Gli ingegneri del caos. Teoria e tecnica dell’Internazionale populista di Giuliano da Empoli: Come si smonta una democrazia dall’interno
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Nel 2019, quando Gli ingegneri del caos esce in Italia per Marsilio, il populismo è già un fenomeno consolidato ma ancora parzialmente incompreso. Trump è alla Casa Bianca dal 2017. Brexit è avvenuta nel 2016. In Italia Lega e Movimento 5 Stelle governano insieme. In Francia Marine Le Pen ottiene il 34% al ballottaggio presidenziale del 2017. In Ungheria Viktor Orbán consolida il suo sistema di democrazia illiberale. In Brasile Jair Bolsonaro ha vinto le elezioni presidenziali nel 2018. Sembrava un’ondata. La domanda che tutti si ponevano era: come è possibile? Come hanno fatto? E soprattutto: continuerà?
Gli ingegneri del caos risponde a queste domande in modo sistematico e accessibile, con la chiarezza di chi ha studiato il fenomeno dal di dentro — da Empoli aveva lavorato con governi, consulenti politici, comunicatori di diverse tendenze — e con la capacità di sintesi di chi sa trasformare un’analisi complessa in narrazione leggibile. Il libro diventa rapidamente un testo di riferimento per chiunque voglia capire il populismo contemporaneo non come anomalia o patologia passeggera, ma come sistema dotato di una propria razionalità, di strumenti specifici, di una logica interna coerente.
La tesi centrale è provocatoria nella sua semplicità: il populismo non è irrazionale. Al contrario, è il prodotto di una razionalità tecnica sofisticata, applicata deliberatamente da persone che capiscono come funzionano i media digitali, le emozioni politiche, i meccanismi di mobilitazione. Gli «ingegneri del caos» del titolo non sono pazzi o demagoghi improvvisati: sono tecnici del consenso, specialisti della destabilizzazione, artigiani di un metodo che produce risultati replicabili.
Questo saggio esamina le tesi principali del libro, il metodo di da Empoli, le sue intuizioni più acute e i punti in cui l’analisi può essere discussa o integrata, con uno sguardo al presente: cosa rimane valido di questa analisi nel 2024, quando il populismo non è più un’ondata nuova ma ha già una storia, dei successi e dei fallimenti, e ha modificato permanentemente il paesaggio politico occidentale.
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Chi è Giuliano da Empoli, di nuovo
Gli ingegneri del caos precede di tre anni Il mago del Cremlino, e è in un certo senso il suo laboratorio: le tesi che il romanzo mette in forma narrativa, il saggio le elabora in forma analitica. Conoscere entrambi i libri permette di capire meglio l’uno e l’altro.
Da Empoli è un osservatore con accesso privilegiato: ha lavorato come consigliere del governo Renzi, ha fondato il think tank Volta, specializzato nell’analisi del populismo europeo, ha consulenzato forze politiche di diversa tendenza in vari paesi europei. Non scrive da fuori: scrive da una posizione che gli ha permesso di osservare i meccanismi del potere politico dall’interno, anche se da una prospettiva critica rispetto al populismo che analizza.
Questa posizione ha vantaggi e limiti. Il vantaggio è la concretezza: da Empoli sa come funziona una campagna elettorale, conosce gli strumenti che usa un comunicatore politico, capisce le logiche degli algoritmi dei social media perché ne ha visto l’applicazione pratica. Il limite è che scrive inevitabilmente con un punto di vista: quello di un liberale europeo che guarda il populismo con preoccupazione. Questo non invalida l’analisi, ma è importante tenerlo presente.
La tesi più originale e più importante del libro è quella che riguarda il ruolo del caos nella strategia populista. Il senso comune tende a vedere il caos come un sottoprodotto del populismo — la conseguenza dell’incompetenza, della demagogia, della mancanza di esperienza di governo. Da Empoli argomenta il contrario: il caos è lo strumento. È prodotto deliberatamente, coltivato, amplificato perché serve allo scopo.
Come funziona questo meccanismo? In un sistema politico stabile, le istituzioni, i media, i partiti tradizionali filtrano le informazioni, stabiliscono l’agenda, determinano cosa è importante e cosa non lo è. I movimenti populisti non possono competere con questo sistema usando le sue stesse regole: sono troppo nuovi, troppo privi di risorse, troppo lontani dalle reti di potere consolidate. Ma possono destabilizzare il sistema dall’interno, saturandolo di stimoli contraddittori fino a mandarlo in crisi.
