Overblog Tous les blogs Top blogs Littérature, BD & Poésie
Editer l'article Suivre ce blog Administration + Créer mon blog
MENU

SCRIPTA MANENT

SCRIPTA MANENT

LETTURE SENZA CONFINI


Jasnaja Poljana: dialogo immaginario con Lev Tolstoj

Publié par Angelo Marcotti sur 9 Février 2026, 15:42pm

Catégories : #Le interviste impossibili

Autunno 1908

La carrozza si fermò davanti al cancello di legno. Era un pomeriggio di ottobre e le betulle lungo il viale avevano già perso metà delle foglie. Il vento le spingeva contro le ruote, facendole frusciare come carta stropicciata.

Scesi con la valigia. Il conducente non disse niente. Prese i rubli e se ne andò, lasciandomi solo davanti a quella casa bianca che avevo visto solo nelle fotografie. Jasnaja Poljana. La radura luminosa.

Camminai lungo il viale. I miei passi scricchiolavano sulla ghiaia. A metà strada mi fermai. Non sapevo se bussare o tornare indietro. Ero venuto da Mosca con una lettera di presentazione, ma improvvisamente mi sembrava una follia. Chi ero io per disturbare un uomo di ottant'anni? Un critico sconosciuto. Un professore di provincia che aveva scritto qualche saggio su riviste che nessuno leggeva.

Ma ero lì. E tornare indietro sarebbe stato peggio.

Arrivai alla porta. Bussai.

Nessuno rispose.

Aspettai. Bussai di nuovo.

Ancora niente.

Stavo per andarmene quando la porta si aprì. Non era un domestico. Era lui.

Lev Nikolaevič Tolstoj in persona. Barba bianca fino al petto. Camicia di tela grezza. Pantaloni larghi infilati negli stivali. Gli occhi piccoli, penetranti, che ti guardavano come se ti vedessero per la prima volta e già ti conoscessero da sempre.

«Sì?» disse.

«Io... sono... ho una lettera,» balbettai.

«Una lettera. Tutti hanno lettere. Chi l'ha scritta?»

«Il professor Michajlov. Dell'università di Mosca. Insegna letteratura comparata.»

Tolstoj prese la lettera. La aprì. La lesse in piedi, sulla porta. Poi la ripiegò e me la restituì.

«Critico letterario,» disse. Non era una domanda. Era quasi un'accusa.

«Sì.»

«Peggio dei pidocchi, i critici. Succhiano il sangue ai libri e poi si lamentano che sono morti.»

Rimasi in silenzio. Non sapevo cosa dire.

Tolstoj mi guardò. Poi sorrise. Un sorriso improvviso, quasi fanciullesco.

«Ma entri. Fa freddo. E lei ha l'aria di uno che ha viaggiato molto per farsi insultare.»

...

La casa dentro era più semplice di quanto immaginassi. Pavimenti di legno scuro. Mobili essenziali. Pareti bianche. Niente lusso. Niente ostentazione.

Tolstoj mi portò nel suo studio. Una stanza piena di libri. Scaffali fino al soffitto. Una scrivania di legno chiaro coperta di carte. Una lampada a olio. Una sedia.

«Si sieda,» disse, indicando una poltrona consunta.

Mi sedetti. Lui rimase in piedi, appoggiato alla scrivania.

«Allora. Cosa vuole sapere?»

«Io... vorrei parlare della sua opera. Della sua visione dell'arte. Del rapporto tra letteratura e verità.»

Tolstoj alzò le sopracciglia. «Verità. Bella parola. Tutti la usano. Nessuno sa cosa significa.»

«Lei l'ha cercata tutta la vita.»

«L'ho cercata. Questo è vero. Ma non l'ho trovata nei libri. L'ho trovata nei campi. Nei contadini. Nei bambini. Nei cavalli. La verità non sta nelle parole. Sta nella vita.»

«Ma lei ha scritto romanzi. Ha usato le parole.»

