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Publié par Jules Previ

Gli Esseni, i mistici del Mar Morto

Nel deserto della Giudea, sulla riva occidentale del Mar Morto, dove la terra è arida e il paesaggio lunare sembra scoraggiare qualsiasi forma di vita stanziale, una comunità di uomini scelse di vivere per almeno due secoli in condizioni di volontaria austerità, dedicando ogni giorno allo studio dei testi sacri, alla preghiera, ai bagni rituali di purificazione e all’attesa di una fine dei tempi imminente. Questi uomini erano gli Esseni, e il sito dove vissero si chiama Khirbet Qumran.

Le fonti antiche che ci parlano degli Esseni sono tre: Filone di Alessandria, lo storico ebreo ellenizzato che scrisse nel I secolo avanti Cristo; Flavio Giuseppe, lo storico giudeo della guerra contro Roma del 66-70 dopo Cristo; e Plinio il Vecchio, il naturalista romano che li menziona nella sua Naturalis Historia. Tutti e tre li descrivono come un gruppo di uomini che viveva in isolamento volontario, praticava la comunità dei beni, rifiutava il matrimonio nella corrente principale del movimento, si dedicava alla purificazione rituale con immersioni nell’acqua, studiava le Scritture con una profondità che stupiva gli osservatori esterni, e coltivava conoscenze esoteriche sui nomi degli angeli e sulle proprietà occulte delle piante.

La loro origine è discussa. La maggior parte degli studiosi li identifica con i Hassidim, i “pii”, un movimento di rigorosa osservanza religiosa che si era cristallizzato durante la crisi dei Maccabei nel II secolo avanti Cristo. Quando il sacerdozio del Tempio di Gerusalemme fu compromesso da accordi politici con le potenze straniere e dalla corruzione, un gruppo di sacerdoti e di laici devoti si ritirò dal Tempio, considerandone ritualmente impuri i sacrifici, e fondò la propria comunità nel deserto. Il loro capo fondatore, che i loro testi chiamano semplicemente il Maestro di Giustizia senza rivelarne il nome, aveva ricevuto da Dio la vera interpretazione della Torah e dei Profeti, e questa interpretazione era il segreto gelosamente custodito dalla comunità.

Gli Esseni credevano di vivere negli ultimi giorni del mondo. I loro testi descrivono una battaglia cosmica imminente tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre, nella quale la comunità avrebbe combattuto al fianco degli angeli di Dio contro le forze del male guidate dall’Angelo delle Tenebre, chiamato Belial. La vittoria era certa, ma richiedeva una purezza assoluta: ogni imperfezione rituale, morale o corporea avrebbe potuto compromettere la presenza degli angeli nel campo dei Figli della Luce. La vita della comunità era dunque una preparazione militare e spirituale insieme, nella quale i bagni rituali, il digiuno, lo studio e la preghiera erano atti di guerra non meno dei giavellotti e delle spade.

Il simbolismo esoterico degli Esseni era rivolto soprattutto alla cosmologia angelica e al calendario. Mentre il Tempio di Gerusalemme seguiva un calendario lunare di origine babilonese, gli Esseni usavano un calendario solare di trecentosessantaquattro giorni, nel quale le feste cadevano sempre nello stesso giorno della settimana. Questo calendario era per loro il vero calendario divino, quello in uso tra gli angeli del cielo, e la sua adozione era il segno della loro appartenenza all’ordine cosmico autentico piuttosto che all’ordine corrotto del Tempio.

Cosa ci hanno insegnato le grotte di Qumran

La mattina del febbraio o marzo del 1947 — la data esatta è ancora discussa — un giovane pastore beduino di nome Muhammad edh-Dhib, cercando una capra smarrita sulle rupi che dominano il Mar Morto presso Khirbet Qumran, lanciò un sasso in una grotta e sentì il rumore insolito di qualcosa che si rompeva. Entrato nella grotta, trovò delle giare di terracotta che contenevano rotoli di cuoio avvolti in lino. Era la scoperta archeologica del XX secolo: i Rotoli del Mar Morto, una biblioteca di quasi novecento testi nascosta nelle grotte del deserto quasi duemila anni prima.

Nel corso degli anni successivi, undici grotte nei dintorni di Qumran restituirono un numero enorme di manoscritti e di frammenti: testi biblici, commentari alle Scritture, regole di vita comunitaria, inni, testi liturgici, oroscopi, testi astronomici e calendari, opere apocalittiche e, tra tutti, due dei documenti più straordinari dell’antichità: il Rotolo della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre e il Rotolo del Tempio, una descrizione dettagliata di un Tempio ideale che non era mai stato costruito e che forse non doveva essere costruito di pietra, ma era la descrizione del Tempio celeste.