La destabilizzazione sistematica serve a due scopi. Il primo è la visibilità: in un sistema mediatico che premia la novità, il conflitto, lo scandalo, chi produce più stimoli destabilizzanti ottiene più spazio. Il secondo è la delegittimazione: se il sistema appare incapace di gestire le crisi, se le istituzioni sembrano sempre in affanno, sempre in ritardo, sempre in difesa, la loro autorità si erode. E quando l’autorità istituzionale si erode, chi si propone come alternativa radicale trova un terreno molto più fertile.
«Il caos non è il risultato del populismo: è la sua materia prima. Senza caos, non c’è domanda di ordine. Senza domanda di ordine, non c’è spazio per il salvatore.»
Questo schema — produrre caos per creare domanda di ordine, posizionarsi come il solo in grado di fornire quell’ordine — non è nuovo nella storia politica. I movimenti fascisti degli anni Venti e Trenta usavano una logica analoga: creare instabilità, amplificare la paura, presentarsi come la risposta alla crisi che avevano contribuito a generare. Da Empoli non fa questa comparazione in modo diretto, ma il parallelo è implicito e il lettore informato lo vede.
La novità del populismo contemporaneo è che questa strategia avviene in un ecosistema mediatico profondamente diverso. I media digitali, i social network, gli algoritmi che amplificano i contenuti emotivamente carichi hanno reso la produzione del caos molto più efficiente e molto meno costosa di quanto fosse nel Novecento.
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L’algoritmo come alleato involontario
Una delle analisi più lucide del libro riguarda il ruolo degli algoritmi dei social media nella diffusione del populismo. Da Empoli non cade nella trappola semplificatoria di vedere Facebook, Twitter o YouTube come cause del populismo: questi piattaforme non hanno creato il fenomeno, ma lo hanno amplificato in modo decisivo.
Il meccanismo è tecnico: gli algoritmi delle piattaforme sono progettati per massimizzare il coinvolgimento degli utenti. Il contenuto che genera più coinvolgimento è il contenuto emotivamente carico: la rabbia, la paura, l’indignazione producono più click, più condivisioni, più commenti della gioia o della riflessione calma. Le piattaforme premiano quindi sistematicamente i contenuti che suscitano emozioni negative intense, senza che nessuno abbia deliberatamente deciso che questa fosse una buona politica: è semplicemente il prodotto di un’ottimizzazione per l’engagement.
Il populismo produce sistematicamente contenuti emotivamente carichi: nemici identificabili, ingiustizie concrete, eroi coraggiosi contro il sistema. Questi contenuti vengono amplificati dagli algoritmi molto più efficacemente dei contenuti più complessi e più sfumati dei partiti tradizionali. Il risultato è che i movimenti populisti ottengono una visibilità sproporzionata rispetto alle loro risorse, senza dover pagare per questa visibilità nel senso tradizionale — non in termini di pubblicità, di campagne elettorali convenzionali, di accesso ai media mainstream.
Da Empoli descrive questo meccanismo senza demonizzare le piattaforme, ma senza assolvere nemmeno i loro responsabili: sapevano, o avrebbero potuto sapere, che il loro design favoriva certi tipi di contenuto. La scelta di non modificare gli algoritmi è essa stessa una scelta politica, anche se non dichiarata come tale.
Gli ingegneri del caos non è un libro teorico: è costruito su casi studio concreti, analisi di campagne elettorali, di strategie di comunicazione, di singoli attori chiave. Questa concretezza è uno dei punti di forza del libro: le tesi non vengono presentate in astratto ma vengono dimostrate attraverso esempi specifici.
Il caso Trump è analizzato in dettaglio, con particolare attenzione al ruolo di Steve Bannon e di Cambridge Analytica nella campagna del 2016. Bannon è uno degli «ingegneri del caos» per eccellenza: ex banchiere di Goldman Sachs, poi produttore di film di destra, poi direttore di Breitbart News, poi stratega della campagna Trump. La sua visione del mondo è quella di un guerriero culturale che usa il caos mediatico come arma: provocare, destabilizzare, forzare il dibattito su terreni in cui i tradizionali difensori dell’ordine liberale non sanno come muoversi.