«Sì. E questo è il mio peccato. Ho creduto che le parole potessero contenere la vita. Ho scritto migliaia di pagine pensando di catturare qualcosa di vero. E alla fine ho capito che era tutto falso. Tutto artificiale. I romanzi sono bugie eleganti. Niente di più.»

Mi sporsi in avanti. «Anche Guerra e pace? Anche Anna Karenina

Tolstoj fece un gesto vago con la mano. «Soprattutto quelli. Quelli sono i peggiori. Perché sono così ben costruiti che la gente ci crede. Li legge e pensa: ecco la vita. Ma non è la vita. È una simulazione. È teatro.»

«Ma milioni di persone hanno trovato verità in quei libri. Si sono riconosciute. Hanno pianto. Hanno capito qualcosa di se stesse.»

«Hanno pianto per personaggi che non esistono. Hanno capito cose che io ho inventato. Questo non è capire. È illudersi.»

Mi alzai. Cominciai a camminare per la stanza. «Allora perché ha scritto? Perché ha passato anni a costruire quei mondi? Perché ha descritto battaglie, balli, morti, nascite? Se pensava che fosse tutto inutile, perché l'ha fatto?»

Tolstoj mi guardò. Per un momento sembrò stanco. Vecchio. Poi disse: «Perché ero giovane. Perché ero vanitoso. Perché volevo essere ammirato. Perché credevo che la letteratura fosse importante. Credevo di essere importante.»

«E adesso?»

«Adesso so che l'unica cosa importante è vivere bene. Vivere secondo la legge di Dio. Lavorare. Amare. Aiutare. Il resto è vanità.»

Ci fu un silenzio. Fuori, il vento faceva sbattere una persiana.

Mi sedetti di nuovo. «Ma lei continua a scrivere,» dissi. «Ha scritto Resurrezione. Ha scritto saggi. Ha scritto lettere. Se pensa che le parole siano inutili, perché continua?»

Tolstoj sorrise di nuovo. Quella volta con amarezza. «Bella domanda. Me la faccio anch'io. Forse perché sono debole. Forse perché non so fare altro. Forse perché spero ancora, nonostante tutto, che le parole possano servire a qualcosa. Non a creare bellezza. Ma a dire la verità. A smascherare le bugie. A mostrare la semplicità sotto la complessità.»

«Lei crede che l'arte debba essere semplice?»

«Non credo. So. L'arte deve essere comprensibile a tutti. Non solo agli intellettuali. Non solo a chi ha studiato. Se un contadino non capisce il tuo libro, il tuo libro è sbagliato.»

«Ma i contadini non leggono Guerra e pace

«Esattamente. Ecco perché Guerra e pace è un fallimento. L'ho scritto per l'aristocrazia. Per persone come me. Persone colte, ricche, annoiate. Volevo intrattenerle. Volevo farle piangere nei loro salotti dorati. E ci sono riuscito. Ma questo non è arte. È decorazione.»

Mi appoggiai allo schienale. «Allora cos'è l'arte?»

Tolstoj si alzò. Cominciò a camminare per la stanza, le mani dietro la schiena. «L'arte è contagio. È trasmissione di sentimenti. Quando un uomo prova qualcosa di vero e riesce a farlo provare a un altro, quella è arte. Non importa se è un romanzo o una canzone. Non importa se è scritto da un conte o da un contadino. Se trasmette sentimenti veri, è arte. Se trasmette sentimenti falsi, artificiali, costruiti, è menzogna.»

«E come si distingue il vero dal falso?»

«Si sente. Il cuore lo sa. Quando leggi qualcosa di vero, il cuore si muove. Quando leggi qualcosa di falso, solo la testa si muove. La testa può essere ingannata. Il cuore no.»

«Ma il cuore è diverso per ognuno. Quello che commuove me può lasciare indifferente un altro.»