Cosa ci hanno insegnato questi testi? Prima di tutto, che il Giudaismo del Secondo Tempio era molto più variegato e più ricco di quanto le fonti rabbiniche classiche lasciassero intendere. Accanto alla tradizione farisaica che avrebbe dato origine al Giudaismo rabbinico, accanto ai Sadducei del Tempio e agli Zeloti della resistenza armata, fiorivano movimenti come quello degli Esseni che avevano elaborato teologie, cosmologie e pratiche rituali di straordinaria originalità. I Rotoli di Qumran hanno restituito la voce di questi gruppi silenziati dalla storia.

Hanno poi insegnato qualcosa di fondamentale per la comprensione del Cristianesimo primitivo. Molti temi che sembravano peculiarmente cristiani — il Figlio della Luce, il pasto comunitario del pane e del vino, il battesimo come rito di iniziazione, l’attesa del Messia, la comunità dei beni, l’interpretazione apocalittica della storia — erano già presenti a Qumran prima della nascita di Gesù. Non significa che il Cristianesimo sia derivato dagli Esseni: significa che entrambi attingevano allo stesso humus spirituale del Giudaismo apocalittico del I secolo, e che la tradizione esoterica ebraica era il terreno da cui entrambi erano germogliati.

I testi di Qumran hanno anche rivelato la presenza di un esoterismo propriamente detto all’interno della comunità. Alcuni testi erano classificati come riservati alla cerchia dei più avanzati. I nomi degli angeli, le formule di esorcismo, i segreti del calendario celeste erano conoscenze che non si trasmettevano ai novizi ma si svelavano progressivamente nel corso di un lungo apprendistato. Il sistema di gradi all’interno della comunità, descritto nella Regola della Comunità, prevedeva un accesso graduale ai segreti più profondi: esattamente la struttura dell’iniziazione esoterica che abbiamo incontrato in tante altre tradizioni.

Il segreto della Pietra Nera: la Kaaba e il centro del mondo islamico

Al centro della Moschea Sacra di La Mecca, nel cuore dell’Arabia Saudita, si trova un edificio cubico di pietra grigia rivestita di drappo nero: la Kaaba, che in arabo significa appunto “cubo”. In uno degli angoli della Kaaba, a circa un metro e mezzo da terra, è incastonata una pietra scura, poco più grande di un normale mattone, con la superficie lucida e scura e il bordo rinforzato da un cerchio di argento. Questa è la Pietra Nera, al-Hajar al-Aswad, l’oggetto sacro per eccellenza dell’Islam, verso il quale ogni pellegrino tende la mano nel corso del rituale della circumambulazione intorno alla Kaaba.

Le tradizioni sull’origine della Pietra Nera sono diverse. Quella islamica ortodossa la identifica con una pietra paradisiaca portata dall’arcangelo Gabriele ad Abramo quando questi costrusse la Kaaba originaria, e afferma che era bianca quando cadde dal cielo ma si è annerita con il passare dei secoli per avere assorbito i peccati degli uomini. Gli scienziati che l’hanno potuta esaminare in occasioni di restauri — la Pietra è stata rubata dai Carmati nel 930 e reintegrata nel 951, durante il che fu rotta in più frammenti poi tenuti insieme dall’anello d’argento — propendono per identificarla come un meteorite o come un basalto vulcanico.

Ma la storia della Pietra Nera precede l’Islam. La Kaaba esisteva già come santuario pagano prima che Maometto la trasformasse nel cuore della nuova religione monoteistica. Secondo la tradizione islamica stessa, la Kaaba pre-islamica conteneva centottanta idoli delle divinità delle tribù arabe, che Maometto fece distruggere all’ingresso vittorioso a La Mecca nel 630. La Pietra Nera, tuttavia, non fu distrutta: fu conservata e integrata nel culto islamico come reliquia abramitica, oggetto che risaliva a prima della corruzione del monoteismo originario.

Il simbolismo della Pietra Nera nel contesto esoterico è di straordinaria ricchezza. La pietra caduta dal cielo è un simbolo universalmente diffuso: il meteorite come manifestazione del sacro cosmico, come oggetto che viene da “là sopra” e porta con sé la potenza del mondo celeste. La sua collocazione nell’angolo orientale della Kaaba, il punto da cui il rituale della circumambulazione ha sempre inizio, la rende l’asse intorno al quale ruota il più grande atto di adorazione collettiva del mondo. Ogni anno, durante il pellegrinaggio dell’Hajj, milioni di pellegrini ruotano attorno alla Kaaba in senso antiorario: il loro movimento riproduce quello degli angeli intorno al trono divino, quello delle stelle nel cielo, quello degli elettroni attorno al nucleo atomico. La Pietra Nera è il punto di concentrazione di tutto questo movimento cosmico.

