CAPITOLO TERZO
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La ricerca delle origini: il problema e il fascino
Ogni volta che si cerca di risalire alle origini del simbolismo esoterico, si finisce per incontrare la stessa difficoltà: più si va indietro nel tempo, più le testimonianze si rarefanno e i silenzi si allargano. Non abbiamo testi che ci spieghino cosa pensasse un uomo del Neolitico mentre erigeva una pietra sul crinale di una collina. Non abbiamo liturgie, non abbiamo commenti, non abbiamo nemmeno un nome da associare a quei gesti. Abbiamo soltanto i gesti stessi, cristallizzati nella materia: pietre conficcate nel suolo, tombe orientate secondo l’asse solare, figure scavate nel gesso delle colline con una cura e una fatica che ci parlano di una motivazione fortissima, anche se il suo contenuto preciso ci sfugge.
Questa difficoltà, che sarebbe tentante aggirare con ipotesi fantasiose o con certezze indimostrate, è in realtà uno degli aspetti più istruttivi di tutto il campo. Ci insegna che il simbolismo precede la scrittura, precede la filosofia, precede qualunque sistema codificato di pensiero. Nasce nel momento stesso in cui un essere umano decide di fare qualcosa con una pietra o con un osso che va oltre il suo utilizzo pratico immediato: di piantarla nel terreno, di scolpirla, di dipingerla, di disporla in un certo modo in relazione ad altre pietre o a certi punti del cielo. È in quel momento — che gli archeologi oggi collocano almeno centomila anni fa, con le prime sepolture intenzionali e i primi oggetti di ornamento — che l’essere umano smette di essere semplicemente un animale che sopravvive e diventa un animale che significa.
La preistoria europea, e in particolare quella del Neolitico tra il VI e il II millennio avanti Cristo, ci ha lasciato una quantità straordinaria di questi gesti pietrificati. I megaliti — dal greco megas, grande, e lithos, pietra — si trovano da Malta all’Irlanda, dalla Svezia al Marocco, con una concentrazione particolarmente densa nelle isole britanniche e nella penisola iberica. Sono migliaia, forse decine di migliaia, se si contano anche i siti parzialmente distrutti o ancora non catalogati. Ognuno di essi rappresenta un investimento enorme di lavoro collettivo, di organizzazione sociale, di volontà condivisa. Non si erigono pietre del peso di decine di tonnellate senza un motivo che la comunità intera riconosca come vincolante.
Qual era quel motivo? Gli archeologi hanno fornito risposte diverse nel corso dei decenni, a seconda delle teorie dominanti nel campo: tombe per i defunti illustri, marcatori territoriali, calendari astronomici, luoghi di raduno per cerimonie stagionali, strumenti per canalizzare o invocare forze naturali. Probabilmente tutte queste funzioni coesistevano, variando da sito a sito e da epoca a epoca. Ma c’è qualcosa che accomuna ogni interpretazione seria: il riconoscimento che questi luoghi erano sacri nel senso più letterale del termine, cioè separati dal quotidiano, investiti di un significato che trascendeva l’immediato, abitati da una presenza che non era semplicemente umana.
Il simbolismo esoterico e i giochi: una connessione antica
Prima di addentrarci nei siti specifici, vale la pena soffermarsi su una connessione che potrebbe sembrare incongrua ma che la storia dimostra essere profonda e costante: quella tra il simbolismo esoterico e il gioco. Non il gioco nel senso superficiale di intrattenimento frivolo, ma il gioco come forma di conoscenza, come spazio nel quale le regole ordinarie del mondo vengono sospese per permettere l’esplorazione di possibilità altrimenti inaccessibili.
