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Publié par Angelo Marcotti

I. Il romanzo che nessuno voleva pubblicare

Quando Crash esce nel 1973, il primo lettore che lo valuta per la Jonathan Cape, l’editore londinese di Ballard, scrive nella sua relazione interna qualcosa di straordinariamente raro nel mestiere editoriale: che l’autore di questo libro è o un genio o un pazzo, e che in ogni caso il libro non dovrebbe essere pubblicato. La Jonathan Cape lo pubblica lo stesso. Nel corso degli anni seguenti diventa uno dei romanzi più discussi, studiati, odiati e amati della letteratura inglese del Novecento.

Crash è il tipo di libro che non lascia indifferenti. O si chiude dopo poche pagine, convinti che si tratti di pornografia intellettuale senza senso, o si viene catturati in un territorio che non assomiglia a niente di letto prima: freddo, ipnotico, scientificamente preciso nella descrizione di cose che non dovrebbero essere descritte con quella precisione. Non c’è quasi nessun lettore che abbia finito il libro e poi non ci abbia pensato per giorni.

Il romanzo segue il personaggio di James Ballard — stesso nome dell’autore, scelta deliberata e significativa — produttore televisivo di Londra che ha un incidente d’auto e attraverso quell’incidente entra in contatto con Vaughan, un ex scienziato diventato ossessionato dalla simbiosi tra corpi umani e automobili, tra sesso e collisione, tra eros e acciaio. Quello che segue non è una trama nel senso convenzionale ma una progressione verso qualcosa — un punto di convergenza, un gesto terminale, un’apocalisse privata che Vaughan chiama il suo «incidente psicopatico» definitivo: uno scontro frontale con l’automobile di Elizabeth Taylor.

Questo saggio cerca di spiegare perché Crash non è ciò che sembra a prima vista, perché la sua oscenità non è fine a se stessa, perché è uno dei libri più onesti e più analiticamente precisi mai scritti sul rapporto tra tecnologia, corpo, desiderio e morte nella modernità.

La genesi: da La mostra delle atrocità a Crash

Crash non nasce dal nulla. È il secondo pannello di un dittico che Ballard stava costruendo dal 1969, quando pubblica La mostra delle atrocità. Se quel romanzo era un’esplorazione frammentata, sperimentale, quasi cubista del paesaggio mediatico contemporaneo, Crash è lo stesso territorio esplorato con uno strumento diverso: una prosa continua, ipnotica, apparentemente tradizionale nella forma ma rivoluzionaria nel contenuto.

Nel 1970, tre anni prima di pubblicare il romanzo, Ballard organizza una mostra d’arte alla New Arts Laboratory di Londra. Espone fotografie di incidenti d’auto, crash test, automobili distrutte. Paga delle modelle perché si facciano fotografare nude accanto ai rottami. La mostra è progettata come un esperimento: Ballard vuole osservare le reazioni del pubblico a quella combinazione di sessualità ed entropia meccanica. Alcune persone trovano le immagini eccitanti. Altre le trovano rivoltanti. Alcune le trovano entrambe le cose. Il risultato gli conferma quello che sospettava: il confine tra eros e thanatos, tra attrazione e repulsione, è molto meno stabile di quanto la cultura voglia ammettere.

Il romanzo che nasce da questa esperienza è Crash: un libro che prende quella combinazione instabile e la porta fino alle sue conseguenze logiche estreme, senza pietà, senza ironia distanziante, senza la rete di sicurezza del giudizio morale esplicito.

II. La trama come pretesto, la descrizione come sostanza

Crash ha una trama, ma la trama è quasi irrilevante. Quello che conta non è cosa succede ma come viene descritto. Ballard usa una prosa di precisione quasi clinica — termini anatomici, specifiche tecniche delle automobili, descrizioni geometriche degli spazi — per raccontare situazioni che questa prosa rende ancora più perturbanti di quanto sarebbero con un linguaggio emotivamente carico.

