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Publié par Angelo Marcotti

La montagna cava. Storia di Damanhur e dei suoi Templi segreti: la comunità piemontese che per quattordici anni scavò in segreto un tempio dentro una montagna
Scripta Manent · Utopie sotterranee
La montagna cava

Storia di Damanhur e dei suoi Templi segreti: la comunità piemontese che per quattordici anni scavò in segreto un tempio dentro una montagna

 
Sommario editorialeNel 1975 un gruppo di torinesi riuniti attorno a un ex assicuratore di nome Oberto Airaudi comincia a immaginare una società alternativa nella campagna a nord della città. Quarantanove anni dopo, quella comunità — oggi nota come Federazione di Damanhur — ha una costituzione, una moneta, ventidue mila metri quadrati di gallerie scavate a mano e un posto nei libri dei record. Questo dossier ricostruisce la nascita del progetto, il ritratto del suo fondatore, la storia clandestina dei Templi dell'Umanità, la dottrina spirituale che li sostiene e le controversie, mai sopite, che accompagnano la comunità da mezzo secolo.

Il cancello si apre su un parcheggio di ghiaia, in un bosco di castagni che dopo qualche curva ha lasciato alle spalle la provinciale della Valchiusella. In superficie non c'è nulla che lasci presagire quel che segue: una cascina ristrutturata, un'insegna discreta, un gruppo di visitatori che indossa pettorine da cantiere sopra i propri vestiti, obbligatorie per scendere sottoterra. Poi una porta di metallo si apre nella roccia. Una prima rampa di scale, un'altra ancora, un corridoio buio che sfocia in una sala capace di togliere il fiato anche a chi è arrivato scettico: soffitti a cupola rivestiti di vetrate policrome, colonne sormontate da figure umane più grandi del naturale, pavimenti a mosaico che raccontano una cosmologia inventata da un solo uomo e realizzata dalle mani di centinaia.

Per quattordici anni, mentre tutto questo prendeva forma decine di metri sotto un pendio del Canavese, fuori non lo sapeva nessuno. Quando le autorità lo scoprirono, nel 1992, il primo atto fu un ordine di demolizione. Oggi il Tempio dell'Umanità accoglie ogni anno decine di migliaia di visitatori e figura nei registri del Guinness come la più grande costruzione ipogea del pianeta. Nel mezzo, tra la clandestinità degli anni Settanta e Ottanta e il turismo culturale di oggi, sta la storia di Damanhur: una comunità che si è data un governo, un culto della natura e della reincarnazione, un'arte propria — e che non ha mai smesso, in cinquant'anni, di dividere chi la osserva da fuori.

Capitolo I

Una vallata per ricominciare

Torino, metà degli anni Settanta. La città vive ancora sull'onda lunga del boom industriale legato alla Fiat, ma l'entusiasmo si è già incrinato: crisi economica, tensione politica, i primi segnali di quello che il decennio avrebbe chiamato, con parola grigia, "riflusso". È in questo clima che si diffonde, come in gran parte d'Europa e degli Stati Uniti, un interesse crescente per le discipline orientali, la parapsicologia, le medicine alternative e le forme di vita comunitaria: un decennio più tardi rispetto a Woodstock, ma con la stessa domanda di fondo — se il modello di società offerto dall'industria e dai partiti avesse ancora qualcosa da promettere a chi lo abitava.

Oberto Airaudi, torinese d'adozione originario di Balangero, nel Torinese, lavora in quegli anni come agente assicurativo, coltivando in parallelo un interesse per la pranoterapia, gli esperimenti sulla sensibilità delle piante e le discipline esoteriche allora in circolazione. Nel 1975 fonda a Torino il Centro di Ricerche Parapsicologiche ed Esoteriche "Horus", intitolato al dio egizio del cielo e della regalità: un punto di ritrovo per chi condivide gli stessi interessi, dalla guarigione non convenzionale alla ricerca su fenomeni ritenuti paranormali. È da questo circolo, composto inizialmente da una dozzina di persone legate da anni di ricerca comune, che nasce l'idea di un passo ulteriore: non più solo un centro di studio, ma una comunità che mettesse in pratica quelle idee come stile di vita quotidiano.

