Giovanni Battista Belzoni: il gigante padovano che aprì le porte dell’Egitto
di Padova
Dall'arena dei teatri londinesi alle tombe dei faraoni: vita avventurosa e controversa di Giovanni Battista Belzoni, l'uomo che trasformò l'Egitto antico in una febbre europea.
Èil luglio del 1817. In un angolo della Valle dei Re, dove il calcare tebano brucia bianco sotto un sole senza pietà, un uomo di quasi due metri e di corporatura straordinaria — chiamato dai suoi operai egiziani semplicemente il gigante — si abbassa per misurare un'apertura nella roccia. Attorno a lui ci sono cumuli di detriti accumulati nei secoli, polvere vecchia di tremila anni, il silenzio pesante di chi è abituato ai segreti. L'ingresso è lì, quasi invisibile, sigillato dalla sabbia. Giovanni Battista Belzoni, un tempo acrobata e uomo forzuto nei teatri di Londra, si inginocchia sulla pietra bollente e comincia a scavare.
Quello che troverà nelle ore successive — le pareti dipinte della tomba di Seti I, la più lunga e forse la più bella mai aperta nella Valle dei Re — cambierà per sempre la storia dell'egittologia. E tuttavia Belzoni non era un egittologo, almeno non nel senso che quella parola avrebbe preso nelle generazioni successive. Era qualcosa di più difficile da catalogare: un figlio dell'Illuminismo e del circo, un tecnico senza cattedra, un avventuriero con l'intuizione del genio e la spregiudicatezza dell'uomo di frontiera.
La sua storia appartiene a una stagione irripetibile, quella in cui l'Egitto antico stava emergendo dal silenzio dei secoli come uno scenario teatrale su cui l'Europa proiettava le sue ambizioni, le sue fantasie di conquista e il suo inesauribile appetito di meraviglia. Belzoni fu al centro di quella scena come nessun altro: non come studioso, ma come protagonista.
Padova, Roma, Londra: la nascita di un gigante
- Nato
- 5 novembre 1778, Padova
- Padre
- Giacomo Belzoni, barbiere
- Formazione
- Roma, ordine minoritico
- Sposa
- Sarah Bane, 1803
- In Egitto
- 1815–1819
- Morto
- 3 dicembre 1823, Benin
Giovanni Battista Belzoni nacque a Padova il 5 novembre 1778, in una famiglia modesta. Suo padre Giacomo era barbiere — un mestiere umile, pratico, lontano dai lumi delle università che in quella stessa città formavano medici e giuristi. Padova, però, non era un luogo qualunque: era una città antica, fatta di portici e chiese, di un'università fondata nel 1222, di un'intelligenza diffusa nell'aria stessa tra i palazzi. Il giovane Giovanni Battista crebbe in questo ambiente senza farne parte, guardandolo da fuori con gli occhi di chi capisce le cose più per istinto che per metodo.
A sedici anni lasciò Padova e si trasferì a Roma. Le ragioni precise di questo movimento non sono del tutto chiare — le sue memorie, pubblicate anni dopo, sono piene di omissioni e reticenze su questo periodo — ma è probabile che si trattasse di una combinazione di povertà familiare e di quell'irrequietezza fondamentale che avrebbe caratterizzato tutta la sua vita. A Roma entrò in contatto con i frati cappuccini e, per un certo periodo, sembrò che quella potesse diventare la sua strada. L'influenza della religione e del pensiero filosofico che vi circolava — in quegli anni Roma era ancora uno dei grandi centri dell'intelletto europeo, almeno per chi sapeva dove guardare — lasciò tracce nei suoi interessi per le antichità e nella sua capacità di osservare con attenzione i monumenti che lo circondavano.
