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Stavo dormendo, accucciato ai piedi del letto, quando Margot si svegliò di scatto. Per un attimo rimase lì a tremare e ad ansimare, poi balzò giù e corse alla scrivania nell’angolo, accendendo una candela.
La luce ambrata le illuminò la parte bassa del viso, lasciando occhi e fronte in ombra e dandole un’espressione inquieta. Il sudore le scendeva dalla tempia fino alla guancia, nonostante fosse una fredda notte d’autunno. Cominciò a scrivere freneticamente, come se dovesse afferrare pensieri che si stavano dissolvendo. Era la terza notte di fila che lo faceva. Anche per Margot era insolito.
Scivolai giù dal letto con un tonfo e le andai vicino, strofinandomi contro la sua gamba. “Come, niente grattini alle orecchie?” pensai, offeso, mentre lei mi ignorava. Dopo qualche tentativo di infilarmi tra la sedia e le sue gambe, capii che non era aria: tornai sul letto e mi riaddormentai.
Quando mi svegliai al mattino, Margot non c’era più e – cosa ben più drammatica – la mia ciotola era vuota. Bighellonai un po’, poi andai al mio posto preferito per tenere il broncio: dove la scrivania incontra il davanzale e il sole del mattino scalda il legno. Essere un gatto mi piaceva, e delle cose della mia umanità perduta rimpiangevo poco; ma i pollici opponibili e la capacità di aprire una scatoletta di tonno erano tra quelle poche.
Era metà mattina quando Margot rientrò di corsa e sbatté la porta. Mentre girava la serratura, si fermò un istante con la mano sulla maniglia. Chiuse gli occhi e appoggiò la fronte contro la porta. Espirò piano, a labbra serrate, come per calmarsi dopo qualunque cosa avesse fatto. Le corsi incontro e le diedi un morsetto sul polpaccio. Ero affamato, dopotutto.
“Sì, sì, Lenny. Lo so che hai saltato la colazione. Scusa.” Si chinò, finalmente mi grattò le orecchie e mi rivolse un sorriso stanco. Anche senza parlare la lingua degli umani, ci capivamo. Schivai la seconda mano – non volevo troppe smancerie – e mi piazzai davanti a lei. La guardai fisso ed emisi un “MIAO” molto eloquente.
“Lenny, non so nemmeno da dove cominciare.” Scosse la testa, andò alla dispensa e prese una scatoletta di tonno. Mentre preparava il mio pasto, iniziò a spiegare.
“Len, credo di essermi cacciata in un guaio troppo grosso. Quella che era una semplice curiosità è diventata un dilemma morale. E… sto cercando di fare la cosa giusta. Ma la cosa giusta potrebbe farmi uccidere.”
Posò la ciotola e io mi ci tuffai. Lei si sedette accanto a me, le ginocchia al petto. “Sai che sto studiando la proiezione astrale?”
Alzai lo sguardo solo un secondo dalla ciotola e feci un breve “MIAO” affermativo.
“Ecco, sono diventata brava. Molto brava. E volevo mettermi alla prova.” Margot era una giovane strega talentuosa, sempre stata la migliore nei suoi studi. Non mi stupiva.
“Per molti la proiezione astrale è già difficile. Fare magia mentre sei in proiezione è un livello successivo. Ma mi conosci…” alzò le spalle. “Dovevo provarci.”
Io continuai a divorare il tonno.
“Qualche giorno fa ho trovato un vecchio libro in una scatola delle tue cose. Quando eri umano.”
La fissai con occhi stretti. “Hai rovistato tra le mie vecchie cose senza chiedere? Che bassezza, Margot”, sibilai dentro di me.
“Ho cominciato a leggere di come rimuovere gli incantesimi durante la proiezione astrale. In particolare per entrare in luoghi altrimenti proibiti.”
“Non sarebbe la prima volta che superi un limite”, pensai. Ormai avevo finito il tonno ed ero solo un po’ deluso di dover passare alle crocchette.
“Mi sono chiesta: qual è il posto più inaccessibile di tutti? Mi ha ossessionata, Len. Dovevo trovare un luogo dove nessuno fosse mai arrivato.” La ciotola era a metà, il mio stomaco no.
“A metà del libro c’era un capitolo che mi ha fatto fermare. Quello sull’Essere Eterno.”
Alzai subito la testa. Il pelo sulla nuca mi si rizzò fino alla coda e ringhiai piano.