La scelta della Valchiusella non è casuale. La valle, ai piedi delle Alpi e a ridosso del Parco Nazionale del Gran Paradiso, si trova a circa cinquanta chilometri da Torino — abbastanza vicina da restare in contatto con la città, abbastanza discosta da garantire la riservatezza che il progetto avrebbe presto richiesto. È anche prossima alle terre d'origine di Airaudi. I primi terreni nel comune di Baldissero Canavese vengono acquisiti a partire dal 1977, e con essi cominciano le prime costruzioni comunitarie in superficie. Le fonti divergono sulla data esatta della fondazione formale — c'è chi la fissa al 1975, contestualmente al Centro Horus, chi al 1977, con l'acquisto dei terreni, chi al 1979, quando la Federazione assume la sua prima struttura istituzionale riconoscibile — ma concordano su un punto: si tratta di un processo graduale più che di un atto fondativo unico e datato.

Damanhur si inserisce così in una stagione internazionale di comunità intenzionali — da Findhorn, in Scozia, alle comuni della costa occidentale americana — accomunate dall'ambizione di costruire modelli sociali alternativi fondati su ricerca spirituale, ecologia ed esistenza condivisa. Ciò che distingue fin da subito l'esperimento piemontese è la rapidità con cui si dota di un apparato istituzionale strutturato: un governo eletto, regole scritte, una moneta interna — dettagli che arriveranno pochi anni dopo, ma che segnalano un progetto pensato, fin dall'inizio, come qualcosa di più di un ritiro comunitario informale. La crescita nei primi anni resta lenta: poche decine di persone alla fine degli anni Settanta, poco più di cento nel 1983. È in quell'anno che Airaudi lancia due iniziative interne, il "Gioco della Vita" e il "Viaggio", pensate esplicitamente per accelerare l'ingresso di nuovi membri. Il risultato è una crescita più rapida dei nuclei abitativi e, entro la fine del decennio, la nascita di comunità satellite che daranno vita, insieme al nucleo originario, alla Federazione delle Comunità di Damanhur.

Capitolo II

L'assicuratore che si credette Horus

Di Oberto Airaudi, nato a Balangero il 29 maggio 1950, si sa con certezza relativamente poco al di fuori di quanto la comunità stessa ha scelto di raccontare. Il libro "Racconti di un alchimista", pubblicato postumo nel 2021 dalla casa editrice damanhuriana Dhora, ricostruisce la sua infanzia attraverso trentatré episodi che la stessa presentazione editoriale definisce racconti più che cronaca: tra questi, la storia di un baule di libri che un anziano misterioso avrebbe consegnato a sua madre poco dopo la sua nascita, da aprire solo al compimento dei sedici anni, contenente indicazioni sulla vita che avrebbe dovuto condurre. È un aneddoto che va letto per quello che è dichiaratamente: un racconto agiografico circolato all'interno della comunità, non un fatto verificabile.

Ciò che risulta documentato con maggiore solidità è la sua attività di agente assicurativo a Torino negli anni giovanili, insieme a un interesse precoce per la pranoterapia e per gli esperimenti — allora diffusi anche a livello internazionale e mai confermati dalla scienza — sulla presunta sensibilità delle piante agli stimoli emotivi umani. Da questi interessi nasce, nel 1975, il Centro Horus, e da esso la comunità che porterà il suo nome definitivo pochi anni dopo. Airaudi adotta lo pseudonimo Falco Tarassaco, traduzione italiana di "Hawk Dandelion", secondo la consuetudine — di sua stessa istituzione — per cui ogni damanhuriano, entrando in comunità, abbandona il proprio nome anagrafico per assumerne uno composto da un animale e da una pianta: un gesto che, nella spiegazione damanhuriana, rappresenta l'unione tra regno animale e regno vegetale in ogni essere umano.

Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, nei primi anni della comunità circolò anche l'idea che Airaudi fosse egli stesso una reincarnazione del dio Horus, cui la stessa Damanhur deve indirettamente il proprio nome. Si tratta di un'affermazione che appartiene al registro delle credenze interne e delle interpretazioni simboliche costruite attorno alla sua figura, non a un dato biografico accertabile, ed è bene mantenerla distinta dal resto.

Il pensiero di Airaudi si sviluppa attorno a un nucleo relativamente stabile di temi: la reincarnazione e la possibilità di recuperare memoria delle vite precedenti; le cosiddette "linee sincroniche", grandi flussi di energia che attraverserebbero il pianeta collegandolo al resto dell'universo; la Selfica, tecnica da lui ideata per concentrare e indirizzare — secondo la sua stessa formulazione — energie vitali attraverso strutture metalliche a spirale (a essa è dedicato un approfondimento più avanti); la pranoterapia come strumento di guarigione; un'arte, la "pittura selfica", che egli stesso praticò per tutta la vita e che oggi è esposta in una galleria permanente al centro Damanhur Crea di Vidracco. Su nessuno di questi elementi esistono conferme scientifiche indipendenti: appartengono al sistema di credenze che Airaudi ha costruito e trasmesso, e che i suoi seguaci hanno fatto proprio, non a ipotesi verificate.

