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Esiste, nella storia della diplomazia mondiale, un momento memorabile in cui un capo di stato ha convocato una riunione con se stesso, dichiarato un accordo storico con la propria voce interiore e poi tenuto una conferenza stampa per annunciare il successo del negoziato. Non esisteva, fino ad ora.

Donald Trump ha deciso di colmare questa lacuna.

Nei giorni scorsi — o forse prima, il tempo con lui è elastico come una dichiarazione doganale — il 47° Presidente degli Stati Uniti ha lasciato intendere l'esistenza di contatti negoziali con i vertici iraniani. Roba seria. Vertici. Plurale. Come se ci fosse un'intera delegazione di turbanti in attesa nella Situation Room con vassoi colmi di datteri e riservatezza diplomatica.

Teheran ha risposto con la velocità e la precisione di chi ha già visto questo film troppe volte: nessun contatto, nessun invito, nessuna trattativa. In sostanza: cosa? chi?

Questo crea un problema logico che potrebbe disturbare chiunque abbia un rapporto anche superficiale con la realtà. Se Trump negozia con l'Iran, e l'Iran non sa di negoziare con Trump, con chi sta negoziando Trump?

La risposta più probabile — e per questo più inquietante — è: con se stesso e l'audience.

Non con i diplomatici iraniani. Non con i mediatori del Golfo. Con se stesso, e il pubblico televisivo americano che alle 18:30 sintonizza Fox News, mentre scalda la cena, aspettandosi qualcuno che risolva il “ pasticciaccio” che lo stesso presidente ha creato.

Trump ha capito, con l'intuizione di un intrattenitore di professione, che nella politica contemporanea l'annuncio ha già vinto prima che i fatti abbiano il tempo di arrivare.

Funziona così: si dichiara che ci sono colloqui, che sono "molto produttivi", che "grandi cose stanno succedendo". Poi si aspetta. Se la controparte smentisce, pazienza — il ciclo dell'attenzione è già andato avanti, la smentita arriva quando il pubblico sta già guardando la puntata successiva.

È una forma di governo per cliffhanger.

Il paradosso grottesco è che questo metodo, pur non producendo alcun risultato diplomatico verificabile, produce dei risultati: occupa lo spazio narrativo, crea l'impressione del movimento, mantiene Trump al centro della storia. Non importa se la controparte non c'è. Nella sua visione della realtà, c'è sempre qualcuno che sta trattando, qualcuno che sta cedendo, qualcosa di enorme sull'orlo dell'accadere, e il Medio Oriente, si sa, è affollato di cose sull'orlo dell'accadere.

Nel frattempo, i funzionari iraniani continuano a fare la cosa più corretta che possano fare: ignorarlo con metodo. Non una smentita stizzita, non una dichiarazione di guerra verbale. Solo il silenzio dignitoso di chi ha altri problemi e non ha tempo per partecipare a un talk show senza essere stati invitati.

Ogni smentita, poi, viene assorbita, digerita e trasformata: se Teheran dice di non sapere nulla, è perché "non vogliono ammetterlo pubblicamente". Se non ci sono emissari, è perché i canali sono "riservati". Se non succede niente, è perché le trattative sono "in una fase delicata". Il sistema è a prova di realtà — non perché sia robusto, ma perché non ha bisogno di toccarla, la realtà. Le vola accanto come un aereo supersonico: vicino abbastanza da fare rumore, lontano abbastanza da non essere catturato.

C'è qualcosa di profondamente moderno in tutto questo, nel senso peggiore del termine.

Viviamo nell'epoca in cui la forma ha divorato il contenuto, in cui l'annuncio vale più dell'accordo, in cui essere percepito come attivo è politicamente equivalente a essere attivo. Trump non ha inventato questa logica — l'ha solo portata alle sue conclusioni estreme con il becero entusiasmo di chi non conosce i limiti.

Il risultato è una diplomazia che assomiglia a una partita di scacchi giocata da un solo giocatore che si congratula da solo ad ogni mossa, mentre la scacchiera dell'altro lato è al momento vuota, ma lui è convinto di star vincendo.

Nel frattempo, i tecnici del Dipartimento di Stato continuano a mandare email che nessuno legge, gli ambasciatori continuano ad esistere in una sorta di limbo funzionale, e i negoziatori iraniani probabilmente guardano questa cosa con la stessa espressione di uno spettatore che assiste a un incidente automobilistico al rallentatore: una miscela di incredulità, pietà e sollievo per trovarsi dall'altra parte della strada.

Alla fine, forse, è questa la vera notizia: non che Trump stia negoziando con l'Iran, ma che sia riuscito a trasformare la totale assenza di diplomazia in qualcosa che, da lontano e con poca luce, assomiglia vagamente alla diplomazia.

È un talento. Oggettivamente. Magari non quello che vorreste in un Presidente, ma un talento.

 

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