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Publié par Angelo Marcotti

I. Un romanzo che arriva al momento giusto

Ci sono libri che escono nel momento sbagliato e ci vogliono anni perché vengano capiti, e ci sono libri che escono nel momento esatto in cui il mondo ha bisogno di ciò che dicono. Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli appartiene alla seconda categoria in modo quasi scomodo: pubblicato in Francia nel gennaio del 2022, pochi mesi prima dell’invasione russa dell’Ucraina, arriva nelle librerie italiane ed europee mentre Mosca sta dispiegando i carri armati verso Kiev. Il romanzo che avrebbe dovuto essere una riflessione sul potere putiniano diventa, nell’arco di settimane, un documento di attualità bruciante.

Ma la tempistica fortunata non spiega da sola il successo straordinario del libro: un milione di copie vendute in quaranta paesi, il Grand Prix du roman de l’Académie française nel 2022, la traduzione in lingue che solitamente ignorano la narrativa italiana e italo-francese. Il successo ha radici più profonde: da Empoli ha scritto un libro che affronta qualcosa di cui la letteratura occidentale aveva bisogno e che faticava a produrre da sola — un’analisi dall’interno, in forma narrativa, di come funziona il potere nell’era della post-verità e della politica come spettacolo.

Il romanzo racconta la storia di Vadim Baranov, spin doctor immaginario che per vent’anni è stato l’uomo più potente di Russia dopo Putin — il suo comunicatore, il suo stratega, il suo mago. Baranov è caduto in disgrazia e si è ritirato a vita privata; un giovane giornalista italo-russo lo incontra in un ristorante moscovita e ottiene la sua confidenza. Il romanzo è il racconto di ciò che Baranov gli rivela nel corso di quelle serate: come funziona davvero il Cremlino, come si costruisce e si mantiene il potere in Russia, cosa vuole dire essere il mago di un sovrano.

Questo saggio cerca di spiegare perché questo romanzo è importante non solo come chiave di lettura della Russia putiniana, ma come opera letteraria che affronta questioni che vanno ben oltre la politica russa: il potere come narrazione, la realtà costruita come strumento di governo, il cinismo come forma di lucidità e come trappola.

Chi è Giuliano da Empoli

Giuliano da Empoli nasce a Parigi nel 1973 da padre fiorentino e madre svizzera, cresce tra Italia e Francia, studia Scienze politiche a Firenze e poi a Parigi. Non è solo un romanziere: è un politologo, un consulente politico, un intellettuale pubblico che ha lavorato con il governo Renzi e ha fondato il think tank Volta, specializzato nelle nuove forme del populismo europeo.

Questa doppia appartenenza — la narrativa e la scienza politica — è la chiave del libro. Da Empoli non scrive un romanzo politico nel senso giornalistico: scrive un romanzo che usa la forma letteraria per dire cose che la saggistica politica non può dire. Le motivazioni dei personaggi, la psicologia del potere, l’interno del palazzo — queste sono cose che nessun rapporto accademico può catturare, ma che la narrativa può rendere visibili attraverso l’invenzione verosimile.

Da Empoli ha passato anni a studiare il populismo europeo e russo. Ha incontrato consulenti politici, spin doctor, uomini di potere in vari paesi. Il mago del Cremlino distilla questa esperienza in forma narrativa, usando la Russia come caso estremo, come laboratorio in cui i meccanismi del potere contemporaneo si manifestano nella loro forma più pura e più brutale. Ma la lezione non è solo russa: è europea, è globale.

II. Vadim Baranov: il personaggio e i suoi modelli

Il protagonista del romanzo, Vadim Baranov, non esiste come persona reale. Ma è costruito a partire da una persona reale, o meglio da più persone reali, che chiunque abbia seguito le vicende russe degli ultimi vent’anni riconosce immediatamente.

Il modello principale è Vladislav Surkov, uno degli uomini più influenti e più enigmatici della Russia putiniana. Surkov è stato per quasi vent’anni il capo dell’amministrazione presidenziale, il responsabile della politica interna, il teorico della «democrazia sovrana» — la formula ideologica con cui Putin giustifica il suo sistema di potere. Ma Surkov non era solo un funzionario: era, come Baranov nel romanzo, un intellettuale che aveva scelto il potere come campo di applicazione della propria intelligenza. Scriveva romanzi (sotto pseudonimo), curava gallerie d’arte, conosceva la cultura occidentale e la usava per creare sistemi di manipolazione più sofisticati.