Il filosofo olandese Johan Huizinga, nel suo celebre studio del 1938 sull’elemento ludico della cultura, osservò che il rituale sacro e il gioco condividono la stessa struttura fondamentale: entrambi si svolgono in uno spazio e in un tempo separati dalla realtà ordinaria, entrambi obbediscono a regole precise e inderogabili, entrambi producono nei partecipanti uno stato di coinvolgimento totale che li isola dal resto del mondo. Il cerchio magico tracciato dallo stregone e il campo di gioco delimitato per la palla sono, strutturalmente, la stessa cosa: uno spazio nel quale le leggi normali sono temporaneamente sostituite da altre leggi, più rigide e più significative.
Questa osservazione getta una luce nuova sui siti megalitici. I grandi recinti di pietre, i cerchi come Stonehenge o Avebury, non erano solo templi o osservatori astronomici: erano anche spazi di gioco nel senso più alto del termine, luoghi nei quali la comunità si riuniva per “giocare” la propria relazione con le forze del cosmo, per mettere in scena il dramma della morte e della rinascita, della stagione che finisce e di quella che comincia. Le corse rituali intorno ai cerchi di pietra, le processioni lungo i viali alberati, le danze notturne ai solstizi: erano tutti giochi nel senso di Huizinga, attività che producevano significato attraverso la forma, non attraverso il ragionamento discorsivo.
Questa connessione non si esaurisce nella preistoria. La attraversa e arriva fino a noi. Il labirinto, uno dei simboli esoterici più antichi e più diffusi, era originariamente un percorso di danza rituale: lo testimonia già Omero quando parla della danza del labirinto appresa da Teseo a Cnosso. I tarocchi, che oggi usiamo per la divinazione, erano nel Quattrocento italiano carte da gioco prima ancora che strumenti di lettura del destino. Gli scacchi, inventati in India almeno mil’anni fa, erano una rappresentazione simbolica del cosmo e della battaglia tra forze opposte molto prima di diventare un gioco da competizione. Il gioco conserva, anche nelle sue forme più apparentemente laiche, una struttura simbolica che rimanda alle sue origini sacre.
I menhir: la pietra come asse del mondo
Il menhir è forse il più elementare e il più potente dei monumenti megalitici. Il termine viene dal bretone men, pietra, e hir, lungo: una pietra lunga, cioè una pietra eretta verticalmente nel suolo. Nella sua forma più semplice, non è altro che questo: un blocco di roccia piantato nella terra, spesso grezzo, talvolta appena sbozzato, che si protende verso il cielo con una verticalità che non appartiene alla natura del paesaggio circostante.
Questa semplicità apparente nasconde una complessità simbolica straordinaria. La pietra eretta è uno dei gesti umani più arcaici e più universali: si trova nelle steppe dell’Asia centrale, nelle savane africane, nelle pianure amerinde, nelle isole del Pacifico. Ovunque un essere umano ha piantato una pietra verticale nel suolo, ha ripetuto lo stesso gesto fondamentale: ha trasformato un punto del paesaggio indifferenziato in un centro, ha creato un asse tra la terra e il cielo, ha materializzato l’idea che in quel luogo preciso il mondo verticale dell’al di là si incontra con il mondo orizzontale del qui.
Mircea Eliade aveva un nome per questo: axis mundi, l’asse del mondo. In tutte le cosmologie tradizionali, sosteneva, esiste l’idea di un punto centrale dove i diversi livelli dell’universo — il cielo, la terra, il mondo sotterraneo — si comunicano. Questo punto può essere un albero cosmico come l’Yggdrasil norreno, una montagna sacra come il Meru indù, un pilastro, una colonna, un obelisco, o, nella sua forma più primitiva e forse più diretta, una pietra conficcata nel terreno. Il menhir è l’axis mundi nella sua espressione più essenziale: non scolpita, non decorata, non elaborata. Pura verticalità che lacera l’orizzontale.