Cambridge Analytica aggiunge una dimensione tecnologica alla stessa strategia: l’uso di dati psicografici per targettizzare i messaggi politici in modo chirurgico, raggiungendo gli elettori con messaggi costruiti sul loro profilo psicologico specifico. Non propaganda di massa, ma propaganda personalizzata: ogni elettore riceve il messaggio progettato per essere massimamente efficace su di lui.
«Non cercavano di convincere tutti. Cercavano di demotivare chi non potevano convincere, e di mobilitare chi era già convinto. La differenza sembra sottile. Non lo è.»
In Europa, da Empoli analizza i casi di Marine Le Pen e del Rassemblement National, di Viktor Orbán in Ungheria, di Matteo Salvini in Italia, di Nigel Farage e del movimento Brexit nel Regno Unito. Ogni caso ha le sue specificità, ma da Empoli individua il filo comune: la stessa logica del caos come metodo, la stessa capacità di usare i media digitali come piattaforma di amplificazione, la stessa struttura narrativa basata sull’opposizione tra il popolo autentico e le élite corrotte.
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Orbán: la democrazia che si smonta dall’interno
Il caso più analiticamente ricco del libro è forse quello di Viktor Orbán in Ungheria, che da Empoli usa come caso estremo, come laboratorio in cui vedere fino a dove può arrivare il progetto populista una volta che raggiunge il potere.
Orbán non ha usato la violenza né il colpo di stato: ha usato la maggioranza parlamentare conquistata democraticamente per cambiare le regole del gioco in modo che diventasse sempre più difficile per l’opposizione competere in modo equo. Legge elettorale modificata per favorire il partito di governo, magistratura progressivamente svuotata di indipendenza, media indipendenti comprati o costretti a chiudere, sistema universitario regolamentato per limitare l’autonomia accademica.
La cosa più inquietante di questa strategia è che avviene attraverso procedure formalmente legali. Ogni provvedimento ha la sua base normativa, ogni cambiamento istituzionale ha la sua maggioranza parlamentare. Non c’è niente da impugnare di fronte alle corti internazionali — o almeno, c’è molto poco, e ci vuole molto tempo, e nel frattempo il sistema si consolida. Orbán ha dimostrato che si può smontare una democrazia liberale usando gli strumenti della democrazia liberale stessa.
Da Empoli chiama questa strategia «democrazia illiberale» — il termine che Orbán stesso usa — e ne analizza la logica con una precisione che non implica approvazione. Il punto non è che Orbán abbia ragione: il punto è che il suo metodo funziona, almeno nel breve e medio termine, e che le democrazie liberali non hanno sviluppato meccanismi di difesa adeguati contro questo tipo di attacco.
Una delle analisi più originali del libro riguarda il modo in cui i movimenti populisti costruiscono l’identità del «popolo» che dicono di rappresentare. Il popolo non è un dato preesistente che il populismo scopre e rappresenta: è una costruzione narrativa che il populismo produce. E questa costruzione segue regole precise.
Il «popolo» populista non coincide con la popolazione nel senso statistico. Non è tutti i cittadini: è una parte dei cittadini — quella «antica», quella che ha perso qualcosa, quella che si sente tradita, quella che il cambiamento ha penalizzato. Gli altri — le minoranze, gli immigrati, le élite culturali, i cosmopoliti — non fanno parte del «vero popolo». Sono il nemico interno, o sono parte del sistema che il vero popolo deve abbattere.
Questa costruzione ha una funzione precisa: crea un’identità collettiva forte basata non su valori condivisi ma su nemici condivisi. L’identità negativa — siamo quelli che non sono loro, siamo quelli contro cui il sistema si è accanito — è più potente e più facile da produrre dell’identità positiva, che richiede un programma, una visione, una coerenza difficile da mantenere. È molto più semplice dire «sono dalla parte del popolo contro le élite» che spiegare cosa si fa una volta che si è al governo.
«Il popolo del populismo non esiste prima del populismo. Lo si costruisce parola per parola, indignazione per indignazione, nemico per nemico. È un’opera d’arte politica, nel senso meno nobile del termine.»