Il narratore, James Ballard, descrive i propri stati interiori con la stessa distanza con cui descriverebbe un esperimento di laboratorio. Non c’è giudizio. Non c’è orrore. Non c’è eccitazione ostentata. C’è registrazione: questo è accaduto, questo ho sentito, queste erano le caratteristiche fisiche della situazione. Lo stile funziona come un bisturi: separa il fatto dall’emozione convenzionale che dovremmo provare di fronte al fatto, e ci lascia davanti al fatto nudo.

Questa tecnica ha un precedente illustre che Ballard non ha mai citato direttamente ma che è difficile non vedere: la prosa di Albert Camus ne Lo straniero. Meursault descrive eventi traumatici con la stessa neutralità, la stessa mancanza di reazione emotiva attesa. Ma dove Camus usava questa neutralità per esplorare l’alienazione e l’absurdità esistenziale, Ballard la usa per qualcosa di più specifico: per mostrare come la tecnologia abbia trasformato il nostro rapporto con il corpo e con il desiderio.

«Vaughan sognava la morte violenta di Elizabeth Taylor, rapito dalle possibilità di quella collisione: l’angolo delle ferite, la geometria dei vetri frantumati, il rapporto tra l’accelerazione e la carne.»

Le scene sessuali del romanzo — e ce ne sono molte, esplicite, con un vocabolario che non lascia spazio all’eufemismo — non funzionano come pornografia convenzionale perché la prosa non invita all’eccitazione. Invita all’analisi. Ogni scena è descritta con la stessa attenzione alla geometria, alle superfici, alle specifiche tecniche che Ballard usa per descrivere gli incidenti. Il corpo umano e la carrozzeria dell’auto sono trattati con lo stesso linguaggio, la stessa distanza, la stessa cura per il dettaglio fisico. Questo parallelismo non è casuale: è il punto.

Vaughan: il profeta della nuova carne

Il personaggio centrale di Crash è Vaughan, ex scienziato, ex pilota di test, diventato quello che Ballard chiama nel romanzo «angelus di ferro»: una figura profetica e distruttiva che ha capito qualcosa sul rapporto tra tecnologia e corpo che gli altri non riescono ancora a vedere.

Vaughan è coperto di cicatrici da incidenti precedenti. Fotografa incidenti stradali con un’ossessione metodica. Ha ricostruito con precisione fotografica e narrativa gli incidenti delle celebrities — James Dean, Jayne Mansfield, Albert Camus stesso — come se fossero rituali sacri, cerimonie in cui la tecnologia e il corpo umano raggiungono una forma di fusione definitiva.

La sua ossessione finale è costruire uno scontro con l’auto di Elizabeth Taylor. Non per uccidere l’attrice (o almeno non principalmente per questo): per raggiungere quella forma di fusione tra corpo e macchina che ritiene la vera svolta evolutiva dell’uomo moderno. Per Vaughan, gli incidenti d’auto non sono tragedie: sono sacramenti. Sono il punto in cui la carne incontra il metallo e qualcosa di nuovo nasce da quell’incontro.

Vaughan è un personaggio impossibile da amare ma difficile da dimenticare. Non è un villain nel senso tradizionale: non c’è malvagità in lui, nessun desiderio di causare male per il piacere di farlo. C’è invece una coerenza fanatica, una logica interna che segue fino alle sue estreme conseguenze. È questo che lo rende così perturbante: non la follia, ma la lucidità.

III. La tecnologia come corpo: il nucleo del romanzo

Per capire Crash bisogna capire la sua tesi centrale, che Ballard espone in modo più diretto nell’introduzione all’edizione francese del 1974: la tecnologia ha creato un nuovo paesaggio psicologico, e in questo paesaggio il confine tra corpo umano e macchina si è fatto poroso, instabile, sessualmente carico.

Non si tratta di una metafora. Ballard intende qualcosa di molto letterale. Le automobili non sono solo strumenti di trasporto: sono protesi del corpo, estensioni della nostra fisicità. Il modo in cui guidiamo, la postura che assumiamo, la velocità che percepiamo attraverso i muscoli e il sistema vestibolare — tutto questo è esperienza corporea mediata dalla macchina. L’auto è già, in un senso non metaforico, parte del nostro corpo.

