alcune centinaia di pagine, a guardare la propria civiltà con lo sguardo spassionato che normalmente riserviamo soltanto a quelle già scomparse. Che l'Occidente sia effettivamente implosò o meno nel senso letterale del titolo conta, alla fine, meno di quanto conti l'aver reso quello sguardo possibile.

L'Occidente sta davvero implodendo?

Non esiste, a chiusura di questo dossier, una risposta che possa essere pronunciata con la sicurezza con cui Thuillier immaginava i propri storici del 2081 pronunciare le loro conclusioni provvisorie. I dati raccolti in questo lavoro mostrano un Occidente che non è collassato nel senso letterale suggerito dal sottotitolo del libro, ma che attraversa reali processi di erosione — della fiducia istituzionale, della centralità geopolitica, forse di un certo tipo di coesione simbolica — che la diagnosi thuillieriana aveva isolato con un anticipo che nessuna lettura in malafede può cancellare.

Resta però, sospesa sopra ogni bilancio parziale, una domanda che forse è più importante della domanda con cui questo dossier si è aperto, e che lo stesso Thuillier, morto nel 1998 senza poter vedere lo svolgersi di ciò che aveva provato a immaginare, non poteva porre in questi termini perché appartiene a chi guarda oggi, con trent'anni di storia in più, al libro che l'ha posta per primo.

Una civiltà è ancora capace di cambiare direzione quando riconosce che i principi che ne hanno determinato il successo stanno diventando anche la fonte delle sue contraddizioni?


Fonti e Approfondimenti

Bibliografia ragionata

Opere di Pierre Thuillier
  • Pierre Thuillier, Jeux et enjeux de la science: essais d'épistémologie critique, Robert Laffont, Paris, 1972
  • Pierre Thuillier, Darwin et Cie, Éditions Complexe, Bruxelles, 1981
  • Pierre Thuillier, L'aventure industrielle et ses mythes, Hachette, Paris, 1982
  • Pierre Thuillier, D'Archimède à Einstein: les faces cachées de l'invention scientifique, Fayard, Paris, 1988
  • Pierre Thuillier, Les passions du savoir: essais sur les dimensions culturelles de la science, Fayard, Paris, 1988
  • Pierre Thuillier, La revanche des sorcières: l'irrationnel et la pensée scientifique, Belin, Paris, 1997
  • Pierre Thuillier, La grande implosion: rapport sur l'effondrement de l'Occident, 1999-2002, Fayard, Paris, 1995
Recensioni e studi critici sull'opera
  • Manale Margaret, recensione a La grande implosion, in «L'Homme et la société», n. 126, 1997, pp. 143-145 (Persée)
  • Notizie biografiche e bibliografiche, voce «Pierre Thuillier (philosophe)», Wikipédia in lingua francese
  • Schede bio-bibliografiche, Persée — Autorités, «Thuillier, Pierre»
Filosofia della storia e teorie del declino delle civiltà
  • Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente (1918-1922), trad. it., Longanesi, Milano
  • Arnold J. Toynbee, A Study of History, Oxford University Press, 1934-1961
  • Paul Valéry, La crisi dello spirito (1919), in Opere, trad. it.
  • Jared Diamond, Collasso: come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, Torino, 2005
Filosofia della tecnica
  • Jacques Ellul, La technique ou l'enjeu du siècle, Armand Colin, Paris, 1954
  • Lewis Mumford, Technics and Civilization, Harcourt, Brace and Company, New York, 1934
  • Lewis Mumford, The Myth of the Machine, Harcourt, Brace & World, New York, 1967-1970
  • Ivan Illich, La convivialità, Mondadori, Milano, 1974
  • Martin Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, trad. it., Mursia, Milano
  • Günther Anders, L'uomo è antiquato, voll. I-II, Bollati Boringhieri, Torino
Sociologia della modernità
  • Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, trad. it., Rizzoli, Milano
  • Hannah Arendt, Vita activa: la condizione umana, Bompiani, Milano
  • Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino
  • Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano, 1981
  • Christopher Lasch, La ribellione delle élite, Feltrinelli, Milano, 1995
  • Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2000
  • José Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, trad. it., SE, Milano
Studi economici e rapporti istituzionali
  • Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, 2014
  • Rapporti periodici di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e OCSE su crescita, disuguaglianza e finanziarizzazione dell'economia globale
Ambiente, clima e limiti planetari
  • Rapporti di valutazione periodici dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
  • Donella H. Meadows et al., I limiti dello sviluppo, 1972, e successivi aggiornamenti
Intelligenza artificiale e trasformazione tecnologica
  • Letteratura contemporanea su automazione, piattaforme digitali e intelligenza artificiale generativa, in continua evoluzione: si raccomanda la consultazione di fonti aggiornate presso istituzioni accademiche e organismi internazionali

Scripta Manent — dossier di storia delle idee

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