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I NOSTRI SERVIZI

 

 

Publié par Angelo Marcotti

 

I.

La nostra grande passione è la filosofia, e lo è fin dalla prima giovinezza. Il piacere più alto che conosciamo è la riflessione, su qualsiasi argomento. Eppure, se dovessimo salpare per una regata solitaria attorno al mondo, con la prospettiva di non toccare terra per sei o sette mesi, non porteremmo a bordo la Critica della ragion pura di Kant, né il Discorso sul metodo di Cartesio, né l'Ethica di Spinoza. Tanto meno Hegel.

Questi autori ci risultano insopportabilmente noiosi quando la mente è sgombra da ogni distrazione, come può accadere in mezzo al mare, soli, senza altro spettacolo che l'acqua e il cielo. Se per qualche castigo diabolico fossimo costretti a portarci dietro i tomi di Hegel, finiremmo per lasciarli cadere in mare pur di liberarcene. Al contrario, se potessimo scegliere liberamente, caricheremmo sulla barca una cassetta di libri gialli: diciamo Simenon e Charles Williams.

Di Simenon c'è poco da aggiungere. Chi non ha mai letto e amato il commissario Maigret non può capire, e spiegarglielo è fatica inutile, come sarebbe vano far capire a un astemio cosa perde non bevendo un bicchiere di vino fresco in una sera d'estate, seduto sotto il portico rivestito d'edera, con la brezza che scende dai monti. Di Charles Williams, invece, diremo soltanto questo: per una cassetta coi suoi ventidue romanzi daremmo in cambio un'intera biblioteca filosofica.

* * *

II.

Del resto, chi ama la filosofia non è detto che ami i filosofi, e soprattutto quelli moderni: c'è ben poco da imparare da essi, salvo in senso negativo. Chi ama davvero la filosofia ama pensare, non leggere quel che gli altri hanno detto per poi discettare su cosa intendessero con questa o quella affermazione oscura. Quasi tutti i filosofi moderni, poi, scrivono malissimo. Quelli che scrivono bene, come Kierkegaard o Nietzsche, sono eccezioni alla regola. I teologi non meritano nemmeno la pena di essere citati.

Niente di tutto questo accade al lettore di Charles Williams. C'è sì, nei suoi romanzi, una vena di malinconia, ma non è quella malinconia che fa odiare la vita. I suoi protagonisti, a ben guardare, dietro la patina di cinismo e di presunte amoralità, sono gli ultimi cavalieri romantici della letteratura novecentesca: hanno un cuore capace di battere e un'anima capace di appassionarsi. La lezione che se ne ricava è dura, amara, spesso sgradevole, ma non triste nel senso profondo del termine: non suggerisce che il mondo sia un posto orribile né che la vita sia il peggiore dei castighi.

Quella rassegnazione nichilista si può ricavare da Sartre, dal teatro di Pirandello o dalle poesie di Montale, ma non dai romanzi di Williams. Lui te la fa amare, la vita, perché per un momento ti mostra tutta la sua bellezza. Anche quando poi ti sbatte al buio come un bambino mandato in punizione, quell'attimo di magia è già penetrato nell'anima fino in fondo, e non se ne andrà più. C'è sempre un prezzo da pagare per quell'istante di splendore, ma per quanto salato, il lettore lo giudica equo.

* * *

III.

Gli eroi di Williams sono infelici: prima della loro Grande Ora c'erano solo noia e ripetizione, dopo ci saranno solo nostalgia e rimpianto. Eppure strappano la nostra simpatia e la nostra solidarietà al punto che vorremmo essere al posto loro. Perché quel che hanno vissuto loro, anche solo per una volta, è la sensazione di essere terribilmente vivi, con il cuore squassato da ondate di felicità di una forza spaventosa.

Le apparenze ingannano. Anche se sono grandi e grossi quanto il loro autore — un metro e ottanta per novanta chili — gli eroi di Williams sono nel profondo dei cuori teneri. Le loro mani forti, capaci di pugni formidabili, anelano di stringere e accarezzare con delicatezza quasi reverenziale il corpo di una donna amata. Perché la Donna, nei romanzi di Williams, è qualcosa di più di una creatura mortale: è quasi una dea, e alle dee ci si avvicina con rispetto e una punta di paura.

Il guaio è che nei romanzi di Williams le cose non vanno mai a finire come dovrebbero. C'è sempre qualcosa che va storto: il piano perfetto s'inceppa, da una crepa inaspettata s'introduce l'artiglio del diavolo. Ora è un proiettile vagante che porta via la Donna alle soglie di una felicità indicibile, come ne La scogliera degli scorpioni; ora è un'altra donna — con la minuscola — scaltra e senza scrupoli, che si mette in mezzo con l'arma del ricatto, come in L'inferno non ha fretta; ora una concatenazione di circostanze che, oltre a sottrarre la Donna, imprigiona il protagonista nel carcere invisibile del rimorso, come in L'assassino guarda il fiume.

L'eroe è giovane, forte, intelligente, e si crede astuto, ma alla fine rimane puntualmente intrappolato in situazioni che non riesce a controllare. Spesso è malamente sposato quando fa l'incontro decisivo della sua vita: quello con la Donna, luminosa ma triste, irresistibile nella sua desolazione, a sua volta legata a un delinquente o ricattata da oscuri personaggi, sempre vittima di un destino avverso. L'eroe, perdutamente innamorato al primo sguardo, parte a lancia in resta per salvarla e portarsela via. Verrà sconfitto, battuto sul suo stesso terreno. Si credeva furbo; risulterà tragicamente ingenuo. Ma il primo passo verso la sconfitta lo ha compiuto fin dall'inizio, perdendo la testa come un adolescente per una donna carica di guai.