Nel corso dei decenni, pur restando la guida spirituale indiscussa e il riferimento simbolico dell'intera Federazione, Airaudi cedette progressivamente gli incarichi di gestione concreta agli organi eletti della comunità — governo federale, Re Guida, reggenti di comunità — dedicandosi sempre più a ricerca, pittura e insegnamento. Nel 2013 gli fu diagnosticato un tumore al fegato in stadio avanzato. Coerentemente con la visione della salute che aveva sempre sostenuto, scelse di non sottoporsi a trattamenti oncologici aggressivi, trascorrendo gli ultimi mesi nella comunità di Aval, dove risiedeva dal 1980. Prima di morire cedette alla Federazione tutti i beni personali ancora a suo nome. Si spense nella notte tra il 23 e il 24 giugno 2013, a sessantatré anni. Fu cremato; le sue ceneri, secondo quanto riportato da fonti giornalistiche vicine alla comunità, riposano all'interno dei Templi dell'Umanità, senza una lapide o un segno che ne identifichi il punto esatto. Nessun singolo successore ha raccolto formalmente il suo ruolo di guida spirituale: la Federazione ha scelto di distribuirne l'eredità tra le istituzioni collettive che egli stesso aveva contribuito a costruire.

Riquadro · Il fondatore
Falco Tarassaco, alias Oberto Airaudi

Una scheda dei dati biografici documentabili, distinti dal racconto agiografico che la comunità ha costruito attorno alla sua figura.

Nascita
29 maggio 1950, Balangero (Torino)
Attività giovanile
agente assicurativo a Torino; ricerche di pranoterapia e parapsicologia
1975
fonda a Torino il Centro Horus
Nome damanhuriano
Falco Tarassaco (secondo la consuetudine animale più pianta)
Discipline ideate
Selfica; "linee sincroniche"; pittura selfica
Ruolo
guida spirituale della Federazione fino alla morte, con progressiva cessione dei ruoli amministrativi agli organi eletti
Morte
24 giugno 2013, comunità di Aval, per tumore al fegato; nessun accanimento terapeutico
Successione
nessun successore unico; guida distribuita tra istituzioni collettive
Capitolo III

Sedici anni di silenzio

Nel 1978 un piccolo gruppo di damanhuriani — artigiani, muratori, persone senza formazione tecnica specifica che l'avrebbero acquisita lavorando — comincia a scavare a mano, con picconi e scalpelli, nel fianco della montagna sopra Vidracco. Nessuna autorizzazione urbanistica accompagna l'inizio dei lavori. Secondo il racconto interno alla comunità, la scelta del punto esatto in cui scavare seguì una visione attribuita ad Airaudi: una stella cadente che avrebbe indicato quel preciso versante come sede del futuro tempio. È un episodio che appartiene, ancora una volta, al registro della narrazione spirituale interna, non a un fatto ricostruibile in altro modo, e va trattato come tale.

I lavori procedono per anni in condizioni di segretezza quasi assoluta: chi vi partecipa lo fa su base volontaria e riservata, e per lungo tempo la costruzione resta sconosciuta anche a molti membri della stessa Federazione. Le fonti divergono sulla durata esatta del cantiere clandestino, indicata a seconda dei casi tra quattordici e sedici anni: una discrepanza che vale la pena segnalare piuttosto che risolvere arbitrariamente scegliendo una cifra sola. Ciò che è certo è che, sala dopo sala, il complesso cresce in ampiezza e complessità, arricchendosi di competenze artigianali — mosaico, vetrata, scultura, lavorazione dei metalli, pittura — che i costruttori sviluppano in larga parte da autodidatti nel corso del cantiere stesso.

«Camminare attraverso le sale e i corridoi corrisponde, nell'intenzione dei costruttori, a un percorso simbolico dentro le stanze interiori di ogni essere umano.»

Il complesso si articola oggi in sette sale principali, ciascuna con un proprio registro simbolico. Il Tempio Blu, la parte più antica, scavato solo con martello e scalpello, funge da spazio di raccoglimento e ispirazione. La Sala della Terra rappresenta la vita e la natura divina dell'essere umano; la Sala dell'Acqua ne accompagna il registro elementare complementare. Al centro del complesso si trova la Sala delle Sfere, considerata dai damanhuriani il cuore dei Templi: ospita nove sfere contenenti liquidi alchemici di colori diversi, e visualizza le "linee sincroniche" della cosmologia damanhuriana. Seguono la Sala degli Specchi e la Sala dei Metalli, quest'ultima dedicata, nella lettura interna, alle diverse epoche dell'umanità e agli aspetti più oscuri della psiche. Chiude il percorso il Labirinto, una galleria che riunisce in un'unica sequenza figurativa divinità di culture diverse, da Allah a Manitù, concepita come una sintesi visiva della storia religiosa dell'umanità. Pareti affrescate, pavimenti a mosaico, soffitti in vetro artistico compongono un insieme che testimonia, al di là di qualunque giudizio sulla sua cosmologia, un'impresa artigianale collettiva sostenuta in segreto per oltre un decennio.