I Sufi magici: il misticismo islamico e i suoi segreti

Il Sufismo è la corrente mistica dell’Islam, quella che cerca l’unione diretta con Dio non attraverso il rispetto esteriore della Legge ma attraverso la trasformazione interiore del credente. Il termine deriverebbe dalla parola araba suf, lana, in riferimento ai mantelli di lana grezza che i primi mistici musulmani indossavano come segno di penitenza e di distacco dal mondo. Ma i Sufi stessi preferiscono derivare il termine da safa, purezza: i Sufi sarebbero i puri di cuore, coloro che hanno purificato la propria anima fino al punto in cui il velo tra il credente e Dio diventa trasparente.

Il Sufismo nasce nell’VIII secolo, appena un secolo dopo la morte di Maometto, come reazione all’irrigidimento burocratico e legalistico della religione islamica. I primi Sufi erano asceti radicali che praticavano la povertà assoluta, il digiuno prolungato, la veglia notturna, il pianto incessante davanti a Dio. La più celebre di questi asceti delle origini fu Rabi’a al-Adawiyya, una donna liberata dalla schiavitù che nel VIII secolo espresse con una formula rimasta celebre nei secoli il cuore del sufismo mistico: non amo Dio per paura dell’inferno né per speranza del paradiso, lo amo per lui stesso. Questo amore puro, disinteressato, totalizzante sarebbe diventato il tema dominante di tutta la poesia sufica successiva.

L’organizzazione del Sufismo in ordini, le tariqa, le “vie”, risale al XII e XIII secolo, il periodo di maggiore fioritura intellettuale e spirituale del mondo islamico. Ogni tariqa ha la sua catena di trasmissione spirituale, la silsila, che risale di maestro in maestro fino al Profeta stesso: è la stessa struttura di trasmissione iniziatica che abbiamo incontrato nel Druidismo e nel Buddismo tibetano. All’interno di ogni ordine esistono gradi di avanzamento spirituale, pratiche specifiche trasmesse solo agli iniziati, e un linguaggio simbolico proprio che i non iniziati non possono decifrare.

L’elemento più vistosamente esoterico del Sufismo è la pratica del dhikr, il “ricordo” di Dio attraverso la ripetizione ritmica dei nomi divini. In certi ordini il dhikr viene praticato individualmente, in silenzio; in altri collettivamente, con movimenti del corpo, controllo del respiro e oscillazioni ritmiche che inducono stati alterati di coscienza. L’ordine dei Mevlevi, fondato dai discepoli del grande poeta mistico Rumi nel XIII secolo, pratica una forma di dhikr che ha reso i dervisci rotanti famosi in tutto il mondo: i danzatori ruotano su se stessi in abiti bianchi, con un braccio alzato verso il cielo e uno abbassato verso la terra, in un movimento che simbolizza la recezione della grazia divina dall’alto e la sua trasmissione alla terra. La rotazione non è ginnica: è una preghiera corporea, un’imitazione del movimento cosmico, una via verso l’annullamento dell’ego nel turbine della presenza divina.

La danza del Sole e degli Spiriti: il corpo come linguaggio del sacro

Se il Sufismo ha trasformato la danza in via mistica nell’ambito dell’Islam, molte culture dell’America del Nord e delle grandi pianure hanno elaborato forme rituali altrettanto potenti nei quali il corpo in movimento diventa il linguaggio privilegiato della comunicazione con il sacro. Due di queste forme — la Danza del Sole e la Danza degli Spiriti — meritano un’attenzione particolare sia per la loro forza simbolica sia per le drammatiche circostanze storiche nelle quali si sono sviluppate.

Ciò che accomuna queste due tradizioni rituali, al di là delle loro differenze, è la convinzione che il corpo umano non sia separato dal cosmo ma sia parte integrante di esso, e che il movimento corporeo ritmico, prolungato, associato al digiuno e alla privazione del sonno, possa aprire canali di comunicazione con le forze spirituali che normalmente rimangono invisibili. Non si tratta di una credenza stravagante: la neurologia moderna ha documentato gli stati alterati di coscienza prodotti dalla danza prolungata, dal digiuno e dall’iperventilazione, e questi stati producono esperienze che le tradizioni indigene interpretano come contatti con il mondo degli spiriti.

La pittura del corpo: il simbolismo sulla pelle

Prima di addentrarsi nel dettaglio delle due grandi danze rituali delle Pianure, vale la pena fermarsi su una pratica che le accompagna quasi sempre e che ne è parte integrante: la pittura del corpo. In molte tradizioni indigene del Nord America, come in molte culture di altri continenti, dipingere il corpo prima di un rituale o di una battaglia non era un atto decorativo: era un atto di trasformazione.