Ci sono poi echi di altri personaggi: Gleb Pavlovsky, il politologo che costruiva le campagne elettorali di Eltsin e poi di Putin; Mikhail Lesin, il fondatore di Russia Today; altri strateghi anonimi che hanno lavorato nell’ombra del Cremlino. Baranov è una sintesi, un tipo ideale: lo spin doctor russo nella sua forma più compiuta.

«Io non sono mai stato un uomo di potere. Sono sempre stato l’uomo che capisce il potere. È una differenza enorme. L’uomo di potere crede in ciò che fa. Io ho sempre saputo che stavo costruendo un teatro.»

Questa distinzione che Baranov fa di se stesso — tra l’uomo di potere e l’uomo che capisce il potere — è il cuore filosofico del personaggio. Baranov non è un uomo di fede: è un tecnico. Non crede nella Russia putiniana, ma la costruisce con tutti gli strumenti della sua intelligenza. E questa posizione — il costruttore lucido di ciò in cui non crede — è allo stesso tempo la sua forza e la sua condanna.

La struttura narrativa: la confidenza come forma

Il romanzo è costruito come una serie di serate in cui Baranov racconta al giovane giornalista la propria storia e la propria visione del mondo. È una forma narrativa antica — la confidenza, il racconto orale, il vecchio saggio che parla al giovane ascoltatore — che da Empoli usa con consapevolezza. Evoca i grandi romanzi di formazione, ma anche i classici della letteratura russa: Dostoevskij, Tolstoj, i loro personaggi che parlano per ore nelle sale da pranzo, svelando visioni del mondo complete nelle pieghe di una conversazione.

La scelta del narratore intradietetico — un personaggio interno alla storia che racconta ciò che gli è stato detto — permette a da Empoli di mantenere una distanza critica da Baranov senza mai perdere la sua voce. Il lettore sente Baranov attraverso il filtro del giornalista, che è affascinato ma non acritico, coinvolto ma consapevole della manipolazione che potrebbe essere in atto. Questa doppiezza di sguardo è uno degli elementi narrativi più sofisticati del libro.

C’è anche una qualità di seduzione nella struttura: Baranov è un uomo di straordinaria intelligenza e charme, e il lettore si trova nella stessa posizione del giornalista — attratto, convinto a metà, incerto se ciò che viene rivelato sia verità o un’ulteriore rappresentazione. Chi ha costruito per vent’anni l’immagine del Cremlino sa come costruire anche la propria immagine. Baranov può essere genuino o può essere ancora il mago, questa volta con il lettore come pubblico.

III. Putin visto dall’interno: il ritratto di un sistema

Una delle cose più riuscite del romanzo è il ritratto di Putin che emerge attraverso gli occhi di Baranov. Da Empoli non cade nella trappola del dittatore caricaturale, né in quella del leader incompreso: presenta Putin come un uomo specifico, con una psicologia specifica, che ha capito alcune cose fondamentali sul proprio paese e le ha usate con una coerenza spietata.

Putin nel romanzo è un uomo che viene dal nulla — dall’anonimato del KGB provinciale, da San Pietroburgo in declino dopo il crollo sovietico — e che ha capito una cosa: che in Russia il vuoto di potere viene sempre riempito da qualcuno, e che chi controlla la narrativa controlla il potere. Non è un ideologo nel senso tradizionale. È un pragmatico che usa le ideologie come strumenti.

Il sistema che Putin ha costruito, come lo descrive Baranov, non è una dittatura nel senso classico — non ha un’ideologia totalizzante, non mira a trasformare la società in nome di un progetto utopico. È qualcosa di più fluido e più moderno: un sistema in cui la realtà è costantemente destabilizzata, in cui nessuno sa con certezza cosa è vero e cosa è falso, in cui la confusione stessa è uno strumento di controllo. Chi non sa cosa credere non può organizzarsi per cambiare le cose.