La scopertura avviene tra il 1991 e il 1992. Le ricostruzioni disponibili non sono del tutto concordanti: alcune parlano di una lettera anonima che avrebbe segnalato l'esistenza di scavi non autorizzati; altre ricordano un'ispezione delle forze dell'ordine, nell'autunno del 1991, di cui non furono mai rese pubbliche le ragioni precise, alimentando in seguito ipotesi — non verificabili e qui riportate solo come tali — di un tentativo di screditare la comunità. Ciò che è documentato è l'esito: privo delle autorizzazioni urbanistiche previste dalla legge, il complesso viene sequestrato e colpito da un ordine di demolizione. La Federazione risponde organizzando una raccolta di firme, che le fonti quantificano attorno a cinquemila adesioni, e avviando un confronto con la Soprintendenza per i Beni Culturali. Dopo un periodo di incertezza legale durato circa quattro anni, tra il 1996 e il 1997 la Soprintendenza riconosce il complesso come opera d'arte collettiva, ne affida la custodia alla stessa comunità e ne autorizza la prosecuzione, ormai regolarizzata: i lavori, per esplicita scelta progettuale, proseguono ancora oggi e il complesso non è considerato concluso.

Sulle cifre che circolano — un volume complessivo attorno agli 8.500 metri cubi, una profondità massima indicata in modo non uniforme tra i 72 e i 75 metri su più livelli sotterranei — conviene mantenere la cautela che le fonti stesse impongono, evitando di trasformare in dato definitivo ciò che resta una stima variamente riportata. Meno controverso è il riconoscimento ottenuto nel 2001, quando il Guinness dei Primati ha certificato i Templi dell'Umanità come la più grande costruzione ipogea del mondo: un titolo tuttora citato dal materiale turistico della comunità.

Riquadro · I Templi dell'Umanità
Una cattedrale scavata a mano
Inizio scavi
1978, in segreto e senza autorizzazioni
Durata cantiere clandestino
tra 14 e 16 anni, secondo le fonti
Scoperta
1991-1992, con ordine di demolizione
Riconoscimento come opera d'arte
1996-1997 circa, da parte della Soprintendenza
Sale principali
Tempio Blu, Sala della Terra, Sala dell'Acqua, Sala delle Sfere, Sala degli Specchi, Sala dei Metalli, Labirinto
Volume stimato
circa 8.500 m³ (cifra ricorrente, non uniformemente confermata)
Profondità
tra 72 e 75 metri, secondo le fonti
Riconoscimento Guinness
2001, tempio sotterraneo più grande del mondo
Stato attuale
opera incompiuta per scelta, aperta al pubblico con visite guidate
Capitolo IV

Il catechismo che non si chiama così

Damanhur non presenta la propria visione come una religione nel senso classico del termine: non c'è un dio esterno da adorare, né un testo sacro unico e chiuso. Il nucleo dottrinale ruota piuttosto attorno all'idea che la natura — animali, piante, forze cosmiche — sia sacra e abitata da energie intelligenti, e che ogni essere umano porti in sé una scintilla divina da risvegliare attraverso la conoscenza di sé, la meditazione, la pratica artistica e la vita comunitaria. La reincarnazione occupa un posto centrale: tra i corsi offerti dalla Scuola di Meditazione, struttura portante dell'intero sistema damanhuriano, figura la "ricerca delle vite precedenti", proposta come strumento di crescita personale più che come dogma da credere.

A questo impianto si affiancano le "linee sincroniche" già incontrate a proposito dei Templi, un calendario rituale legato ai cicli lunari, un "Oroscopo Sincronico" distinto dall'astrologia tradizionale, e una insistenza dichiarata sul rifiuto del dogma: Damanhur si presenta come un cammino di ricerca continua piuttosto che come un sistema di verità fissate una volta per tutte. È una scelta retorica significativa, perché sposta l'accento dalla fede alla pratica, e permette alla comunità di rivendicare una postura non confessionale pur avendo costruito, nei fatti, un impianto dottrinale coerente e stabile nel tempo.