I colori e i motivi della pittura corporea non erano scelti a caso. Ogni colore aveva un significato preciso nel sistema simbolico della cultura in questione: il rosso poteva rappresentare il sangue e la vita, il nero la morte e la guerra, il bianco la purezza e la comunicazione con gli spiriti, il giallo il sole e la potenza solare. I motivi geometrici — cerchi, spirali, zigzag, linee parallele — erano linguaggi visivi che comunicavano l’identità del danzatore, la sua affiliazione spirituale, la sua relazione con il suo animale-guida o con la sua potenza protettrice.

Dipingere il corpo era anche, in molte tradizioni, un atto di protezione magica. I disegni sulla pelle creavano una barriera simbolica tra il danzatore o il guerriero e le forze ostili: spiriti maligni, frecce nemiche, malattie. La pelle dipinta non era più la pelle ordinaria dell’individuo: era una seconda pelle, un’armatura simbolica, che trasformava il portatore in qualcosa di diverso da un semplice uomo. Questo principio — che il simbolo tracciato sul corpo modifica l’identità di chi lo porta — è comune a culture lontanissime tra loro, dal tatuaggio maori alla scarificazione africana ai segni sacri tracciati con la cenere nelle cerimonie brahmaniche.

La Danza del Sole: il corpo offerto al cosmo

La Sun Dance, la Danza del Sole, è la cerimonia religiosa più importante di molte nazioni delle Grandi Pianure del Nord America: i Lakota, i Cheyenne, gli Arapaho, i Blackfoot, i Crow e molte altre. Si svolge ogni anno in estate, generalmente nei giorni vicini al solstizio di giugno, e rappresenta il rinnovamento annuale del legame tra la comunità umana, la terra e le forze spirituali che la governano.

Il cuore della cerimonia è un palo centrale, tagliato da un albero sacro con riti precisi e piantato al centro di un cerchio cerimoniale. I danzatori ruotano attorno a questo palo per quattro giorni consecutivi, senza mangiare e senza bere, fissando il sole quando è visibile, fischiando con fischietti di osso d’aquila al ritmo dei tamburi. La privazione fisica è parte integrante del rito: il corpo indebolito diventa più permeabile al mondo degli spiriti, le visioni vengono con più facilità, la barriera tra il mondo ordinario e quello sacro si assottiglia fino a quasi dissolversi.

La forma più intensa della Danza del Sole, praticata in particolare dai Lakota, prevede che alcuni danzatori vengano perforati nella pelle del petto o della schiena con un bastone di legno o con un osso, e poi legati al palo centrale con una corda attaccata a questo bastone. Danzando e tirando contro la corda, i danzatori si strappano progressivamente la pelle, in una forma di sacrificio del proprio corpo che le culture europee hanno trovato incomprensibile e che i governi coloniali vietarono con leggi formali tra il 1880 e il 1930. La pratica fu ripresa apertamente dopo il 1978, quando il Religious Freedom Restoration Act americano ridiede alle nazioni indigene il diritto di praticare le proprie religioni.

Il significato del sacrificio fisico nella Danza del Sole è preciso e coerente nel sistema simbolico Lakota. La sofferenza offerta volontariamente non è masochismo: è il dono più grande che un essere umano possa fare al Creatore, il dono di sé stesso. Il danzatore che si offre non agisce per sé: agisce per tutta la sua comunità, assumendo su di sé la sofferenza collettiva e trasformandola in intercessione. La struttura simbolica è identica a quella del sacrificio eucaristico cristiano, dell’autopunizione degli asceti medievali, dell’automortificazione dei dervisci: il corpo che si umilia e si offre diventa ponte tra il mondo umano e quello divino.

La Danza degli Spiriti: il sogno della resurrezione

Nel 1889, in Nevada, un uomo Paiute di nome Wovoka ebbe una visione durante un’eclissi solare. Disse di essere stato portato in presenza del Grande Spirito e di aver ricevuto un messaggio per tutti i popoli indigeni d’America: se avessero ballato la Ghost Dance, la Danza degli Spiriti, per cinque giorni consecutivi, i morti sarebbero tornati, i bianchi sarebbero stati spazzati via come foglie dal vento, la terra sarebbe stata rinnovata e i bisonti sarebbero ritornati a coprire le pianure come un tempo.