I menhir più imponenti d’Europa si trovano in Bretagna, nella Francia nord-occidentale. Il Grand Menhir Brisé di Locmariaquer, oggi spezzato in quattro blocchi sul terreno, era in origine un monolite alto probabilmente venti metri e pesante trecento tonnellate: il più grande che sia mai stato eretto da mani umane. Come fosse stato possibile trasportarlo e sollevarlo — la sua pietra di origine è di un tipo geologico che non esiste nella zona, il che significa che fu trasportato da una distanza di almeno quattro chilometri — rimane uno dei grandi enigmi dell’archeologia europea. Ma la domanda più interessante non è come fu fatto, bensì perché qualcuno si sia impegnato in un simile sforzo collettivo. La risposta, qualunque essa sia, deve essere stata sufficiente a motivare decine o centinaia di persone per mesi o anni.
I menhir non si trovano solo isolati. In Bretagna esistono i lunghi allineamenti di Carnac, dove migliaia di pietre — le stime variano tra duemila e tremila, e originariamente erano molte di più — si dispongono in file parallele per una lunghezza di diversi chilometri. L’interpretazione di questi allineamenti è ancora discussa: sono stati letti come processioni pietrificate, come calendari solari e lunari, come rappresentazioni di eserciti mitici, come rotte di pellegrinaggio. Probabilmente erano tutte queste cose insieme, o tutte queste cose in momenti diversi della loro lunghissima storia d’uso. Quello che è certo è che chi li ha creati aveva una visione del paesaggio come testo, come superficie da scrivere e da leggere, che presuppone una sofisticazione simbolica molto maggiore di quanto la parola “preistorico” lasci solitamente intendere.
I dolmen: la soglia tra i vivi e i morti
Se il menhir è il simbolo della verticalità, dell’asse che congiunge terra e cielo, il dolmen è il simbolo della soglia: il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra il tempo ordinario e il tempo sacro, tra ciò che è visibile e ciò che non lo è. Anche in questo caso il termine viene dal bretone: dol, tavola, e men, pietra. Una tavola di pietra, sostenuta da due o più pietre verticali, che forma una camera nella quale i defunti venivano deposti.
Ma definire il dolmen semplicemente una tomba è riduttivo quanto definire una cattedrale un semplice edificio per funzioni religiose. I dolmen non erano solo luoghi di sepoltura: erano porte. La loro forma stessa lo dice: due montanti verticali sormontati da un architrave orizzontale riproducono la struttura elementare di un ingresso, di un passaggio da un ambiente a un altro. Chi entrava in un dolmen — e in molti di essi si entra ancora oggi, dove le dimensioni lo consentono — passava fisicamente attraverso una soglia che separava il mondo dei vivi da quello dei morti. Non era una metafora: era un atto.
L’orientamento dei dolmen è spesso significativo. Molti sono allineati in modo che la loro apertura guardi verso il punto dell’alba al solstizio d’inverno o d’estate, il che significa che la luce del sole penetrava nella camera sepolcrale in quel giorno preciso e in nessun altro. È il caso del famoso dolmen di Newgrange in Irlanda, costruito intorno al 3200 avanti Cristo — più antico delle piramidi di Giza — dove un corridoio lungo diciassette metri convoglia la luce del sole nascente nel mattino del solstizio d’inverno direttamente nella camera centrale. Per venti minuti, ogni anno, la tomba si illumina dall’interno. Che cosa significasse per chi lo aveva costruito questo incontro tra il sole e i morti, non possiamo dirlo con certezza. Ma possiamo dire che era qualcosa di abbastanza importante da giustificare decenni di costruzione e un’impeccabile precisione astronomica.
I dolmen diffusi in tutta Europa — dalla Penisola Iberica alla Scandinavia, dall’Irlanda alla Polonia — testimoniano una cultura della morte che era anche, inseparabilmente, una cultura della vita e del cosmo. I morti non venivano semplicemente sepolti: venivano collocati in un luogo di passaggio, in attesa o in trasformazione, in dialogo con le forze celesti che scandivano il ritmo delle stagioni. La pietra che li custodiva non li separava dal mondo dei vivi: manteneva aperto il canale tra i due mondi. Era il simbolo più potente di una credenza fondamentale: che la morte non fosse la fine ma una soglia, un ingresso verso un’altra condizione di esistenza.