Su come classificare Damanhur, gli osservatori non concordano, e la varietà delle etichette proposte dice più della realtà complessa dell'oggetto che di un disaccordo tra esperti. Il CESNUR, centro di ricerca specializzato nei nuovi movimenti religiosi, la inquadra descrittivamente come comunità etico-spirituale nella propria enciclopedia di riferimento sulle religioni presenti in Italia. Il sociologo Luigi Berzano, in uno studio pubblicato da Elledici nel 1998, la analizza attraverso le categorie di "popolo e comunità", un lessico più prossimo alla sociologia dei gruppi che alla teologia. Altre fonti alternano le definizioni di movimento religioso, ecovillaggio, comunità intenzionale e, per le voci più critiche, setta — termine sul quale il dossier tornerà più avanti, con l'attenzione che merita. Damanhur stessa ha storicamente preferito etichette come "eco-società" o "comunità spirituale", pur essendosi data, nei fatti, un apparato — costituzione, moneta, ministeri, bandiera, inno — più vicino a quello di un piccolo Stato che a quello di una congregazione religiosa. L'ambiguità non è un difetto di definizione: riflette una sovrapposizione reale tra comunità religiosa, ecovillaggio, collettivo artistico ed esperimento sociale alternativo, ciascuna delle quali coglie una parte di ciò che Damanhur è senza esaurirlo.

Capitolo V

Trecento persone e una moneta propria

La vita quotidiana a Damanhur si organizza attorno ai "nuclei familiari": case comuni che, secondo le fonti disponibili, ospitano indicativamente una ventina di persone ciascuna, con una stanza per individuo — più ampia per le coppie — e servizi condivisi. Oggi i nuclei sono complessivamente trentadue, distribuiti tra quattro comunità principali nell'area di Baldissero Canavese e Vidracco; altri damanhuriani vivono in abitazioni proprie pur restando collegati a una comunità. I figli crescono all'interno delle strutture comunitarie, e in adolescenza possono trasferirsi in una "comunità dei ragazzi" pensata per sviluppare un'esperienza collettiva autonoma dai nuclei familiari d'origine — un dettaglio che la comunità presenta come percorso di crescita e che alcuni osservatori esterni leggono invece come indizio di un allentamento precoce dei legami genitoriali: due letture della stessa pratica, entrambe da riportare.

Ogni comunità è guidata da un reggente eletto dai suoi componenti; l'insieme delle comunità forma la Federazione, retta da due Re Guida eletti periodicamente da tutta la cittadinanza — le fonti indicano scadenze diverse, sei mesi in alcuni resoconti, dodici in altri, ulteriore discrepanza che vale la pena segnalare. Il quadro normativo è affidato a una Costituzione scritta, giunta alla sua undicesima versione, approvata l'11 giugno 2019: un testo periodicamente rivisto, segno di un assetto istituzionale che continua a evolvere piuttosto che essere rimasto immutato dagli anni Settanta.

Sul piano economico, Damanhur ha sviluppato fin dai primi anni una moneta interna, il Credito, inizialmente un sistema di buoni a circolazione limitata e in seguito, secondo la ricostruzione disponibile, progressivamente garantito da beni immobiliari acquisiti collettivamente, fino ad arrivare all'attuale ancoraggio al valore dell'euro. Il Credito opera all'interno della Federazione Damanhur, costituita come Associazione di Promozione Sociale riconosciuta dall'ordinamento italiano. Il lavoro comune — agricoltura, manutenzione, insegnamento, laboratori artigianali — è organizzato attraverso turni di volontariato interno, quantificati da una fonte giornalistica in un minimo di ventiquattro ore mensili per persona.

Il sistema di cittadinanza ha conosciuto diverse riformulazioni. Per lungo tempo prevedeva quattro livelli, indicati con le lettere da A a D in base a residenza e grado di coinvolgimento. Una riforma completata attorno al 2020 ha introdotto tre nuove categorie: "cittadini Vajne", riservata a chi frequenta con continuità la Scuola di Meditazione indipendentemente dal luogo di residenza; "cittadini Vajne territoriali", per chi vive in un'abitazione propria nell'area di una comunità o vi resta comunque collegato; "cittadini Vajne comunitari", per chi risiede stabilmente in un nucleo abitativo condiviso. A questi si aggiungono, secondo le stime più recenti diffuse dalla stessa rete di ricerca sui nuovi movimenti religiosi, alcune centinaia — indicativamente seicento — di cittadini Vajne che vivono altrove, in Italia e all'estero, mantenendo un legame formale con la Scuola di Meditazione senza risiedere in comunità.

