Un incontro al Café François: dialogo immaginario con Paul Verlaine
Angelo: Monsieur Verlaine, è un privilegio potervi incontrare, benché le circostanze non siano quelle che i vostri estimatori avrebbero sperato. Permettetemi di dirvi che i vostri Poèmes saturniens e le Fêtes galantes hanno rivelato una musicalità del verso sconosciuta alla poesia francese. Eppure voi sembrate aver rinnegato quella perfezione formale con le vostre opere più recenti. Cosa è accaduto al poeta dell'armonia e della grazia?
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Verlaine (con un sorriso stanco, la voce impastata dall'assenzio): Ah, i Poèmes saturniens... Li scrissi quando credevo ancora che la bellezza potesse salvare qualcosa, quando pensavo che bastasse orchestrare le parole come note musicali per dar senso all'esistenza. Ero giovane, sapete? Giovane e stupido. Leggevo Baudelaire e credevo di aver capito tutto.
Ma cosa è accaduto, chiedete? (un gesto vago verso il proprio volto devastato) È accaduta la vita, mon cher. La vita con tutta la sua volgarità, la sua violenza, la sua impossibilità. Quelle armonie perfette, quelle delicate evocazioni di feste galanti in parchi immaginari... erano menzogne estetiche. Belle menzogne, certo, ma pur sempre menzogne.
Non le ho rinnegate — semplicemente non potevo più scriverle. Dopo Mathilde, dopo Rimbaud, dopo la prigione, dopo aver toccato il fondo dell'abiezione... come potevo continuare a verseggiare su mandolini e maschere settecentesche? La forma perfetta si è incrinata perché doveva incrinarsi. La musica è rimasta, ma è diventata una musica sincopata, zoppicante, come la mia stessa esistenza.
Angelo: Già che menzionate Arthur Rimbaud... Monsieur Verlaine, la vostra relazione con quel giovane poeta ha fatto scandalo in tutta Parigi. Due anni insieme, il viaggio in Inghilterra e Belgio, e poi quello sparo a Bruxelles che vi è costato la prigione. Molti dicono che Rimbaud vi abbia distrutto, che fosse un demone che vi ha trascinato nella perdizione. Altri sostengono che abbiate scoperto attraverso lui una nuova poesia, più selvaggia e visionaria. Cosa fu realmente Arthur Rimbaud per voi?
Verlaine (il volto si contrae, gli occhi si velano di lacrime — alcol o emozione autentica?): Rimbaud... (una lunga pausa, accende la pipa con mani tremanti) Sapete cosa fu Arthur per me? Fu tutto — angelo e demonio insieme. Quando lo incontrai aveva diciassette anni e già scriveva come nessuno aveva mai scritto prima. Quelle sue poesie... Le Bateau ivre, le Illuminations... era come se la lingua francese si fosse improvvisamente liberata da secoli di convenzioni, come se qualcuno avesse finalmente osato dire l'indicibile.
Io ero sposato, rispettabile, un poeta promettente dell'establishment letterario. E poi arriva questo ragazzino dai capelli biondi e dallo sguardo di ghiaccio, che puzza di campagna e genio, che disprezza tutto ciò che io rappresento, e mi dice: "Vieni, fuggiamo da questa vita da borghesi, andiamo a vivere davvero, a scrivere davvero". E io... (ride amaramente) ...io l'ho seguito come un cane.
Mi ha distrutto? Sì, nel senso che ha distrutto tutte le mie illusioni di normalità, di rispettabilità. Ma mi ha anche fatto vedere, capite? Prima di lui scrivevo versi graziosi, ben torniti. Dopo di lui ho imparato che la poesia deve essere veggenza, delirio controllato, discesa negli abissi. Il nostro amore fu maledetto, violento, impossibile — ma fu anche la cosa più reale che io abbia mai vissuto.
Quando gli ho sparato a Bruxelles... (copre il volto con le mani) ...non volevo ucciderlo. Volevo solo trattenerlo, impedirgli di andarsene ancora. Era la disperazione di chi sa di perdere l'unica cosa che dia senso alla propria esistenza. Quei due anni in prigione li ho passati a maledirlo e a desiderarlo, spesso nella stessa ora.
