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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


LA SCUOLA DELLA MENZOGNA - RACCONTO BREVE DI DAN THONBERG

Publié par Dan Thonberg sur 29 Octobre 2025, 18:27pm

Catégories : #Racconti Brevi

Le ho insegnato a mentire prima ancora che imparasse a scrivere il suo nome.
Le ho spiegato che le persone sono vulnerabili, ingenue e sempre alla ricerca di una storia che le faccia sentire bene nel separarsi dai propri soldi.
All’epoca, la nostra storia era la pura verità: un’amputata che cresceva sua figlia da sola.

In poco tempo, abbiamo notato come persone diverse reagissero in modo diverso ai vari aspetti della nostra vita.
La nostra storia si è così trasformata in una raccolta di racconti che tenevamo sempre a portata di mano. Io li curavo, lei li recitava con occhi grandi e un dolore finto.
Non eravamo ladre — non nella nostra mente. Eravamo solo realiste che approfittavano di un mondo che da tempo aveva smesso di interessarsi a persone come noi.

Solo uno sciocco riporrebbe le sue speranze nella compassione degli estranei. O noi o loro, e di sicuro non saremo noi.”

Allora lei si limitava ad annuire.
Ultimamente, però, non aspetta più che io parli.

Siamo in una città qualsiasi; non ricordo nemmeno il nome. Non restiamo mai a lungo.
Troppe facce ti riconoscono, troppe storie vengono riciclate. Quindi andiamo avanti.

Ora è June a scegliere le vittime, e io non la fermo.
Non perché sia d’accordo con le sue scelte, ma perché le fa con precisione e orgoglio.
Una volta ero io a farlo. Scrutavo la folla come un tempo scrutavo i tetti, alla ricerca di indizi: mani tremanti, sguardo sfocato, qualcuno che sembrava trascurato.
June era l’esca. Una ragazza con uno zaino troppo grande per lei, la voce tremante. Forse un finto livido sotto lo zigomo, quando serviva.

Il tizio con il cardigan. Sul lungomare,” dice, sbucciando un’arancia.

Perché lui?”

Pensa che il mondo gli debba ancora qualcosa.”

Qual è la storia?”

Lei alza le spalle. “Qualcosa di tragico. Improvviserò.”

C’è stato un tempo in cui perfezionavo le bugie, le raffinavo, le ripulivo.
Ora June scrive i suoi copioni — meglio di quanto abbia mai fatto io.
Mi ha sempre ammirata. Anche se non riuscivo a guardarla senza ricordare la donna che mi aveva portato via.

Ormai aveva imparato tutto ciò che le avevo insegnato e aveva iniziato ad aggiungere qualcosa di suo.
Per lei non era un gioco. Era arte, uno spettacolo.
Ogni vittima era un nuovo palcoscenico. Ma a un certo punto non era più per denaro. Era per me.
June voleva che fossi orgogliosa di lei. E lo ero.

Le sue truffe diventano ogni volta più raffinate.
Un pomeriggio torna a casa dopo una corsa, sorridendo come se avesse appena vinto una medaglia.

«Avresti dovuto vederlo», dice, gettando alcune banconote sul bancone come un trofeo.
“Lacrime sul viso. Pensava che fossi sua nipote di Pittsburgh.”

La sento parlare da sola di notte, esercitarsi con le voci: alcune dolci come quelle di una bambina, altre vuote e spezzate.
È qualcosa che ha scoperto da sola lungo il percorso.
Una mattina la sento cantare con voce bassa e sussurrata:

Nana, ti prego, ricorda il mio nome. Dormo ancora stringendo la tua foto.”

È troppo bello. Troppo crudele.

«A volte mi spaventi», le dico.

Lei sorride come se fosse un complimento.
Un’altra volta passiamo davanti a una casa di cura.

«Lascia che provi una cosa», dice, afferrandomi il braccio.

Dice che troverà qualcuno di solo, qualcuno di lento.
Io resto in macchina, con il motore acceso e le dita strette sul volante.
June entra con la sciarpa annodata come un fiocco da scolaretta.
Trova un uomo su una sedia vicino all’acquario. Maglione grigio, sguardo perso. Si inginocchia al suo fianco.