Sul fronte ecologico, Damanhur ha perseguito fin dagli anni Ottanta un percorso verso l'autosufficienza energetica, raggiungendo già alla fine di quel decennio una parziale autonomia nella produzione elettrica. Dal 1998 è membro a pieno titolo di GEN Europe, la sezione europea del Global Ecovillage Network, ed è parte della Rete Italiana Villaggi Ecologici (RIVE) oltre che tra i soci fondatori del CONACREIS, organismo di coordinamento delle associazioni di ricerca etica e spirituale riconosciute in Italia. Una tesi discussa all'Università di Torino, che applica al caso damanhuriano la metodologia di valutazione d'impatto elaborata dalla rete GEN, suggerisce un impegno ambientale e sociale reale secondo quei parametri, pur restando un riscontro accademico circoscritto rispetto all'ampiezza delle affermazioni che la comunità fa su se stessa: un'area, questa, in cui aspirazione dichiarata e pratica documentata in modo indipendente si sovrappongono solo in parte.

Capitolo VI

Nomi, spirali, alfabeti

L'identità collettiva damanhuriana passa in larga misura attraverso un linguaggio simbolico costruito nel tempo. Il nome composto da animale e pianta, assegnato a ogni membro al momento dell'ingresso, è solo il primo elemento di un sistema che comprende un alfabeto e una "lingua sacra" di uso interno, impiegati decorativamente e ritualmente all'interno dei Templi e delle pubblicazioni comunitarie; una bandiera e un inno propri; un calendario di cerimonie legate ai cicli lunari. La pittura occupa un posto particolare, sia come pratica quotidiana aperta a chiunque indipendentemente dalla formazione artistica pregressa, sia nella sua declinazione più identificativa, la "pittura selfica" inaugurata da Airaudi stesso ed esposta in permanenza nella galleria Niatel del centro Damanhur Crea a Vidracco.

Accanto alla pittura si sono sviluppate pratiche musicali — tra cui una ricerca, presentata dalla comunità come "musica delle piante", che tradurrebbe in suono segnali bioelettrici vegetali, un'ipotesi che appartiene al registro della pratica artistico-spirituale interna e non a un protocollo scientificamente validato — insieme a danza e momenti cerimoniali collettivi. La Selfica, già incontrata a proposito del pensiero di Airaudi, funziona in questo contesto non solo come disciplina di ricerca ma come vero e proprio linguaggio: strutture metalliche costruite secondo forme a spirale, spesso abbinate a colori, minerali e inchiostri considerati capaci — nella lettura damanhuriana — di veicolare energie intelligenti. Negli ultimi anni la Selfica è diventata anche un prodotto commerciale, distribuito attraverso canali dedicati al pubblico esterno alla comunità.

Riquadro · La Selfica
Che cos'è, secondo Damanhur

La Selfica è la disciplina ideata da Oberto Airaudi che i damanhuriani descrivono come una tecnica per concentrare e indirizzare energie vitali attraverso strutture basate sulla forma a spirale — la parola deriverebbe, secondo la spiegazione interna, da un termine di un'antica lingua in cui "self" significherebbe appunto spirale. Le strutture selfiche combinano metalli, pigmenti, minerali e, nella loro versione più elaborata, cristalli; la principale si trova all'interno dei Templi dell'Umanità. Alla Selfica sono associate, nel racconto interno della comunità, narrazioni cosmologiche che comprendono un presunto contatto con Atlantide e macchinari attribuiti a quella civiltà, capaci — sempre secondo tale narrazione — di consentire viaggi nel tempo o negli universi paralleli, oltre a dispositivi descritti come in grado di invertire processi come la menopausa o l'invecchiamento di organi interni. Nessuno di questi elementi ha riscontro scientifico indipendente, né esistono precedenti storici o antropologici documentati di tecniche analoghe: si tratta, in ogni sua parte, di un sistema di credenze proprio di Damanhur, qui riportato come tale.

Il ruolo dell'arte, in questo insieme, va oltre l'estetica. È pratica spirituale quotidiana, linguaggio comune che rinforza l'identità collettiva al di là delle differenze di provenienza e formazione dei singoli membri, e, dall'apertura dei Templi al pubblico in avanti, anche risorsa economica concreta, attraverso visite guidate, corsi e vendita di oggetti e opere.

Capitolo VII

La parola che Damanhur rifiuta

Poche comunità intenzionali italiane hanno generato un volume di giudizi tanto polarizzato quanto Damanhur, e vale la pena distinguere le voci per provenienza prima ancora che per contenuto.