La Ghost Dance si diffuse con una velocità straordinaria tra i popoli delle Grandi Pianure, che in quegli anni stavano subendo la devastazione finale della loro civiltà: le riserve, la fame, la fine della caccia ai bisonti, la perdita delle terre. Era un momento di disperazione assoluta, e la profezia di Wovoka offriva una speranza di redenzione totale: non una rivoluzione politica, non una resistenza militare, ma una trasformazione cosmica ottenuta attraverso la danza rituale. I danzatori si uniscono in cerchio, si muovono in senso antiorario, cantano i canti che Wovoka aveva ricevuto in visione, cadono in trance e incontrano i loro morti, ricevono messaggi e poteri. La danza è una comunione con i defunti e una preparazione alla loro imminente resurrezione.

L’esercito americano interpretò la Ghost Dance come una minaccia insurrezionale. Il 29 dicembre del 1890, dopo l’arresto e la morte in circostanze oscure del capo Lakota Toro Seduto, un’unità del 7° Cavalleria attaccò un accampamento di Lakota Miniconjou presso Wounded Knee Creek nel South Dakota. In quello che gli storici americani hanno impiegato decenni a chiamare con il suo vero nome — un massacro, non uno scontro — morirono almeno trecento persone, tra cui molte donne e bambini. La Ghost Dance sopravvisse, in forma meno visibile, e torna periodicamente come forma di resistenza spirituale e culturale.

La Danza degli Spiriti ha una struttura simbolica che la inserisce in una tradizione molto più ampia di movimenti profetici millenaristi: la stessa struttura del Libro di Enoch, delle apocalissi ebraiche, della profezia di Zarathustra sul Saoshyant. La storia presente è insopportabile; la storia presente è però destinata a finire; una forza cosmica è pronta a capovolgere l’ordine ingiusto e a istituire quello giusto; il rito, praticato con la necessaria intensità e purità, accelera e prepara questa trasformazione. Il messaggio di Wovoka non era diverso, nella sua struttura profonda, da quello di Giovanni il Battista nel deserto della Giudea.

I segreti degli sciamani: il viaggio tra i mondi

La parola sciamanesimo viene dal termine tunguso saman, usato in Siberia per indicare il guaritore-religioso della comunità, colui che sa entrare in stati alterati di coscienza e compiere viaggi nello spirito attraverso i diversi livelli del cosmo. L’uso del termine si è esteso, nel linguaggio degli antropologi a partire dal XIX secolo, a designare un fenomeno universalmente diffuso: la figura del mediatore tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti, presente in Africa, nelle Americhe, nell’Asia centrale, in Australia, in Oceania, nei popoli circumpolari.

Il nucleo dell’esperienza sciamanica è il viaggio dell’anima. Lo sciamano è colui che, attraverso tecniche precise — il tamburo, il canto, il digiuno, l’uso di piante psicoattive, la danza prolungata, il caldo estremo della sudorespirazione — è capace di uscire dal suo corpo ordinario e di muoversi in altri piani di realtà. Il cosmo sciamanico è generalmente organizzato in tre livelli: il mondo di sopra, abitato dagli spiriti celesti e dagli antenati benevoli; il mondo di mezzo, quello della vita ordinaria; il mondo di sotto, abitato dagli spiriti della malattia e dei morti. Lo sciamano puð muoversi liberamente tra questi mondi perché ha subito una morte e una resurrezione simbolica durante il suo apprendistato, che lo ha reso allo stesso tempo vivo e morto, umano e spirituale.

L’apprendistato sciamanico è descritto nelle tradizioni di tutto il mondo con una struttura ricorrente: la malattia grave, spesso una crisi psichica che la psichiatria occidentale classificherebbe come psicosi, durante la quale il candidato sciamano sperimenta di essere smembrato, ucciso, ridotto a scheletro e poi ricomposto in una forma nuova. Non tutte le malattie psichiche producono sciamani: ma in molte culture, chi supera una crisi di questo tipo senza essere distrutto viene riconosciuto come portatore di un dono speciale e viene indirizzato verso l’apprendistato con uno sciamano anziano. La sofferenza è la porta.

I poteri degli sciamani: guarire, vedere e mediare

I poteri attribuiti agli sciamani nelle diverse tradizioni sono estremamente vari, ma si possono raggruppare attorno a tre funzioni principali: la guarigione, la divinazione e la mediazione.

La guarigione è la funzione più universalmente riconosciuta. Nel sistema cosmologico sciamanico, la malattia ha quasi sempre una causa spirituale: la perdita di una delle anime del paziente, catturata da spiriti maligni o vagante lontano dal corpo per spavento o per trauma; oppure l’intrusione nel corpo del paziente di un oggetto o di uno spirito estraneo. Lo sciamano diagnostica la malattia nel corso di una sessione di trance, durante la quale viaggia nel mondo degli spiriti per trovare l’anima perduta o per identificare l’intruso. La terapia consiste nel riportare l’anima nel corpo del paziente o nell’estrarre e neutralizzare l’elemento estraneo. Queste procedure, che l’osservatore esterno vede come teatro rituale, producono effetti terapeutici reali documentati dagli antropologi, verosimilmente attraverso i meccanismi della placebo e della mobilizzazione delle risorse psicologiche del paziente.