Angelo: In prigione, ci dicono, vi siete convertito al cattolicesimo. Avete scritto Sagesse, una raccolta di poesie religiose di grande intensità. Alcuni le considerano il vostro capolavoro, altri un tradimento della vostra vera natura. Voi stesso sembrate oscillare tra fede e peccato, tra la chiesa e il bordello. È sincera questa vostra religiosità o è l'ennesima posa di un poeta che cerca sempre nuove maschere?
Verlaine (si raddrizza sulla sedia, improvvisamente lucido e quasi feroce): Posa? POSA? (un pugno sul tavolo che fa tintinnare i bicchieri) Voi critici non capite niente, niente! Credete che tutto sia letteratura, artificio, gioco estetico. Ma io quando ho scritto Sagesse ero in ginocchio davanti a Dio, con il cuore spezzato e l'anima in frantumi!
In quella cella di Mons ho toccato il fondo assoluto. Avevo perso tutto: la moglie, il figlio, l'amante, la reputazione, la libertà. Non mi rimaneva che Dio o la follia. E Dio... (la voce si spezza) ...Dio mi è parso una possibilità, una porta aperta verso qualcosa che non fosse solo il disgusto di me stesso.
Sì, sono ricaduto. Sì, esco dalla chiesa e vado all'osteria, prego la Madonna e poi mi ubriaco fino a vomitare. Ma questo non rende la mia fede meno autentica — la rende più terribilmente umana. San Paolo sulla via di Damasco cade una volta sola e si converte per sempre. Io cado ogni giorno, mi rialzo, cado di nuovo. Sono un cristiano deplorevole, un peccatore recidivo, ma proprio per questo ho bisogno della misericordia divina più di un santo.
Sagesse non è tradimento della mia natura — è il grido di quella natura che riconosce la propria miseria e invoca salvezza. "Je ne veux plus penser, je ne veux plus aimer..." (recita a memoria, con voce rotta) — questo è il desiderio disperato di pace di un uomo che ha pensato e amato troppo, troppo male.
E sì, oscillo tra fede e peccato. Ma sapete cosa vi dico? Questa oscillazione è la condizione umana autentica. I santi che non conoscono tentazione sono meno interessanti dei peccatori che lottano contro se stessi. Io sono un campo di battaglia dove Dio e il Diavolo si contendono un'anima non particolarmente pregevole ma ostinatamente viva.
Angelo: Parliamo allora della vostra tecnica poetica, Monsieur Verlaine. Voi avete scritto: "De la musique avant toute chose". La musicalità del verso sembra essere il vostro principio estetico fondamentale. Eppure utilizzate anche versi dispari — il novenario, l'endecasillabo — che rompono la tradizione dell'alessandrino. Alcuni vi accusano di sciatteria metrica. Come rispondete?
Verlaine (si anima, bevendo un sorso di vino rosso): "De la musique avant toute chose" — sì, l'ho scritto nell'Art poétique e lo mantengo. Ma voi critici, ancora una volta, capite solo la superficie. Non sto parlando di versificazione tradizionale, di quegli alessandrini pomposi e ridicoli che risuonano come tamburi militari. Parlo di musica dell'anima, del ritmo interiore delle emozioni.
Il verso dispari — ah, il verso dispari! (ride) È questo che scandalizza i custodi del tempio alessandrino. Ma perché la poesia dovrebbe limitarsi ai metri pari? La vita non scorre in tempi regolari. Il cuore non batte sempre allo stesso ritmo. Quando siete innamorati, quando siete disperati, quando siete ebbri — di vino o di Dio — la vostra anima conta in numeri dispari!
Il novenario, l'endecasillabo creano un'instabilità metrica che è esattamente ciò che cerco. Il lettore non può adagiarsi sul ritmo prevedibile, è costretto a seguire le ondulazioni, le incertezze, gli slanci interrotti. È come camminare su una strada dove ogni tanto manca un ciottolo — si procede in modo meno sicuro ma più attento, più presente.