Voci favorevoli
  • Nel 2005 il Communications Coordination Committee for the United Nations, organizzazione non governativa accreditata presso l'ONU, ha riconosciuto un premio all'ecovillaggio Damanhur per la sua integrazione nel tessuto sociale locale.
  • Il CESNUR, principale centro di ricerca italiano sui nuovi movimenti religiosi, inquadra la comunità in termini descrittivi, senza le connotazioni allarmistiche che caratterizzano parte della pubblicistica anti-sette.
  • Il sociologo Luigi Berzano ne ha fatto oggetto di uno studio accademico specifico, pubblicato nel 1998, trattandola come caso di ricerca sociologica a pieno titolo.
  • La comunità intrattiene da decenni rapporti definiti cordiali con le amministrazioni locali di Baldissero Canavese e Vidracco; secondo la stampa, un cittadino damanhuriano ha inoltre ricoperto per anni la carica di sindaco di Baldissero.
Voci critiche
  • La definizione di "setta", nel senso comune e non accademico del termine, è stata usata da diversi commentatori nel corso dei decenni, tra cui la presidente dell'Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici Patrizia Santovecchi, che vi ha associato — secondo quanto riportato in sede di discussione pubblica — difficoltà a lasciare liberamente la comunità, una retorica dell'"assedio" che colloca all'esterno le energie negative, e un allontanamento dai legami familiari d'origine.
  • Testimonianze di ex membri, raccolte tra l'altro nel volume "Occulto Italia" di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli, descrivono esperienze definite dagli autori disturbanti.
  • Alcuni critici sottolineano che il Credito, privo di valore legale al di fuori della comunità, può lasciare chi decide di andarsene privo di risparmi spendibili altrove e di contributi previdenziali maturati nel sistema nazionale.
  • Nel 2009 l'Agenzia delle Entrate ha aperto un accertamento fiscale a carico di Airaudi, relativo — secondo la sua stessa versione, riportata da un'intervista a "il Giornale" — a un reddito dichiarato di circa 300.000 euro annui da libri, conferenze e pranoterapie, a fronte di una richiesta erariale molto più elevata; l'esito, nel racconto dello stesso Airaudi, fu la cessione volontaria di circa un milione di euro allo Stato, per evitare di essere considerato un evasore — una versione, va detto, di parte, non confermata in modo indipendente in questa sede.

Un episodio spesso citato dalla stessa Damanhur come prova della propria correttezza riguarda una causa legale vinta all'inizio degli anni Novanta contro una testata che aveva definito la comunità un ambiente non adatto ai bambini: il tribunale diede ragione alla Federazione. Damanhur, dal canto suo, respinge pubblicamente l'etichetta di setta, rivendicando la piena disponibilità di pensiero critico e libera scelta per i propri membri, e cita i propri rapporti con studiosi del CESNUR e dell'Università di Torino come prova di apertura al controllo esterno.

Questo dossier non intende arbitrare tra le due serie di testimonianze. Le registra come posizioni documentate, riconducibili a soggetti identificabili, lasciando al lettore il compito di soppesare racconti che, sull'uno e sull'altro fronte, restano difficili da verificare in modo del tutto indipendente a questa distanza di tempo.

Capitolo VIII

Damanhur senza Falco

Con la morte di Airaudi, nel giugno 2013, Damanhur si è trovata di fronte a una prova che numerosi altri movimenti religiosi fondati da una figura carismatica non hanno superato: la scomparsa del fondatore non è stata seguita dalla nomina di un successore unico. La guida spirituale, per scelta esplicita della comunità, è rimasta distribuita tra le istituzioni già esistenti — governo federale, Re Guida eletti, Scuola di Meditazione come custode della dottrina — un esito che Damanhur presenta come prova di maturità istituzionale, e che osservatori esterni leggono anche come la perdita della figura attorno a cui si era concentrata, nel bene e nel male, gran parte della curiosità e dello scrutinio pubblico verso la comunità.

La struttura interna ha continuato a evolvere piuttosto che restare congelata: l'undicesima Costituzione, approvata nel 2019, testimonia una revisione periodica del quadro normativo; la riforma della cittadinanza, completata attorno al 2020, ha introdotto le categorie Vajne descritte nel capitolo precedente. L'attenzione mediatica internazionale, lungi dallo scemare, è semmai proseguita: nel 2020 il documentario "The Choice of Staying", diretto da Mattia Mura, e nel 2024 "Inside Damanhur – A Hidden World", diretto da Massimiliano Manzo, hanno portato la comunità davanti a pubblici nuovi, affiancati da contenuti distribuiti su piattaforme come Gaia TV.