Vale la pena notare che questa architettura della soglia non è rimasta confinata alla preistoria. Il portale delle cattedrali romaniche e gotiche, con i suoi timpani scolpiti che mostrano il Giudizio Universale e le sue strombature decorate con figure di santi e profeti, è strutturalmente lo stesso gesto: delimitare uno spazio sacro, segnare il confine tra il mondo ordinario e quello del sacro, trasformare il passaggio fisico da un luogo all’altro in un passaggio interiore. Migliaia di anni separano il costruttore del dolmen di Newgrange dall’architetto della cattedrale di Chartres, ma il pensiero che li guida è riconoscibilmente lo stesso.
Stonehenge: il cerchio che misura il cielo
Nessun sito preistorico ha alimentato più immaginazione, più speculazione e più ricerca di Stonehenge. Situato nella piana di Salisbury, nel Wiltshire inglese, a poca distanza dalla città di Amesbury, questo cerchio di megapietra è oggi uno dei monumenti più visitati del mondo e, paradossalmente, uno dei meno capiti. Il paradosso è solo apparente: la sua fama si nutre proprio del mistero, e ogni risposta definitiva rischierebbe di impoverire un luogo che deve la sua potenza alla sua inesauribilità di significati.
La storia di Stonehenge è lunga e stratificata. Le prime testimonianze di attività umana nel sito risalgono a circa diecimila anni fa, con una serie di grandi pali di pino eretti probabilmente per scopi cerimoniali. Ma il monumento che conosciamo oggi fu costruito in fasi successive tra il 3000 e il 1500 avanti Cristo, con una complessità e un’evoluzione che gli archeologi stanno ancora cercando di ricostruire completamente. La prima fase consistette nello scavo di un fossato circolare e di un terrapieno. In una fase successiva furono trasportate da circa trecento chilometri di distanza, dalle colline di Preseli nel Galles meridionale, ottanta cosiddette “pietre blu” di dolerite, del peso di circa quattro tonnellate ciascuno. In una terza fase arrivarono le enormi pietre di arenaria locale, le sarsens, alcune delle quali superano i quattro metri di altezza e le venticinque tonnellate, che formano i triliti caratteristici del sito: due montanti sormontati da un architrave.
La domanda sul perché le pietre blu fossero state trasportate dal Galles — un viaggio di centinaia di chilometri su terreno privo di strade, attraverso il mare di Bristol — è una delle più affascinanti dell’archeologia britannica. Una risposta recente, avanzata da Mike Parker Pearson e dal suo team, suggerisce che quelle pietre avessero già in Galles un valore sacro, che fossero pietre di guarigione o pietre associate a un luogo di pellegrinaggio, e che siano state portate a Stonehenge per trasferirne il potere. Se così fosse, Stonehenge sarebbe stato sin dall’inizio un luogo di concentrazione e di amplificazione di forze simboliche, non semplicemente di generazione di nuove.
Quello che è certo è l’orientamento astronomico del sito. L’asse principale di Stonehenge punta verso il punto dell’alba al solstizio d’estate e, nella direzione opposta, verso il tramonto al solstizio d’inverno. La cosiddetta Heel Stone, la pietra del tallone che si trova all’esterno del cerchio principale lungo il viale d’accesso, si allinea perfettamente con il sole nascente alla mattina del 21 giugno, visto dal centro del cerchio. Questo non è casuale: richiede osservazioni astronomiche prolungate, trasmissione di conoscenze tra generazioni, e una volontà precisa di “mettere in scena” il momento cosmico del solstizio in uno spazio architettonico progettato a questo scopo.