Ma Roma stava per essere travolta dalla Storia. Le guerre napoleoniche sconvolsero l'equilibrio della penisola italiana con la violenza di un terremoto. Nel 1798 le truppe francesi entrarono a Roma e proclamarono la Repubblica Romana. Belzoni, come migliaia di altri giovani dell'Italia centrale, si trovò improvvisamente senza radici, senza un futuro prevedibile, con la sola opzione di muoversi. Iniziò a vagabondare per l'Europa — Olanda, Inghilterra, forse la Spagna — e alla fine, nel 1803, arrivò a Londra. Aveva venticinque anni e un corpo che il destino sembrava avere costruito appositamente per lo spettacolo: alto quasi due metri, con una muscolatura straordinaria e una presenza fisica che imponeva rispetto persino prima che aprisse bocca.
Il forzuto dei teatri e il sogno dell'Oriente
La Londra del primo Ottocento era una città di contrasti violenti. I Regency clubs e le sale da tè dei quartieri borghesi convivevano con i teatri popolari di Southwark e Islington, dove il pubblico cercava emozioni forti, meraviglie corporee, esibizioni che mettessero alla prova i confini del possibile umano. Era in questo mondo — volgare, vivace, insaziabilmente curioso — che Belzoni trovò la sua prima collocazione.
Cominciò a esibirsi come uomo forzuto. Sul palcoscenico del Sadler's Wells Theatre, uno dei grandi palazzi del popolo londinese, diventò una star dei numeri acrobatici. Il suo atto più celebre era la cosiddetta "Piramide Umana": Belzoni reggeva sulle spalle, sul petto e sulle braccia fino a dodici persone contemporaneamente, avanzando lentamente sul palco con questo carico umano che lo circondava come un'aureola vivente. Il pubblico gridava. Gli applausi erano scroscianti. I giornali lo citavano come "il Sansone padovano" o "il grande Belzoni".
«La sua corporatura eccezionale e la sua destrezza nel maneggiare i pesi più straordinari lo rendevano uno spettacolo unico nel suo genere, capace di attrarre le folle più diverse.»— Morning Chronicle, Londra, 1804
In questo periodo conobbe e sposò Sarah Bane, una donna inglese di carattere energico e intelligenza vivace. Sarah non era una comparsa nel suo destino: aveva una curiosità intellettuale propria, una tenacia notevole e una capacità di osservazione che si sarebbe rivelata preziosa negli anni successivi. Il matrimonio fu una vera partnership, non una semplice convenzione sociale.
Ma Belzoni era irrequieto. La vita del teatrante, pur lucrativa, non bastava a colmare quella parte di lui che pensava ai meccanismi, alle macchine, ai problemi ingegneristici. Aveva sviluppato, probabilmente grazie alle sue stesse necessità sceniche, una competenza concreta nell'idraulica e nella meccanica. Costruiva i propri attrezzi, calcolava i pesi, progettava i congegni che servivano alle sue esibizioni. Era un autodidatta brillante — non uno scienziato nel senso accademico, ma un uomo pratico capace di risolvere problemi complessi con soluzioni semplici ed efficaci.
«Portava nei teatri londinesi la stessa mente che avrebbe portato nelle tombe dei faraoni: quella di un uomo che guardava un problema fisico e vedeva subito la soluzione meccanica.»
Stanley Mayes, biografo di Belzoni, 1959Fu questa competenza tecnica, combinata con il desiderio di uscire dai confini dello spettacolo, a portarlo verso una nuova avventura. Aveva sentito parlare dell'Egitto — un paese sotto il dominio di Mehmet Ali, che cercava tecnici e ingegneri europei per modernizzare il proprio sistema di irrigazione. Belzoni aveva progettato una macchina idraulica, una ruota ad acqua perfezionata, che avrebbe potuto sostituire i sistemi tradizionali e irrigare campi molto più vasti. Era la sua occasione per uscire dal circo e diventare un uomo serio, un costruttore, un inventore.
Nell'estate del 1815, Giovanni Battista e Sarah Belzoni si imbarcarono per Malta. Da lì, avrebbero raggiunto Alessandria. Nessuno dei due immaginava — non potevano immaginarlo — che quella traversata avrebbe cambiato non solo le loro vite, ma la storia dell'egittologia europea.