La divinazione è la capacità di vedere ciò che è nascosto: gli animali che la caccia domani incontra, il luogo dove si trova la persona scomparsa, la causa del misterioso insuccesso che affligge la comunità. Lo sciamano interpella gli spiriti-guida, legge i segni nel fumo o nelle interiora degli animali, entra in trance e riceve visioni. La divinazione non è solo previsione del futuro: è soprattutto interpretazione del presente in una prospettiva più ampia di quella disponibile agli occhi ordinari.

La mediazione, infine, è la funzione che dà allo sciamano il suo ruolo sociale più profondo. È il negoziatore tra la comunità dei vivi e quella dei morti, tra gli esseri umani e gli animali che permettono di sopravvivere cacciandoli, tra le forze naturali e i bisogni della comunità. Lo sciamano chiede perdono agli spiriti degli animali uccisi, negozia con lo Spirito del Mare le quote di pesca, pacifica gli antenati offesi. Senza di lui, la comunità è sola in un cosmo abitato da forze che la sovrastano. Con lui, è inserita in una rete di relazioni che la rendono parte di qualcosa di più grande.

Diffusione, origine e ruolo dello sciamanesimo: l’esoterismo primordiale

Lo sciamanesimo non è una reliquia del passato: è vivo. In Siberia, in Mongolia, in Corea, tra i popoli Sami della Scandinavia, tra gli indigeni delle Americhe e dell’Amazzonia, tra le popolazioni indigene dell’Asia del Sud-Est, lo sciamano continua a esercitare le sue funzioni, talvolta affiancato dai medici moderni e talvolta in competizione con loro. La diffusione globale dello sciamanesimo, attestata in culture che non hanno mai avuto contatti tra loro, pone una domanda affascinante: si tratta di uno sviluppo parallelo e convergente, oppure di una tradizione così antica che risale all’origine stessa dell’umanità?

La seconda ipotesi ha guadagnato credibilità negli ultimi decenni, man mano che le ricerche sull’arte rupestre del Paleolitico superiore hanno rivelato pattern ricorrenti in tutto il mondo: figure di esseri ibridi uomo-animale, linee geometriche, punti luminosi, creature che sembrano in volo. Il neuroantropologo David Lewis-Williams ha proposto che queste immagini siano la rappresentazione visiva delle allucinazioni prodotte dagli stati di trance, e che l’arte rupestre sia la più antica attestazione di pratiche sciamaniche. Se questa interpretazione è corretta, lo sciamanesimo avrebbe almeno quarantamila anni di storia e sarebbe la forma originaria di quella che in seguito si è differenziata in religione, medicina, arte e filosofia.

Il ruolo dello sciamano è quello del mediatore per eccellenza: mediatore tra vivi e morti, tra umani e animali, tra la comunità e le forze cosmiche. In questa funzione si rispecchiano tutti i grandi sistemi esoterici che abbiamo incontrato nel corso di questo libro: il sacerdote egizio che media tra il faraone e gli dei, il druido che media tra la comunità celtica e le forze della natura, il rabbi cabbalista che media tra il mondo umano e le sefirot divine, il Sufi che media tra il credente e Allah. La figura dello sciamano è il progenitore di tutto questo, la forma più antica e più essenziale del mediatore esoterico.

La setta, ovvero il trionfo dell’esoterismo: quando il segreto diventa trappola

La parola setta ha subito nella lingua moderna una trasformazione semantica simile a quella della parola “apocalisse”: ha perso il suo significato neutro per acquisirne uno quasi esclusivamente negativo. In origine, il latino secta indicava semplicemente una scuola di pensiero, una via, un percorso: i seguaci di Pitagora o di Platone erano una setta nel senso originario del termine. Oggi, setta indica nella coscienza comune un gruppo chiuso, manipolativo, potenzialmente pericoloso, che isola i propri membri dalla società e li sottomette al controllo assoluto di un leader.

La degenerazione dell’esoterismo in settarismo segue uno schema ricorrente che gli psicologi e i sociologi hanno descritto con precisione nel corso del Novecento. All’origine c’è quasi sempre una genuina esperienza spirituale o intellettuale: un fondatore carismatico che ha davvero vissuto qualcosa di straordinario, un insegnamento che risponde a bisogni spirituali reali, una comunità che offre appartenenza e senso in un mondo che sembrava privo di entrambi. Il problema nasce quando la struttura organizzativa del gruppo comincia a servire se stessa piuttosto che i suoi membri: quando il segreto non è più una tecnica di protezione della conoscenza sacra ma uno strumento di controllo, quando l’iniziazione non apre ma chiude, quando il leader diventa infallibile e il dissenso diventa tradimento.