E poi... (si china in avanti, confidenziale) ...c'è la questione della sfumatura. "Pas la couleur, rien que la nuance!" La musica che cerco non è quella squillante delle fanfare ma quella sussurrata dei crepuscoli, delle mezze tinte, delle sensazioni indefinibili. Per questo i miei versi spesso sembrano sospesi, incompleti — perché la realtà emotiva che cerco di catturare è sfuggente, indefinita.
Sciatteria metrica? No, mon cher. È una metrica dell'anima, liberata dalla tirannia della simmetria classica. Baudelaire ha rotto i tabù del contenuto. Io sto cercando di liberare la forma stessa, di renderla fluida come l'acqua, impalpabile come il profumo.
Angelo: Vi definiscono il capo della scuola decadente, benché voi abbiate respinto questa etichetta. Eppure le vostre poesie, con la loro predilezione per il crepuscolo, la malinconia, il languore, sembrano incarnare perfettamente lo spirito decadente. Come vi ponete rispetto a questa corrente letteraria che molti associano al vostro nome?
Verlaine (sbuffa irritato): Decadente! Questa parola che lanciano come un insulto e che alcuni imbecilli hanno adottato come bandiera. Sì, ho scritto che sono "l'Empire à la fin de la décadence" — ma era una battuta, una provocazione! E ora sono intrappolato in questa definizione come in una camicia di forza.
Cosa significa decadente? Se vuol dire che preferisco il tramonto all'alba, il grigio al rosso squillante, l'autunno alla primavera — allora sì, sono decadente. Se significa che trovo più verità nella stanchezza che nell'entusiasmo giovanile, nella malinconia che nell'ottimismo positivista — allora sì, sono decadente.
Ma questi giovani poeti che si riuniscono proclamandosi decadenti, che fanno del languore una moda e della nevrastenia un'attitudine estetica... (scuote la testa) ...non capiscono niente. La mia malinconia non è affettazione — è esperienza vissuta sulla carne. La mia predilezione per i paesaggi autunnali non è scelta stilistica ma riconoscimento di una verità: che la vita è declino, che la bellezza è sempre sul punto di sfiorire, che ogni gioia porta in sé il presagio della sua fine.
Io non sono il capo di nessuna scuola. Sono solo un povero diavolo che cerca di trasformare la propria sofferenza in qualche verso passabile. Se altri trovano in me un modello, tanto peggio per loro. Non ho lezioni da impartire, solo ferite da mostrare.
Angelo: Monsieur Verlaine, voi avete conosciuto anche Stéphane Mallarmé, con cui condividete la ricerca di una poesia pura, musicale. Eppure le vostre strade poetiche sembrano divergere: lui verso un'oscurità aristocratica, una poesia per iniziati; voi verso una semplicità che talvolta sfiora il prosaico. Come spiegate questa differenza?
Verlaine (sorride con affetto): Ah, Stéphane! Sì, lo conosco bene. Ci rispettiamo, ci ammiriamo anche. Ma siamo creature diverse. Mallarmé è un sacerdote della Poesia con la P maiuscola, un alchimista che distilla ogni verso fino all'essenza pura. Io... io sono uno che scarabocchia versi sul retro di conti non pagati, seduto in osterie puzzolenti.
Mallarmé cerca la poesia assoluta, l'Idea platonica del verso, qualcosa che esiste al di là del mondo contingente. I suoi mardis sono liturgie laiche dove si celebra il mistero della parola. E c'è grandezza in questo, non lo nego. Ma non è la mia via.
Io parto sempre dal vissuto, dal particolare, dal momentaneo. Un cielo grigio su Bruxelles, il pianto del mio bambino che non vedrò crescere, la voce di Arthur che recita versi nella camera d'albergo... La mia poesia nasce dalle piccole percezioni, dai frammenti di vita. Per questo a volte sfioro il prosaico — perché non ho paura del quotidiano, dell'umile, del banale.
La differenza tra me e Mallarmé è che lui vuole costruire cattedrali di silenzio e suggestione, dove ogni parola è una pietra preziosa collocata con infinita cura. Io costruisco... (ride) ...costruisco baracche di legno che scricchiolano al vento, ma dentro ci si può abitare, ci si può piangere e amare.