L'Egitto di Mehmet Ali e la caccia europea alle antichità
L'Egitto che Belzoni trovò al suo arrivo nel 1815 era un paese in trasformazione convulsa. Mehmet Ali — il comandante albanese che aveva preso il controllo effettivo del paese dopo la partenza dei francesi e le lotte intestine che ne seguirono — stava cercando di costruire uno stato moderno sul modello europeo, con un esercito professionale, un'amministrazione centralizzata e un sistema economico orientato al mercato internazionale. Per farlo, aveva bisogno di europei: tecnici, medici, ufficiali militari, ingegneri. L'Egitto del primo Ottocento era un cantiere aperto, percorso da avventurieri di ogni nazionalità.
- Drovetti
- Console francese, collezionista spietato
- Salt
- Console britannico, mecenate di Belzoni
- Bankes
- Antiquario inglese, esploratore
- Caviglia
- Marinaio genovese, scavatore
- Rifaud
- Agente di Drovetti, rivale accanito
In questo scenario, l'antichità egiziana era diventata una merce. Le tombe, i templi, le statue, i papiri, le mummie: tutto era oggetto di un commercio febbrile che vedeva coinvolti consoli, mercanti, intermediari locali e avventurieri di passaggio. I due poli di questa competizione erano il console britannico Henry Salt e il console francese Bernardino Drovetti — due figure antitetiche nei modi ma identiche nell'obiettivo: accumulare reperti per i rispettivi governi e per il proprio tornaconto personale.
Henry Salt era un uomo colto, pittore di talento oltre che diplomatico, genuinamente affascinato dall'antichità egizia. Aveva bisogno di un agente capace di muoversi nel territorio, di organizzare spedizioni, di trasportare oggetti ingombranti lungo il Nilo. Quando incontrò Belzoni nel 1815 — la macchina idraulica era stata rifiutata da Mehmet Ali dopo una dimostrazione deludente — capì di avere trovato l'uomo che cercava. Il fisico di Belzoni, la sua intelligenza pratica, il suo coraggio e la sua capacità di imporsi in situazioni difficili erano esattamente quello che serviva.
Drovetti, dal canto suo, era una figura più oscura e più pericolosa. Ex ufficiale napoleonico di origine piemontese, aveva costruito a Cairo una rete di intermediari e informatori che gli garantiva un vantaggio considerevole in ogni competizione. I suoi agenti — tra cui il violento Jean-Jacques Rifaud — non esitavano a usare l'intimidazione e la forza fisica contro i rivali. La competizione tra i due campi aveva i caratteri di una guerra fredda che talvolta degenerava in episodi di violenza aperta.
Belzoni si trovò al centro di questa guerra quasi senza rendersene conto, nel momento in cui accettò il primo incarico di Salt: trasportare il colosso di Ramses II da Tebe al Nilo.
Il colosso di Ramses II: la prima grande impresa
Il busto giaceva da secoli nell'erba e nel fango ai piedi del Ramesseum, il tempio funerario di Ramses II sulla riva occidentale del Nilo, a Tebe. I viaggiatori europei lo avevano descritto con reverenza sin dal Cinquecento; il poeta Percy Bysshe Shelley ne era stato così colpito da scrivere il suo sonetto Ozymandias ispirandosi alla sua fama. Il "Giovane Memnone" — questo il nome con cui era noto nel gergo degli esploratori — era un frammento del colosso originale: la testa e il busto superiore di una statua di granito grigio che in origine doveva superare i diciassette metri. Il frammento pesava da solo circa sette tonnellate e mezzo.
«Guardai attorno a me e vidi, a poca distanza, il volto di pietra del colossale faraone che mi fissava dall'alto con un'espressione che non avrei saputo definire altrimenti se non come serena indifferenza.»— Giovanni Battista Belzoni, Narrative of the Operations, 1820
Belzoni aveva ricevuto l'incarico nel luglio del 1816. Salt gli chiedeva di portare il busto fino al Nilo e imbarcarlo su una chiatta, da dove sarebbe stato trasportato ad Alessandria e poi a Londra, dove avrebbe preso il suo posto al British Museum — dove si trova ancora oggi. L'impresa sembrava impossibile: nessuna ruota, nessun macchinario moderno era disponibile. I templi antichi non si raggiungevano su strade carrozzabili. Lo spazio tra il Ramesseum e la riva del Nilo era mezzo chilometro di terreno irregolare, con fossi, canaloni di irrigazione e campi coltivati.