Da Empoli analizza anche come questa costruzione identitaria usa il passato. Il «popolo» populista è sempre un popolo che ha perso qualcosa rispetto a un passato migliore: la prosperità economica, la coesione culturale, il rispetto, la sicurezza. Il Make America Great Again di Trump è l’esempio più esplicito, ma la struttura è la stessa in tutti i populismi: un passato dorato, una caduta causata da traditori interni o da nemici esterni, una promessa di restaurazione.
Questo uso del passato è politicamente efficace ma analiticamente falso nella maggior parte dei casi: il passato dorato evocato non è mai esistito nella forma in cui viene presentato, o se è esistito è tornare ad esso è impossibile per ragioni strutturali che il populismo non affronta. Ma la sua efficacia politica non dipende dalla sua verità storica: dipende dalla sua capacità di rispondere a un sentimento di perdita reale con una narrativa rassicurante.
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Le élite e il loro fallimento
Un elemento importante dell’analisi di da Empoli che non viene sempre adeguatamente valorizzato è la critica alle élite tradizionali. Gli ingegneri del caos non è solo un libro sul populismo come minaccia: è anche un libro su come le élite liberali abbiano contribuito a creare le condizioni per il successo populista.
Le élite politiche, economiche e culturali che hanno governato i paesi occidentali negli ultimi trent’anni hanno prodotto risultati ambivalenti: crescita economica complessiva, ma distribuzione sempre più diseguale dei benefici; globalizzazione che ha creato ricchezza aggregata, ma che ha distrutto settori industriali interi e le comunità che vi dipendevano; integrazione europea che ha portato vantaggi reali, ma che ha anche svuotato di significato la democrazia nazionale senza creare una democrazia europea funzionante.
Il risentimento su cui il populismo fa leva non è un’invenzione: è una risposta a processi reali che hanno lasciato dietro di sé persone e comunità che non hanno trovato nel sistema liberale la risposta ai propri problemi. Da Empoli è abbastanza onesto da riconoscerlo, anche se la sua simpatia analitica va alla critica del populismo più che alla critica delle élite che lo hanno reso possibile.
Questa ammissione è importante perché cambia il quadro: il populismo non è solo un attacco esterno alle democrazie liberali da parte di nemici del sistema. È anche il sintomo di un fallimento interno del sistema, di una promessa non mantenuta, di una crisi di legittimità che le élite tradizionali non hanno saputo affrontare.
Il capitolo più tecnico del libro è quello dedicato alla comunicazione populista: come si costruisce un messaggio, come si sceglie un canale, come si usa la provocazione, come si gestisce la risposta degli avversari. Da Empoli è particolarmente bravo in questo capitolo perché scrive con la competenza di chi conosce la comunicazione politica dall’interno.
Il principio fondamentale della comunicazione populista è che le emozioni battono i fatti. Non perché il pubblico sia stupido o manipolabile in senso dispregiativo, ma perché il cervello umano elabora le informazioni emozioni prima che razionalmente: la paura, la rabbia, il senso di ingiustizia sono processati più velocemente e più efficacemente dei dati statistici o degli argomenti complessi. Questo non è una patologia: è come funziona la cognizione umana.
I comunicatori populisti hanno capito questo meccanismo e lo sfruttano sistematicamente. Invece di presentare programmi dettagliati — che richiedono attenzione, verifiche, confronti — costruiscono messaggi emotivamente semplici e potenti: questo è il nemico, questo è il torto subito, questa è la promessa di giustizia. La semplicità non è stupidità: è efficienza comunicativa.
«Non vinci un’elezione con un programma di governo. La vinci con una storia. E la storia migliore non è quella più vera: è quella che risponde meglio a ciò che la gente sente nel petto.»
La provocazione è un altro strumento centrale. Un politico che dice qualcosa di scandaloso o di provocatorio ottiene copertura mediatica gratuita: i media mainstream devono riportare la provocazione per confutarla, e nel farlo la amplificano. È una trappola in cui i media cadono sistematicamente: ignorare la provocazione sembra complicità silenziosa, riportarla significa darle spazio. Non c’è una risposta facile.
Da Empoli analizza anche il ruolo del linguaggio. I populisti usano deliberatamente un linguaggio «rozzone», anti-tecnocratico, lontano dalla prosa istituzionale dei politici tradizionali. Questo non è ignoranza: è un segnale di appartenenza. Il linguaggio del popolo contro il linguaggio delle élite. Chi parla come la gente comune viene percepito come uno di loro, indipendentemente dalla propria storia reale.
