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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


LE PAROLE CHE CI PENSANO

Publié par Jules Previ sur 30 Décembre 2025, 07:15am

Catégories : #Società

In questo momento sto facendo qualcosa di apparentemente semplice e, in realtà, prodigioso: sto muovendo aria. Ne ricavo suoni, vibrazioni minime che attraversano lo spazio e arrivano fino a voi. Il vostro cervello le accoglie, le decifra, le trasforma in pensieri. Se tutto funziona, non state leggendo parole: state pensando con me.

Il linguaggio è questo miracolo quotidiano che non ci sorprende più. Eppure è ciò che consente all’essere umano di trasmettere idee complesse, immagini mentali, astrazioni. Posso inserire ora nella vostra mente un’idea che non c’era. Posso dirvi, ad esempio, di immaginare una medusa che fluttua in una biblioteca mentre riflette sulla meccanica quantistica. Se fino a pochi istanti fa questa immagine non esisteva, ora è lì. Non nel mondo, ma nella vostra testa. È stata creata dal linguaggio.

Ma il linguaggio non è un blocco unico. È una costellazione. Nel mondo si parlano circa settemila lingue, ognuna con un proprio modo di articolare l’esperienza. Cambiano i suoni, le parole, le strutture. E cambia qualcosa di più profondo: il modo in cui il pensiero prende forma.

Da secoli ci interroghiamo su questo punto. Una lingua in più è una vita in più, sostenevano alcuni. Altri rispondevano che le cose restano ciò che sono, indipendentemente dai nomi che diamo loro. Per molto tempo, la questione è rimasta sospesa tra filosofia e intuizione. Oggi, però, la ricerca scientifica ha iniziato a fornire risposte più concrete.

Prendiamo una comunità aborigena australiana, i Kuuk Thaayorre. Nella loro lingua non esistono parole per “sinistra” e “destra”. L’orientamento è espresso solo attraverso i punti cardinali: nord, sud, est e ovest. E questo vale sempre, anche nelle situazioni più banali. Non si dice “sposta la tazza a sinistra”, ma “spostala un po’ più a nord”. Persino il saluto implica una domanda di orientamento.

Questo uso continuo dei punti cardinali costringe chi parla a sapere sempre dove si trova. Il risultato è un senso dell’orientamento straordinariamente sviluppato. Non per qualche misteriosa dote biologica, ma perché la lingua educa l’attenzione, giorno dopo giorno. Il linguaggio, qui, è una palestra cognitiva.

Lo stesso accade con il tempo. Nelle lingue occidentali lo immaginiamo spesso come una linea che scorre da sinistra a destra, seguendo la direzione della scrittura. In altre culture scorre al contrario. Per i Kuuk Thaayorre, invece, il tempo è ancorato al paesaggio: va da est a ovest. Non segue il corpo, non gira con chi lo osserva. È il mondo a fornire le coordinate, non l’io.

Anche il numero è un’invenzione linguistica potente. Molti di noi hanno imparato da bambini a contare, senza rendersi conto che si tratta di un trucco raffinato: associare una parola a ogni oggetto e usare l’ultima parola come sintesi della quantità. Alcune lingue non possiedono parole per i numeri esatti. Chi le parla non ha accesso immediato a quel tipo di pensiero quantitativo. Non perché manchi di intelligenza, ma perché manca lo strumento. Le parole dei numeri non descrivono il mondo: lo rendono calcolabile.

Il linguaggio entra persino nella percezione. Non tutte le lingue dividono lo spettro dei colori allo stesso modo. Dove una lingua vede un solo colore, un’altra ne distingue due. Chi vive quotidianamente questa distinzione la percepisce più rapidamente, e il cervello reagisce come se qualcosa fosse cambiato in modo netto. Le categorie linguistiche lasciano tracce nella percezione.

E poi c’è il genere grammaticale, spesso considerato un dettaglio arbitrario. Eppure influisce sul modo in cui immaginiamo le cose. Oggetti descritti come femminili o maschili vengono associati a qualità diverse, in modo sistematico. Il linguaggio suggerisce metafore silenziose, che agiscono sotto la soglia della consapevolezza.

Infine, il modo in cui raccontiamo gli eventi. Alcune lingue impongono di indicare chi ha agito, altre permettono di descrivere l’accaduto senza attribuire esplicitamente un agente. Questo cambia ciò che ricordiamo: chi, cosa, con quale intenzione. Cambia il modo in cui giudichiamo la colpa, la responsabilità, la punizione. Le parole non si limitano a raccontare i fatti: li incorniciano moralmente.

Tutto questo mostra che il linguaggio non è un semplice veicolo del pensiero. È una delle sue condizioni di possibilità. Modella lo spazio e il tempo, il numero e il colore, la memoria e il giudizio. Ogni lingua costruisce un proprio universo cognitivo.

La vera ricchezza non sta nell’uniformità, ma nella pluralità. Eppure questa pluralità si sta riducendo. Le lingue scompaiono, una dopo l’altra. E mentre perdiamo questa diversità, continuiamo a studiare la mente umana come se fosse una sola, basandoci su campioni ristretti, omogenei, spesso culturalmente occidentali. Ciò che sappiamo è parziale, incompleto, fragile.

Riflettere sul linguaggio non significa allora osservare soltanto come pensano gli altri. Significa interrogare noi stessi. Chiederci perché pensiamo come pensiamo. Come potremmo pensare diversamente. E soprattutto quali pensieri rendiamo possibili, o impossibili, attraverso le parole che scegliamo di usare.

Perché, in fondo, non siamo solo noi a parlare le parole.
Sono anche le parole, lentamente, a parlare noi.

 

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