E gli incidenti — il momento in cui questa fusione si interrompe violentemente, in cui la macchina che proteggeva il corpo diventa la causa delle sue ferite — sono il punto in cui questa verità si manifesta nella sua forma più cruda. L’incidente d’auto è la collisione tra la carne e il metallo, tra l’organico e il meccanico, tra il morbido e il duro. È la materializzazione di una tensione che la vita quotidiana tiene nascosta.

«Gli incidenti sulle autostrade aprono nuove possibilità psicologiche: la formazione di nuove sessualità, di nuove geometrie del piacere.» — Ballard, introduzione all’edizione francese, 1974.

Il romanzo esplora questa idea portandola all’estremo. I personaggi di Crash trovano gli incidenti sessualmente eccitanti non perché siano sadici o masochisti nel senso convenzionale, ma perché gli incidenti sono il punto in cui il confine tra corpo e macchina collassa completamente. Nella collisione, il corpo umano assume la forma dello spazio dell’auto, si plasma sul metallo, riceve le impronte del volante e del parabrezza come ferite che sono anche, in un senso distorto, carezze.

Ballard non dice che questo è bello o giusto. Non dice nemmeno che è sbagliato. Dice che è ciò che sta accadendo, a livello inconscio, in una civiltà in cui la macchina è diventata il mediatore principale di ogni esperienza.

Il linguaggio come strumento di dissezione

Il linguaggio di Crash è uno degli aspetti più studiati e più difficili da spiegare a chi non ha letto il libro. Ballard usa un vocabolario scientifico-anatomico per descrivere sia le scene sessuali che gli incidenti, creando una continuità lessicale tra i due domini che è essa stessa parte del significato.

I termini anatomici — femore, clavicola, tibia, sfintere, corteccia cerebrale — appaiono nelle scene sessuali con la stessa frequenza con cui appaiono nelle descrizioni degli incidenti. I termini tecnici automobilistici — albero motore, abitacolo, cruscotto, cintura di sicurezza — appaiono nelle scene sessuali come se i corpi e le macchine fossero fatti della stessa materia, descrivibili con lo stesso vocabolario.

Questo non è un gioco stilistico. È una tesi: se usiamo lo stesso linguaggio per descrivere corpi e macchine, è perché il nostro rapporto con le macchine è già, inconsciamente, lo stesso tipo di rapporto che abbiamo con i corpi. La macchina è già eroticizzata nella cultura contemporanea, anche se non lo diciamo esplicitamente. La pubblicità automobilistica lo dice da sempre: curve, potenza, pelle, velocità. Ballard prende questa metafora latente e la rende manifesta, la porta fino in fondo, senza il velo dell’eufemismo pubblicitario.

Il risultato è una prosa che molti trovano insopportabile — e qui sta la sua onestà. Se la prosa di Crash è insopportabile, è perché rende esplicito qualcosa che preferivamo tenere implicito. L’insopportabilità non è un difetto: è il meccanismo.

IV. Eros e Thanatos sulle autostrade della periferia londinese

Crash si svolge quasi interamente sulla periferia di Londra: autostrade, svincoli, aeroporti, parcheggi, aree industriali. Non il centro storico della città, non i luoghi della cultura o della storia: i non-luoghi della modernità tardocapitalista, gli spazi progettati per il transito e non per l’abitare.

Questa scelta ambientale non è casuale. Ballard aveva già esplorato questi spazi in altri romanzi, e in essi vedeva qualcosa che i critici della cultura urbana avrebbero cominciato a teorizzare solo anni dopo: il non-luogo come spazio del desiderio moderno. Non i giardini, non le piazze, non le chiese: le autostrade, i centri commerciali, gli aeroporti sono il paesaggio in cui si svolge la vita effettiva della maggior parte delle persone nel mondo sviluppato. Sono il luogo dove si trascorre il tempo, dove si formano i desideri, dove si incontrano le crisi.