* * *

IV.

La felicità dura un battito di ciglia, a volte non arriva neppure: è una leopardiana aspettativa, e si passa direttamente dalla trepidazione per una gioia che non è ancora, all'amarissimo rimpianto di una gioia che non c'è più, sfumata per sempre. Non esiste mai una misura fra i due estremi del tutto o niente. Gli eroi di Williams sono forti ma irruenti giocatori: puntano e perdono. Perché i soli giocatori fortunati sono quelli che restano freddi, quelli capaci di alzarsi dal tavolo al momento giusto. I personaggi di Williams non ne sarebbero mai capaci: sono talmente avidi di vita che preferirebbero morire piuttosto che abbandonare la stanza dei sogni.

In fondo, sono dei sognatori. Paiono uomini d'azione, ma vivono di sogni, e non lo sanno nemmeno loro. Con le loro doti fisiche e intellettuali potrebbero fare una bella scalata sociale, come il Bel-Ami di Maupassant, sfruttando fascino e astuzia. Invece sono degli inguaribili romantici: si innamorano sempre della donna sbagliata e perseverano nell'errore sino alla nemesi finale. Si puniscono da soli, a ben guardare, perché sono proprio loro a mettersi nelle condizioni di fallire e soffrire. Così il giallo si risolve in romanzo psicologico: il meccanismo dei sentimenti diventa più importante di ciò che succederà.

C'è qualcosa di masochista nella dinamica di questi personaggi maschili, che si gettano a capofitto in situazioni dalle quali il lettore intuisce, già dal secondo o terzo capitolo, che usciranno distrutti. Si direbbe che l'amore, per Williams, sia un sogno più che una realtà, simile all'acqua di Tantalo che si ritrae davanti alle labbra di chi sta bruciando di sete.

* * *

V.

Il lettore affezionato di Williams sa già, più o meno, come andrà a finire dopo le prime venti pagine. Ignora i dettagli, ma intuisce la sostanza. Non è la curiosità a tenerlo incollato sino all'ultima pagina, ma il piacere di scandagliare gli abissi dell'anima del protagonista, di vederlo dibattersi come un pesce nella rete, lottando inutilmente per strappare al destino quel miraggio di felicità che lo ha sedotto fin dalle prime righe. La bravura dello scrittore sta proprio in questo: coinvolgere il lettore, farlo sentire come si sente il suo eroe, far sì che se ne faccia carico.

Gli eroi di Williams non sono senza macchia: sono quasi sempre dei perdenti, dei falliti, ancora prima del Fatale Incontro. Vicesceriff che trascinano un'esistenza vuota con una moglie che non amano e che non li ama, che pensa solo ai soldi. Gli altri li rispettano, forse li ammirano, ma loro in cuor loro si sanno falliti. Ecco perché l'incontro con la Donna è per loro una scarica di vita: la scoperta improvvisa che si può esistere in un altro modo, amando, sognando, desiderando, invece di trascinare stancamente i giorni fra un lavoro frustrante e qualche battuta di pesca che non allevia nulla, perché il cuore è troppo profondamente amareggiato.

* * *

VI. Nota biografica

Charles Williams — da non confondersi con l'omonimo scrittore e poeta britannico (1886-1945) — nacque a San Angelo, in Texas, il 13 agosto 1909, e morì a Los Angeles il 5 aprile 1975. Dopo aver navigato nella marina mercantile, lavorò come tecnico elettronico a guerra conclusa, si sposò e si trasferì con la moglie a San Francisco, dedicandosi a tempo pieno alla scrittura. Nel 1951 trovò la sua vena migliore, quella del giallo psicologico, con Hill Girl. Da quel momento si affermò come uno dei migliori giallisti americani degli anni Cinquanta e Sessanta: ben dodici dei suoi venti e più romanzi vennero trasposti al cinema.

È uno scrittore raffinato, dalla tecnica impeccabile. Per certi versi, fatte le debite proporzioni geografiche e culturali, presenta non poche affinità con Simenon: a entrambi il delitto interessa relativamente poco, e ancor meno la punizione del colpevole. Ciò che conta è l'uomo, quel groviglio di passioni che si agita nel fondo dell'anima.

Williams le vede, le osserva, le registra e le descrive con impeccabile precisione. Il fatto che siano passioni autodistruttive, e che la punizione del delitto arrivi puntualmente a portare via il miraggio di felicità, ha qualcosa di cattolico: c'è una moralità, in quei romanzi, perché il male non trionfa, e il castigo peggiore non è mai fisico bensì morale. Il colpevole è costretto a sopravvivere al crollo di tutte le sue speranze, e in certi casi a subire quotidianamente il disprezzo della donna di cui è disperatamente, ma ormai inutilmente, innamorato — come accade ne L'inferno non ha fretta.

Una pena del contrappasso servita con sadica accuratezza, cuocendolo a fuoco lentissimo per tutto il tempo che gli resta. E se si tratta di un inferno terreno e immanente, non di un castigo ultraterreno, ciò non toglie che vi sia in esso un sapore vagamente religioso: a Dio non la si fa, come direbbe il dottor Manson de La cittadella.

* * *

Charles Williams morì suicida. Il cancro si era portato via sua moglie pochi anni prima, e le vendite dei suoi romanzi, alla svolta degli anni Settanta, cominciavano a non andare più come un tempo. Il suo mondo, privato e collettivo, stava finendo. Era un pesce fuor d'acqua, come Scott Fitzgerald alla fine dell'età del jazz. In fondo, i suoi eroi lo avevano sempre saputo: il posto giusto non esiste.

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