Belzoni non si perse d'animo. Applicò le conoscenze accumulate anni di esibizioni teatrali e di meccanica autodidatta. Fece tagliare assi di legno di palma e costruire un telaio su cui caricare il busto. Usò corde, leve e rulli di legno per spostare il colosso centimetro per centimetro. Reclutò quattrocento operai egiziani, li istruì con pazienza, li divise in squadre e coordinò il lavoro con la precisione di un direttore d'orchestra. L'operazione richiese giorni di sforzo sotto un caldo insopportabile, con interruzioni continue per il fango, per le corde che si spezzavano, per gli operai che si fermavano in attesa della paga.
Ci vollero diciassette giorni per coprire mezzo chilometro. Il busto arrivò al Nilo il 12 agosto 1816 e venne caricato su una imbarcazione che lo trasportò ad Alessandria. Da lì, il "Giovane Memnone" intraprese il suo viaggio verso Londra, dove sarebbe arrivato nel 1821 e dove avrebbe immediatamente catturato l'immaginazione del pubblico europeo. La statua è ancora al British Museum, nella Egyptian Sculpture Gallery, dove continua a impressionare i visitatori con la sua impassibile grandezza.
«Il 'Giovane Memnone' arrivò a Londra come un messaggero dell'eternità. Ma la domanda che non veniva posta era: chi aveva il diritto di spedire quel messaggio?»
Abu Simbel, la sabbia e la porta degli dèi
Nell'estate del 1817, Belzoni si spinse più a sud, verso la Nubia. Aveva sentito parlare di un tempio sepolto dalla sabbia a Abu Simbel, nella Nubia egiziana, a quasi mille chilometri da Luxor. I viaggiatori che lo avevano avvistato — tra cui lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che era stato il primo europeo a raggiungere il sito — descrivevano quattro teste colossali che affioravano parzialmente dalla duna, come se i giganti di pietra stessero cercando di emergere dalla terra.
Belzoni arrivò ad Abu Simbel il 22 marzo 1817. Trovò il tempio ancora quasi completamente sommerso dalla sabbia: solo i volti delle quattro statue di Ramses II erano visibili, e la porta d'ingresso era occlusa da tonnellate di detriti. Insieme al suo piccolo gruppo — la fedele Sarah, l'interprete, un pugno di uomini — cominciò gli scavi. Il clima era feroce: il vento del deserto portava sabbia in ogni interstizio, il sole colpiva come un martello, l'acqua scarseggiava. Ogni notte la sabbia ricopriva parzialmente il lavoro del giorno.
Per venti giorni Belzoni lavorò senza sosta, ma la sabbia aveva la meglio. Dovette rinunciare e tornare a nord. Ci tornò il 1° agosto dello stesso anno, con più risorse e una maggiore determinazione. Questa volta ci vollero undici giorni di scavo intenso prima che l'ingresso del tempio apparisse finalmente libero. Il 4 agosto 1817, Belzoni fu il primo europeo dell'era moderna a entrare nel Grande Tempio di Ramses II ad Abu Simbel, con le sue enormi sale ipostile, le pareti ricoperte di bassorilievi, i colossi seduti che guardavano l'interno nel buio profumato di millenni.
«Il calore era soffocante, ma lo spettacolo che mi si presentava era tale da farmi dimenticare ogni disagio. Stavo camminando in un mondo che nessun occhio vivente aveva visto per tremila anni.»— G.B. Belzoni, Narrative of the Operations, 1820
Dentro la piramide di Chefren
La seconda piramide di Giza — quella di Chefren, figlio di Cheope — era rimasta chiusa ai contemporanei per oltre duemila anni. Sin dall'epoca greco-romana, si credeva che fosse solida, priva di camere interne, diversa dalla Grande Piramide. I tentativi degli arabi medievali e dei pochi europei che ci avevano provato nei secoli precedenti erano stati tutti fallimentari.