In Crash, questi spazi diventano il teatro di un eros specificamente moderno: non l’eros romantico dei giardini, ma l’eros meccanico delle tangenziali. I personaggi non si incontrano in salotti o ristoranti: si incontrano agli svincoli autostradali, nei parcheggi degli ospedali, nelle vicinanze degli aeroporti. Il rumore del traffico è la colonna sonora della loro sessualità.

«La zona di pericolo intorno all’autostrada, con le sue lame di luce e le sue superfici riflettenti, è il luogo in cui il tempo e il corpo raggiungono la loro maggiore intensità.»

Freud aveva teorizzato il conflitto tra Eros — la pulsione di vita, di connessione, di costruzione — e Thanatos, la pulsione di morte, di dissoluzione, di ritorno all’inorganico. In Crash questi due poli non si oppongono: si fondono. L’eros dei personaggi è già marcato da Thanatos; il loro desiderio è già un desiderio di collisione, di dissoluzione, di ritorno a quella condizione limite in cui il corpo perde i suoi confini.

Questo non è nichilismo nel senso corrente. È piuttosto quello che Ballard chiama «realismo estremo»: la rappresentazione fedele di tendenze che esistono nella cultura contemporanea ma che la cultura si rifiuta di guardare direttamente.

Le celebrities come totem

Un elemento ricorrente in Crash è la presenza delle celebrities come figure quasi mitologiche: James Dean, Jayne Mansfield, Albert Camus, Elizabeth Taylor. Non si tratta di personaggi reali che compaiono nella trama, ma di presenze evocate, di storie di incidenti che Vaughan ha ricostruito ossessivamente.

James Dean è morto in un incidente d’auto nel 1955. Jayne Mansfield è morta in un incidente d’auto nel 1967. Albert Camus è morto in un incidente d’auto nel 1960. Questi fatti storici, nella logica del romanzo, diventano qualcosa di diverso: esempi di quella fusione definitiva tra carne e metallo che Vaughan teorizza. Le celebrities, figure già costruite dai media come immagini più che come persone, raggiungono nell’incidente la loro forma più autentica: la collisione tra l’immagine mediatica e la fisicità brutale del metallo.

Ballard stava sviluppando qui lo stesso territorio che aveva esplorato in La mostra delle atrocità, ma con uno strumento più preciso. Il romanzo precedente usava la frammentazione formale per dire la frammentazione della coscienza mediatica. Crash usa una prosa ossessivamente continua per tracciare la logica interna di una patologia culturale: il modo in cui il sistema mediatico ha trasformato la morte violenta in spettacolo e, attraverso questo processo, ne ha mutato il significato psicologico.

V. La ricezione e il suo significato

La storia della ricezione di Crash è quasi altrettanto interessante del romanzo stesso. La prima lettrice interna della Jonathan Cape lo trova così disturbante da scrivere che il suo autore è clinicamente pazzo. Il romanzo viene pubblicato, ma con una prefazione dell’editore che prende le distanze dal contenuto — pratica insolita e rivelatrice.

La critica si divide in modo netto. Da un lato, scrittori e critici come Martin Amis e Will Self riconoscono in Crash un’opera capitale, un libro che ha avuto il coraggio di andare dove nessun altro aveva osato. Dall’altro, recensori influenti del Times e del Guardian lo liquidano come pornografia intellettualizzata, come voyeurismo travestito da analisi culturale.

In Francia, il libro riceve un’accoglienza molto diversa. La traduzione francese del 1974, con l’introduzione di Ballard, viene letta in un contesto culturale che aveva già Bataille, Sade, il situazionismo: una tradizione di pensiero che non si spaventa di fronte all’erotismo come strumento analitico. Jean Baudrillard scrive su Crash un saggio che diventerà celebre, nel quale lo usa come punto di partenza per la sua teoria dei simulacri: il romanzo come diagnosi di una cultura in cui il reale è stato sostituito dalla sua rappresentazione.