La storia dell’esoterismo è piena di questo passaggio: da comunità di ricerca a struttura di potere, da cammino di liberazione a sistema di dipendenza. I Templari degenerarono — almeno secondo le accuse dei loro avversari, per quanto storicamente dubbie — in una fraternità che serviva i propri interessi economici più che la crociata. Certi ambienti massonici del XVIII secolo divennero terreno di intrighi politici. Movimenti teosofici e occultisti del XIX e XX secolo produssero figure come Gurdjieff, che esercitava sulle sue cerchie un controllo che i suoi critici hanno descritto come manipolativo. La linea tra il maestro autentico e il manipolatore non è sempre facile da tracciare dall’interno.

I Thugs: i devoti della dea della morte

Tra tutte le sette religiose della storia, nessuna ha ispirato nell’immaginario europeo del XIX secolo un terrore più intenso e una fascinazione più morbosa dei Thugs indiani, dal cui nome deriva la parola italiana “truffatore” e l’inglese thug nel senso di criminale violento. I Thugs — thuggee in hindi, da thag, “ingannatore” — erano una confraternita di assassini rituali operativa nell’India del nord e del centro almeno dal XIII secolo fino alla sua soppressione da parte dell’amministrazione coloniale britannica nel corso del XIX secolo.

Il culto dei Thugs era dedicato alla dea Kali, la Grande Madre nella sua forma terrificante: dea della morte, della distruzione e del tempo che divora tutto. Kali viene raffigurata con la lingua insanguinata sporgente, una collana di teste di demoni, quattro braccia che reggono rispettivamente una testa mozzata, una coppa di sangue, un’arma e il gesto della benedizione. Per i suoi devoti Thugs, uccidere era un atto di devozione: offrire una vita alla dea era il dono più alto che un essere umano potesse fare. Le vittime venivano strangolate con un fazzoletto sacro chiamato rumal, e il corpo veniva poi sotterrato con riti precisi. L’omicidio rituale era rigorosamente codificato: certe categorie di persone erano escluse dalla selezione come vittime, e l’intera operazione seguiva procedure elaborate che includevano omen e presagi che potevano bloccare l’azione in qualsiasi momento.

La stima del numero delle vittime dei Thugs nei secoli della loro attività varia enormemente: le stime britanniche del XIX secolo, probabilmente esagerate per giustificare la campagna repressiva, parlavano di due milioni di morti. Stime più recenti e più prudenti indicano cifre nell’ordine delle decine di migliaia nell’arco di diversi secoli. La campagna di soppressione condotta dal capitano William Sleeman a partire dal 1830 portð all’arresto di migliaia di Thugs, a processi sommari e a impiccagioni di massa, e al 1870 l’organizzazione era essenzialmente distrutta.

Il culto dei Thugs rappresenta il punto di massima degenerazione dell’esoterismo devozionale: il simbolo della dea della morte, che nella tradizione tantrica indiana rappresenta la forza della trasformazione e la libertà dall’attaccamento all’esistenza, diventa la giustificazione di un sistema di omicidio organizzato. La distanza tra il devoto di Kali che medita sulla propria morte simbolica per liberarsi dall’ego e il Thug che strangola un viandante è immensa sul piano morale, ma il tessuto simbolico da cui entrambi attingono è lo stesso. È un monito: nessun sistema simbolico, per quanto profondo e autentico, è immune dalla possibilità di essere pervertito.

La setta degli Assassini: il castello in cima alla montagna

Nel 1090, un uomo di nome Hasan-i Sabbah scalò la rocca di Alamut, un castello inespugnabile sulle montagne dell’Alborz nell’odierno Iran settentrionale, e vi fondò uno dei movimenti più temuti e più fraintesi della storia medievale: l’ordine degli Assassini, che i testi arabi chiamavano Hashishin o Nizariti. Per quasi due secoli, fino alla conquista mongola del 1256, il “Vecchio della Montagna” — come i crociati chiamavano il gran maestro degli Assassini, traducendo il titolo di Shaykh al-Jabal — tenne in scacco principi, califfi e crociati con la minaccia dei suoi fidai, i devoti pronti al sacrificio.

Gli Assassini erano una corrente dell’Islam ismailita, che è a sua volta una branca dello sciismo, che è a sua volta la corrente islamica che riconosce nell’imam, il discendente di Alì, il cugino e genero di Maometto, l’unica autorità religiosa legittima. L’ismailismo aveva elaborato una teologia esoterica di grande raffinatezza, nella quale ogni precetto religioso esteriore — la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio — aveva un significato interiore accessibile solo agli iniziati, e la conoscenza si organizzava in gradi di profondità crescente secondo un sistema iniziatico che ricordava il neoplatonismo e il gnosticismo.

