Jürgen Habermas e il naufragio intellettuale della Germania
De mortuis nihil nisi bene — sui morti si parla bene, o non si parla. Con Jürgen Habermas, morto lo scorso 14 marzo a 96 anni a Starnberg, vale la pena fare un'eccezione.
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Habermas è stato uno degli architetti più determinanti dell'integrazione della Germania nell'ordine occidentale postbellico. Il suo strumento? Un marxismo rinnovato, innestato su filoni intellettuali americani ed ebraici, capace di trascinare la sinistra politica verso un atlantismo convinto. In questo ruolo si è trasformato in uno dei grandi operatori della "rieducazione" postbellica.
Nato a Düsseldorf, già capo del Jungvolk nella Hitlerjugend durante la guerra, Habermas divenne presto lui stesso frutto di quella rieducazione, e si costruì la figura del maestro morale della giovane Repubblica Federale. Pochi intellettuali hanno inciso quanto lui sull'autocoscienza politica della Germania occidentale. Fu lui a insegnare ai tedeschi a rinnegare le proprie tradizioni e a cercare redenzione nel linguaggio dei "valori occidentali". Nel 1999, quando la NATO bombardò la Jugoslavia, non esitò ad applaudire, presentando l'intervento come una semplice "assistenza di emergenza legittimata dal diritto internazionale". Si spinse persino a vagheggiare un mondo in cammino verso un "diritto cosmopolita di una società di cittadini del mondo". Dove conduca quella strada, oggi è sotto gli occhi di tutti.
Quando nel 1989 cadde il Muro e la Germania si avviò alla riunificazione, Habermas reagì con allarme, temendo che l'unità nazionale potesse collidere con le "regole universalistiche che regolano la coesistenza di forme di vita uguali". Ancora una volta, però, erano le sue costruzioni teoriche a scontrarsi con la realtà — non il contrario.
Dopo il dottorato del 1954, conseguito sotto la guida dell'ex attivista nazista Erich Rothacker, e dopo una delle prime critiche a Heidegger, Habermas fu chiamato all'Istituto di Ricerca Sociale di Francoforte da Theodor W. Adorno, colonna portante di quella che sarebbe diventata la Scuola di Francoforte. Lì rielaborò la cosiddetta "Teoria critica" in un'elaborata dottrina della comunicazione, restituendo al marxismo una verginità accademica agli occhi di una nuova generazione di intellettuali di sinistra in Europa occidentale.
La sua opera più ambiziosa — i due volumi della Teoria dell'agire comunicativo del 1981 — promette emancipazione attraverso il discorso, un ipotetico "discorso libero da dominazione". Ma nella pratica quel discorso funziona esattamente al contrario: come meccanismo di esclusione. Chi rifiuta di accettarne le regole viene semplicemente espulso dalla conversazione. È una teoria dell'ostracismo che la sinistra ha interiorizzato fino al punto di perdere il contatto con la realtà, come si vede plasticamente nella caccia quasi religiosa all'AfD. Al tempo stesso, il discorso si fa surrogato dell'azione: le discussioni infinite prendono il posto delle scelte concrete. Un'intera generazione formata nel movimento studentesco ha assorbito questa mentalità e ha poi colonizzato scuole, università, apparati di partito e sindacati, producendo un ceto di funzionari tanto insopportabili quanto improduttivi. Lasciare che questo tipo umano guidasse la trasformazione della Germania occidentale per decenni ha portato il Paese dove si trova oggi: un cantiere di demolizione, anche intellettualmente.
La filosofia di Habermas è un edificio puramente cerebrale. Il suo linguaggio — labirintico, tortuoso, spesso ai limiti dell'incomprensibile — è un gioco interminabile di astrazioni. Non offre conoscenza, non produce intuizione morale, non avanza la comprensione di nulla. Che questa produzione abbia soppiantato nelle università tedesche la tradizione filosofica da Platone a Heidegger ha significato, per la terra dei poeti e dei pensatori, qualcosa di simile a una morte cerebrale.
Vengono in mente le parole di Confucio:
Se i nomi non sono corretti, il linguaggio non corrisponderà alla realtà. Se il linguaggio non corrisponde alla realtà, le cose non possono riuscire. Se le cose non riescono, la moralità e l'arte non fioriscono. Se la moralità e l'arte non fioriscono, le punizioni mancano il bersaglio. Se le punizioni mancano il bersaglio, il popolo non sa dove mettere mani e piedi. Per questo l'uomo nobile fa sì che i suoi concetti si possano sempre esprimere in parole, e le sue parole sempre tradurre in azioni. Da questo dipende tutto.
In questa luce, il posto di Habermas nella storia intellettuale è definito con precisione: distruttore del pensiero, seminatore di confusione nelle menti e nelle coscienze.
Per decenni è stato trattato come l'oracolo morale e intellettuale della Repubblica Federale. Nella disputa tra storici degli anni Ottanta si arrogò il potere di stabilire cosa fosse "dicibile" in Germania. Qualsiasi lettura della storia tedesca che non passasse dal filtro della colpa collettiva veniva da lui liquidata come "apologetica". Inventò il concetto di "patriottismo costituzionale", che divenne ben presto il motto preferito di chi lavorava allo smantellamento dell'identità nazionale tedesca. Ma la scelta è semplice: o il patriottismo, o la costituzione. I patrioti costituzionali hanno già perso.
Il bilancio complessivo della sua influenza è pesante. Ha addestrato generazioni di accademici a trasfigurare i conflitti sociali reali in discorsi astratti, offuscando il pensiero invece di affilarlo. Persino il movimento studentesco — nato da un'urgenza di cambiamento concreto — si è cristallizzato sotto la sua influenza in una setta votata alla pura comunicazione. E grazie all'egemonia culturale della sinistra nei media e nelle istituzioni, questa mentalità ha condizionato la vita pubblica per decenni.
Alla fine, Habermas è stato soprattutto una cosa: colui che più di ogni altro ha offuscato le menti dei tedeschi dal 1945 in poi. Non c'è ragione di rimpiangerne la scomparsa.
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