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La post-verità come ecosistema
Gli ingegneri del caos anticipa di qualche anno le analisi più sistematiche sulla post-verità, ma ne coglie con precisione i meccanismi essenziali. Il problema non è che i populisti mentano più degli altri politici — anche se è vero che molti lo fanno con una frequenza insolita — ma che operano in un ecosistema informativo in cui la distinzione tra vero e falso ha perso la rilevanza che aveva.
In un ecosistema in cui ogni affermazione può essere immediatamente contraddetta da un’altra, in cui le «fake news» circolano alla stessa velocità delle notizie verificate, in cui gli algoritmi amplificano il contenuto emotivamente carico indipendentemente dalla sua accuratezza fattuale, la credibilità basata sui fatti è un bene che si deprezza rapidamente. Ciò che rimane è la credibilità basata sull’identità: mi fido di questa persona perché è come me, perché dice ciò che sento, perché è contro quelli che non voglio.
Il passaggio dalla credibilità fattuale alla credibilità identitaria è uno dei cambiamenti più profondi che il populismo ha prodotto o ha contribuito a produrre nel paesaggio politico contemporaneo. E è un cambiamento difficilissimo da invertire, perché una volta che la fiducia nelle istituzioni di verifica — giornali, esperti, istituzioni scientifiche — è erosa, è molto difficile ricostruirla attraverso quelle stesse istituzioni.
Il sottotitolo del libro — «Teoria e tecnica dell’Internazionale populista» — introduce un concetto che è tra le intuizioni più originali di da Empoli: l’idea che i vari movimenti populisti nel mondo non siano fenomeni separati e indipendenti, ma facciano parte di una rete di scambi, influenze, tecniche condivise, ispirazione reciproca che ha una struttura quasi internazionale.
Non si tratta di una cospirazione nel senso classico — non c’è un centro di comando, non ci sono direttive segrete. Si tratta di qualcosa di più organico e più moderno: una condivisione di tecniche, di frame narrativi, di strategie di comunicazione che avviene attraverso reti informali, conferenze, social media, consulenze incrociate. Steve Bannon in America, Nigel Farage in Gran Bretagna, Matteo Salvini in Italia, Marine Le Pen in Francia, Viktor Orbán in Ungheria non si accordano per coordinarsi: si ispirano reciprocamente, copiano le strategie che funzionano, adattano al proprio contesto nazionale ciò che hanno visto funzionare altrove.
Da Empoli documenta questi scambi con dovizia di esempi concreti: le visite reciproche, le solidarietà pubbliche, gli scambi di consulenti, la circolazione di slogan e frame narrativi da un movimento all’altro. Make America Great Again diventa Make France Great Again diventa Make Britain Great Again: la struttura è la stessa, adattata al contesto locale.
«Non è una Internazionale nel senso ottocentesco. Non c’è un Manifesto. C’è qualcosa di più sottile: un metodo che viaggia, che si adatta, che produce risultati simili in contesti molto diversi.»
Il paradosso che da Empoli sottolinea con acutezza è che un movimento che si dichiara nazionalista, che fonda la propria identità sull’opposizione all’internazionalismo liberale, è esso stesso profondamente internazionalizzato nelle sue tecniche e nelle sue reti. Il nazionalismo populista è un prodotto globale. Questa contraddizione non sfugge ai suoi sostenitori, ma non li turba: la logica dell’identità tribale non è mai stata particolarmente sensibile alle contraddizioni.
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La Russia come laboratorio e finanziatore
Un capitolo importante del libro analizza il ruolo della Russia nel panorama populista globale. Da Empoli argomenta che la Russia putiniana non si limita a ispirare i movimenti populisti occidentali: in alcuni casi li finanzia, li sostiene attivamente, li usa come strumenti di destabilizzazione geopolitica.
L’interesse russo nel supporto ai partiti populisti europei non è ideologico nel senso stretto: Putin non crede nel populismo come progetto politico. È strategico: i movimenti populisti europei tendono a essere euroscettici, contrari alle sanzioni imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea, favorevoli a una ridefinizione dei rapporti con Mosca. Supportarli indebolisce la coesione europea e allenta la pressione internazionale sulla Russia.