«Non volevamo che la gente credesse alle nostre bugie. Volevamo che smettesse di credere a qualsiasi cosa. Un popolo che non sa distinguere il vero dal falso è un popolo che non può resistere.»

Questa idea — il nichilismo epistemologico come strumento di governo — è una delle analisi più lucide che il romanzo offre del sistema putiniano. Non si tratta di propaganda nel senso sovietico, in cui il regime imponeva una versione ufficiale della realtà e puniva chi se ne discostava. Si tratta di qualcosa di più sofisticato: la produzione di un eccesso di narrazioni contraddittorie che rende impossibile orientarsi. Il Cremlino di Baranov non nega la realtà: la inondate di interpretazioni finché la realtà stessa svanisce nel rumore.

La Russia e la sua anima: miti fondativi

Un capitolo centrale del romanzo è la riflessione di Baranov sulla Russia come entità culturale e storica. Da Empoli usa il personaggio per articolare una visione della Russia che non è propaganda putiniana né critica liberale occidentale, ma qualcosa di più sfumato: un’analisi dei miti che la Russia ha di se stessa e di come questi miti vengano usati dal potere.

La Russia nel romanzo è una civiltà che si percepisce come assediata, come incompresa, come portatore di valori spirituali che l’Occidente materialistico non può capire. Questa percezione non è inventata da Putin: ha radici profonde nella cultura russa, da Dostoevskij ai filosofi slavofili dell’Ottocento. Putin e Baranov non la creano: la trovano già lì, latente, e la amplificano, la dirigono, la usano.

La distinzione tra ciò che il regime inventa e ciò che trova già esistente nella società è fondamentale per capire il sistema putiniano. Un regime che si basasse solo sulla coercizione sarebbe fragile: basterebbe un momento di debolezza perché crollasse. Un regime che sa agganciare pulsioni culturali genuine, paure reali, orgoglio ferito autentico è molto più solido, perché una parte di ciò che fa viene percepita come legittima anche da chi non lo sostiene apertamente.

Da Empoli è abbastanza onesto da non presentare questa analisi come una critica unilaterale alla Russia: il meccanismo che descrive — il potere che usa le pulsioni culturali della società per consolidarsi — funziona in molti paesi, con ideologie diverse. La Russia è il caso estremo, il laboratorio in cui il meccanismo è visibile nella sua forma più nuda. Ma il laboratorio illumina il caso generale.

IV. Il potere come arte: lo spin doctor e il suo mestiere

Il tema centrale del romanzo è il potere inteso non come forza bruta ma come narrazione. Baranov è uno spin doctor — un comunicatore politico, un costruttore di immagini — e la sua visione del mestiere è quella di un artista che usa la realtà politica come materiale grezzo.

La metafora che attraversa il romanzo è quella teatrale: il potere è una rappresentazione, il leader è un personaggio, i cittadini sono il pubblico. Non è una metafora nuova — Machiavelli la usava già nel Cinquecento, e Shakespeare l’ha resa immortale nelle parole di Jaques nel Come vi piace — ma da Empoli la rende specifica, tecnica, contemporanea. Nel mondo dei media digitali, della televisione permanente, dei social network, la dimensione teatrale del potere ha raggiunto un’intensità che le epoche precedenti non potevano immaginare.

Baranov descrive il suo lavoro come la costruzione di una realtà parallela che sia più convincente della realtà vera: non perché sia più vera, ma perché risponde meglio ai bisogni psicologici del pubblico. Le persone non vogliono la verità nella sua complessità caotica: vogliono una storia con personaggi chiari, con un eroe riconoscibile, con un nemico identificabile, con una trama che abbia senso. Il mago del Cremlino offre questa storia.

«La verità è noiosa. Ha troppi dettagli, troppe sfumature, troppe contraddizioni. Una buona storia deve essere più vera della verità: deve dare alle persone la sensazione di capire.»

