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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


Shakespeare and Company - Incontro con James Joyce

Publié par Angelo Marcotti sur 6 Février 2026, 19:23pm

Catégories : #Le interviste impossibili

Parigi, 1922. La libreria di Sylvia Beach, rue de l'Odéon. Pile di libri ovunque, l'odore della carta fresca di stampa. Joyce è seduto in un angolo, gli occhiali spessi sul naso, una copia dell'Ulisse appena pubblicato sul tavolo. Mi avvicino con reverenza e timore.

Mr. Joyce, l'Ulisse è uscito da poche settimane e già fa scandalo. Lei sapeva che sarebbe stato così dirompente?

"Sapevo? Certo che sapevo. Ho lavorato sette anni per far esplodere il romanzo dall'interno. L'ho scritto per farli arrabbiare, per scandalizzarli, per costringerli a riconoscere che la letteratura inglese era morta di consunzione. Volevano ancora romanzi educati, con trame lineari e morale da salotto. Io gli ho dato un ebreo dublinese che piscia, che si masturba, che pensa a tutto tranne a quello che dovrebbe pensare. Il mondo è questo, non le bugie vittoriane."

Molti critici sostengono che sia illeggibile. Persino Virginia Woolf l'ha trovato volgare.

Sorride appena, un sorriso che sa di vendetta.

"Virginia. Povera Virginia. Ha il cervello troppo fine per il mondo reale. Scrive bellissimo, d'accordo. Ma il suo Orlando non puzza mai. I suoi personaggi non defecano, non sudano, non hanno erezioni importune. L'Ulisse è illeggibile? Bene. Significa che funziona. Ho frantumato la sintassi perché la sintassi tradizionale è una prigione. Ho usato ogni stile possibile perché uno stile solo è una camicia di forza. Se ti senti smarrito leggendolo, è esattamente quello che volevo."

Ma il monologo finale di Molly Bloom - quaranta pagine senza punteggiatura. Non è un po' troppo?

"Troppo per chi? Per i puritani? Per chi pensa che una donna non possa avere pensieri sessuali? Molly dice 'yes' alla vita, al corpo, al desiderio. È l'unica veramente viva in tutto il libro. Bloom vaga per Dublino come un fantasma, Stephen si perde nei suoi intellettualismi, ma Molly - Molly è pura energia vitale. Ho scritto quelle pagine come un fiume di coscienza perché i pensieri non hanno punteggiatura, non obbediscono alle regole grammaticali. E dovevo farlo dire a una donna perché gli uomini hanno già avuto la parola per troppi secoli."

Lei usa continuamente riferimenti all'Odissea. Ma Leopold Bloom non è esattamente Ulisse...

Si toglie gli occhiali, li pulisce lentamente.

"Esattamente. Bloom è l'anti-eroe per eccellenza. Un ebreo irlandese, un cornuto, un venditore di pubblicità che non vende niente. L'Ulisse di Omero era un guerriero, un conquistatore. Il mio Ulisse compra un rognone di maiale e va a un funerale. Ma è proprio questo il punto - l'epica è morta. L'eroismo è morto. Quello che resta è un uomo qualunque che cerca di sopravvivere a una giornata qualunque in una città qualunque. E questo, paradossalmente, è più eroico di qualsiasi guerra di Troia."

Il capitolo del bordello, Circe, è quasi impossibile da seguire. Teatro dell'assurdo dentro un romanzo...

"Quello è il cuore del libro. Lì tutto esplode - forma, contenuto, identità. Ho usato il formato teatrale perché la mente ubriaca e drogata è teatro puro. Bloom diventa donna, Stephen vede il fantasma della madre, tutto si trasforma in tutto. La realtà è fluida, instabile. Chi dice di avere certezze è un bugiardo o un idiota. E poi, sa, scrivere quel capitolo è stata una liberazione. Ho messo dentro tutto - Freud, le mie ossessioni, la mia rabbia contro l'Irlanda."

L'Irlanda, appunto. Lei è in esilio volontario da anni. Perché continuare a scrivere di Dublino?

Il volto si fa cupo, la voce si abbassa.

"Perché Dublino mi ha creato e io devo distruggerla. L'Irlanda è paralisi, è morte spirituale. La Chiesa cattolica, il nazionalismo retorico, la mediocrità piccolo-borghese - tutto cospira per uccidere l'anima. Me ne sono andato perché restare significava morire. Ma scrivo di Dublino perché la conosco come conosco le mie mani. Ogni strada, ogni pub, ogni faccia. Ricreo Dublino per possederla, per vendicarmi di lei. Se un giorno la città dovesse sparire, la si potrebbe ricostruire con il mio libro."

Ezra Pound l'ha molto aiutata. Gli deve qualcosa?

"Ezra è un maniaco, un genio impossibile. Mi ha fatto pubblicare su riviste, mi ha prestato soldi, mi ha difeso quando nessuno credeva in me. Ma adesso sta impazzendo con i suoi Cantos, con l'economia sociale, con Mussolini. È brillante ma instabile. Gli devo molto, sì. Ma non gli devo la mia arte. Quella è solo mia."

Sta già lavorando a qualcosa di nuovo?

Gli occhi brillano dietro le lenti spesse.

"Sto scrivendo un libro sulla notte. L'Ulisse era il giorno - diciotto ore di una giornata. Il nuovo libro sarà la notte, il sogno, il linguaggio che si dissolve. Sarà più difficile dell'Ulisse. Molto più difficile. Sto inventando parole, mescolando lingue, distruggendo ogni convenzione rimasta. Ci vorranno anni. E alla fine nessuno lo capirà. Ma sarà il mio capolavoro."

Finnegans Wake?

"Work in Progress, per ora. Ma sì, quel titolo mi piace. Una veglia funebre, una rinascita. Il cerchio che si chiude. Anna Livia Plurabelle che scorre come un fiume. Tutto fluisce, tutto torna, niente finisce davvero."

Non ha paura che sia davvero troppo, questa volta?

Si rimette gli occhiali, prende il libro fresco di stampa, lo accarezza.

"Hemingway dice che scrivo troppo. Pound dice che esagero. E allora? Io non scrivo per i lettori pigri. Scrivo per chi è disposto a lavorare, a scavare, a perdersi. La letteratura facile la fanno in tanti. Io voglio fare qualcosa che resista al tempo, che tra cent'anni faccia ancora incazzare qualcuno. Se questo significa essere illeggibile, che sia."

Un'ultima domanda. Cosa pensa che accadrà all'Ulisse? Sarà censurato, dimenticato, celebrato?

Si alza, mi stringe la mano con forza sorprendente.

"Sarà censurato in Inghilterra e in America, questo è certo. I moralisti bruceranno le copie, i critici mi daranno del pornografo. Ma tra vent'anni, tra cinquant'anni, sarà in tutte le università. Lo studieranno, lo analizzeranno fino alla nausea. Scriveranno migliaia di saggi su ogni singola pagina. E io, da morto, mi farò una gran risata. Perché l'arte vera sopravvive sempre alla mediocrità dei suoi contemporanei. Sempre."

Esce dalla libreria, nella Parigi grigia e piovosa. Sylvia Beach mi guarda e sorride: "È un genio, vero? Anche se è impossibile stargli dietro." Annuisco. Guardo la copia dell'Ulisse sul tavolo. So che tiene in mano un terremoto

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