La vedo muovere le labbra e dire nonno.
Lui alza la testa, confuso, speranzoso. Lei annuisce, la voce le si spezza.
Le sue mani tremano. Lei le prende. Parlano.
Lui piange. Ride. Si toglie l’anello e lo preme nella sua mano.
June gli bacia la fronte ed esce come se fosse nata dal silenzio di quella stanza.
Tornata in macchina, fa rotolare l’anello sul palmo della mano.

Oro massiccio,” dice guardandolo. “Riesci a crederci? A volte mi sembra di poter dire loro qualsiasi cosa e loro ci crederebbero.”
Ride, con una risata bassa e compiaciuta.

Ed eccoci qui: uno strano miscuglio di orgoglio e marciume nel mio petto.
Voglio essere orgogliosa. E lo ero.
Fino ad ora.

Lei mi ricorda tutti quei giovani impulsivi di un tempo, che già dalla seconda settimana si liberavano del guinzaglio: ubriachi di potere e del silenzio del comando, desiderosi di fare qualcosa — tutto, qualsiasi cosa priva di ordine, struttura e regole.

E poi c’erano gli altri. Quelli diventati selvaggi.
Privi di morale o rimorso.
Che non ti guardavano, né ti vedevano: profilavano, cercavano punti deboli.
Allora odiavo quel tipo di persone — quelle che smettevano di fingere di essere umane e lo ostentavano come un distintivo.

Ti è piaciuto?” le chiedo. “Il momento, intendo.”

Sì,” risponde lei, voltando la testa. “Certo.”

Quella notte non riesco a dormire.
Guardo il soffitto e penso al modo in cui il suo viso si è illuminato.
A quanto tutto le venisse naturale.
Non si è limitata a mentire: ne ha goduto.
Non solo dei soldi, ma della facilità con cui manipolava gli altri, della vittoria.

Le dico che ce ne andiamo. Niente più truffe per un po’.
June non protesta. Per fortuna, non chiede nemmeno perché.
Guidiamo verso ovest. Attraversiamo piccole città dove la maggior parte della gente possiede poco e chi possiede qualcosa lo tiene stretto.
Dormiamo in macchina per tre notti e io non dico una parola.
Il silenzio si stende tra noi come una terra di nessuno: nessuna delle due è disposta ad attraversarla.

Il quarto giorno, mi chiede se stiamo andando in un posto preciso.

«No,» rispondo.

Finiamo in una città sul mare. Motel economici, vetrine malandate, quiete fuori stagione.
Un luogo apparentemente dimenticato dal mondo.
Ci registriamo con nomi falsi e le dico che troveremo lavoro. “Qualcosa di onesto, questa volta.”
June alza gli occhi al cielo.

Accetto un lavoro come aiutante al molo e lei scompare quasi ogni giorno.
Non faccio domande.

Una notte torna tardi, con le nocche coperte di croste.
June non dice nulla.
Non insisto.
Più tardi la trovo seduta in bagno, la porta semiaperta, a fissare il suo riflesso.

Ora mi odi, vero?” mi chiede.

No.”
Poi, dopo un attimo, quasi senza volerlo, aggiungo: “Non hai fatto nulla di male.”

June non dice una parola.
Chiude semplicemente la porta, e io resto lì, sbalordita dalla bugia che ho detto — come se ci credessi davvero.

Non riesco a dormire. Seduta sul bordo del letto, rifletto su quante volte mi sono rassicurata che fosse tutto per lei: per darle da mangiare, vestirla, tenerla al sicuro.
Ma era sempre per me. Per la mia rabbia, per la mia perdita.
E lei ha assorbito tutto. Ha lasciato che la riempisse. Perché voleva che io la vedessi.
E io non l’ho mai fatto. Non ci sono mai riuscita.
Né con la bambina, né con la ragazza. Nemmeno con l’eco della donna che avevo perso.

Ora, per la prima volta, vedo non solo il danno in lei, ma anche il vuoto: uno spazio che ho scavato, pezzo dopo pezzo, e riempito con il mio rancore.
Lei non è me — è peggio.
Mi sono detta che avevo le mie ragioni: il dolore, il tradimento, le bollette, la sopravvivenza.
Ma la sua ragione? Io.

Quella notte faccio le valigie.
Le lascio dei soldi e le chiavi della macchina.
Valuto di scriverle un biglietto, ma non mi vengono le parole, così me ne vado e basta.
Non perché non la ami.
Ma perché finalmente la amo.

 

Traduzione di Angelo Marcotti


 

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