Il film di David Cronenberg del 1996 riapre la discussione in modo esplosivo. Il Daily Mail britannico conduce una campagna per impedirne la distribuzione. Il consiglio del Westminster Borough di Londra riesce effettivamente a vietarlo nella sua giurisdizione. Il film vince un premio speciale a Cannes. Cronenberg, uno dei pochi registi in grado di tradurre il paesaggio psichico di Ballard in immagini, costruisce un film che è fedele non alla trama ma all’atmosfera: quella stessa qualità ipnotica, quella stessa distanza clinica, quel senso di trovarsi davanti a qualcosa che non si capisce del tutto ma che non si può smettere di guardare.

«Crash è una storia d’amore, nel senso che l’amore tra i suoi personaggi è reale, anche se si esprime in modi che non riconosciamo come tali.» — David Cronenberg, 1996.

Baudrillard e il simulacro

Il saggio che Jean Baudrillard scrive su Crash nel 1976, poi raccolto in Simulacres et simulation, è il contributo critico più importante alla comprensione del romanzo. Baudrillard legge Crash come l’opera che ha capito meglio la condizione postmoderna: un mondo in cui i segni hanno preso il posto delle cose, in cui la rappresentazione è diventata più reale del reale.

Per Baudrillard, gli incidenti d’auto in Crash non sono solo incidenti: sono eventi iperreali, più intensi e più significativi della vita ordinaria, perché condensano in un momento la tensione tra corpo e tecnologia che la vita ordinaria distribuisce in modo diluito e quasi invisibile. Vaughan e i suoi non cercano la morte: cercano l’intensità, quella qualità di presenza totale che la civiltà dello spettacolo ha reso impossibile nel quotidiano.

Questa lettura è convincente ma non esaurisce il romanzo. Ballard era interessato a qualcosa di più specifico di Baudrillard: non solo il simulacro come condizione generale del postmoderno, ma la psicologia concreta di individui che vivono in questo simulacro, che cercano un modo di provare qualcosa di reale in un mondo sempre più mediato. I personaggi di Crash non sono teorie filosofiche: sono persone, per quanto distorte, e il loro dolore è reale anche se le sue forme sono irriconoscibili.

VI. Il corpo come territorio politico

Una chiave di lettura che il romanzo offre e che non è sempre stata esplorata a sufficienza è quella del corpo come territorio politico. In Crash, i corpi non appartengono ai personaggi: appartengono al sistema. Le automobili che guidano, le strade che percorrono, gli spazi che abitano sono progettati da qualcuno, pianificati, ottimizzati per funzioni specifiche. Il corpo viene modellato da questi spazi anche quando non lo sa.

Il desiderio che i personaggi provano verso gli incidenti può essere letto come una forma distorta di resistenza: il tentativo di riprendere il controllo del corpo in un sistema che ha sottratto questo controllo. L’incidente è il momento in cui il sistema fallisce, in cui la pianificazione dell’ingegneria stradale cede davanti all’imprevedibilità del corpo. È il corpo che si riprende il suo spazio, anche se in modo distruttivo.

Questa lettura avvicina Crash alle teorie di Michel Foucault sul biopotere, anche se Ballard non cita Foucault e probabilmente non aveva letto Sorvegliare e punire (pubblicato nello stesso 1975 dell’edizione tascabile di Crash). Entrambi stavano elaborando, attraverso strumenti diversi, la stessa intuizione: che il corpo nell’era moderna è un territorio di potere, che le istituzioni — inclusa la tecnologia — modellano i corpi secondo le proprie esigenze, e che questa modellazione incontra resistenze che si esprimono in forme spesso incomprensibili o patologiche.

«Ogni cicatrice è un’autobiografia scritta nel linguaggio che il sistema capisce: quello della carne.»

Le donne in Crash

Il romanzo ha ricevuto critiche femministe legittime e necessarie. Le figure femminili di Crash — Catherine, la moglie del narratore; Gabrielle, la donna ferita nell’incidente; Vera Seagrave, la donna che muore nell’incidente iniziale — sono quasi sempre oggetti del desiderio maschile, superfici su cui si proiettano fantasie.