Questo non è solo cinismo: è anche una diagnosi della comunicazione politica contemporanea che va ben oltre la Russia. Le tecniche che Baranov descrive come specificamente russe — la saturazione dell’informazione, il frazionamento della realtà, l’uso delle emozioni come leva di mobilitazione politica, la costruzione del nemico come strumento di coesione — sono riconoscibili in molte democrazie occidentali, usate da forze politiche molto diverse tra loro. Da Empoli lo sa, e il romanzo lascia questo parallelo implicito ma visibile.

La post-verità come sistema di governo

Il concetto di post-verità — la condizione in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza sulla formazione dell’opinione pubblica delle emozioni e delle credenze personali — è diventato un termine comune nel dibattito politico degli ultimi anni. Da Empoli non usa il termine nel romanzo, ma ne descrive il sistema con una precisione che i teorici politici faticano a raggiungere attraverso la saggistica.

Nel mondo di Baranov, la post-verità non è un incidente culturale ma una politica deliberata. Il Cremlino non mente perché non sa come dire la verità: mente — o più precisamente, produce una quantità tale di affermazioni contraddittorie che la distinzione tra vero e falso perde senso — perché questa è una strategia di potere efficace. Se nessuno sa cosa è reale, nessuno può opporsi a niente con certezza. La resistenza richiede una base fattuale: senza quella base, si dissolve in chiacchiera.

Il modello che da Empoli descrive ha un precedente storico che il libro cita: il regime fascista italiano e poi quello nazista avevano sviluppato tecniche di manipolazione dell’informazione sofisticate. Ma il sistema putiniano è diverso: più moderno, più fluido, meno dipendente da un’ideologia esplicita. Non ha bisogno di convincere nessuno di niente: ha bisogno solo di confondere abbastanza da rendere impossibile l’opposizione organizzata.

L’analisi è lucida e inquietante, e la forma narrativa la rende ancora più efficace della saggistica: non si legge come un trattato politico, si legge come la confessione di qualcuno che sa dall’interno come funziona, e che questa conoscenza ha un costo personale altissimo.

V. La tradizione del romanzo politico europeo

Il mago del Cremlino si inserisce in una tradizione letteraria specifica: quella del romanzo politico europeo, che usa la finzione per penetrare nei meccanismi del potere e della storia con una profondità che la saggistica non può raggiungere. È una tradizione antica e ricca, che va da I promessi sposi come romanzo storico-politico a Stendhal, da Joseph Conrad a George Orwell, da Arthur Koestler a Milan Kundera.

Il confronto più diretto è con Koestler, in particolare con Buio a mezzogiorno (1940). Come quel romanzo, Il mago del Cremlino usa il formato della confessione — un uomo che ha servito il sistema e ora ne rivela i meccanismi — per analizzare dall’interno la logica di un potere totalitario. Come Rubashov in Koestler, Baranov è un uomo intelligente che ha messo la propria intelligenza al servizio di un sistema che ha distrutto le sue stesse premesse. La differenza è che Rubashov viene distrutto fisicamente dal sistema; Baranov è sopravvissuto, si è ritirato, e ora parla.

C’è anche un debito con la grande tradizione del romanzo russo, che da Empoli conosce bene. Il personaggio del vecchio saggio disilluso che parla al giovane ingenuo ha radici in Dostoevskij; la riflessione sulla Russia e il suo destino, il rapporto tra spirito russo e cultura occidentale, appartiene a una conversazione che la letteratura russa conduce da due secoli. Da Empoli entra in questa conversazione dall’esterno, con lo sguardo dell’europeo occidentale che ha studiato la Russia, e questa posizione di osservatore esterno è allo stesso tempo un limite e una risorsa.

«I russi sanno sempre che stanno recitando. Non come gli occidentali, che confondono la recita con la realtà. I russi recitano sapendo che è una recita, e questo li rende più liberi e più prigionieri allo stesso tempo.»

Il roman à clef e i suoi rischi

Il mago del Cremlino appartiene al genere del roman à clef: il romanzo con chiave, quello in cui i personaggi fittizi corrispondono a persone reali che il lettore informato può identificare. È un genere con una lunga storia — dal Satyricon di Petronio ai romanzi di successo contemporanei — e con rischi specifici.