La funzione funeraria di Stonehenge è ora documentata con certezza: le analisi delle centinaia di resti cremati trovati nel sito indicano che fu usato come luogo di sepoltura per l’élite regionale per almeno cinque secoli. Ma la funzione funeraria e quella astronomica non sono in contraddizione: si uniscono nell’idea che il ciclo del sole — la sua morte invernale e la sua rinascita estiva — fosse il modello cosmico della morte e della rigenerazione umana. Seppellire i morti nel luogo dove il sole risorgeva con maggiore potenza al solstizio d’estate era, probabilmente, affidarli al ciclo cosmico, consegnarli al meccanismo di rigenerazione che governava il mondo.
Stonehenge non era un sito isolato. Era il centro di un paesaggio sacro molto più vasto, popolato di tumuli funerari, di viali cerimoniali, di altri cerchi di pietra e di legno, di recinti di varie forme e dimensioni. Il vicino sito di Avebury, a trenta chilometri a nord, era forse ancora più grande di Stonehenge e conteneva cerchi multipli all’interno di un fossato circolare di dimensioni colossali. Durrington Walls, a pochi chilometri di distanza, era un enorme recinto di palizzate nel quale si tenevano probabilmente grandi raduni stagionali. Il paesaggio intorno a Stonehenge era, nel suo insieme, un testo simbolico di eccezionale complessità, nel quale i vivi e i morti, il sole e la luna, il tempo ciclico e il tempo lineare erano posti in relazione attraverso una geografia intenzionale e precisa.
I giganti e i cavalli bianchi: le figure delle colline di gesso
Nel quadrante meridionale dell’Inghilterra, tra Londra, Oxford, Yeovil e Brighton, le colline di gesso bianco che formano la spina dorsale dei downs — il North Downs, il South Downs, le Chiltern Hills, i Berkshire Downs, i Marlborough Downs — celano sulla loro superficie alcuni dei monumenti più enigmatici e più visivamente sorprendenti di tutta la preistoria britannica: le figure scavate nel terreno erboso per rivelare il gesso candido sottostante. Cavalli, giganti, uomini, simboli: immagini che si vedono per intero solo dall’alto o da una certa distanza, che parlano a un osservatore lontano molto più chiaramente di quanto parlino a chi le calpesta.
Il più antico e il più celebre di questi geoglifi è il Cavallo Bianco di Uffington, nell’Oxfordshire, che si stende per centodieci metri lungo il fianco di White Horse Hill, una collina che domina la Vale of the White Horse. La sua datazione, a lungo discussa, è stata chiarita negli anni Novanta grazie alla tecnica della luminescenza ottica applicata ai sedimenti del canale: il cavallo fu scavato molto probabilmente nell’Età del Bronzo, tra il 1200 e il 700 avanti Cristo, anche se alcuni ricercatori propongono date ancora più antiche. È dunque contemporaneo o di poco successivo al periodo di massimo utilizzo di Stonehenge, e fa parte dello stesso universo culturale.
Ciò che colpisce del Cavallo di Uffington non è solo la sua antichità ma la sua modernità stilistica. Non è un cavallo naturalistico: è un’astrazione, una serie di linee curve che sintetizzano l’idea di cavallo in un gesto quasi calligrafico. I cavalli celtici sulle monete brittoniche del I secolo avanti Cristo mostrano la stessa stilizzazione audace, lo stesso gusto per la forma ridotta all’essenziale. Questo suggerisce una continuità stilistica e forse simbolica che attraversa molti secoli, e che l’immagine del cavallo avesse nell’Inghilterra preromana un significato che andava ben oltre la semplice raffigurazione di un animale.
Il cavallo nelle tradizioni indo-europee è un animale solare e regale, simbolo di potere, velocità e connessione con le forze divine. La dea celtica Epona, protettrice dei cavalli e dei cavalieri, era venerata in tutta la Britannia e nella Gallia: le sue raffigurazioni, con la cavalla bianca come emblema, richiamano direttamente la figura del Cavallo di Uffington. È possibile che quella collina fosse un luogo di culto legato a Epona o a una divinità equivalente più antica, e che il cavallo scavato nel gesso fosse il simbolo permanente, visibile da tutta la valle sottostante, di quella presenza divina.