Questo è vero, e Ballard ne era consapevole. La sua risposta — che stava descrivendo una patologia, non prescrivendola; che il punto di vista maschile e oggettificante del narratore è parte di ciò che viene criticato — è parzialmente convincente. Il romanzo mostra chiaramente che James Ballard-narratore ha un rapporto distorto con i corpi, incluso il proprio; il suo sguardo sulle donne è sintomo della malattia culturale che il libro diagnostica, non il punto di vista dell’autore.

Ma la critica rimane: anche se il romanzo critica lo sguardo oggettificante mostrandolo, le figure femminili restano quasi sempre piatte, definite dal modo in cui il narratore le vede e non da una prospettiva propria. È una cecità che Ballard condivide con molti scrittori maschi del suo tempo, e che non annulla la potenza del romanzo ma la limita in modo specifico.

Cronenberg, nel film, porta Rosanna Arquette a costruire il personaggio di Gabrielle con una profondità che nel romanzo non c’è: la sua presenza fisica, la sua disabilità, il suo modo di abitare lo spazio con le protesi. È uno dei casi in cui l’adattamento corregge un punto cieco dell’originale.

VII. Crash e il cinema: Cronenberg come interprete

Quando David Cronenberg annuncia che adatterà Crash nel 1996, la notizia non sorprende chi conosce la sua filmografia. Cronenberg è il regista che più ha esplorato cinematograficamente il territorio della carne come tecnologia e della tecnologia come carne: Videodrome (1983), La mosca (1986), Nudi e puri (1991). La sua ossessione per ciò che chiama la «new flesh» — la nuova carne, l’ibrido tra organico e meccanico — è gemella di quella di Ballard.

Il film che ne risulta è uno degli adattamenti letterari più fedeli allo spirito di un testo pur essendo inevitabilmente diverso dalla lettera. Cronenberg mantiene la qualità ipnotica, la distanza clinica, il rifiuto del giudizio morale esplicito. Usa una fotografia desaturata, quasi fredda, che trasforma gli spazi periferici di Londra in paesaggi onirici. La musica di Howard Shore è discordante, metallica, organica al tempo stesso.

La controversia che il film genera in Gran Bretagna — il Daily Mail che chiede di vietarlo, il Westminster Borough che ci riesce — ripete quasi esattamente la controversia che aveva circondato il romanzo vent’anni prima. Questo è rivelatore: il materiale di Ballard continua a toccare qualcosa che la cultura preferisce non guardare, qualcosa che deve essere vietato perché non può essere facilmente confutato.

Non si può dire che il film sia sbagliato. Si può dire che è disturbante. Ma il disturbante non è un argomento critico.

Il confronto con La mostra delle atrocità

Crash e La mostra delle atrocità affrontano gli stessi temi ma con strumenti opposti. La mostra delle atrocità usa la frammentazione: capitoli brevi, sezioni senza connessione logica apparente, un protagonista che cambia nome, un rifiuto strutturale della narrativa lineare. Crash usa invece una prosa continua, ipnotica, quasi monotona nella sua precisione: ogni capitolo segue quello precedente con una logica ossessiva, come se la progressione narrativa stessa fosse una forma di coazione a ripetere.

La differenza formale riflette una differenza di intento. La mostra delle atrocità voleva riprodurre la frammentazione della coscienza nell’era mediatica. Crash vuole invece produrre nel lettore uno stato specifico: quello stato ipnotico, dissociato, in cui si smette di reagire emotivamente e si comincia ad analizzare. La ripetizione ossessiva delle stesse immagini, degli stessi motivi, delle stesse scene in variazioni leggermente diverse, produce nel lettore qualcosa di simile a ciò che produce nel narratore la progressione verso il crash definitivo: una forma di trance.

Insieme, i due romanzi formano il più ambizioso progetto analitico della produzione di Ballard: la dissezione del paesaggio psichico della modernità tardocapitalista, condotta con gli strumenti della narrativa invece che della filosofia o della sociologia.

VIII. L’eredità: chi ha letto davvero Crash

L’influenza di Crash sulla cultura successiva è difficile da misurare con precisione perché opera in modo capillare e spesso non dichiarato. Ma alcuni debiti sono evidenti.