Il rischio principale è che il roman à clef venga letto solo come documento, come chiave per capire la realtà, e non come opera letteraria autonoma. Se i lettori si concentrano sull’identificazione dei personaggi reali e trascurano la dimensione narrativa, il romanzo perde la sua complessità e diventa un reportage camuffato. Da Empoli corre questo rischio, e non sempre lo evita del tutto: ci sono momenti in cui il romanzo rallenta per dare spazio a riflessioni politologiche che avrebbero trovato posto più naturale in un saggio.

Ma nella maggior parte del testo, da Empoli mantiene l’equilibrio. Il personaggio di Baranov supera il suo modello reale: ha una profondità psicologica, una vita interiore, una traiettoria emotiva che Surkov — o chiunque altro abbia ispirato il personaggio — non può avere in un testo giornalistico o accademico. La letteratura può inventare ciò che la saggistica non conosce: le motivazioni profonde, i dubbi notturni, il costo personale delle scelte pubbliche.

VI. Il prezzo del cinismo: la dimensione tragica

Il romanzo non è solo un’analisi del potere russo: è anche, e forse soprattutto, la storia di un uomo che ha pagato un prezzo personale molto alto per la propria lucidità.

Baranov è caduto in disgrazia. Non sappiamo esattamente perché — nel sistema putiniano le cadute in disgrazia raramente hanno spiegazioni pubbliche e spesso non ne hanno nemmeno di private — ma sappiamo che è stato rimosso dall’orbita del potere, che vive in una casa vuota, che ha perso la famiglia, che la ricchezza che aveva accumulato non gli dà ciò che cercava. È un uomo che ha avuto tutto il potere che si può avere senza essere il sovrano, e che ora non ha quasi nulla.

Quello che manca a Baranov, e che il romanzo mette progressivamente a fuoco, è qualcosa che il potere non può dare: una relazione genuina con la realtà. Chi passa vent’anni a costruire realtà artificiali perde progressivamente la capacità di abitare quella vera. Il mago può produrre ogni illusione tranne quella di essere a casa nel mondo.

«Ho passato vent’anni a raccontare storie agli altri. Alla fine non sapevo più raccontarne una a me stesso. Non sapevo più cosa fosse la mia storia.»

Questa dimensione tragica trasforma il libro da analisi politica a romanzo nel senso pieno: c’è un personaggio che cambia, o che non riesce a cambiare, che capisce qualcosa su se stesso che non avrebbe voluto capire. Baranov è più intelligente di quasi tutti, e questa intelligenza non lo ha salvato. L’ha anzi intrappolato: più si capisce il meccanismo, meno si riesce a credere in qualcosa di esterno ad esso.

La questione che il personaggio di Baranov pone implicitamente è una delle più antiche della filosofia politica: è possibile servire il potere mantenendo la propria integrità? Può un uomo intelligente mettere la propria intelligenza al servizio di un sistema che sa essere fondato sulla menzogna senza essere corrotto da quella menzogna? La risposta del romanzo è no, ma il modo in cui arriva a questa risposta è letterariamente ricco: non moralismo, ma tragedia.

Il cinismo e i suoi limiti

Il personaggio di Baranov è costruito intorno a una forma di cinismo molto specifico: non il cinismo del distruttore che gode della propria crudeltà, ma il cinismo del lucido che ha visto troppo per permettersi illusioni. È il cinismo dell’intellettuale che sa come funziona il potere e usa questa conoscenza come scudo contro la delusione.

Da Empoli mostra con finezza i limiti di questa posizione. Il cinismo protegge dalle illusioni, ma non offre nulla al posto delle illusioni che ha distrutto. Baranov non è un nichilista convinto: sotto la superficie cinica c’è qualcosa che non si è ancora del tutto rassegnato, qualcosa che cerca ancora un senso. Ed è questa ricerca residua, nascosta sotto strati di ironia e distanza, che lo rende umano e che rende il suo ritratto letterariamente convincente.

Il parallelo che il romanzo suggerisce implicitamente è con Machiavelli: come il fiorentino scrisse Il Principe per capire il potere dall’esterno di esso (aveva appena perso il lavoro politico dopo la caduta dei Borgia), Baranov parla al giornalista dall’esterno di un potere da cui è stato espulso. La lucidità che il testo rende possibile è la lucidità della perdita, non della vittoria.