Quanto alla consistenza numerica attuale, i dati indipendenti e verificabili restano scarsi: le fonti legate alla rete degli ecovillaggi parlano di trentadue nuclei residenziali organizzati in circa quattro comunità principali nell'area tra Baldissero Canavese e Vidracco, ai quali si aggiungono, secondo le stime più recenti diffuse in ambito accademico sui nuovi movimenti religiosi, alcune centinaia di cittadini Vajne — indicativamente seicento — residenti altrove in Italia, in diversi paesi europei, negli Stati Uniti e in Giappone, dove operano centri collegati alla Federazione. Attorno a questo nucleo di cittadini si muove una cerchia molto più ampia di simpatizzanti, allievi dei corsi e visitatori.

È proprio il turismo, del resto, a segnare forse la trasformazione più visibile dell'ultimo trentennio. Ciò che nacque come impresa clandestina, riservata a pochi iniziati e protetta dal segreto per oltre un decennio, è diventato il principale biglietto da visita pubblico della comunità: visite guidate a pagamento, un tour virtuale disponibile online, l'uso degli spazi ipogei per cerimonie, ritiri di yoga e meditazione aperti anche a chi non condivide alcuna appartenenza damanhuriana. È una tensione che la comunità stessa ha dovuto imparare a gestire: conciliare un progetto nato come percorso interiore riservato a iniziati con il proprio status attuale di attrazione artistica riconosciuta, visitata da un pubblico che spesso ignora, o non condivide, l'impianto spirituale che ha reso possibile ciò che sta visitando.

Cronologia essenziale

Le tappe di Damanhur

  • 1950Nasce a Balangero Oberto Airaudi.
  • 1975Airaudi fonda a Torino il Centro Horus.
  • 1977Vengono acquisiti i primi terreni in Valchiusella, a Baldissero Canavese.
  • 1978Cominciano, in segreto, gli scavi di quello che diventerà il Tempio dell'Umanità.
  • 1979Prende forma la Federazione di Damanhur nella sua struttura istituzionale.
  • 1983Airaudi lancia "Gioco della Vita" e "Viaggio" per accelerare la crescita della comunità.
  • 1989I cittadini superano le trecento unità, distribuiti su tre comunità.
  • 1991-92Un'ispezione porta alla scoperta dei Templi e a un ordine di demolizione.
  • 1996-97La Soprintendenza riconosce il complesso come opera d'arte collettiva.
  • 1998Damanhur entra in GEN Europe, la rete europea degli ecovillaggi.
  • 2001Il Guinness dei Primati certifica i Templi come il tempio sotterraneo più grande del mondo.
  • 2005Un'ONG accreditata all'ONU premia l'ecovillaggio per l'integrazione locale.
  • 2009L'Agenzia delle Entrate apre un accertamento fiscale a carico di Airaudi.
  • 2013Muore Oberto Airaudi, a 63 anni; nessun successore unico gli subentra.
  • 2019Viene approvata l'undicesima Costituzione della Federazione.
  • 2020Riforma della cittadinanza (categorie Vajne); esce il documentario "The Choice of Staying".
  • 2024Esce il documentario "Inside Damanhur – A Hidden World".
Capitolo IX · Conclusione

Quello che resta di un'utopia

Damanhur resiste a qualunque sintesi che pretenda di chiuderla in un unico giudizio, e forse è proprio questa la sua caratteristica più costante nel tempo. È un sogno comunitario realizzato — case, scuole, una moneta, un tempio che nessuno pensava potesse esistere — e insieme una costruzione controversa, nata in aperta violazione delle norme urbanistiche e legittimata solo in seguito dalle stesse istituzioni che ne avevano ordinato la demolizione.

È un rifugio dall'isolamento e dall'individualismo che molti attribuiscono alla vita contemporanea, capace di offrire scopo condiviso, pratica artistica quotidiana e un impegno ecologico verificabile almeno in parte; ed è, secondo le voci più critiche che questo dossier ha riportato con la stessa attenzione riservata a quelle favorevoli, un sistema fortemente identitario, che chiede in cambio dell'appartenenza un grado di conformità difficile da misurare dall'esterno.

È infine un monumento artistico nato nell'ombra, scavato a mani nude per un decennio e mezzo lontano da ogni sguardo, e diventato oggi patrimonio riconosciuto, visitato ogni anno da un pubblico internazionale che vi arriva spesso senza conoscerne la cosmologia. Damanhur non offre, a chi la osserva da fuori, una risposta definitiva alle domande spirituali, ecologiche e sociali del nostro tempo. Offre piuttosto un esperimento di lunga durata, tuttora aperto, condotto in un angolo di Piemonte dove — ancora oggi, sotto un pendio della Valchiusella — qualcuno continua a scavare.

 
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