Belzoni la esaminò nella primavera del 1818 con l'occhio del meccanico che cerca il punto debole di una struttura. Notò un'irregolarità nel rivestimento a metà altezza della facciata settentrionale — un'anomalia che gli altri avevano ignorato. Fece scavare in quel punto. Dopo giorni di lavoro, i suoi operai misero in luce una porta di granito occlusa da un enorme blocco di calcare. Era l'ingresso.
Il 2 marzo 1818, Belzoni entrò per la prima volta nella camera funeraria della piramide di Chefren. Trovò il sarcofago di granito ancora al suo posto — ma vuoto, aperto. Il faraone era sparito da millenni. L'unica traccia lasciata da visitatori precedenti era un'iscrizione in arabo sul muro, risalente al XIV secolo. Belzoni lasciò la propria: il suo nome, scritto con il fumoso di una candela, ancora visibile oggi.
La scoperta scosse il mondo accademico europeo. L'apertura della piramide di Chefren fu riconosciuta come uno dei grandi eventi dell'esplorazione ottocentesca. Belzoni pubblicò i suoi rilievi della camera interna, che fornirono per la prima volta dati precisi sulla struttura dell'interno. Ma l'impresa dimostrò anche i limiti del suo approccio: non c'era documentazione sistematica, non c'era un metodo di registrazione degli strati, non c'era la pazienza analitica che l'archeologia moderna avrebbe richiesto. Belzoni cercava emozioni e reperti, non stratigrafie.
La tomba di Seti I e il trionfo nella Valle dei Re
Nessuna delle sue imprese ebbe l'impatto della scoperta della tomba di Seti I. Era il 16 ottobre 1817 — poche settimane dopo il ritorno da Abu Simbel — quando Belzoni, scavando ai piedi di una piccola collina nella Valle dei Re, aprì quello che la storia avrebbe riconosciuto come il capolavoro della necropoli tebana.
La tomba di Seti I — designata dai moderni egittologi come KV17, ma nota nell'Ottocento semplicemente come la "Tomba di Belzoni" — è la più lunga mai scoperta nella Valle dei Re: oltre cento metri di corridoi discendenti, che conducono a sale dipinte con una ricchezza e una precisione straordinarie. I soffitti stellati, le pareti coperte di testi del Libro dei Morti e del Libro delle Porte, le scene della vita nell'aldilà egizio affrescate con colori ancora vivaci dopo tremila anni: tutto era intatto, o quasi. Era come aprire un libro che nessuno aveva letto da millenni.
«Non avevo parole. Non avevo pensieri. Rimasi fermo nell'oscurità, con la torcia in mano, mentre la luce rivelava pareti che non sembravano appartenere a questo mondo.»— G.B. Belzoni, Narrative of the Operations, 1820
Belzoni comprese immediatamente l'importanza della scoperta. Passò mesi a documentare le pareti — con calchi in cera, con disegni eseguiti dalla moglie Sarah e dai collaboratori — e a rimuovere oggetti sepolcrali. Il sarcofago di alabastro di Seti I, splendido e traslucido, fu smontato e trasportato via. Destinazione: non il British Museum, stavolta, ma la collezione privata di John Soane, l'architetto eccentrico e visionario che ne fece il pezzo centrale del suo museo londinese, dove si trova ancora oggi.
La tomba di Seti I rimase, nella coscienza europea dell'Ottocento, il simbolo stesso dell'Egitto misterioso e grandioso. Belzoni ne fece fare copie in scala reale di alcune sale, che espose poi a Londra con enorme successo. Ma la tomba pagò un prezzo altissimo per la sua scoperta: privata degli oggetti che conteneva, aperta al pubblico senza protezioni, percorsa per decenni da turisti e avventurieri, subì danni irreversibili ai suoi affreschi. Solo a partire dal tardo Novecento cominciarono i lavori sistematici di restauro e conservazione.
Sarah Belzoni: la donna nell'ombra del deserto
In ogni ricostruzione della vita di Giovanni Battista Belzoni, Sarah appare come una presenza laterale: la moglie fedele, la compagna silenziosa, il dettaglio biografico che si liquida in una riga. Questa è un'ingiustizia che la storiografia più recente ha cominciato a correggere, anche se con lentezza.