VII. La Russia e l’Europa: uno specchio distorto

Una delle letture più importanti che il romanzo permette è quella della Russia come specchio distorto dell’Europa occidentale. Le tecniche di manipolazione che Baranov descrive non sono aliene all’Occidente: sono versioni estreme, non mediate da istituzioni democratiche funzionanti, di dinamiche che esistono anche nelle democrazie liberali.

La politica come spettacolo non è un’invenzione russa: Berlusconi la ha praticata in Italia, Trump negli Stati Uniti, Johnson nel Regno Unito. La costruzione del nemico come strumento di coesione è una tecnica usata da tutti i populismi, da destra e da sinistra. La saturazione informativa come strumento di disorientamento non richiede il Cremlino: basta un ecosistema mediatico polarizzato e mal regolato.

Da Empoli non fa questa comparazione esplicitamente — il romanzo si concentra sulla Russia — ma la lascia aperta, come un’implicazione che il lettore deve sviluppare da solo. Questo è uno dei modi in cui la forma narrativa è più efficace della saggistica: può suggerire connessioni senza doverle argomentare, può porre domande senza doverle rispondere.

«Quello che abbiamo fatto in Russia è ciò che il vostro sistema fa da solo, senza bisogno di nessuno che lo organizzi. Noi abbiamo solo accelerato il processo.»

Questa battuta di Baranov è forse la più provocatoria del romanzo. Non è un’assoluzione della Russia: è un invito alla riflessione sull’Occidente. Le democrazie liberali hanno meccanismi di autocorrezione che i sistemi autoritari non hanno: la stampa libera, i tribunali indipendenti, le elezioni. Ma questi meccanismi non sono automatici: richiedono attivazione, richiesta di diritti, vigilanza. Quando vengono meno, o quando vengono sistematicamente delegittimati, la distanza tra una democrazia liberale e un sistema come quello descritto nel romanzo si accorcia più velocemente di quanto si pensi.

VIII. Il successo editoriale e le sue ragioni

Il mago del Cremlino ha avuto un successo commerciale e critico che pochissimi romanzi italiani degli ultimi anni hanno raggiunto. Vale la pena chiedersi perché, non per deflazionarlo ma per capirlo, perché le ragioni del successo di un libro dicono qualcosa di importante sul momento culturale in cui viene letto.

La prima ragione è la tempistica, già citata: il romanzo è uscito nei giorni in cui l’invasione dell’Ucraina rendeva la Russia il tema centrale del dibattito pubblico mondiale. Ogni redazione giornalistica, ogni talk show, ogni lettore cercava strumenti per capire Putin. Il romanzo offriva qualcosa che i libri di saggistica non potevano offrire nella stessa misura: un’esperienza di comprensione dall’interno, la sensazione di capire non solo cosa fa Putin ma perché, e cosa pensa chi gli è vicino.

La seconda ragione è il formato: un romanzo di trecento pagine, scritto in una lingua accessibile, con una struttura narrativa chiara. Non l’enciclopedia del potere russo, ma un racconto. Il romanzo politico che si legge come un thriller, che ha la densità di un saggio ma il ritmo di una storia.

La terza ragione, e forse la più importante, è che il libro risponde a una domanda che molti lettori si stavano ponendo: come funziona davvero il potere nell’era contemporanea? Non nel senso di chi ha le leve formali, ma nel senso di chi costruisce la realtà in cui le decisioni vengono prese. La risposta che Baranov dà è inquietante, ma è credibile, ed è resa ancora più credibile dal fatto che viene da un personaggio che la sa per esperienza diretta.

La lingua: tra francese e italiano

Un aspetto peculiare del romanzo è la sua posizione linguistica. Da Empoli è italiano ma scrive abitualmente in francese: Il mago del Cremlino è stato scritto originariamente in francese e poi tradotto in italiano (la traduzione italiana è di Paolo Cossi). Questa posizione interlingue è interessante anche per la qualità del romanzo: scrivere in francese su Russia per un autore italiano significa occupare una posizione di osservatore doppiamente esterno, il che può essere fonte di chiarezza come di distanza eccessiva.