Il mito degli Assassini nella letteratura europea medievale e moderna è quasi interamente costruito su esagerazioni e falsificazioni. La leggenda vuole che Hasan-i Sabbah drogasse i suoi seguaci con l’hashish — da qui il nome Hashishin, che tuttavia potrebbe anche derivare semplicemente da “erbaccia” o da “gente di nessun conto” — per mostrare loro un giardino del paradiso e convincerli che sarebbero tornati in quel paradiso se fossero morti nell’esecuzione di un omicidio per lui. Marco Polo riportò questa storia nel suo Milione, e l’immaginazione europea se ne nutrì per secoli. Gli storici moderni la considerano una leggenda senza fondamento.

Ciò che è reale è il sistema di difesa attraverso l’omicidio selettivo che gli Assassini perfezionarono con grande efficacia: l’eliminazione di un nemico potente era meno costosa in termini umani e politici di una guerra aperta, e la reputazione degli Assassini come nemici che colpivano ovunque e che nessuna guardia del corpo poteva fermare era di per sé un’arma diplomatica. Questa reputazione è la vera eredità degli Assassini: non l’esoterismo ismailita, che era una tradizione intellettuale seria e profonda, ma la dimostrazione che il segreto e la minaccia invisibile possono essere armi politiche più potenti degli eserciti.

Le sette d’oggi: l’esoterismo nell’età dei social media

Le sette non appartengono al passato. Il XX secolo ha prodotto alcune delle sette più distruttive della storia: il Tempio del Popolo di Jim Jones, che nel 1978 a Jonestown, in Guyana, portð al suicidio collettivo di novecento tredici persone; il Ramo Davidiano di David Koresh, che nel 1993 a Waco in Texas si concluse con un incendio nel quale morirono settantasei persone; Heaven’s Gate, il cui leader credeva che la sua comunità sarebbe stata raccolta da un’astronave aliena, e nel 1997 trentanove membri si suicidarono per raggiungere il veicolo celeste che immaginano nascosto nella coda della cometa Hale-Bopp; l’Aum Shinrikyo giapponese, che nel 1995 rilasciò gas Sarin nella metropolitana di Tokyo uccidendo tredici persone.

Cosa accomuna questi movimenti, al di là delle loro differenze ideologiche? La presenza di un leader che si presenta come depositario di una rivelazione esclusiva e che non ammette obiezioni. La divisione del mondo in illuminati — i membri del gruppo — e non illuminati o addirittura nemici. La progressiva chiusura verso l’esterno e il controllo crescente sulla vita privata dei membri. La sostituzione dei legami familiari e amicali preesistenti con l’appartenenza al gruppo. E, al centro di tutto, un sistema simbolico che giustifica ogni cosa: se il leader è il Cristo tornato, o il Buddha vivente, o il messaggero degli alieni, allora qualsiasi azione compiuta in suo nome è giustificata.

L’era di internet e dei social media ha trasformato profondamente le modalità di reclutamento e di diffusione dei movimenti settari. Le sette non hanno più bisogno di edifici fisici o di una presenza territoriale: si formano nelle chat, si consolidano nei gruppi chiusi, reclutano attraverso algoritmi che tendono a mostrarci contenuti sempre più estremi di quelli che abbiamo già consumato. Il fenomeno QAnon, esploso negli Stati Uniti a partire dal 2017, ha dimostrato come sia possibile costruire un sistema di credenze apocalittiche e persecutorie — con tutti gli elementi classici dell’esoterismo: il segreto, l’iniziazione progressiva, la divisione tra illuminati e ciechi, le profezie — utilizzando i social network come infrastruttura e senza che esista un leader fisico identificabile.

Capire le sette non significa giustificarle né esorcizzarle con il disprezzo. Significa riconoscere che rispondono a bisogni reali: il bisogno di appartenenza, di certezza, di significato, di comunità, di una risposta alle domande che la vita ordinaria non riesce a soddisfare. Questi sono gli stessi bisogni che hanno generato le grandi tradizioni religiose e i grandi sistemi esoterici di cui questo libro si occupa. La differenza tra la tradizione e la setta non sta nei bisogni che entrambe cercano di soddisfare, ma nel modo in cui lo fanno: la tradizione apre, la setta chiude. La tradizione forma persone capaci di pensare per sé, la setta le rende dipendenti. La tradizione trasmette strumenti di libertà, la setta costruisce prigioni con le pareti dipinte di luce. Imparare a distinguere le une dalle altre è forse la lezione più urgente che il simbolismo esoterico, nella sua storia millenaria, ha da offrirci.

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