Entrambi cerchiamo la musica, ma lui cerca la sinfonia di Brahms mentre io cerco la canzone popolare, la melodia che ti fischietti uscendo dal cabaret. Non è questione di superiore o inferiore — sono semplicemente anime diverse che rispondono alla chiamata della Poesia in modi diversi.
Angelo: Permettetemi una domanda più personale, Monsieur. Voi avete perduto tutto: famiglia, posizione sociale, salute. Vivete di elemosine e piccoli sussidi, passate le notti in tuguri. Eppure continuate a scrivere. Cosa vi spinge ancora? La poesia vale davvero tanta sofferenza?
Verlaine (lungo silenzio, lo sguardo si fa lontano): Vale? (ride amaramente) Questa domanda presuppone una scelta, come se potessi decidere di smettere. Ma io non scelgo di scrivere come non scelgo di respirare. La poesia non è una vocazione nobilitante, non è una missione — è una maledizione, un'ossessione, una necessità fisiologica.
Ho perduto tutto, dite? No. Ho consumato tutto per la poesia e per ciò che credevo fosse vita autentica. Mathilde, la mia povera Mathilde... l'ho persa perché non potevo essere l'uomo che lei voleva, il marito rispettabile, il padre di famiglia. Rimbaud mi ha lasciato perché ero troppo debole, troppo sentimentale, troppo attaccato ai residui della vita borghese. La società mi ha espulso perché non sapevo indossare le maschere necessarie.
Ma sapete cosa? (si china verso di me, gli occhi improvvisamente lucidi) Nei momenti in cui trovo il verso giusto, quella combinazione perfetta di suono e senso, quella musica che fa vibrare l'anima... in quei momenti non rimpiango niente. È come se tutta la sofferenza si trasfigurasse, trovasse un senso, una giustificazione.
La poesia non vale la sofferenza in senso economico, causale. Non è che soffro per scrivere belle poesie. È che la sofferenza e la poesia sgorgano dalla stessa fonte: dall'impossibilità di essere al mondo in modo semplice, normale. Sono nato disadattato, ipersensibile, incapace di accontentarmi. Avrei sofferto comunque. Almeno la poesia trasforma questo dolore in qualcosa che può — forse — toccare altre anime dolenti.
E poi... (versa altro vino con mano tremante) ...quando sarò morto, e non manca molto ormai, cosa rimarrà di Paul Verlaine? Non il rispettabile impiegato comunale che avrei potuto essere. Non il padre di famiglia modello. Rimarranno questi versi, queste canzoni grige dell'anima. E se anche un solo lettore, fra cent'anni, leggendo "Il pleure dans mon cœur comme il pleut sur la ville" sentirà riconosciuta la propria malinconia... allora forse, forse non sarà stato tutto inutile.
Angelo: Una domanda che sorge spontanea: vi pentite di qualcosa? Se poteste tornare indietro, rifareste le stesse scelte?
Verlaine (ride tristemente, scuotendo la testa): Pentirsi... Sapete quante volte mi sono pentito? Ogni mattina quando mi sveglio con il mal di testa e il disgusto di me stesso. Ogni volta che penso a mio figlio Georges che mi è stato tolto e che probabilmente mi disprezza. Ogni volta che vedo la mia immagine riflessa in uno specchio — questo relitto di uomo che un tempo era giovane e promettente.
Mi pento di aver sparato a Rimbaud — quella follia mi è costata due anni di galera e l'etichetta di criminale violento. Mi pento di aver fatto soffrire Mathilde, che era una brava ragazza e non meritava un marito come me. Mi pento di ogni bottiglia, di ogni eccesso, di ogni caduta.
Ma... (pausa lunga) ...rifarei le stesse scelte? Probabilmente sì. Perché quelle scelte non erano realmente scelte — erano inevitabilità della mia natura. Io sono fatto così, capite? Sono come un fiume che deve seguire il proprio letto, anche se questo porta verso la palude.
Se fossi stato capace di essere un bravo borghese, un poeta accademico, un padre di famiglia — lo sarei stato. Ma quella capacità mi manca costituzionalmente. Sono un debole, un vinto, uno che non sa dire no alle tentazioni né agli slanci del cuore. Questa debolezza è anche la sorgente della mia sensibilità poetica.