In letteratura, il lavoro di Will Self — in particolare Cock & Bull (1992) e The Sweet Smell of Psychosis (1996) — deve qualcosa alla lezione di Ballard sull’uso della prosa clinica per descrivere stati corporei ed emotivi estremi. Bret Easton Ellis, con American Psycho (1991), porta la stessa distanza, la stessa neutralità dello sguardo di fronte alla violenza, anche se in un contesto e con obiettivi diversi. Chuck Palahniuk, con Fight Club (1996), riprende il tema ballardiano del corpo come territorio di resistenza politica, anche se in una forma molto più accessibile e commercialmente addomesticata.

Nel cinema, l’influenza va ben oltre Cronenberg. Il Nicolas Winding Refn di Drive (2011) e Solo Dio perdona (2013) deve chiaramente qualcosa all’estetica ballardiana: gli spazi vuoti, il silenzio come tensione, il corpo che incontra il metallo. Gaspar Noé, con Irréversible (2002) e Love (2015), porta la logica di Crash — il dolore fisico come esperienza diretta, senza mediazione emotiva convenzionale — nel linguaggio cinematografico più provocatorio del cinema europeo contemporaneo.

Nella musica, Gary Numan ha riconosciuto Crash e Ballard in generale come influenza fondamentale: il paesaggio sonoro freddo, meccanico e vagamente minaccioso della sua musica degli anni Settanta è il corrispettivo acustico di ciò che Ballard faceva con le parole. Anche i Manic Street Preachers citano Ballard esplicitamente; il nome del loro album The Holy Bible (1994) riprende un’immagine dal romanzo.

«Crash è il libro che ha cambiato il modo in cui vedo le autostrade. Non le vedo più come infrastrutture: le vedo come paesaggi emotivi.» — Will Self.

IX. Perché Crash è più attuale che mai

Quando Ballard scrisse Crash nel 1973, le automobili erano già il simbolo dominante della modernità occidentale: libertà, velocità, potere individuale, ma anche morte — le statistiche degli incidenti stradali erano, e sono, tra le più alte cause di morte violenta nel mondo sviluppato. Ma la simbiosi tra corpo e tecnologia che Ballard stava descrivendo era ancora, in un certo senso, limitata all’automobile.

Cinquant’anni dopo, quella simbiosi si è estesa in modo che nemmeno Ballard aveva previsto nella sua interezza. I telefoni che teniamo in mano per ore ogni giorno sono protesi corporee in senso quasi letterale: il pollice che scorre sullo schermo, la postura che assumiamo, le risposte neuroendocrine che le notifiche producono — tutto questo è esperienza corporea mediata dalla tecnologia. Il confine tra il corpo e il dispositivo è già poroso.

Le piattaforme di social media producono stati emotivi attraverso algoritmi: possono generare eccitazione, ansia, dipendenza, attraverso la manipolazione di pattern di rinforzo intermittente che sfruttano gli stessi meccanismi neurali che rendono il gioco d’azzardo così potente. Il corpo reagisce alle notifiche come reagisce a uno stimolo fisico. Non è una metafora.

In questo contesto, la domanda centrale di Crash — cosa succede al desiderio quando il corpo e la macchina si fondono? — è diventata una domanda pratica, immediata, che riguarda ognuno di noi. Non nel modo estremo e provocatorio del romanzo, ma nella forma diffusa, normalizzata, quasi invisibile della vita quotidiana digitale.

I personaggi di Crash cercano nell’incidente d’auto un’intensità che la vita ordinaria non offre più. Lo fanno in modo patologico ed estremo. Ma la struttura del desiderio è la stessa di chi scorre compulsivamente i social media alle tre di notte cercando qualcosa che non sa nominare: un’intensità, una presenza, un contatto con qualcosa di reale in un mondo sempre più mediato.

Il realismo della profezia

Ballard non era un profeta nel senso mistico. Era un analista con una capacità non comune di vedere le tendenze del presente e di estrapolarne le conseguenze. Crash non prevede il futuro: descrive il presente del 1973 con una chiarezza tale che quel presente si rivela contenere già i germi di ciò che sarebbe venuto dopo.