“Il libro raccontava che, dopo la scoperta dell’Essere, era stato formato un consiglio di streghe per proteggerlo e tenerlo nascosto, perché non venisse mai trovato. Parlava di incantesimi e illusioni praticamente indistruttibili. E ovviamente io ho pensato: ecco la mia prossima sfida.”
“RAGAZZA STUPIDA!”, avrei voluto urlarle. Quello era territorio proibito. Pericoloso per lei e per chiunque altro.
L’Essere Eterno era un essere primordiale, forse uno degli antichi dèi. Talmente antico da esistere prima che il tempo avesse un nome. Fu trovato più di mille anni fa in una grotta sul Mediterraneo, dove giaceva in letargo. Si diceva che si fosse talmente stancato del mondo che aveva creato da decidere di addormentarsi per un periodo indefinito e costruire, nella sua mente incosciente, un universo separato. Si temeva che, se si fosse svegliato, la sua realtà interiore sarebbe entrata in conflitto con la nostra, con conseguenze catastrofiche.
Il mio tentativo di rimprovero uscì come un “MEOOOWWWW! YEEEOOWWW!” Lei capì.
“Len, è peggio di così.”
“Peggio? In che senso? IN CHE SENSO?”, pensai.
“Quando sono finalmente entrata nella coscienza dell’Essere Eterno mi aspettavo un regno alieno, sconfinato, magico. Una meraviglia da cui non volere più tornare. Mi aspettavo qualunque cosa, tranne quello che ho trovato.” Mi avvicinai a lei, lasciando perdere il cibo.
“Len, non c’era niente. Solo buio. Uno spazio completamente vuoto. Era come se la mia forza vitale venisse risucchiata e al suo posto entrasse un terrore lento, insinuante. Mi sono fatta prendere dal panico e ho cercato di uscire, ma mentre stavo per andarmene ho sentito una voce che chiedeva aiuto. Era profonda, rombante, come un temporale che viene verso di te. Mi sono girata nel vuoto cercando chi mi parlava. E allora ho visto un puntino di luce lontano. All’improvviso ho sentito il vento sulla pelle e il puntino è diventato più grande. Ero così disorientata che non capivo se fossi io a muovermi o la luce. Ho cominciato a distinguere una figura rannicchiata dentro quel bagliore e, un attimo dopo, era davanti a me. Era una creatura grigia, raggrinzita, umanoide, con due braccia e due gambe, ma con due protuberanze spezzate sulla schiena. Come ali tagliate che non avevano mai guarito.”
In quel momento qualcuno bussò forte alla porta. Ringhiai, incurvai la schiena, aprii le vibrisse per cogliere ogni cambiamento dell’aria. Il bussare tornò, stavolta con delle voci.
“Dannazione. Lenny, dobbiamo andare. SUBITO.” Margot afferrò un gessetto dalla scrivania e tracciò simboli sul pavimento. Poi prese una borsa, ci buttò dentro alcune cose e si mise al centro del cerchio. Mi fece cenno: saltai nella borsa. Un lampo di fumo e luce, e ci ritrovammo in una foresta fitta. Si mise la borsa in spalla e corse tra gli alberi.
“Devono essere le streghe del Consiglio”, pensai. Avevo sentito racconti su cosa succedeva a chi le faceva arrabbiare: esilio, o peggio. Margot infilò la mano nella borsa e tirò fuori un foglio spiegazzato. Correndo cercava di appiattirlo.
“Sono gli appunti notturni!” Non avevo potuto leggerli. “Lasciato dai tre alberi gemelli. Sotto il widow maker, oltre il cespuglio di more.” Erano indicazioni. Ma verso dove?
Margot si fermò per riprendere fiato. Fino a quel momento era sembrata sicura. Guardò il foglio, poi a destra e a sinistra.
“Ah ah! Ecco.” Corse verso una grande quercia morta, avvolta dall’edera che le saliva addosso. “Ok, oltre la quercia morta, verso il sentiero di muschio. Deve essere qui.” In pochi minuti una piccola capanna apparve tra gli alberi: un portico malandato, una casa ancora più malandata. I gradini scricchiolavano ma reggevano. La porta era storta e sfregava a terra quando la aprì.
“Devono essere nel seminterrato.”
“Chi, Margot?” Tutto il mio pelo si rizzò.
C’era una sola porta nella stanza vuota. La spalancò, tirò fuori una torcia e scese. Le pareti, il soffitto, ogni gradino: ovunque c’erano sigilli e simboli. In fondo alle scale svoltammo e ci trovammo in un enorme sotterraneo pieno di gabbie. Dentro, decine di creature rannicchiate.