Tolstoj si fermò. Mi guardò. «No. I sentimenti veri sono universali. La paura è paura per tutti. L'amore è amore per tutti. La morte è morte per tutti. Se scrivi di queste cose in modo onesto, senza abbellimenti, senza retorica, tutti capiranno. Tutti sentiranno.»

Un domestico entrò con il tè. Tolstoj lo prese senza dire grazie. Il domestico uscì in silenzio.

«Lei tratta male i servitori,» dissi.

Tolstoj si fermò con la tazza a metà strada. «Sì,» disse. «Lo so. Sono un ipocrita. Predico l'uguaglianza e vivo come un proprietario terriero. Predico la povertà e ho una casa piena di libri. Predico la pace e litigo con mia moglie ogni giorno. Sono un uomo pieno di contraddizioni. Ma almeno lo ammetto. Almeno non faccio finta di essere coerente.»

«Sua moglie. Sof'ja Andreevna. Come sta?»

Il viso di Tolstoj si oscurò. «Sta. Viviamo come due estranei. O come due nemici. Non lo so. Lei vuole che io le lasci i diritti dei miei libri. Vuole denaro. Vuole sicurezza per i figli. E io voglio rinunciare a tutto. Voglio dare tutto ai poveri. Voglio vivere come un contadino. Lei dice che sono matto. Forse ha ragione.»

«Perché non se ne va?»

Tolstoj mi guardò. «Perché sono vecchio. Perché sono stanco. Perché non ho il coraggio. Ho passato la vita a scrivere di eroi che fanno scelte difficili. E io non riesco a fare la scelta più semplice: andarmene.»

Bevve il tè. Lo bevve tutto d'un fiato, come vodka.

«Ma parli lei,» disse. «Parli della letteratura. Cosa pensa dei giovani scrittori? Di Čechov? Di Gor'kij?»

«Čechov è un genio,» dissi. «Ha creato un modo nuovo di raccontare. Senza trama. Senza eroi. Solo vita.»

«Esatto,» disse Tolstoj. «Čechov capisce. Lui non costruisce. Osserva. Ascolta. E scrive quello che vede. Senza giudicare. Senza spiegare. Questa è arte.»

«E Gor'kij?»

Tolstoj fece una smorfia. «Gor'kij è bravo. Ma è troppo politico. Troppo impegnato. Vuole insegnare. Vuole convertire. E quando vuoi insegnare, smetti di vedere. Vedi solo quello che conferma le tue idee.»

«Ma anche lei vuole insegnare. Anche lei scrive per convertire.»

«Sì. Ed è per questo che i miei ultimi libri sono brutti. Sono pieni di prediche. Pieni di discorsi. Ho smesso di ascoltare la vita e ho cominciato a dirle cosa fare. Questo è il destino di chi invecchia. Diventa sordo. E quando sei sordo, parli troppo.»

La luce stava calando. Fuori le betulle erano solo ombre.

«Posso farle una domanda personale?» dissi.

«Le ha già fatte molte.»

«Perché Anna si butta sotto il treno?»

Tolstoj mi guardò sorpreso. «Non lo sa?»

«So quello che è scritto. Ma voglio sapere quello che lei pensa.»

Tolstoj si sedette. Per la prima volta da quando ero entrato, si sedette veramente. Come se il peso del corpo fosse diventato troppo.

«Anna si butta sotto il treno perché non c'è altra via d'uscita. Ha scelto l'amore e l'amore l'ha distrutta. Ha scelto la passione e la passione l'ha consumata. Ha scelto la libertà e la libertà l'ha uccisa. Perché nel mondo in cui vive, una donna non può essere libera. Può solo scegliere quale prigione preferisce.»

«E lei cosa provava per lei? Per Anna?»

Tolstoj chiuse gli occhi. «La amavo. La odiavo. La capivo. La giudicavo. Quando l'ho creata, era viva. Più viva di qualsiasi persona reale che conoscessi. E quando l'ho uccisa, ho pianto. Ho pianto per giorni. Mia moglie pensava che fossi impazzito. Forse lo ero. Forse lo sono ancora.»