I finanziamenti russi a partiti come il Rassemblement National francese sono documentati. Le connessioni tra la rete di Orbán e Mosca sono note. L’interferenza russa nelle elezioni americane del 2016 attraverso operazioni sui social media è stata accertata da indagini del Congresso. Da Empoli inserisce questi elementi nel quadro più ampio dell’Internazionale populista, mostrando come la Russia svolga un ruolo di amplificatore e di finanziatore parziale di tendenze che hanno radici autonome nelle società occidentali.
Questo è un punto importante: la Russia non ha creato il populismo occidentale. Ha trovato un terreno già fertile e lo ha concimato. Il successo populista non sarebbe spiegabile solo con l’interferenza russa, come piacerebbe a chi vuole evitare di fare i conti con i problemi interni alle democrazie liberali.
Gli ingegneri del caos è un libro che non appartiene completamente a nessun genere. Non è un trattato accademico: non ha la struttura formale, le note a piè di pagina, l’apparato bibliografico di un saggio scientifico. Non è giornalismo: non ha l’urgenza dell’attualità pura, la dipendenza dai fatti freschi che caratterizza il reportage. Non è un pamphlet politico: non ha l’agenda esplicita, la militanza dichiarata di chi vuole convincere il lettore a votare in un certo modo.
È qualcosa di più difficile da classificare: un saggio di analisi politica con ambizioni di sintesi, scritto per un pubblico colto ma non specialistico, con l’obiettivo di spiegare un fenomeno complesso in modo accessibile senza banalizzarlo. In italiano esistono pochi modelli per questo tipo di scrittura: forse Umberto Eco saggista, forse certi lavori di Giovanni Sartori, forse la scuola di Laterza degli anni Novanta.
Il metodo di da Empoli si basa su tre elementi. Il primo è la comparazione: mettere a confronto casi diversi — Trump, Orbán, Salvini, Le Pen, Farage — per isolare il filo comune, ciò che li rende variazioni di uno stesso fenomeno. Il secondo è la concretezza: ancorare ogni tesi a esempi specifici, a campagne reali, a strategie documentate. Il terzo è la sintesi: non perdere il lettore nella complessità, mantenere il filo del ragionamento, arrivare a conclusioni che possano essere ricordate e discusse.
«La complessità non è una virtù in sé. È una virtù quando è necessaria per dire la verità. Quando è un modo per nascondere che non si ha niente da dire, è un vizio.»
Questo metodo ha i suoi limiti. La comparazione tra casi molto diversi rischia di perdere le specificità che rendono ogni caso unico: Trump non è Salvini non è Orbán, e le differenze contano quanto le somiglianze. La chiarezza espositiva a volte semplifica dove la realtà è più ambigua. Il libro è scritto da chi ha una posizione politica chiara, e questa posizione influenza quali aspetti vengono enfatizzati e quali vengono trattati più brevemente.
Ma questi sono limiti di qualsiasi opera di sintesi ambiziosa, non difetti specifici di questo libro. La chiarezza è un valore, non una semplificazione; e chi scrive per un pubblico ampio compie una scelta legittima che ha un costo in termini di profondità e un beneficio in termini di diffusione delle idee.
Un saggio critico su un libro analitico come questo deve affrontare anche le sue lacune e i suoi punti deboli, non per demolirlo ma per completare il quadro che propone.
La critica più frequente che il libro ha ricevuto riguarda la sua tendenza a guardare il populismo principalmente come un fenomeno di comunicazione e tecnica politica, perdendo di vista la dimensione economica e sociale. I movimenti populisti non emergono dal nulla: emergono da contesti di crisi economica, di insicurezza lavorativa, di degrado delle infrastrutture pubbliche, di impoverimento relativo di segmenti ampi della popolazione. Ridurre il loro successo alla bravura degli ingegneri del caos è un’analisi parziale: spiega come il messaggio arriva, ma non spiega perché il terreno è così fertile.