“Angeli? Quelli sono angeli, maledizione.” Emisi un “MEOOWW” forte.
“Len, non ho tempo ora. Fidati. Dobbiamo liberarli. I sigilli li stanno indebolendo. Io provo a bruciarne il più possibile e ho bisogno che tu amplifichi la mia energia, così li portiamo via in fretta.”
Salii fuori dalla borsa e mi sedetti sul pavimento umido. “Sei fortunata che ti amo, Margot.” Chiusi gli occhi e cominciai a espandere il mio campo energetico. Margot recitò un incantesimo e dal palmo le uscì il fuoco. Bruciò i sigilli con attenzione. In pochi minuti ne distrusse abbastanza perché gli angeli potessero liberarsi.
“Chi siete? Perché ci aiutate?” chiese un angelo dal volto sfregiato.
“Io… sono Margot. Sono qui per liberarvi. Sono qui perché Simia mi ha chiesto di aiutarvi.”
Gli occhi dell’angelo si riempirono di lacrime. Si portò la mano alla bocca. “Ma Simia… l’hanno portata via tanto tempo fa. Pensavo che fosse… che fosse…” Il dolore esplose in un pianto.
“L’ho incontrata qualche notte fa nella coscienza dell’Essere Eterno. Il suo ultimo desiderio era che vi salvassi. E ora dobbiamo andare alla Caverna e distruggere l’Essere prima che il Consiglio ci raggiunga.”
L’angelo annuì, chiamò gli altri e formarono un cerchio. Cominciarono a cantare, l’aria si mosse, una sfera di luce crebbe fino ad avvolgerci tutti. Io saltai di nuovo nella borsa – a un certo punto la prudenza è saggezza. La luce divenne accecante. Quando Margot allentò la presa, alzai la testa: gli angeli erano davanti a una parete di roccia e, davanti a noi, c’era la testa di un essere enorme. Grande quanto il nostro gruppo.
“L’Essere Eterno. OH CAVOLO.” Diedi una zuccata a Margot. “Andiamocene”, miagolai. Lei mi restituì il gesto.
“Dobbiamo andare fino in fondo, Len.”
“Il Consiglio è vicino. Margot, mettiti dietro di noi” disse un angelo. Lei si accucciò in una nicchia, gli angeli fecero scudo e presero posizione. Una nuvola di fumo si aprì e apparvero otto streghe. Nessuna formalità: attaccarono. Urla, lampi, fuoco, esplosioni. La caverna tremò.
“Il Consiglio non può competere con gli angeli!” gridò Margot tra il frastuono. “Secoli di prigionia non li hanno indeboliti, il Consiglio si sbagliava.” E aveva ragione: in pochi minuti gli angeli le sconfissero.
Io diedi un’altra testata al mento di Margot. Lei rise.
“Len, l’entità che ho incontrato nella mente dell’Essere Eterno era un angelo: si chiamava Simia. Mi ha detto che la storia del Consiglio era falsa. È vero che l’Essere si era stancato della sua creazione. Ma non stava sognando un altro universo. Aveva sviluppato una fame così enorme che solo divorare tutto ciò che esiste avrebbe potuto saziarlo. Gli angeli lo scoprirono e, con le streghe, lo costrinsero al sonno. Ma anche dormendo lui continuava a consumare, piano. Allora gli angeli proposero un piano perché divorasse se stesso. Una strega però trovò il modo di sottrarre potere all’Essere mentre divorava e pensò di nutrirlo con gli angeli. Era così potente che distrusse il vecchio consiglio e ne creò uno nuovo, fedele al suo piano.”
Uno degli angeli si fece avanti. “È ora di porre fine a tutto.” Volarono e formarono un cerchio attorno alla testa dell’Essere.
“Nostro Signore, è tempo che la tua fame cessi e tu trovi pace.” Il loro canto crebbe, l’aria pulsò. L’Essere gemette, la caverna cominciò a crollare. La carne dell’Essere vibrò come acqua, squarci di luce lo attraversarono. Margot si voltò per proteggermi. Un angelo ci avvolse con le sue ali.
Poi, silenzio.
Aprii gli occhi. Eravamo di nuovo nella stanza di Margot. L’angelo ci aveva riportati a casa. Lei mi strinse e pianse.
“Lenny, siamo salvi.” Mi mise sul letto e mi grattò tra le orecchie.
“Mrrrroow,” risposi. “È ora di cena.”
Traduzione Angelo Marcotti