Molto diverso, per stile e per contenuto, è il Gigante di Cerne Abbas, nel Dorset. Scavato nel gesso di una collina nei pressi dell’omonimo villaggio, rappresenta un uomo nudo di cinquantacinque metri di altezza, armato di una clava e con i lineamenti sessualmente espliciti che non lasciano spazio a equivoci. La sua datazione è stata a lungo controversa: le prime fonti scritte che lo menzionano risalgono al Seicento, e per molto tempo si sospettò che fosse stato creato in quel periodo come satira politica o come parodia. Le analisi recenti del terreno, condotte dall’Inghilterra nell’ambito di un progetto dell’Università di Gloucestershire, suggeriscono invece una datazione tra il I e il IV secolo dopo Cristo, compatibile con il periodo romano-britannico.
Il Gigante di Cerne Abbas è stato identificato con Ercole: la clava è l’attributo tradizionale dell’eroe greco, e il culto di Ercole era diffuso nella Britannia romana. La sua natura apertamente fallica non era scandalosa per una cultura antica: rimandava ai culti della fertilità e della virilitas che erano parte integrante della religiosità pagana. La collina dove si trova era probabilmente un luogo di cerimonie stagionali legate alla fecondità della terra e degli uomini, e ancora nel XX secolo era tradizione locale che le donne sterili vi trascorressero la notte del primo maggio per favorire la gravidanza. Il simbolismo del corpo maschile come forza generatrice, fuso con l’immagine dell’eroe invincibile, creava un’immagine sacra di grande potenza.
Meno noto ma ugualmente affascinante è il Lungo Uomo di Wilmington, nel Sussex orientale, vicino a Brighton. Questo geoglifo rappresenta una figura umana di settantanove metri, stilizzata fino all’astrazione, che tiene in mano due lunghi bastoni o lance, uno per lato. A differenza del Gigante di Cerne Abbas, il Lungo Uomo di Wilmington non ha tratti sessuali marcati e la sua identificazione è molto più incerta: di volta in volta è stato interpretato come un dio germano, come un pellegrino, come un druido che regge la porta tra i mondi, come un astronomo che misura il sorgere del sole con i suoi strumenti. L’incertezza stessa è significativa: il simbolo mantiene la sua ambiguità come un enigma che invita il visitatore a interrogarsi, senza offrire la comodità di una risposta univoca.
Queste figure scolpite nella superficie delle colline ci dicono qualcosa di essenziale sulla natura del simbolismo preistorico e protostorico: era un linguaggio che si rivolgeva al paesaggio come a un interlocutore, che trasformava le colline e le valli in un testo da scrivere e da leggere, che concepiva il territorio come un corpo nel quale incidere segni carichi di significato. Non era decorazione: era comunicazione. Comunicazione con le divinità che abitavano quel paesaggio, con le comunità che lo condividevano, con i posteri che avrebbero dovuto mantenerlo — perché queste figure richiedono una manutenzione periodica, la rimozione dell’erba che tende a ricoprire il gesso, e la loro sopravvivenza è la prova di una cura intenzionale durata secoli.
Guardare queste figure oggi, in piedi ai piedi di una collina del Wiltshire o del Dorset, significa entrare in un dialogo che attraversa millenni. Non possiamo sapere con certezza cosa intendessero dire i loro creatori. Ma possiamo riconoscere che intendevano dire qualcosa, e che quel qualcosa era abbastanza importante da meritare uno sforzo che sfidava i limiti di ciò che uomini con strumenti di pietra e di bronzo potevano fare. In questo riconoscimento — nel rispetto per una volontà di significare che precede di millenni la nostra — sta forse il primo, necessario passo per capire davvero cos’è il simbolismo esoterico: non una curiosità esotica, non un residuo di superstizione, ma la manifestazione più antica e più radicata di quello che ci rende umani.
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