La lingua del romanzo è elegante, precisa, con un sapore di classicismo francese che ricorda certe qualità della saggistica di Raymond Aron o della narrativa di Jean-Paul Sartre: la frase che porta un’idea fino in fondo, il piacere dell’analisi condotta con rigore. Questo stile funziona bene per il personaggio di Baranov, che è appunto un intellettuale che pensa in modo rigoroso e si esprime con precisione.

C’è un rischio in questo stile: la freddezza. Un romanzo scritto troppo elegantemente rischia di tenere a distanza il lettore proprio nei momenti in cui dovrebbe coinvolgerlo. Da Empoli lo sa, e in alcuni punti del testo — particolarmente nelle scene più private di Baranov, nelle sue riflessioni notturne — allenta il controllo stilistico e lascia emergere qualcosa di più caldo. Non sempre ci riesce, ma abbastanza spesso da non perdere la dimensione emotiva del romanzo.

IX. Il romanzo e la sua attualità: dopo l’Ucraina

Cosa significa leggere Il mago del Cremlino nel 2024, due anni dopo l’invasione dell’Ucraina? La guerra ha in parte smentito l’immagine che il romanzo costruisce del sistema putiniano: un sistema abilissimo nella manipolazione dell’informazione e nella costruzione della realtà, ma che si è rivelato molto meno abile nell’esercizio della violenza militare convenzionale.

L’invasione dell’Ucraina ha mostrato che il sistema putiniano, così sofisticato nella gestione dell’informazione e delle percezioni, è stato capace di una valutazione della realtà grossolanamente errata: credeva che l’esercito russo avrebbe conquistato Kiev in pochi giorni, credeva che gli ucraini avrebbero capitolato rapidamente, credeva che l’Occidente non avrebbe avuto la forza di rispondere con sanzioni significative. Nessuna di queste previsioni si è rivelata corretta.

Come si spiega questa contraddizione? Un sistema così abile nella manipolazione dell’informazione verso l’esterno era incapace di ricevere informazioni accurate dall’interno. Il meccanismo descritto da Baranov nel romanzo — la produzione di realtà alternative, la saturazione informativa, la delegittimazione di qualsiasi narrazione alternativa — si è rivolto contro il sistema stesso. Chi non dice la verità al pubblico finisce per non sentirsi dire la verità nemmeno dai propri consiglieri. I magi del Cremlino avevano incantato anche se stessi.

«Ogni regime che costruisce sistematicamente la propria realtà alla fine ci vive dentro. Il mago non è immune alle proprie magie.»

Il romanzo, scritto prima dell’invasione, non prevede questa dinamica esplicitamente, ma la suggerisce nella traiettoria di Baranov: anche il mago cade. Anche chi costruisce il teatro finisce per non riuscire a uscirne. In questo senso, la guerra in Ucraina ha confermato la tesi di fondo del romanzo in un modo che da Empoli probabilmente non aveva completamente previsto.

Il romanzo e la saggistica: un confronto

Vale la pena chiudere con una riflessione sul rapporto tra questo romanzo e la saggistica politologica sulla Russia che ha prodotto risultati importanti negli stessi anni. Libri come La quinta colonna del Cremlino di Mark Galeotti, Il ponte di Mosca di Luke Harding, o i lavori di Anne Applebaum sulla Russia postsoviettca, offrono analisi altrettanto acute — e più documentate — del sistema putiniano.

Cosa offre il romanzo che la saggistica non può offrire? Soprattutto due cose. La prima è la psicologia: la saggistica può descrivere cosa fa il sistema, il romanzo può immaginare perché e con quale stato d’animo. La seconda è l’identificazione emotiva: il lettore di un saggio analizza dall’esterno; il lettore di un romanzo entra nella testa di un personaggio e sperimenta il sistema dall’interno, anche se quel personaggio è fittizio.

Questa seconda qualità è quella che rende Il mago del Cremlino così utile come strumento di comprensione oltre che come opera letteraria. Non sostituisce la saggistica: la integra, aggiunge una dimensione che la saggistica non può aggiungere. I migliori romanzi politici sono sempre stati quelli capaci di far sentire il peso del potere, non solo di descriverlo. Da Empoli, almeno in parte, ci riesce.

