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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


DODICI ORE PRIMA DELLE 8.00 - RACCONTO BREVE DI SASAN SEDIGHI

Publié par Sasan Sedighi sur 11 Novembre 2025, 17:39pm

Catégories : #Racconti Brevi

Alle 16:30, mezz’ora dopo la fine dell’orario di visita del penitenziario, chiamarono Jack Green nell’area colloqui. In un altro giorno si sarebbe stupito; ma la sua esecuzione era fissata per la mattina seguente, e per i condannati a morte quella era una delle poche eccezioni concesse.
Con riluttanza lasciò la cella, scortato da due guardie, e avanzò con passo pesante lungo il corridoio. I loro passi rimbombavano contro le pareti grigie e fredde, ricordandogli dove si trovava.
Dopo dieci anni nel braccio della morte, Jack aveva fatto pace con l’idea della fine: non provava più paura. Col tempo, la minaccia della morte si era consumata fino a diventare un pensiero lontano. Quella vita monotona – cella spoglia, cibo mediocre, trattamenti duri – gli sembrava ormai più una condanna che non la morte stessa. Morire, quasi, era una via d’uscita.

Nell’area visite lo attendeva Steve Andrews, il suo avvocato degli ultimi cinque anni. Era in piedi, silenzioso, nell’abito sgualcito di tutta la giornata, la barba di un giorno, lo sguardo stanco. Solo a vederlo, Jack capì che non portava buone notizie. E tuttavia gli fu grato: sapeva che Steve aveva fatto tutto quello che era umanamente possibile.

Si sedettero ai lati opposti della cabina, separati dal plexiglass.

«Come stai, Jack?» chiese Steve.

«Bene, credo.»

Steve rimase un attimo in silenzio per mettere in ordine le parole. «Purtroppo la tua richiesta di clemenza alla corte federale è stata respinta questo pomeriggio.»

«Lo immaginavo» disse Jack, senza scomporsi.

«Appena ho ricevuto la risposta del tribunale ho inoltrato una domanda di clemenza all’ufficio del governatore. A questo punto è l’unico che può fermare tutto. L’impiegato mi ha assicurato che gliela farà avere entro stasera, perché… il tempo stringe.» Si fermò prima di dire “esecuzione”.

Jack ascoltò in silenzio, il volto fermo. Steve sentì però il peso di quel silenzio.

«Capisco. Grazie» disse infine Jack, con una calma stanca.

«Domattina presto sarò nell’ufficio del governatore, in attesa di notizie» aggiunse Steve, cercando di offrirgli almeno una speranza formale.

Jack annuì. Nient’altro.

«Se ti serve qualcosa per stasera posso farlo portare dalle guardie» propose l’avvocato.

Jack ci pensò un istante. «Un quaderno, una penna… e una fiaschetta di caffè nero.»

Steve provò a sdrammatizzare: «Hai intenzione di non dormire?». Se ne pentì subito. «Scusa, non era il caso.»

«Nessun problema» disse Jack piano.

«D’accordo, chiedo che ti portino quaderno, penna e caffè. Altro?»

Jack fece un cenno. «Una busta.»

«Va bene.»

 

Rientrato in cella, Jack aprì il quaderno. Scrisse: “Cara mamma”.
Si fermò. La mano gli tremava leggermente. Strappò il foglio, lo accartocciò e lo gettò a terra. Inspirò, si impose di essere lucido, e riscrisse:
“Ciao, mamma.” Poi continuò.