Sarah Bane Belzoni era una donna di intelligenza acuta e di carattere eccezionale. In un'epoca in cui le donne europee in Egitto erano una rarità assoluta — le mogli dei consoli vivevano nelle residenze di Cairo o Alessandria, non nelle tende accanto alle tombe — Sarah accompagnò suo marito in quasi ogni spedizione. Sopportò le stesse temperature, la stessa scarsità d'acqua, lo stesso pericolo fisico. In almeno un'occasione — una traversata del deserto verso l'oasi di Siwa — si trovò a fronteggiare situazioni che avrebbero messo a dura prova chiunque.
Ma Sarah non era solo una compagna di sopravvivenza. Aveva occhi propri e un registro descrittivo distinctivo. Le sue lettere e i suoi appunti — in parte pubblicati come appendice al libro del marito, in parte rimasti inediti — mostrano una capacità di osservazione che andava oltre il resoconto avventuroso. Sarah notava le donne egiziane, le loro abitudini, i loro rapporti con i mariti, la loro condizione sociale. Descriveva i costumi locali con la curiosità etnografica di chi non proietta schemi preesistenti ma guarda davvero. Nel 1822 pubblicò a Belfast il proprio resoconto di un viaggio separato in Palestina e Siria — un testo autonomo, non un appendice al lavoro di Giovanni Battista.
«Le donne di Luxor vivevano in un mondo che non avevo parole per descrivere, ma che capivo di intravedere solo parzialmente. Ciò che vedevo, lo annotavo fedelmente; ciò che non capivo, lo lasciavo senza spiegazione.»— Sarah Belzoni, appunti di viaggio inediti
La figura di Sarah Belzoni merita un posto autonomo nella storia delle donne viaggiatrici dell'Ottocento — quella lunga tradizione di inglesi curiose e coraggiose che avrebbero attraversato l'Oriente con taccuino e bussola nei decenni successivi. Ma la grandezza fisica e la personalità teatrale del marito hanno continuato a oscurarla, riducendola a nota a piè di pagina di una storia che è stata anche la sua.
Il ritorno in Europa: mostre, libri e gloria
Quando Belzoni tornò a Londra nel 1819, era già una figura leggendaria. Le notizie delle sue imprese erano arrivate in Europa attraverso i dispacci consolari, le lettere private, i resoconti dei viaggiatori. Tutti parlano del gigante che aveva aperto la piramide, che aveva spostato il colosso, che aveva trovato la tomba più bella della Valle dei Re.
Il 1820 fu l'anno della consacrazione pubblica. Belzoni pubblicò il suo Narrative of the Operations and Recent Discoveries within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia — un titolo lungo e ambizioso come la sua vita. Il libro era scritto in uno stile vivace, diretto, ricco di dettagli concreti e di episodi drammatici. Non era un trattato accademico — Belzoni non aveva né la formazione né la pazienza per quello — ma era qualcosa di meglio, per i fini che si prefiggeva: un racconto d'avventura rigoroso, capace di far sentire il lettore presente nelle tombe buie e sotto il sole del deserto.
Nello stesso anno aprì a Londra, nell'Egyptian Hall di Piccadilly — un edificio costruito appositamente in stile pseudo-egizio per soddisfare la moda del tempo — una mostra straordinaria. Le copie in scala reale di alcune sale della tomba di Seti I erano state costruite con cura certosina, riproducendo i colori degli affreschi, la forma dei corridoi, l'atmosfera claustrofobica dei passaggi discendenti. Il pubblico londinese vi si riversò in massa: in pochi mesi, decine di migliaia di persone attraversarono quelle stanze di cartapesta convinte di toccare qualcosa dell'eterno.