X. Come si legge Il mago del Cremlino e cosa rimane

Il mago del Cremlino si legge facilmente, nel senso tecnico: la prosa è limpida, la struttura narrativa è chiara, il ritmo è sostenuto. Non è un libro difficile nell’accezione in cui lo sono Gadda o Ballard. Ma pone al lettore richieste di un tipo diverso: richiede la disponibilità a stare nell’ambiguità morale, a identificarsi con un personaggio che non è né eroe né villain ma qualcosa di più complicato, a non aspettarsi che il romanzo fornisca una morale esplicita.

La tentazione da evitare è quella di leggere il libro solo come chiave di lettura della Russia. Chi legge cercando di identificare i personaggi reali dietro quelli fittizi — chi è davvero Baranov? Chi è il giornalista? Chi sono gli oligarchi? — rischia di perdere ciò che fa del libro un romanzo e non un reportage: la dimensione psicologica, l’analisi del potere come condizione umana, la tragedia personale di chi ha venduto la propria anima a un sistema e ora vive fuori da tutti i sistemi.

Cosa rimane, dopo aver letto il romanzo? Probabilmente alcune domande che non erano chiare prima. Domande sul rapporto tra intelligenza e potere: l’intelligenza al servizio del potere produce potere o corrompe l’intelligenza? Domande sul cinismo come postura intellettuale: protegge o paralizza? Domande sulla verità in politica: quanto è necessaria, quanto è possibile, quanto manca quando manca?

E probabilmente una percezione diversa delle notizie che si leggono ogni giorno sulla Russia, sull’Europa, sui sistemi di potere contemporanei. Non una risposta a queste notizie: una cornice in cui inserirle, un modo di capire la struttura di ciò che appare come caos informativo.

Il mago del Cremlino è un romanzo che si legge in pochi giorni e si continua a pensare per settimane. Non è un capolavoro nel senso classico — non ha la profondità psicologica di Mann né la radicalità formale di Gadda. Ma fa qualcosa che i capolavori non sempre fanno: spiega il mondo in cui viviamo, lo rende più leggibile, ci dà strumenti per orientarci in un momento di grande confusione. In un tempo di post-verità e di manipolazione sistematica dell’informazione, un libro che spiega come funziona la manipolazione è già, di per sé, un atto di resistenza.

 

Nota bibliografica essenziale

Giuliano da Empoli, Le mage du Kremlin, Gallimard, Parigi 2022. Traduzione italiana di Paolo Cossi: Il mago del Cremlino, Mondadori, Milano 2022. Il romanzo ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie française 2022.

Per il contesto russo: Anne Applebaum, Twilight of Democracy: The Seductive Lure of Authoritarianism, Doubleday, 2020. Peter Pomerantsev, Nothing Is True and Everything Is Possible: The Surreal Heart of the New Russia, PublicAffairs, 2014 — il libro che più da vicino anticipa i temi del romanzo di da Empoli, scritto da un produttore televisivo che ha lavorato in Russia. Mikhail Zygar, All the Kremlin’s Men: Inside the Court of Vladimir Putin, PublicAffairs, 2016.

Sul personaggio di Vladislav Surkov e la sua ideologia: Andrew Wilson, Virtual Politics: Faking Democracy in the Post-Soviet World, Yale University Press, 2005. Ivan Krastev e Stephen Holmes, The Light That Failed: Why the West Is Losing the Fight for Democracy, Penguin, 2019.

Romanzi politici con cui confrontare: Arthur Koestler, Darkness at Noon (Buio a mezzogiorno), 1940. George Orwell, Nineteen Eighty-Four (1984), 1949. Milan Kundera, La festa dell’insignificanza, 2014. Don DeLillo, Libra, 1988 — su un altro tipo di potere opaco e le sue narrazioni.

Per il contesto intellettuale di da Empoli: Giuliano da Empoli, I tecnocrati del populismo. Breviario per capire il nuovo potere, Marsilio, 2019 — il saggio che precede e prepara il romanzo.


 

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