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SCRIPTA MANENT

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LETTURE SENZA CONFINI


LINGUAGGIO, REALTA' E IL VINCOLO MECCANICISTA: UN'ANALISI DISINCANTATA

Publié par Radu Trofin sur 11 Août 2025, 15:17pm

Catégories : #Società

Se il pensiero modella il mondo, le parole ne costituiscono l’ordito visibile. Quanto più autorevole è la fonte, tanto più la sua narrazione tende a imporsi come verità condivisa. Ma quando il linguaggio adotta un’impostazione deterministico–scientista, esso finisce per imprimere alla realtà una forma meccanicista, indipendentemente dalla consapevolezza di chi lo formula o lo riceve.

Viviamo immersi in una cultura che riduce la conoscenza a una sequenza lineare e gerarchica di procedure tecniche, estranea alle dinamiche non lineari e alle spirali stocastiche della coscienza. Questo schema preserva lo status quo della sofferenza, mentre le modalità linguistiche che si discostano dal determinismo potrebbero attenuarne la portata.

Il vincolo del linguaggio deterministico

Nella gestione ordinaria della vita, l’attenzione si concentra sull’amministrazione dell’esistente, con scarso spazio per un’“ecologia della mente” capace di mettere in discussione i presupposti del sistema. Persino quando si tenta di descrivere fenomeni non convenzionali o dimensioni non ordinarie, si ricorre spesso alla medesima semantica deterministica, generando un cortocircuito tra contenuto e forma.

Il paradigma logico-causale, fondato sul principio di causa–effetto, rimane un pilastro della concezione meccanicistica. In essa tutti sono trattati come identici, secondo una gerarchia che premia l’accumulo di dati o di beni materiali. Il linguaggio, inteso come codice neutro e universale, perde l’impronta soggettiva, riducendosi a strumento di omologazione.

A sostegno di questa impalcatura interviene l’ideale della “dimostrazione”, eretta a garante ultimo di verità, e il concetto di probabilità, la cui applicazione statistica, sebbene utile in ambito tecnico, viene eretta a filtro unico della conoscenza, escludendo ogni dimensione non misurabile. Così, la realtà si chiude entro un’aura di macchina, dove solo ciò che è calcolabile è considerato reale.

Verso un linguaggio emancipato

Un approccio non meccanicistico richiede consapevolezza dei limiti intrinseci del linguaggio deterministico, così da liberare forme espressive capaci di accogliere la pluralità degli universi soggettivi.
Qui cade la pretesa di universalità: ogni affermazione dovrebbe essere considerata come un messaggio in bottiglia, destinato forse a trovare eco in qualcun altro, forse a disperdersi. Ciò sostituisce la pretesa di comprensione immediata con il rispetto per l’alterità e con l’impegno a riformulare il messaggio finché non trovi risonanza.

Il concetto di “tendenza” diviene più pertinente di quello di probabilità: le parole sono impregnate della verità di chi le pronuncia, ma la loro traiettoria rimane imprevedibile, dipendente dall’intreccio con altre forze. La persuasione razionale, da sola, si rivela insufficiente: occorre l’urto emotivo per modificare realmente le disposizioni profonde.

L’autorità e i suoi limiti

Come osserva Federico Faggin, la fisica classica è intrisa di “scientismo”. La fisica quantistica, invece, suggerisce che la realtà non preesiste in forma unica, ma si attualizza in presenza dell’osservatore. In questo quadro, l’attribuzione di “ragione” perde senso: la verità non è un assoluto cartesiano, ma una proiezione situata, soggetta al limite dell’osservatore stesso.

La meccanica quantistica ci invita a considerare la realtà come una decantazione finita tratta da un infinito informe. Ogni descrizione di tale decantazione riflette lo stato interiore di chi osserva. Il pensiero, in quanto sorgente del mondo, e il sentimento, in quanto legame universale, definiscono ciò che percepiamo e narriamo.

Riconoscere questo potere implica accettare che le parole abbiano senso solo nella misura in cui glielo attribuiamo. In un’epoca che sacralizza la misura e la prova, questo riconoscimento appare quasi sovversivo — e forse, proprio per questo, urgente.

Siamo prigionieri di un linguaggio che, sotto la maschera della neutralità, perpetua un mondo meccanico, chiuso e uniforme. Liberarsene non significa abbandonare la logica, ma riconoscerne i limiti e aprire spazi espressivi dove la verità non è un monolite, bensì una corrente mutevole che ciascuno intercetta a modo suo.
Forse non possiamo fermare il corso di questa macchina linguistica, ma possiamo, almeno, scegliere di parlare con la consapevolezza che ogni parola è un atto creativo — e, come tale, anche un atto di resistenza.


 

 

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