Gli economisti Thomas Piketty e Branko Milanovic hanno documentato in modo rigoroso come la globalizzazione e le politiche neoliberali degli ultimi trent’anni abbiano prodotto una redistribuzione della ricchezza sfavorevole alle classi medie e operaie dei paesi sviluppati. Il sociologo Arlie Hochschild, nel suo Stranieri nella propria terra, ha mostrato come il risentimento populista americano abbia radici in esperienze concrete di perdita — economica, di status, di comunità. Da Empoli riconosce queste dimensioni, ma le tratta come sfondo più che come cause primarie. Una critica legittima.
Un’altra lacuna riguarda il populismo di sinistra, quasi assente dal libro. Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, Bernie Sanders negli Stati Uniti, Jean-Luc Mélenchon in Francia usano alcune delle stesse tecniche dei populismi di destra: la narrazione del popolo contro le élite, la costruzione identitaria basata sull’esclusione, l’uso intensivo dei social media. Da Empoli li menziona brevemente ma non li analizza con la stessa profondità. Questo può essere letto come scelta analitica — il populismo di destra è il fenomeno più significativo degli anni in cui il libro è scritto — o come punto cieco del suo approccio.
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Cosa è cambiato dal 2019
Gli ingegneri del caos è stato scritto nel 2019. Nel corso degli anni successivi, il paesaggio politico che descrive si è evoluto in modi che permettono di testare le tesi del libro.
Trump ha perso le elezioni del 2020, il che suggerisce che l’ingegneria del caos non sia invincibile in un sistema democratico con istituzioni abbastanza robuste. Ma poi ha vinto quelle del 2024, suggerendo che le tecniche populiste rimangono efficaci anche quando un leader ha già governato e il suo record può essere giudicato. Il populismo ha dimostrato di essere più resiliente di quanto i suoi critici sperassero.
In Europa, i risultati sono stati misti. Orbán ha consolidato il proprio sistema. Salvini ha perso potere rispetto al 2019 ma rimane una forza politica rilevante. Le Pen ha continuato ad avanzare ma non ha conquistato l’Eliseo. In Italia, Fratelli d’Italia — partito non analizzato nel libro — ha conquistato il governo nel 2022 con Giorgia Meloni, un caso che sfida alcune delle categorizzazioni di da Empoli: un partito di destra radicale che governa, almeno all’inizio, in modo più0 istituzionale di quanto molti prevedevano.
L’intelligenza artificiale generativa, non disponibile nel 2019 nella forma attuale, ha aggiunto un’ulteriore dimensione alla problematica della post-verità: la possibilità di produrre deepfake convincenti, di generare contenuti di propaganda su scala industriale, di personalizzare il messaggio politico con una precisione che Cambridge Analytica poteva solo sognare. Gli ingegneri del caos di oggi hanno strumenti molto più potenti di quelli del 2019.
Gli ingegneri del caos si inserisce in un filone molto ricco di letteratura sul populismo che si è sviluppato nell’ultimo decennio. Vale la pena collocarlo in questo contesto per capire meglio qual è il suo contributo specifico.
Tra i libri più importanti sullo stesso tema: What Is Populism? di Jan-Werner Müller (2016) offre la definizione teorica più precisa del fenomeno, chiarendo che il populismo è sempre anti-pluralista — presuppone che esista un solo vero popolo, che il leader rappresenta autenticamente, contro chi è corrotto o non è davvero del popolo. How Democracies Die di Steven Levitsky e Daniel Ziblatt (2018) analizza in dettaglio come le democrazie crollino non più attraverso colpi di stato militari ma attraverso l’erosione graduale delle norme istituzionali. The People vs. Democracy di Yascha Mounk (2018) documenta la scissione tra libertà e democrazia, mostrando come i populisti vincano elezioni democratiche per poi smantellare le libertà individuali.
Il contributo specifico di da Empoli in questo panorama è la dimensione tecnica e pratica. Müller, Levitsky, Ziblatt, Mounk sono politologi accademici: offrono analisi teoricamente rigorose ma tendono a restare a un livello di astrazione che non risponde alla domanda «come si fa in concreto?». Da Empoli risponde a questa domanda con la concretezza di chi ha osservato la pratica: come si costruisce un messaggio, come si usa un algoritmo, come si gestisce una crisi mediatica, come si replica il modello da un paese all’altro.
Peter Pomerantsev, con Nothing Is True and Everything Is Possible (2014), è il precedente più vicino allo stile di da Empoli: stesso approccio dall’interno, stessa attenzione alla dimensione pratica, stessa capacità di scrivere in modo accessibile su un tema complesso. Non a caso, Pomerantsev compare tra i riferimenti del libro.