Forse — e questo è il pensiero che mi tormenta nelle notti insonni — forse Dio mi ha fatto così per uno scopo. Forse dovevo cadere così in basso per poter cantare la misericordia divina con cognizione di causa. Forse dovevo amare scandalosamente per capire cosa significa amore assoluto. Forse dovevo toccare il fondo della degradazione per comprendere il bisogno di redenzione.
O forse sono solo le razionalizzazioni di un ubriacone che cerca di dare dignità alla propria rovina. Non lo so più. La vecchiaia — e io sono vecchio a quarantadue anni, consumato da tutto ciò che ho vissuto — la vecchiaia non porta saggezza ma solo stanchezza. Mi pento e non mi pento. Vorrei rifare tutto e non vorrei essere mai nato.
Angelo: Monsieur Verlaine, un'ultima domanda, se me lo permettete. Tra tutti i versi che avete scritto, ce n'è uno — o una poesia intera — che sentite particolarmente vostra, che vi rappresenta più di ogni altra?
Verlaine (chiude gli occhi, la voce diventa un sussurro): "Chanson d'automne"... (inizia a recitare lentamente, quasi per sé)
Les sanglots longs Des violons De l'automne Blessent mon cœur D'une langueur Monotone.
(si interrompe, apre gli occhi velati di lacrime)
Questa. L'ho scritta da giovane, prima dei disastri, prima di tutto. Eppure già c'era tutto: la malinconia, il senso di qualcosa che finisce, quella "langueur monotone" che è stata la cifra della mia esistenza. I lunghi singhiozzi dei violini d'autunno... è la musica della mia anima, capite?
E poi: "Et je m'en vais au vent mauvais qui m'emporte, deçà, delà, pareil à la feuille morte". Ecco cos'è stata la mia vita — essere trasportato dal vento cattivo di qua e di là, come una foglia morta. Senza volontà propria, senza direzione, semplicemente cadendo.
Ma sapete cosa? (un ultimo sorriso malinconico) In quella fragilità, in quell'essere foglia morta in balia del vento, c'è anche una specie di libertà. Non devo più lottare, non devo più pretendere di essere forte, di avere controllo. Posso solo lasciarmi andare alla caduta, e nel mentre cantare — piano, con voce rotta — la bellezza triste di questa caduta.
(Si alza a fatica, cercando il cappello sgualcito)
Ora perdonatemi, mon cher critique, ma l'absinthe mi chiama e questi discorsi mi hanno prosciugato. Tornate pure nel vostro mondo ordinato di giudizi letterari. Io torno nel mio limbo di osterie e sofferenze quotidiane.
Ma ricordatevi questo: la grande poesia non si scrive seduti a una scrivania ordinata, con una vita rispettabile alle spalle. Si scrive nel fango, nel dolore, nell'impossibilità di essere altrimenti. E se i miei versi suoneranno ancora quando sarò morto — e prego Dio che sia presto — sarà perché in essi pulsa sangue vero, dolore vero, amore vero.
Troppo vero, forse. Troppo nudo, troppo vulnerabile. Ma almeno autentico.
Bonne soirée, Monsieur.
(Verlaine esce barcollando nel freddo autunnale parigino, lasciandomi con un bicchiere mezzo pieno e la sensazione struggente di aver parlato con un uomo che ha sacrificato tutto — dignità, rispettabilità, salute — sull'altare di una sincerità poetica assoluta. Un uomo spezzato che ha trasformato le proprie fratture in musica. Un vinto che ha vinto, almeno nell'arte, la propria battaglia contro l'indicibile.)
(Mentre raccolgo i miei appunti, noto che ha lasciato sul tavolo un foglio sgualcito. Vi è scarabocchiato un verso: "Le ciel est, par-dessus le toit, si bleu, si calme..." La calligrafia è tremante, ma le parole brillano di quella semplicità perfetta che solo i grandi poeti sanno raggiungere. Lo ripiego con cura, sapendo che ho toccato, per un'ora, l'anima nuda di uno dei più grandi e disgraziati poeti del nostro secolo.
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