Parigi, anni Venti. Il Café de Flore a Saint-Germain-des-Prés. Lui è seduto al suo tavolo abituale, un bicchiere di whisky davanti, la macchina da scrivere accanto. Ha lo sguardo di chi ha visto troppe cose. Mi siedo senza chiedere permesso.
Mr. Hemingway, lei scrive come se ogni parola costasse denaro. Perché questa ossessione per la brevità?
"Perché le chiacchiere sono per gli scrittori che hanno paura del silenzio. Ho imparato al Kansas City Star: frasi corte, paragrafi brevi, linguaggio vigoroso. Poi ho imparato in trincea che le parole lunghe non fermano le pallottole. La verità è semplice. Quando uno scrittore mente, lo fa con gli aggettivi. Io tolgo tutto il superfluo finché resta solo l'osso. E l'osso è più duro da rosicchiare, ma è quello che nutre."
Ma Joyce, che conosce bene, fa esattamente l'opposto. Centinaia di pagine, fiume di coscienza...
Beve, si pulisce la bocca con il dorso della mano.
"Joyce è un genio. Ma scrive per impressionare altri scrittori. Io scrivo per chi lavora, per chi ha combattuto, per chi non ha tempo per le masturbazioni intellettuali. L'Ulisse? Magnifico. Lo rileggerò mai? No. Quando torni dalla guerra vuoi qualcosa di pulito, di vero. Non vuoi perderti nei labirinti di uno che pensa troppo."
Eppure c'è chi dice che la sua prosa è troppo maschile, troppo brutale.
"Maschile. Bella parola. Come se ci fosse qualcosa di sbagliato nell'essere uomini. Ho visto uomini morire con dignità e donne più coraggiose di qualsiasi generale. Scrivo di coraggio, di paura, di morte. Questo non ha sesso. Gertrude lo sa. Lei scrive come un carro armato e nessuno osa chiamarla mascoline - anche se lo è più di me."
La morte ricorre in tutto quello che scrive. È un'ossessione?
Accende un sigaro, lo sguardo si fa distante.
"Non è un'ossessione. È l'unica certezza. Ho visto ragazzi di diciott'anni squarciati dalle granate. Ho visto un amico spararsi in bocca. Mio padre si è fatto saltare le cervella. La morte è l'unica cosa onesta in questo circo di bugie che chiamiamo vita. Uno scrittore che non scrive della morte sta mentendo. E io detesto i bugiardi."
Perché l'Italia? Perché ha scelto il fronte italiano per ambientare 'Addio alle armi'?
"Perché lì sono diventato uomo. Avevo diciannove anni quando sono arrivato sul Piave. Una granata austriaca mi ha fatto a pezzi le gambe. Sono stato innamorato di un'infermiera che mi ha spezzato il cuore. L'Italia mi ha insegnato che la guerra è una bugia romantica e che l'amore non salva nessuno. Lezioni utili per uno scrittore."
La generazione perduta. Questa etichetta le sta stretta?
Sorride amaro, quasi rabbioso.
"È Gertrude che l'ha detta. 'Siete tutti una generazione perduta'. E aveva ragione, maledizione. Siamo tornati e non c'era posto per noi. Le parate, le bandiere, gli eroi - tutte stronzate. Eravamo solo ragazzi che avevano visto l'inferno e dovevano fingere che non fosse successo niente. Fitzgerald beve per dimenticare, Dos Passos scrive romanzi politici che nessuno legge. Io almeno ho l'onestà di dire che siamo fottuti."
Il suo stile influenzerà generazioni. Lo sa?
"Non scrivo per influenzare nessuno. Scrivo perché è l'unica cosa che so fare senza mentire. Se qualcuno impara da me, bene. Ma che non copino la superficie. Che non pensino che basti scrivere frasi corte. Lo stile viene dal vivere, non dai trucchi. Vai in guerra, ama qualcuno fino a soffrire, guarda la morte in faccia. Poi torna e scrivi. Tutto il resto è letteratura."
Cosa pensa della critica letteraria?
Scoppia a ridere, una risata dura.
"La critica? Sono parassiti che vivono sul lavoro altrui. Non hanno mai scritto una riga che valga la pena, ma si permettono di giudicare chi rischia tutto. Quando un critico scrive una storia che mi fa piangere o ridere, allora lo ascolterò. Fino ad allora possono andare all'inferno. Con rispetto, naturalmente."
Un consiglio per i giovani scrittori?
Finisce il whisky, si alza. Mi guarda dall'alto.
"Scrivi. Non parlare di scrivere, non pensare di scrivere. Scrivi finché sanguini. Scrivi quello che fa male, non quello che è facile. E quando hai finito, rileggi e togli metà delle parole. Poi togli ancora. Quello che resta, se vale qualcosa, è la verità. Se non vale niente, brucialo e ricomincia. E adesso levati dai coglioni, devo lavorare."
Mi fa cenno di andarmene. Ordina un altro whisky. Infila un foglio nella macchina da scrivere. Non mi guarda più. Per lui sono già sparito.
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