«Era reale per lei.»

«Era più reale della realtà. E questo è il pericolo della letteratura. Crei persone che non esistono e cominci a crederci. Cominci a vivere con loro. A parlare con loro. E dimentichi le persone vere. Quelle che hanno bisogno di te. Quelle che ti amano.»

«Sua moglie.»

«Sì. Mia moglie. I miei figli. Li ho trascurati per Anna. Per Pierre. Per Andrej. Per personaggi di carta. E adesso sono vecchio e solo e loro mi odiano. O forse non mi odiano. Forse è peggio. Forse non provano niente.»

Si fece buio. Tolstoj accese la lampada. La fiamma tremava.

«Dovrebbe andare,» disse. «È tardi. E io sono stanco.»

Mi alzai. «Grazie,» dissi. «Per il tempo. Per le parole.»

«Parole,» disse. «Sempre parole. È tutto quello che abbiamo. E non è abbastanza. Non sarà mai abbastanza.»

Mi accompagnò alla porta. Sulla soglia mi fermò.

«Lei scrive?» chiese.

«Saggi. Critiche. Niente di creativo.»

«Bene. Continui così. La critica è inutile ma almeno è onesta. Dice: questo è solo un libro. Questo è solo carta. Non pretende di essere vita. La letteratura invece pretende. Mente. Inganna. E noi tutti ci lasciamo ingannare perché abbiamo bisogno di storie. Perché la vita vera è troppo difficile da sopportare.»

«E allora?»

«E allora niente. Continueremo a scrivere. Continueremo a leggere. Continueremo a mentire e a crederci. Fino alla fine. Fino a quando saremo troppo vecchi per mentire anche a noi stessi.»

Mi strinse la mano. La sua presa era forte. Più forte di quanto immaginassi.

«Vada,» disse. «E se scrive di me, scriva la verità. Dica che ero un uomo pieno di dubbi. Pieno di contraddizioni. Che ho scritto grandi libri senza sapere perché. Che ho predicato la verità senza viverla. Che sono stato un ipocrita. Un vigliacco. Un sognatore. Un fallito.»

«Non posso scrivere questo.»

«Perché no?»

«Perché non è tutta la verità.»

Tolstoj sorrise. L'ultimo sorriso. Triste e luminoso insieme.

«No. Non è tutta la verità. Ma è l'unica che conta. Il resto è letteratura.»

Tornai lungo il viale. Le betulle frusciavano nel buio. Alla fine del viale mi voltai. La casa era illuminata. Una sola finestra. Lo studio.

Lo vidi, attraverso il vetro. Seduto alla scrivania. La penna in mano. Scriveva.

Scriveva ancora.

Nonostante tutto.

Nonostante le parole fossero inutili. Nonostante la letteratura fosse menzogna. Nonostante la vita vera fosse altrove.

Scriveva.

Perché non sapeva fare altro.

Perché forse, in fondo, sperava ancora.

Che le parole potessero salvare qualcosa.

Anche solo un'ombra di verità.

Anche solo un riflesso di vita.

Anche se era tutto falso.

Anche se era tutto teatro.

Scriveva.

E io, sulla strada buia, capii che avrei fatto lo stesso.

Che avrei continuato a leggere. A studiare. A cercare.

Non la bellezza.

Non la perfezione.

Ma quell'ombra. Quel riflesso.

Quella piccola bugia onesta che chiamiamo letteratura.

E che, nonostante tutto, ci tiene vivi.

Fine

Nota dell'autore: Questo dialogo è immaginario. Tolstoj morì nel 1910, due anni dopo questo ipotetico incontro. Fuggì da Jasnaja Poljana il 28 ottobre 1910 e morì nella stazione ferroviaria di Astapovo il 7 novembre. Le sue ultime parole furono: "La verità... io amo molto... come loro..." Nessuno sa cosa volesse dire.

Pour être informé des derniers articles, inscrivez vous :

Archives

Nous sommes sociaux !

Articles récents