Quando riceverai questa lettera io non ci sarò più.
La mia esecuzione è fissata per le 8:00 di domani mattina; ora sono quasi le 20:00, dodici ore prima.
Seduto qui nell’ultimo silenzio, provo insieme riflessione, rimpianto e una strana pace. Non provo pietà per me stesso: ho commesso molti errori e non credo di meritare più di questo.
Ma ripensando alla mia vita vedo anche che
tu hai avuto un ruolo nel plasmare la persona che sono diventato. Ti starai chiedendo perché ti sto incolpando. Lasciami ricordare.
Ricordi quando all’asilo presi a pugni un compagno e gli rubai il cibo? Ero solo un bambino, non capivo le conseguenze. A casa, invece di rimproverarmi, fui lodato: “sei forte”, “hai saputo difenderti”.
Ricordi alle elementari, quando rubavo i soldi ai compagni? Invece di sgridarmi, mi portavi a comprare quello che volevo con quei soldi.
Ricordi quando mi sorpresero a rubare a scuola e tu venisti a difendermi, dicendo che ero un bravo ragazzo e che era stato un errore?
Ricordi la prima bici che rubai? Mi aiutasti a nasconderla.
Ricordi i gioielli della vicina? Li portasti in una gioielleria lontana e li vendesti.
Ricordi quando mi mandarono al centro di detenzione minorile? Venivi quasi tutti i giorni… e mi portasti persino della cannabis da rivendere.
Ricordi la mia prima auto rubata? La nascondesti per un mese nel cortile di un tuo amico, poi la vendesti a uno sfasciacarrozze.
Ci sono molti altri episodi, ma non ho abbastanza tempo né carta.
Quello che voglio dirti è che tutte quelle lodi hanno piantato in me un seme:
che la forza e il dominio venivano prima di tutto. Quel seme è cresciuto nell’uomo che sono diventato: arrogante, aggressivo, convinto di poter prendere ciò che voleva.
Se tu fossi stata una madre che sa dire “no”, forse non sarei diventato un bullo, un ladro, un rapinatore… e alla fine un assassino.
Forse sarei potuto diventare un ingegnere, un medico, un artista, persino un commerciante. Qualcosa di utile. Non un uomo che lo Stato deve eliminare.
Vorrei che la giustizia non punisse solo quelli come me, ma anche quelli che ci hanno allevati così.
Spero tu sia felice di aver causato la morte prematura di tuo figlio.
Vorrei non averti mai avuta come madre.
Addio. Ci vediamo all’inferno.
Jack
 

Jack piegò con cura la lettera, la infilò nella busta e scrisse il nome della madre. Poi guardò il letto stretto e consunto che lo aveva accompagnato per dieci anni. Si sdraiò. Le molle gli punsero la schiena, il tessuto ruvido gli graffiò la pelle. Era scomodo, ma familiare.

Stava per assopirsi quando sentì passi nel corridoio. La porta si aprì piano. Era Peter, la guardia anziana, noto per i modi gentili.

«Sveglio, Jack?»

«Sì.»

«Sono qui per sapere cosa vuoi per colazione.»

Jack lo guardò incuriosito. «Cosa c’è nel menù?»

«Per te non c’è menù» disse Peter entrando con un sorriso. «Finché non chiedi caviale e aragosta, lo chef ti prepara quello che vuoi.»

Jack cercò nella memoria. Una vita di prigioni e pasti scadenti non gli offriva grandi ricordi. Poi gli tornò in mente un mattino di tanti anni prima: aveva otto anni, suo padre – prima di sparire – lo aveva portato in un caffè e gli aveva ordinato una colazione all’inglese. Salsicce, bacon, uova, toast. Era stato un giorno normale. Un giorno felice.

«Posso avere una colazione all’inglese… e un flat white con due zollette di zucchero?»

Peter annotò. «Si può fare.»

«Magari con un po’ di salsiccia e uova strapazzate in più.»

«Nessun problema.»

«Grazie, Peter… e scusa se a volte sono stato un problema.»

«Ho la memoria corta» disse la guardia con un sorriso. «Ma non così corta da dimenticare la tua colazione.»

Alle 7:00 entrò padre John, il cappellano.

«Buongiorno, Jack. Sono qui per la riconciliazione.»

«Buongiorno, padre. Non ho molto da dire.»

«Neanche al Signore? Una preghiera, una richiesta di perdono?»

«Ho peccato da quando so chi sono. Non credo di avere molta influenza su Dio.»

«Il Signore è misericordioso.»

«Spero.»

«Cosa posso fare per te, allora?»

«Prega per la mia anima.»

Il sacerdote posò la mano sulla sua spalla e pregò a memoria.

Quando finì, arrivò Steve. Aspettò fuori, poi entrò.

«Mi dispiace, Jack. Anche il governatore ha respinto la richiesta. Ho fatto tutto quello che potevo.»

«Lo so. E ti ringrazio.»

Steve abbassò lo sguardo. «Vorrei aver potuto fare di più.»

«Eri solo davanti a una montagna. Hai fatto bene.»

«Volevo stare con te fino alla fine.»

«Per vedermi morire?» lo fermò Jack. «Torna a casa. Ricordami così. Vivo.»

Steve esitò, poi gli strinse la mano. «Addio, Jack.»

«Addio, avvocato.»

Quando l’avvocato se ne andò, Jack sussurrò tra sé: «Vorrei aver avuto genitori come i tuoi».

Poco dopo arrivarono due guardie. Quella più anziana, Jeremy, disse soltanto: «È ora, Jack.»

Jack annuì. Si alzò dal letto, andò allo specchio di metallo, si passò una mano tra i capelli. Nel riflesso vide un uomo che non era più il ragazzo di un tempo. Si voltò, la voce ferma:

«Andiamo.»

Una calma strana lo avvolse, come se guardasse la scena da fuori. Era pronto.

 

Traduzione Angelo Marcotti

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