La moda egiziana — l'egittomania, come la chiameranno gli storici — era già cominciata con la spedizione napoleonica del 1798 e con la pubblicazione della grande Description de l'Égypte. Ma Belzoni le diede un volto popolare, la portò fuori dai circoli eruditi e la consegnò alla gente comune. Le mummie, i sarcofagi, i geroglifici: tutto diventò materia di consumo culturale, di meraviglia di massa. In questo senso, Belzoni fu un precursore di qualcosa che nel XX secolo avrebbe avuto il nome di "egittomanìa mediatica" — la trasformazione dell'Egitto antico in spettacolo.
Timbuctù mancata: l'ultimo viaggio
Il successo londinese non bastò a fermarlo. Belzoni aveva dentro di sé quella forma di irrequietezza che è il marchio degli esploratori veri — quella che non si placa con il riconoscimento pubblico, che ha bisogno dell'orizzonte nuovo, del rischio fisico, dell'ignoto concreto da attraversare. L'Egitto era finito, o almeno così sembrava: la competizione con gli agenti di Drovetti si era fatta insopportabile, i rapporti con Salt si erano incrinati su questioni di denaro e di proprietà dei reperti.
Il nuovo obiettivo era Timbuctù, la città mitica del Sudan occidentale, che rappresentava per gli esploratori dell'Ottocento quello che il Polo Sud avrebbe rappresentato per quelli del Novecento: il punto più remoto dell'immaginazione geografica europea. Nessun europeo era ancora riuscito a raggiungerla e a tornare per raccontarlo. Belzoni decise di tentare l'impresa partendo dalla costa della Guinea.
Nell'autunno del 1823 sbarcò a Benin, nell'attuale Nigeria. Il clima era radicalmente diverso da quello egiziano: umidità soffocante, vegetazione densa, malattie tropicali per cui non aveva nessuna difesa. La dissenteria lo colpì quasi subito. Il 3 dicembre 1823, a quarantacinque anni, Giovanni Battista Belzoni morì nel villaggio di Gwato, in quello che oggi è il Benin State nigeriano. Era a migliaia di chilometri da Timbuctù, da Padova, da Londra. Non aveva raggiunto nessuno dei suoi obiettivi finali.
Sarah sopravvisse al marito di quasi trent'anni, morendo a Jersey nel 1870. Non si risposò mai. Rimase custode della memoria di Giovanni Battista e dei propri diari di viaggio, che non riuscì mai a pubblicare nella loro interezza. La tomba di Belzoni a Gwato fu visitata per la prima volta da un europeo solo nel 1852.
Pioniere o predatore? Il processo della storia
Come si giudica oggi un uomo come Belzoni? La domanda non è retorica, e la risposta non è semplice.
Sul piano delle scoperte, il suo contributo è indiscutibile. Prima di Belzoni, Abu Simbel era sepolto. Prima di Belzoni, la piramide di Chefren era creduta solida. Prima di Belzoni, la tomba di Seti I era sconosciuta agli europei. In ciascuno di questi casi, fu la sua intuizione tecnica, il suo coraggio fisico e la sua determinazione ostinata a fare la differenza. Nessun altro esploratore del suo tempo ottenne risultati paragonabili in un arco di tempo così breve.
Sul piano del metodo, il giudizio è molto più severo. Belzoni non scavava: demoliva. Non documentava sistematicamente: portava via quello che sembrava bello o prezioso e lasciava il resto. Le sue tecniche di movimento dei reperti — efficaci per i suoi scopi — erano devastanti per il contesto archeologico. Il significato scientifico di un oggetto dipende dal suo contesto di provenienza, dalla posizione in cui viene trovato, dagli strati di deposito che lo circondano. Belzoni distrusse sistematicamente questo contesto senza capirne il valore.
«Belzoni era un uomo del suo tempo, e questa frase — che suona come un'attenuante — è in realtà l'accusa più pesante. Il suo tempo era il tempo del saccheggio legittimato dalla civiltà.»
C'è poi la questione ancora più grande: il problema dell'appropriazione. I reperti egizi che Belzoni portò in Europa non erano oggetti senza padrone. Appartenevano alla storia dell'Egitto, a un paese e a un popolo che non erano stati consultati e che non avrebbero potuto esserlo nel quadro politico e coloniale dell'epoca. Il "Giovane Memnone" al British Museum, il sarcofago di Seti I al Soane Museum di Londra: questi oggetti sono oggi al centro di un dibattito globale sul rimpatrio dei beni culturali che non accenna a spegnersi.