«Capire il populismo non significa giustificarlo. Significa prendere sul serio le ragioni del suo successo, che sono reali, invece di liquidarlo come un errore che la gente correggerà da sola.»
Cinque anni dopo la sua pubblicazione, Gli ingegneri del caos rimane un libro importante. Non perché abbia detto l’ultima parola sul populismo — la letteratura sul tema è cresciuta enormemente dal 2019 — ma perché ha detto alcune cose con una chiarezza che rimane preziosa.
La prima: il populismo non è irrazionale, non è una patologia passeggera, non è destinato a scomparire da solo. Ha una logica, usa strumenti, produce risultati. Capirlo richiede di prendere sul serio quella logica, anche quando non si condivide.
La seconda: il caos è uno strumento, non un errore. Le istituzioni democratiche, i media tradizionali, i politici liberali che si lamentano del disordine prodotto dai populisti stanno descrivendo sintomi, non cause. La causa è che il disordine serve a qualcosa, e finché non si capisce a cosa serve non si può contrastarlo efficacemente.
La terza: il populismo ha radici reali in problemi reali. La crisi delle democrazie liberali non è solo il prodotto dell’ingegneria del caos: è anche il prodotto di politiche che hanno prodotto disuguaglianza, insicurezza, perdita di status per ampie fasce della popolazione. Rispondere al populismo solo con una migliore comunicazione, senza affrontare i problemi che lo alimentano, è insufficiente.
La quarta, forse la più urgente: le tecniche descritte nel libro non sono state sviluppate una volta sola e poi ferme. Evolvono, si adattano, trovano nuovi strumenti — i social media del 2019 sono già diversi da quelli del 2024, e l’intelligenza artificiale ha aggiunto possibilità che da Empoli non poteva prevedere completamente. Gli ingegneri del caos è un testo che va letto con questa consapevolezza: descrive il momento in cui lo scrive, non lo stato definitivo del fenomeno.
Per chi vuole capire il mondo politico in cui vive, questo libro è uno strumento utile. Non fornisce soluzioni — e sarebbe sospetto se le fornisse — ma fornisce qualcosa di più prezioso: una mappa. Una mappa del territorio in cui si muovono le forze politiche contemporanee, con le sue trappole, i suoi meccanismi nascosti, i suoi pattern ripetuti. Chi conosce la mappa è meglio equipaggiato per non perdersi.
E in un momento in cui la disinformazione è industriale, i media sono frammentati, la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici, e gli ingegneri del caos hanno a disposizione strumenti sempre più potenti, avere una mappa non è un lusso intellettuale. È una necessità civile.
Nota bibliografica essenziale
Giuliano da Empoli, Gli ingegneri del caos. Teoria e tecnica dell’Internazionale populista, Marsilio, Venezia 2019. Edizione francese: Les ingénieurs du chaos, JC Lattès, Parigi 2019.
Per il contesto teorico sul populismo: Jan-Werner Müller, What Is Populism?, University of Pennsylvania Press, 2016 (trad. it.: Cos’è il populismo?, Università Bocconi Editore, 2017). Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, How Democracies Die, Crown, 2018 (trad. it.: Come muoiono le democrazie, Laterza, 2019). Yascha Mounk, The People vs. Democracy, Harvard University Press, 2018.
Per la dimensione mediatica e digitale: Peter Pomerantsev, Nothing Is True and Everything Is Possible, PublicAffairs, 2014. Eli Pariser, The Filter Bubble, Penguin, 2011. Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, 2019.
Per le radici economiche del populismo: Thomas Piketty, Le capital au XXIᵉ siècle, Seuil, 2013. Branko Milanovic, Global Inequality, Harvard University Press, 2016. Arlie Russell Hochschild, Strangers in Their Own Land, The New Press, 2016 (trad. it.: Stranieri nella propria terra, Il Mulino, 2017).
Per il confronto con Il mago del Cremlino: Giuliano da Empoli, Il mago del Cremlino, Mondadori, 2022 (trad. it. di Paolo Cossi). I due libri si integrano e si illuminano reciprocamente: il saggio offre la teoria, il romanzo offre la psicologia.
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