La sua intuizione fondamentale — che la tecnologia non è neutra, che modella il desiderio oltre che il comportamento, che il confine tra corpo e macchina è più poroso di quanto vogliamo ammettere — non è diventata meno vera con il passare del tempo. È diventata più vera, più visibile, più urgente.

Leggere Crash oggi significa leggere un testo che parla del presente anche se è ambientato in un passato recente. Le autostrade della periferia londinese degli anni Settanta sono diventate le autostrade digitali del XXI secolo. La fusione tra corpo e macchina che Vaughan teorizzava è diventata la condizione ordinaria di chiunque abbia uno smartphone.

X. Come si legge Crash (e perché)

Crash è un libro che va avvicinato con la disponibilità a essere disturbati. Non nel senso di essere scioccati — lo shock come fine è una reazione che il romanzo prevede e supera rapidamente — ma nel senso di accettare di stare in un territorio scomodo senza cercare la via d’uscita del giudizio morale immediato.

Il primo ostacolo è la prosa. Molti lettori trovano le prime trenta pagine difficili, quasi insopportabili: la ripetizione, la precisione anatomica, la mancanza di calore emotivo. Il consiglio è di resistere. Dopo le prime trenta pagine qualcosa cambia: si entra nel ritmo ipnotico del testo, si smette di aspettarsi reazioni emotive convenzionali e si comincia a leggere in un modo diverso. La prosa comincia a fare il suo lavoro.

Il secondo consiglio: non cercare un giudizio morale nel testo. Ballard non dice che Vaughan ha ragione. Non dice che ha torto. Dice che Vaughan esiste, che la sua logica ha una coerenza interna, che le domande che pone — sul corpo, sulla tecnologia, sul desiderio — sono domande reali anche se le risposte che trova sono mostruose. Il lettore deve fare il lavoro del giudizio da solo, senza appoggiarsi all’autore.

Il terzo consiglio: leggere l’introduzione di Ballard all’edizione del 1995, in cui l’autore riflette sul romanzo a vent’anni dalla pubblicazione e chiarisce la sua intenzione originale. Non è una spiegazione del testo — il testo non ha bisogno di essere spiegato — ma un’utile contestualizzazione.

Perché leggerlo? Perché è uno dei pochi romanzi che affronta direttamente la domanda che la nostra cultura continua a eludere: cosa fa la tecnologia al corpo, al desiderio, al modo in cui sperimentiamo noi stessi e gli altri? Perché la sua onestà è più preziosa del conforto che altri romanzi offrono. Perché dopo averlo letto è difficile salire in macchina — o prendere in mano uno smartphone — senza pensarci.

E perché i libri che cambiano il modo in cui vediamo il mondo sono rari. Crash è uno di questi.

 

Nota bibliografica essenziale

J.G. Ballard, Crash, Jonathan Cape, Londra 1973. Edizione con introduzione dell’autore: Vintage, Londra 1995. Traduzione italiana: Crash, trad. it. di Gianni Pilone Colombo, Feltrinelli, Milano 1974; edizioni successive Feltrinelli e Bompiani.

Critica e teoria: Jean Baudrillard, Simulacres et simulation, Galilee, Parigi 1981 — il saggio su Crash è tra i più importanti contributi critici. Simon Sellars e Dan O'Hara (a cura di), Extreme Metaphors: Collected Interviews with J.G. Ballard 1967-2008, Fourth Estate, Londra 2012. Roger Luckhurst, The Angle Between Two Walls: The Fiction of J.G. Ballard, Liverpool University Press, 1997.

Sul film: David Cronenberg, Crash, sceneggiatura del film, Faber and Faber, Londra 1996. Chris Rodley (a cura di), Cronenberg on Cronenberg, Faber and Faber, Londra 1997.

Sul contesto teorico: Michel Foucault, Surveiller et punir, Gallimard, Parigi 1975. Paul Virilio, Vitesse et politique, Galilee, Parigi 1977. Mark Fisher, Capitalist Realism, Zero Books, Winchester 2009 — il capitolo su Ballard come diagnosi del realismo capitalista.

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