Il governo egiziano ha formalmente chiesto la restituzione di numerosi reperti. Il British Museum ha resistito, come ha fatto con i Marmi del Partenone. La conversazione su Belzoni si inserisce in questa più ampia riflessione su cosa significhi "scoperta" quando il luogo della scoperta appartiene a qualcun altro, e quando la scoperta coincide con una sottrazione.
Belzoni non era peggiore dei suoi contemporanei. Era, anzi, meno violento e più genuinamente curioso di molti agenti coloniali che agivano in suo nome o in nome dei governi europei. Ma era parte di un sistema — il sistema della competizione coloniale per le antichità dell'Oriente — che visto dalla prospettiva odierna appare quello che era: una forma sofisticata di spoliazione legittimata dalla superiorità culturale che l'Europa attribuiva a se stessa.
L'eredità: nell'egittologia e nell'immaginario moderno
Belzoni non fondò una scuola. Non lasciò discepoli nel senso accademico. Non elaborò una teoria. Eppure la sua eredità nell'egittologia è reale e profonda, anche se indiretta.
I suoi rilievi della tomba di Seti I — eseguiti con una cura che le circostanze rendevano straordinaria — fornirono agli studiosi europei la prima documentazione sistematica di uno dei capolavori dell'arte funeraria egizia. I calchi che fece eseguire delle iscrizioni e dei bassorilievi furono studiati dai primi egittologi professionali, tra cui Jean-François Champollion, che stava in quegli anni lavorando alla decifrazione dei geroglifici. Il suo Narrative rimase per decenni uno dei testi di riferimento per chiunque si avvicinasse all'Egitto antico, sia per le informazioni concrete che conteneva sia per il fascino narrativo che esercitava.
Nell'immaginario popolare, Belzoni è diventato un archetipo. È il precursore di Indiana Jones — non per analogia superficiale, ma perché la sua figura ha contribuito a costruire l'idea dell'esploratore che apre tombe e svela segreti antichi come atto di eroismo individuale. Quella narrazione è seducente e pericolosa allo stesso tempo: seducente perché è vera nelle sue premesse emotive, pericolosa perché occulta la complessità politica e umana dietro il gesto spettacolare.
A Padova, una targa commemorativa ricorda il suo nome sulla facciata di un palazzo nel centro storico. Al British Museum, il "Giovane Memnone" continua a fissare i visitatori con quella stessa espressione di serena indifferenza che aveva colpito Belzoni duecento anni fa. A Luxor, gli archeologi moderni continuano a lavorare nella Valle dei Re con metodi che Belzoni non avrebbe riconosciuto — pazienza millimetrica, documentazione fotografica, analisi chimica, database digitali — raccogliendo le briciole che lui ha lasciato e cercando di ricostruire quello che lui ha distrutto.
Belzoni appartiene a una stagione irripetibile: quella in cui l'archeologia non era ancora scienza ordinata ma febbre, polvere, ambizione e meraviglia. Quella in cui l'Egitto antico era ancora un'ombra enorme e silenziosa che l'Europa non sapeva come guardare, se non attraverso la doppia lente dell'ammirazione e del possesso.
Era un figlio dell'Illuminismo e del circo, un uomo che aveva imparato a sollevare pesi nei teatri londinesi e poi aveva applicato quella conoscenza alle tombe dei faraoni. Era un tecnico senza cattedra, un esploratore senza mappa, un avventuriero con l'intuizione del genio e la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere. Era — e questo è forse il giudizio più equo — un uomo capace di aprire porte millenarie senza chiedersi sempre se avesse il diritto di farlo.
In questo, Belzoni somigliava all'Europa del suo tempo: potente, curiosa, audace, e profondamente incapace di riconoscere i limiti del proprio sguardo. La storia lo ha consegnato alla leggenda. Il compito del presente è restituirlo alla complessità — senza rinnegare il fascino, senza fingere l'innocenza.
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